Correva l’anno 1915

Nell’estate, mimetizzata fra le rocce ed i picchi dell’Isola della Maddalena, era operativa una delle più importanti piazzeforti marittime del Mediterraneo, che faceva della Sardegna un baluardo avanzato dell’Italia nel Tirreno. La base era dotata di notevoli infrastrutture, tali da fornire adeguato supporto ad una consistente squadra navale operativa, e protetta da un rilevante sistema di forti, che, realizzato a partire dalla fine dell’ottocento, era stato progettato in modo tale da fornire un’efficace copertura difensiva alle coste galluresi ed all’arcipelago. Pilastri di tale sistema difensivo erano i forti di “Colmi” e “Nido d’Aquila”. Quest’ultima postazione, quasi aggrappata alla viva roccia, era armata con 4 potenti cannoni a scomparsa da 343 millimetri, in grado di tirare ad oltre 10 chilometri di distanza. Tuttavia, il sistema fortificato maddalenino, concepito allo scopo di bilanciare l’influenza francese nel Mediterraneo, non ebbe modo di esplicare un ruolo di rilievo nel corso della Prima Guerra Mondiale. Col Patto di Londra l’Italia si era infatti legata alle potenze dell’Intesa, scendendo in campo contro il mortale nemico di sempre: l’Impero Austroungarico. Fu pertanto il mar Adriatico il teatro privilegiato delle azioni navali. Il contributo offerto dalla Sardegna alla causa dell’unità nazionale ha pertanto avuto come scenario le zone poste a ridosso degli antichi confini d’Italia, che separavano la piana del Po dalle vallate sottoposte al dominio dell’Impero Asburgico. Furono migliaia i giovani sardi che, all’indomani della dichiarazione di guerra dell’Italia agli Imperi Centrali, sfidando l’insidia dei sommergibili nemici, varcarono il mare per andare a combattere sui campi di battaglia dell’Isonzo, sulle Dolomiti o sui cieli del Montello. Inquadrati perlopiù nei reggimenti delle due Brigate “Reggio” e “Sassari”, ma anche nella Brigata “Cremona”, nello “Squadrone Sardo”, erede dei famosi “Cavalleggeri di Sardegna”, nella Marina, nei ranghi di una pionieristica aeronautica, nei bersaglieri e persino negli alpini, i soldati sardi con il loro valore seppero attirare su di se l’attenzione e l’ammirazione della Nazione. Bosco Cappuccio, Monte San Michele, Trincea delle Frasche, Monte Valderoa, sono soltanto alcuni dei nomi che ottanta anni fa riecheggiarono con meritato orgoglio per le vie dell’Isola, simboli di una tempra e di un’abnegazione che non furono seconde a nessuno. Le statistiche indicano in 13.000 caduti il contributo di sangue della Sardegna alla causa dell’unità nazionale, in percentuale, rispetto a quello delle altre regioni ed alla popolazione sarda d’allora, il più alto d’Italia. Una cifra elevatissima che, ancora oggi, i “monumenti ai caduti”, quasi in ogni abitato dell’Isola, traducono nel nome e nel cognome di qualcuno che un giorno partì senza far ritorno. La lapide che ricorda i numerosi caduti isolani è troppo lunga per non compiangere quei figli di mamma mai più tornati all’isola. Così come nessuno dimenticherà un’altra tragedia che iniziò non appena finita la guerra. Nel 1918 infatti centinaia di adulti e di bambini vennero falcidiati dalla terribile ‘spagnola’ gettando nel lutto quasi tutte le famiglie isolane e non solo.

1 gennaio

In tutta Italia come alla Maddalena, non si aveva ancora la consapevolezza che quella che si stava combattendo in Europa sarebbe stata chiamata la Prima Guerra Mondiale. E in Italia come alla Maddalena, si vivevano momenti d’ansia e apprensione su quello che il Governo del Regno avrebbe fatto, se cioè fosse rimasto nella posizione di neutralità oppure si dovesse intervenire, cioè entrare in guerra: Ma con chi? Con Prussia e Austria, come da alleanza sottoscritta qualche anno prima, e quindi contro Francia, Inghilterra e Russia, oppure contro gli Imperi Centrali? In Italia come anche a La Maddalena, accanto alla stragrande maggioranza della popolazione che non chiedeva altro che pane e lavoro, c’erano gli “interventisti”, con l’una e con l’altra alleanza. E a La Maddalena tutti erano terribilmente consapevoli che se si fosse entrati in guerra con Prussia e Austria, la Francia, all’Isola-Piazzaforte, era terribilmente vicina. Maddalena e i maddalenini sarebbero stati in prima linea. Purtuttavia la notte di San Silvestro si festeggiò nelle case dell’Isola a base di ravioli e agnello nelle famiglie d’origine corsa e gallurese, a base di pesce in quelle d’origine napoletana, e con altre pietanze tipiche della Toscana e della Liguria in altre case. Si suonò e si ballò. Elegante e raffinata fu la cena al Circolo Ufficiali, alla quale parteciparono anche i maggiorenti dell’Isola, con mogli e figlie, allietata da un’orchestrina che consentì di ballare fino a notte tarda. Il giorno di Capodanno, chi si recò a Messa, a chiedere la protezione Divina, dovette probabilmente sentire l’invocazione alla pace pronunciata dal parroco Antonio Vico, secondo le intenzioni del Papa Benedetto XV. E tra Natale e Capodanno fecero gli straordinari gli addetti ai servizi postali per smaltire i diversi sacchi di posta in partenza e in arrivo da e per i militari lontani dalle loro case e dai loro affetti. Dovette fare particolare impressione, a Maddalena, in quei giorni, la notizia, arrivata attraverso i giornali, che la Germania aveva catturato, nei primi mesi di guerra, la bellezza di 700.000 prigionieri russi, e che questi venivano fatti lavorare nella bonifica dei terreni paludosi. Altrettanto impressione però suscitò la notizia di un terremoto che, il 13 gennaio 1915, scosse la penisola dall’Abruzzo alla Campania, radendo al suolo 17 paesi, uccidendo 30.000 persone e ferendone migliaia e migliaia. A La Maddalena non solo c’erano diversi abitanti d’origine campana ma anche molti militari provenienti dal Meridione, per i quali è credibile supporre che tra le vittime, morti e feriti, ci fossero anche loro familiari. La mattina di sabato 16 gennaio inoltre, a Milano, i socialisti organizzarono una grande manifestazione per chiedere che l’Italia non venisse coinvolta nel conflitto e che continuasse a rimanere neutrale. Anche questa notizia raggiunse l’Isola dove, nelle cave e anche nell’Opificio Militare di Moneta, non mancavano simpatizzanti socialisti.
Proprio nel 1915 il maestro Adolfo De Vecchi, insegnante nelle scuole di Maddalena, pubblicò il libro didattico “Lingua e aritmetica nella 1° sezione delle scuole per i militari in servizio”. Era destinato ai tanti militari, del Regio Esercito e della Regia Marina, in servizio a Maddalena, Caprera e Santo Stefano. Adolfo De Vecchi era nato a Foggia e all’età di 26 anni, non è dato saperne il motivo, venne ad abitare e a insegnare a La Maddalena. Lo fece fino al 1950, per cui ci sono persone, oggi anziane, che lo ricordano. Fu un buon maestro elementare, che seppe integrare insegnamento teorico e pratico, lasciando nei suoi alunni un ottimo ricordo. Quando De Vecchi giunse all’isola si stava per decidere che il grande edificio scolastico (Palazzo Scolastico) sarebbe stato edificato, non in Piazza della Renella (Comando), come in precedenza previsto, ma in località Pozzo Largo, una sorta di altopiano posto a 37 metri sul livello del mare, alle pendici del monte granitico poi denominato Crocetta. Gli abitanti dell’Isola erano quasi 8.000 e la popolazione scolastica numerosa. La delibera della Giunta Municipale, presieduta nel 1902 dal sindaco Luigi Alibertini, che nominava De Vecchi maestro a Maddalena, indicava che “la seconda classe elementare maschile” conteneva “circa 100 alunni e la terza femminile in numero maggiore”. La scuola era in parte ubicata in Piazza di Chiesa, nella palazzina di proprietà comunale posta a sinistra dell’edificio di culto, dove ora, a pian terreno, c’è la farmacia, e in altre stanze all’uopo destinate in altri edifici presi in locazione nei paraggi, come due locali senza finestre di Via Vittorio Emanuele. Erano locali con “luce scarsa e mal distribuita, ventilazione inattiva, fognatura mancante o disadatta, adiacenze incomode”, come scriveva in una relazione il commissario prefettizio Valla. Anche nella frazione di Moneta gli alunni erano numerosi. Il quartiere, nel 1915, era già ben abitato. Basti pensare che nel 1897, ben 67 capi famiglia (in parte militari sottufficiali e i parte operai e impiegati del Regio Cantiere) fecero richiesta alla Chiesa Valdese di Livorno affinché lì istituisse una scuola elementare, scuola “mista” che un anno dopo fu aperta invece dal Comune, retto, in quegli anni, dal commissario prefettizio Valle. La Regia Marina fornì i banchi e il Comune provvide al pagamento dell’affitto del locale (ubicato nei pressi dell’attuale rudere del “Palazzo Falconieri”) e degli stipendi degli insegnanti (reggente era la maestra Giuseppina Desogus). Sempre nel 1915 funzionava già la Scuola Elementare della Casa San Vincenzo, missione cattolica aperta nel 1903 immediatamente alle spalle di Piazza della Renella (Comando). Erano scuole private (furono parificate solo nel 1931) per cui, perché il titolo di studio potesse avere valore legale, gli scolari dovevano sostenere il “Regio esame” pubblico. Le suore, oltre all’istruzione elementare, impartivano anche lezioni agli studenti che frequentavano le scuole di secondo grado e le superiori, che non c’erano, queste ultime, allora, a La Maddalena ma a Tempio, a Sassari o Cagliari, o in Continente. Mentre la scuola pubblica elementare, del Palazzo Scolastico e di Moneta, era frequentata dai figli del popolo, quella della Casa San Vincenzo, essendo a pagamento, lo era anche dai figlie e dalle figlie dell’élite militare e dei maddalenini benestanti. Una buona quota di alunni, tuttavia, figlie di famiglie povere e disagiate, era ammessa comunque, in maniera gratuita, in pieno spirito vincenziano. A questi si aggiungevano le bambine dell’Orfanotrofio, aperto nel 1928. Nelle prime settimane del 1915 anche alla Maddalena giungeva l’eco di alcuni orientamenti politici che avrebbero voluto che l’Italia entrasse in guerra sì ma non a fianco degli Imperi Centrali alleati ma con la Francia e l’Inghilterra. La qual cosa non era di poco conto per i maddalenini. Si trattava infatti di avere o non avere il nemico (la Corsica francese) accanto all’uscio di casa. La maggior parte dei maddalenini, già alle prese con le difficoltà della vita, speravano tuttavia nella pace, e la possibilità di entrare in guerra faceva paura. Anche per le notizie che giungevano dai vari fronti si avvertiva questa fosse particolarmente violenta e sanguinosa, e che coinvolgeva la popolazione civile e non solo le truppe e le navi. Se l’Italia fosse entrata in guerra contro la Francia si correva il rischio di vedere, da un’ora all’altra, tra le isole dell’Arcipelago arrivare le grandi navi francesi a bombardare fortificazioni e paese. Si parlava anche delle armi chimiche che nottetempo i nemici avrebbero potuto portare dalla vicina Corsica… Se invece si fosse entrati in guerra contro l’Austria e soprattutto contro la Germania di cominciava a sentir parlare dei terribili sommergibili tedeschi come anche dell’aviazione, sempre tedesca, composta da dirigibili bellici che il 19 gennaio 1915 avevano bombardato la costa inglese, danneggiato paesi e fatto parecchi morti. Quell’inverno del 1915 a La Maddalena fu freddo, come del resto tutti gli inverni, abbastanza piovoso e spesso e volentieri imperversavano ponente e maestrale. E lo risentirono particolarmente gli scalpellini che lavoravano all’aperto, muratori e manovali, e i pescatori le cui barche non erano di certo ancora dotate di motori. A parte le case delle famiglie più benestanti, che erano dotate di camini, nella maggior parte delle case si provvedeva al riscaldamento attraverso il braciere. E nelle nottate più fredde si dormiva uno accanto all’altro per riscaldarsi. E molti bambini, sentendo i racconti dei grandi, pensavano alla guerra e pregavano che a Maddalena non arrivasse. Nel 1915 c’erano a La Maddalena 3 Chiese Cattoliche (S.Maria Maddalena, Moneta, e la cappella privata della Casa San Vincenzo), una Chiesa Evangelica Valdese, 2 Logge Massoniche. Della Chiesa Valdese avremo modo di occuparci in seguito, come anche della Massoneria. In questa puntata parliamo dalla Chiesa Cattolica. Chi celebrava messa in queste tre chiese? Nei primi mesi del 1915 don Antonio Vico, che era parroco fin dal 1888, e dunque all’isola c’era già da ben 35 anni più alcuni che vi aveva trascorso da viceparroco. Per alcuni decenni aveva conosciuto tutti e di tutto, ma dalla fine dell’Ottocento, non era più riuscito a seguire l’evoluzione dirompente. Era anche cappellano della Colonia Penale, ubicata “in Camiciotto”, a Moneta, con oltre 200 forzati, e si avvaleva di alcuni vice parroci tra cui … don Giovanni Battista Mura, don Giuseppe Millelire (discendente dell’eroe Domenico Milleire) e qualche altro provvisorio, che lo aiutavano nell’assistenza. Chi assisteva i militari dislocati nelle diverse caserme di Maddalena e Caprera? Sempre loro, se i comandanti militari lo permettevano. Non c’erano infatti all’epoca i cappellani militari. Subito dopo l’unità d’Italia infatti, e precisamente dal 1866, la prevalente ideologia liberal anticlericale-massonica aveva abolito con legge sia i cappellani del Regno Sabaudo sia quelli degli altri Stati annessi. Solo con la Prima Guerra Mondiale, si ebbe, l’istituzione, con Decreto Luogotenenziale del 27 giugno 1915, dei cappellani militari di terra e di mare, organizzati gerarchicamente col grado di tenente e di capitano il cappellano capo e con alla testa un vescovo. Dunque nel periodo che stiamo esaminando insieme che è quello dei primi mesi del 1915, all’isola non vi erano preti con le stellette. E com’era la situazione della popolazione dal punto di vista religioso? Prete Vico se ne lamentava essendoci una grossa componente delle istituzioni e della popolazione fortemente e polemicamente avversa alla Chiesa. In quegli anni Vico aveva così scritto: “Qui ci sono due Logge Massoniche, il Socialismo ed il Protestantesimo che cerca di strapparci dalla Chiesa quante anime loro è possibile, e lavorare alacremente perché nessuno venga né in Chiesa né a processione, ma, viva Dio, ancora vive in molti la Fede, e la Religione se non da tutti praticata da tutti però fin’ora è rispettata, e perciò è necessario tirare qualcheduno alla nostra parte strappandolo dalle ingorde Fauci degli accaniti nemici”.

6 gennaio

Il piroscafo “Città di Sassari”, durante la navigazione da Golfo Aranci a Civitavecchia, il piroscafo fu fermato per una visita ispettiva dal Cacciatorpediniere francese “La Hire” e furono arrestati e trasferiti sull’unità militare 30 passeggeri di nazionalità tedesca.

10 gennaio

Il “Circolo Risorgimento” della frazione Moneta, apre una piccola biblioteca per “maggiormente istruire  i figli degli operai nelle ore serali togliendoli così da false strade che potrebbero loro nuocere per l’avvenire. Essendo però le finanze di esso  Circolo esigue ed impossibilitate a sostenere una spesa, il Consiglio mi ha incaricato di chiedere l’ausilio delle persone autorevoli di questa Isola onde raccogliere libri che rimarrebbero nella erigenda biblioteca come ricordo e la gioventù operaia della frazione Moneta ne serberebbe eterna gratitudine. Nella speranza che tale preghiera verrà favorevolmente accolta dalla S.V. gradisca i miei personali ossequi e ringraziamenti. Il Presidente

2 febbraio

Tumulti contro il caro-vita in numerosi centri della Sardegna. A Porto Torres durante gli incidenti viene ucciso per errore un bambino.

26 aprile

Il Regno d’Italia stipulava segretamente un patto con la Gran Bretagna, la Francia e la Russia, il Patto di Londra. Pochi giorni dopo, il 3 maggio, l’Italia rompeva la Triplice Alleanza a suo tempo stipulata con l’Impero Austro-Ungarico e la Prussia. L’Italia, fino ad allora, era rimasta neutrale nel conflitto, iniziato l’anno prima. Il cambio di campo, clamoroso sebbene prevedibile, era stato stipulato dal capo del Governo Antonio Salandra e dal ministro degli Esteri Sonnino, coll’accordo del Re, Vittorio Emanuele. Del Patto di Londra erano ignari il Parlamento, le Forze Armate e il Popolo. Popolo che si augurava che in quella guerra – della quale i giornali, sebbene molto limitatamente riportavano le atrocità – l’Italia continuasse a rimanere neutrale. Vittorio Emanuele aveva, sul piatto della bilancia, da una parte la disponibilità degli Imperi Centrali a concedere all’Italia, entrando nel conflitto e in caso di vittoria, tutto il Trentino. Da Francia e Gran Bretagna aveva, nel secondo piatto, la promessa, in caso di vittoria, di ottenere, in aggiunta al Trentino, anche parte del Tirolo, le città di Gorizia, quella di Trieste, la Dalmazia, il Dodecanneso, il bacino minerario di Adalia e il Protettorato sull’Albania. Il piccolo Re scelse la più grande offerta… Nei giorni successivi al 26 aprile i primi dispacci cominciarono a giungere alle Forze Armate del Paese. L’Italia si era infatti impegnata ad entrare in guerra entro un mese e doveva iniziare la mobilitazione. Il punto era che, per diversi giorni, né il Regio Esercito né la Regia Marina, seppero contro chi. Nella piazzaforte di La Maddalena, sebbene messa da subito in preallarme, da questo punto di vista regnava la confusione. Anche perché, a seconda della scelta di campo, le cose sarebbero cambiate parecchio. Una cosa era essere alleati, ancora, con gli austriaco-ungarici, ed avere, di conseguenza, il nemico in casa (la Francia con la vicinissima Corsica) e ben altra cosa era invece l’essere schierati contro la lontana Austria-Ungheria e l’ancor più lontana Germania. Grande impressione destò anche a La Maddalena la notizia che il 7 maggio il sommergibile tedesco U20 aveva affondato il Lusitania, una nave passeggeri inglese, e che nel naufragio erano morte quasi 1.200 persone. L’U2 era uno dei poderosi e temibilissimi sommergibili che qualcuno aveva ritenuto di aver avvistato nei mari dell’Arcipelago.

maggio

La Maddalena “può andare orgogliosa di avere costantemente, durante la guerra, dato prove tangibili del più puro patriottismo e della più salda disciplina. In ogni occasione ha saputo rispondere con superbo slancio di solidarietà e di amore a tutte le iniziative, sbocciate fervide e spontanee per assistere i nostri eroici combattenti, contribuendo così efficacemente a mantenere sempre elevata e pura la sacra fiamma dell’amor patrio e a rinsaldare il fiero proposito di resistere a costo di qualunque sacrificio sino al sicuro conseguimento della vittoria e della pace durature”. Iniziò con queste parole, traboccanti di enfasi nazionalistica, la descrizione dei pregi degli isolani fatta dal cavalier Pietro Lissia Mariotti, che amministrò il Comune isolano dal luglio del 1917 ai primi mesi del 1919. L’alto funzionario del Ministero dell’Interno era stato inviato a La Maddalena, quale Commissario regio, in seguito allo scioglimento d’autorità del Consiglio comunale, e di un’inchiesta promossa dal Governo, durante la quale furono rilevate gravi irregolarità nella gestione della “cosa pubblica” a livello locale. L’occasione per elogiare pubblicamente ogni prova di altruismo fornita dalle persone che a vario titolo, e facenti parte di comitati appositamente costituiti, si erano incaricate di fornire assistenza morale e materiale ai concittadini impegnati nel fronte di guerra e alle loro famiglie, fu offerta da un libretto che Lissia fece pubblicare dalla tipografia Scano nel 1918. Il sostegno ai combattenti, attraverso le iniziative “opportunamente disciplinate”, appunto, da speciali organizzazioni, ma anche dalle autorità pubbliche e dai privati, ebbe avvio sin dal maggio del 1915. Le società di mutuo soccorso Elena di Montenegro e XX Settembre, i Circoli Risorgimento, Garibaldi, Leone di Caprera, Ufficiali e Sottufficiali della Regia Marina, l’Istituto San Vincenzo, Il Ricreatorio Marinai Duca di Spoleto, le Cooperative Sardegna, Carbonai e Caprera, la Società Esportazione Graniti sardi avevano fornito regolarmente “il loro contributo di illuminato civismo”. Meritava speciale menzione il Circolo Sottufficiali, presieduto da Enrico Ragusa, capo furiere di Prima classe – e Gran Maestro della Loggia Massonica Giuseppe Garibaldi- che aveva promosso, tra le altre iniziative benemerite, nell’ottobre dell’anno 1915, una raccolta di lana a favore dei soldati al fronte: una sottoscrizione aperta fra i soci aveva permesso di raccogliere una somma piuttosto importante per l’acquisto della materia prima che fu lavorata dalle famiglie dei sottufficiali per confezionare maglie, sciarpe, berretti, guanti ed altro. Il Circolo Risorgimento e la Cooperativa Caprera, costituiti esclusivamente dalle maestranze del Cantiere della Regia Marina, avevano fornito un rilevante aiuto in danaro alle famiglie dei profughi e dei prigionieri di guerra. Le suore dell’Istituto San Vincenzo avevano somministrato, e continuavano a farlo, gratuitamente i pasti ai figli dei richiamati le cui famiglie si trovavano in stato di necessità.
Le donne isolane, senza distinzione di censo, avevano dato “costante prova di abnegazione”, confezionando indumenti di lana per i combattenti e prendendo parte a diverse attività di assistenza. “Speciale menzione – scriveva Lissia – meritano, fra le altre, la signorina Chiarloni Giulia, la quale volontariamente passò un anno al fronte quale infermiera, guadagnandosi la medaglia d’argento di benemerenza e le signore Lucia Grondona Manini e Maria Capra Falconi, le quali con provvida iniziativa, fin dal 1915, raccolsero L. 353,00 e confezionarono, col valido concorso delle signorine Maria e Italia Lena, delle signore Maria Italia Gallo vedova Vico, Rosina Santini, Annita Falconi Poppi e delle educande dell’Asilo San Vincenzo, 18 passamontagna, 18 sciarpe, 31 ponci, 11 paia di guanti … “ e altro “di cui curarono l’invio al Comando del 152 Reggimento Fanteria di Milizia Mobile. Per interessamento delle stesse signorine ebbe luogo nel Palazzo Municipale un’esposizione di lavori femminili, il cui ricavo in L. 1800,35 venne devoluto al Comitato locale della Croce Rossa Marittima”. Il Comune, dal canto suo, aveva dato il proprio sostegno, da ente istituzionale, alle famiglie meno abbienti dei richiamati, finanziando lo stesso Comitato della Croce Rossa e provvedendo direttamente a fornire le cure sanitarie e i medicinali gratuiti. E aveva promosso tante altre iniziative non meno nobili, nonostante la pubblica censura comminata nei confronti del Sindaco, della Giunta e dell’intero Consiglio Comunale, negli stessi momenti in cui i giovani isolani partivano per fare la guerra, avesse fatto credere che gli amministratori fossero occupati totalmente in faccende decisamente meno lodevoli. “Dichiarata la guerra all’Austria – continuava Lissia – La Maddalena si preoccupò subito delle sorti delle più umili famiglie dei militari richiamati o di leva e con amorevole cura avvisò ai mezzi necessari per lenire almeno i bisogni più gravi e impellenti”. Fu costituito un Comitato Generale di “Oblatori Volontari”, e la presidenza fu affidata al primo cittadino, Giuseppe Susini. In seno all’organizzazione fu nominato un Comitato Esecutivo, presieduto da Pietro Azara e composto da Attilio Grondona, cassiere, da Salvatore Madrau, segretario, e da Vincenzo Scotto, Paolo Spano, don Antonio Vico (il parroco dell’epoca), Angelo Del Bene, Federico Bisconti, Carlo Aiassa, Michele Petri, Antonio Barago.
Nel 1915 era stato costituito anche quel Comitato della Croce Rossa che poteva vantare soci di rango sociale elevato e personalità di spicco come donna Francesca Armosino Garibaldi, lo stesso Giuseppe Susini, il medico Giuseppe Regnoli, Pietro Bisogno, presidente della Società di Mutuo Soccorso degli “Arsenalotti” e della Cooperativa Caprera, e da tante altre donne e tanti altri uomini che rappresentavano il fior fiore della borghesia dell’allora “Petite Paris”. Questo Comitato, nel primo del conflitto, attraverso feste di beneficenza, esposizioni di lavori femminili, contributi di varia natura, riuscì a raccogliere molto danaro da devolvere a beneficio dei soldati e delle loro famiglie: in particolare, nel settembre del 1915, da una festa organizzata al teatro Verdi, furono ricavate 789,15 lire e da un’altra, alla Sala Umberto, nel novembre dello stesso anno, 268.80 lire. Non lesinarono il loro sostegno economico neppure, a titolo personale, i privati cittadini: le offerte più consistenti furono quelle di donna Maria Webber Tamponi, di donna Francesca Garibaldi, di Pietro Frau, di Giuseppe Manini, di Girolamo Zicavo, ex sindaco, di Attilio Grondona, titolare dell’impresa Esportazione Graniti Sardi (che gestiva le cave di Cala Francese), dell’avvocato Domenico Culiolo, di Giuseppe Larco, di Carlo Aiassa, di Giuseppe Susini, di Pietro Azara, di Paolo Consigli, gestore di un grande bazar al centro della città, di Aurelio Susini, di Giovanni Maria Loriga, di Arcangelo Manconi, di suor Maria Elisa Gotteland, superiora dell’Istituto San Vincenzo, di Tommaso Volpe, di Ambrogio Corneletti, di Andrea Raffo, di Francesco Peretti, di Giovanni Casale, di Carlo Farina, di Pompilio Bargone, di Nicolò Bertorino, di Giuseppe Tanca e di Antonio Garau. Si trattava di commercianti, di imprenditori, di professionisti, di uomini e di donne che rivestivano un ruolo fondamentale nella società maddalenina.

22 maggio

A La Maddalena nel 1914 c’era stata la siccità, come nel resto della Sardegna. E lo stesso stava accadendo nel 1915. Poche piogge in autunno, ancor meno d’inverno. Vadìne (ruscelli), fin dalla primavera, presto prosciugate, pozzi quasi a secco per la poca ma tuttavia importante agricoltura. E molte delle cisterne, delle quali quasi tutte le case erano munite, erano vuote o quasi. Vento, vento, vento, che spazzava le nuvole che si affacciavano sull’Arcipelago, portandole chissà dove. Ed arrivarono anche le cavallette. Il maltempo impediva spesso ai pescatori di prendere il mare e il costo della vita era alle stelle col pane, principale alimento per molte famiglie, aumentato incredibilmente e per molti proibitivo. E le paghe che lo Stato elargiva a militari e civili, nonché quelle delle cave, spesso non erano sufficienti alle famiglie numerose, molto numerose, dell’epoca. E c’era chi voleva, chi tifava, perché l’Italia entrasse in guerra. Molti militari della piazzaforte, intanto, ed anche tanti giovani, infervorati dai discorsi che si sentivano anche a Maddalena, e che si leggevano e commentavano dai giornali. E forse ci fu anche qui, sebbene non documentata, qualche manifestazione interventista, com’era accaduto a Cagliari e a Sassari. Un gruppo di maddalenini si era recato proprio a Sassari, nel dicembre del 1914, per assistere al comizio dell’irredentista Cesare Battisti, che chiedeva “la liberazione” delle terre italiane ancora sotto il giogo austriaco. Posizioni sfavorevoli all’entrata in guerra vi erano invece nel mondo operaio (com’era accaduto a Tempio), negli ambienti anarchici e socialisti isolani. I cattolici stavano a guardare, allineati alle posizioni pacifiste del Papa, anche se tra loro c’erano coloro che auspicavano l’ingresso in guerra, chi con l’Intesa chi con l’Alleanza. Il clima prebellico influenzava anche la scuola, dove maestri e maestre del Palazzo Scolastico, non sapendo ancora da che parte stesse l’Italia, e che cosa avrebbe fatto, anche in osservanza delle circolari del Regio Ministero svolgevano comunque lezioni di carattere patriottico. Il 3 maggio, il Governo presieduto da Antonio Salandra ruppe la Triplice Alleanza che legava l’Italia all’Austria e alla Germania e, nei giorni immediatamente successivi, come in tutti i municipi d’Italia, anche negli ancora nuovissimi uffici del palazzo municipale, inaugurato pochi anni prima, iniziò l’attività degli impiegati nel compilare le liste dei dati anagrafici per la mobilitazione. Nella Caserma dei Regi Carabinieri, ubicata a Cala Gavetta, nel palazzo Azara, si prepararono a notificare le prime cartoline precetto. Il 22 maggio 1915, il Regno d’Italia proclamava la Mobilitazione Generale. Tutte le licenze e tutti i permessi vennero annullati in tutte le caserme della Piazzaforte di La Maddalena, nel Regio Cantiere di Moneta, e sulle navi militari ivi ormeggiate e all’ancora.

23 maggio

L’ambasciatore d’Italia a Vienna aveva presentato al Ministro degli Esteri Austro-Ungarico la Dichiarazione di Guerra: “S.M. il Re dichiara che l’Italia si considera in stato di guerra con l’Austria-Ungheria da domani”. L’indomani era appunto il 24 maggio 1915. In quello stesso giorno Re Vittorio Emanuele II fece il suo primo proclama alle truppe combattenti: “Soldati di terra e di mare! L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare, con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza; ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarla. Soldati! A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri”. La Piazzaforte Militare di La Maddalena, dichiarata “territorio in stato di guerra”, era stata mobilitata da alcuni giorni. Le licenze erano state bloccate, i militari di mare e di terra in licenza richiamati, controllati motori e armamenti delle navi in porto e in rada, messi a punto cannoni e sistemi antinavi delle batterie, intensificata la vigilanza, chiuse, e con ronde sempre in allerta tutte le zone militari, intensificato il lavoro dei servizi segreti, controllati i passeggeri in entrata e in uscita unitamente alle merci, i dipendenti pubblici del Comune e delle Poste (dove era scattata la censura sulla corrispondenza) messi a disposizione, e nelle scuole gli insegnanti invitati a organizzare manifestazioni patriottiche. Il sindaco convocò la Giunta Comunale per stabilire le iniziative da intraprendere. Nelle omelie, il buon parroco Antonio Vico, pregava Iddio per la buona e veloce conclusione della guerra, e che i figli di mamma che la facevano potessero ritornare sani e salvi a casa. Ovunque sventolavano Tricolori con lo stemma Savoia. La Banda della Regia Marina eseguiva concerti in Piazza Comando e per le strade del paese. Il clima che si respirava, in quei caldi giorni di fine maggio, era quello di una nazione in guerra, una guerra che – si diceva – si sarebbe conclusa rapidamente con la vittoria. I coscritti di terra vennero mandati ai centri reclute di Tempio e Ozieri. A metà del mese di maggio erano partiti da Cagliari e Porto Torres il 151° e il 152° della Sassari dov’erano intruppati alcuni isolani. In quei giorni la popolazione di La Maddalena ammontava a circa 16.000 abitanti di cui 5.900 militari, circa il 37%, o quasi 1/3 della popolazione.

24 maggio

Sin dal 24 maggio fu chiaro che la guerra navale contro l’Austria Ungheria, almeno quella effettuata da navi di superficie, si sarebbe ristretta all’Adriatico, già bloccato dall’estate precedente, all’altezza del Canale di Otranto da unità alleate, soprattutto francesi. I Comandi principali della Regia Marina furono posti a Venezia, Taranto e Brindisi, mentre a La Maddalena si mantenne la sede del Contrammiraglio, che ebbe la direzione di uno dei vari Comandi Difesa Traffico e Difesa Costiera (vi si succedettero i Contrammiragli Magliano, Zavaglia, Ruggiero e Morino), mentre Cagliari, e, qualche tempo dopo, Golfo Aranci furono sede di un ”Ufficio Difesa”. Questi centri ebbero il compito di organizzare o accogliere convogli o singole navi mercantili, soccorrere imbarcazioni amiche in difficoltà, segnalare e distruggere mine e sommergibili, che, violando il blocco degli Stretti di Otranto e di Gibilterra, erano operativi anche nel Mediterraneo Occidentale. Per assolvere tali compiti i Comandi periferici disposero di navi da guerra di seconda linea, artiglierie fisse e mobili, dragamine spesso ottenuti da pescherecci, e di mezzi di comunicazione che andavano da quelli a vista alla radiotelegrafia. In Sardegna, interessata per parecchio tempo dal traffico delle “tradotte militari”, cioè dal via vai dei trasporti adoperati per avviare al fronte uomini e materiale imbarcati nell’Isola, in prima battuta, furono disponibili solo alcune vecchie unità sottili da guerra, i cosiddetti “incrociatori ausiliari”. Si trattava di mercantili militarizzati, muniti di cannoni. Agli ordini del Comando di La Maddalena furono poste le navi “Regina Elena”, “Cunfida” e “Principessa Mafalda”. Cagliari dispose invece di una flotta di vedette: veloci pescherecci d’alto mare adeguatamente modificati, talvolta adattati anche al dragaggio delle mine, con un’autonomia di quasi 48 ore. Successivamente, vi sarà inviata una flottiglia di M.A.S.: delle veloci imbarcazioni d’alto mare, davvero rapidissime nell’intervenire su allarme, sia per soccorso che per la caccia alle unità subacquee. Oltre a questi sistemi di difesa attiva, nell’Isola si fece uso di campi minati (a La Maddalena, Capo Figari, Capo Carbonara, Capo Spartivento e attorno alle Isole Sulcitane) e di reti di ostruzione antisommergibili (nel porto di Cagliari). Fu appunto la guerra sottomarina a coinvolgere, talvolta tragicamente, la Sardegna. Dagli accessi che parevano completamente interdetti al naviglio austro-tedesco, gli U. Booten, con l’aiuto della fortuna e della capacità dei loro equipaggi, spesso scelti con cura, forzarono spesso il blocco di Gibilterra, entrando nel Mediterraneo. Nel 1915 si ha notizia di una sola nave attaccata vicino alle coste sarde: si trattava della “France IV”, un trasporto da 4.025 tonnellate, affondato dall’UB 38 al comando del promettente asso tedesco Valentiner, più volte autore di operazioni segrete a favore dei Senussi libici ribelli all’Italia. Ancora prima di quel mese, non poche erano state le azioni ostili condotte da sommergibili germanici battenti bandiera austriaca. Bisogna ricordare, infatti, che l’Italia dichiarerà guerra alla Germania solo nel 1916. Fu ancora il Comandante Valentiner ad affondare il postale italiano “Ancona”, causando la morte di ben 208 persone, mentre fu l’UB 39 del Capitano Fortsmann a bombardare col suo pezzo da 105 l’Isola d’Elba e ad affondare (salvo il dubbio che si possa esser trattato del Comandante Hersing dell’UB 21) il piroscafo “Birmania” il 20 maggio del ’16. La nave era partita da Cagliari diretta a Trapani: la notizia che a bordo vi fossero dei civili, tra cui una giovane donna con i figli, non mancò di colpire dolorosamente l’opinione pubblica isolana. Non molti giorni prima vi era stato un assaggio incruento di quel che sarebbe stata la stretta sottomarina: a Cagliari erano stati sbarcati, fortunatamente illesi, tutti i componenti dell’equipaggio di un trasporto di carbone danese affondato, la “Steynberg”.
Tra le navi militari che spesso giungevano nelle rada della Piazzaforte di La Maddalena, ci fu probabilmente anche il cacciatorpediniere Turbine, come anche altre navi della stessa classe, quali il Nembo, l’Aquilone, il Borea, il Nembo, l’Aquilone, l’Espero, lo Zaffiro. Varato nel 1901, aveva partecipato alla guerra Italo-Turco dopo la quale fu dotato anche di sistema di posamine. È presumibile che in 14 anni di vita qualche maddalenino vi si stato imbarcato mentre sembra certo che non ve ne fossero quando venne affondato, in Adriatico, nella prima mattina del 24 maggio 1915, dall’esploratore austro-ungarico Helgoland, inviato dal comando imperiale a bombardare Barletta. Il Turbine se la dovette vedere anche con le navi nemiche Trata e Csepel, e, colpito ripetutamente, s’inabissò poco prima delle 7:00 del mattino, a poche ore dall’entrata in guerra dell’Italia. Tra l’equipaggio, composto da 53 uomini, ci furono 10 morti. Tra questi un sardo, il sottocapo Luigi Olla, nato a Quartu Sant’Elena, di 23 anni, successivamente decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il giovane Olla fu il primo sardo a morire, sia di mare che di terra, nella Prima Guerra Mondiale. L’affondamento del Turbine destò impressione anche a La Maddalena, sia tra i militari della Regia Marina che tra la popolazione, storicamente legata alla tradizione militare marinara, considerato che molti maddalenini erano imbarcati sulle Regie Navi. Ciò che poteva, ma solo in parte consolare, era che la flotta austro-ungarica fosse molto lontano da La Maddalena, consolare tuttavia fino ad un cento punto …

7 giugno

Vincenzo Secci era un maddalenino che, come tanti altri, e come diversi membri della sua famiglia, giunta nel corso dell’Ottocento alla Maddalena, aveva intrapreso la strada militare, nella Regia Marina. Arruolatosi molto giovane ebbe diverse destinazioni fino a quella di imbarco su un dirigibile. Nell’agosto del 1913 infatti, fu consegnato alla Regia Marina il primo dirigibile navale, l’M2, poi battezzato “Città di Ferrara”. E dopo relativo addestramento, il secondo nocchiere Vincenzo Secci ebbe l’importante incarico di timoniere. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la Marina utilizzò la sua flotta di dirigibili sia per il bombardamento delle basi della Marina Austroungarica, sia per la ricognizione e il controllo dell’Adriatico. Quando l’Italia entrò in guerra, il 24 maggio del 1915, il maddalenino Vincenzo Secci si trovava in congedo, ma il senso del dovere e l’amor di patria lo portarono a chiedere l’immediato reintegro. In pochi giorni raggiunse Jesi, in Provincia di Ancona, nelle Marche, sede operativa del “Città di Ferrara” (o M2), dirigibile posto agli ordini del tenente di vascello Castracane. Il “Città di Ferrara era uno dei due dirigibili assegnati alla Regia Marina, l’altro era il “Città di Jesi”. Altri tre dirigibili erano assegnati all’Aeronautica e all’Esercito. In una prima missione il “Città di Ferrara”, dopo essere stato cannoneggiato da una nave Austroungarica, tentò a sua volta di colpire una nave nemica che aveva bombardato la cittadina di Senigallia, nelle Marche, senza peraltro riuscire, con le bombe sganciate, a colpirla. Nella notte sul 27 maggio il “Città di Ferrara”, decollato da Jesi, su ordine del Comando in Capo di Venezia, riuscì a lanciare il suo carico di bombe su alcune navi alla fonda davanti a Sebenico. Altra e ultima missione fu nella notte sul 7 giugno 1915. L’obiettivo era quello di andare a colpire il silurificio Whitehead di Fiume, sganciandovi le proprie bombe. E qui il nostro timoniere maddalenino si meritò la Medaglia di Bronzo. La motivazione ci spiega, non solo il perché ma anche come andarono le cose. Così è scritto: “Trovandosi in congedo al momento della mobilitazione chiedeva ed otteneva di raggiungere la sua antica destinazione su un dirigibile. Timoniere provetto dirigeva il Città di Ferrara sul bersaglio nella sua ultima missione, non smentendo le sue qualità di calma e di coraggio, prima, durante e dopo la caduta in mare e la distruzione del dirigibile. 2 maggio- 8 giugno 1915”. Degli uomini dell’equipaggio, 2 morirono mentre gli altri, finiti in mare, vennero fatti prigionieri. Tra questi Vincenzo Secci.

23 giugno

Il generale Cadorna, comandante in capo delle forze armate italiane nella Grande Guerra, diede l’ordine, ad un mese dall’inizio delle ostilità, di sferrare il primo grande assalto di quella che venne definita, la Prima Battaglia sull’Isonzo. Italiani e Austro-Ungarici si fronteggiarono fino al 7 luglio, i primi all’assalto i secondi a difendersi. La Seconda Armata avrebbe dovuto raggiungere il Monte Mrzli, il paesino di Plava e rafforzare le proprie posizioni a nord di Gorizia mentre la Terza Armata doveva avanzare fino a Sagrado e Monfalcone. In effetti l’unico settore in cui le operazioni ottennero qualche risultato fu nella zona di Sagrado dove il cannoneggiamento italiano costrinse gli Austro-Ungarici ad arretrare fino alle resistenze del Monte Sei Busi e del Monte San Michele. Di contro, nel settore meridionale di Monfalcone, gli attacchi sul Monte Cosich e sulle altre alture vennero respinti, procurando però gravi e consistenti perdite alle truppe italiane. I nostri fanti, coperti dall’artiglieria, sferrarono decine e decine di assalti, la maggior parte in campo aperto, tanto sanguinosi quanto infruttuosi. Ne morirono a centinaia e centinaia durante quelle due settimane e ne morirono a migliaia complessivamente nelle tre campagne che il generale Luigi Cadorna ordinò lungo quel fiume fino al dicembre del 1915. Senza contare i feriti e i tanti che ne rimasero invalidi a vita. Fiume Isonzo, Gorizia, Monfalcone … Chissà quanti maddalenini, fino ad allora, conoscevano l’esistenza di questo fiume, e forse qualcuno in più conosceva il nome della città di Gorizia e qualcuno ancora in più di Monfalcone, se non altro perché era un porto sul Mare Adriatico e perché aveva dei cantieri navali. Ma dell’esistenza del Monte Mrzli, di Plava, di Sagrado, del Monte Sei Busi e del Monte San Michele come anche del Monte Cosich … Eppure in quelle località e su quei monti c’erano dei maddalenini che combattevano. A scuola c’erano i maestri e le maestre come i professori, che mostrarono agli alunni, nelle aule del palazzo scolastico, sulle grandi e belle carte geografiche dell’epoca, quelle località. La Base Militare di La Maddalena, in quel primo mese di guerra, viveva in una situazione d’attesa. Non era ancora ben chiaro il ruolo che avrebbe potuto assumere anche se si delineava piuttosto chiaramente che per quanto riguarda le vicende belliche marittime sarebbe stato il Mare Adriatico il teatro di battaglia. Ciononostante c’era chi, nell’Arcipelago, a livello di vertici militari, ma anche a Roma, riteneva che la base di La Maddalena dovesse mantenere alta la guardia e massimo l’armamento. C’era infatti chi, nonostante la netta scelta di campo contro l’Austria e Ungheria e a fianco dell’Inghilterra e la Francia, non si fidava affatto dei “cugini tra transalpini”, nemici da troppo tempo e contro i quali (o a difesa dai quali) l’Arcipelago era stato messo in armi. E forse non avrebbe stupito nessuno se qualcuno a Parigi, approfittando di possibili sguarnimenti e distrazioni, potesse organizzare e realizzare ciò che non riuscì a Napoleone alla fine del Settecento: la conquista dell’Arcipelago e dalla Sardegna. Da Maddalena in tanti erano partiti per combattere, da terra, contro gli Austroungarici ma tanti altri rimanevano bene armati nelle Batterie Costiere per difendere l’Arcipelago e la Patria da eventuali attacchi francesi. Solo nei mesi successivi cominciò a farsi strada l’esigenza di spostare uomini e materiale bellico al fronte, sottraendolo alle poderose batterie costiere, ma questo avvenne molto più tardi, quando l’alleanza con la Francia si era consolidata.

21 luglio

Dal medagliere pubblicato da un supplemento del 1965 de Il Molo, un giornale che uscì alla Maddalena negli anni Sessanta, risultano i nomi di due maddalenini che, partecipanti alla Prima Guerra Mondiale, per le loro azioni ricevettero la Medaglia di Bronzo. Il primo di questi fu il sottotenente di complemento di Artiglieria Manlio Goffi, con la seguente motivazione. “Comandante di sezione, pur essendo per tutto il giorno la batteria sotto il tiro di artiglierie avversarie, con calma e serenità comandò la sua sezione, esponendosi con disprezzo del pericolo verso il pezzo più bersagliato e rincuorando con l’esempio i suoi dipendenti. (Dolina, 18 giugno 1915)”. L’altro maddalenino che, anche lui da vivo, ricevette la Medaglia di Bronzo fu il soldato di Fanteria Francesco Virgilio. Il suo teatro d’azione fu Polazzo, una frazione del Comune di Fogliano Redipuglia, in provincia di Gorizia, nel Basso Isonzo, in Friuli-Venezia Giulia. Probabilmente arruolato nella Brigata Cagliari, nelle trincee di Palazzo visse i drammatici momenti di quelle prime settimane di guerra, tra le linee italiane e le trincee e i reticolati nemici. L’impegno in quelle settimane (si stava combattendo la Seconda battaglia dell’Isonzo, dal 18 luglio al 10 agosto 1915) era quella di conquistare diverse opere trincerate nemiche del Monte Sei Busi (alto appena 118), più o meno come il nostro Puntiglione. Il maddalenino soldato di fanteria Virgilio Francesco faceva parte di piccole pattuglie che uscivano la notte per effettuare le ricognizioni. Molti fanti più volte cercarono di incunearsi nel tentativo di raggiungere il Monte Sei Busi in questo ostacolati dalle poderose barriere di filo spinato. Accaniti combattimenti, effettuati fucili, baionette, bombe a mano e fuoco di fucileria, portarono alla conquista di importanti trincee. Fu proprio il 21 luglio 1915 che i fanti italiani, riuscendo a superare i reticolati, occupando finalmente una importante trincea. I morti e feriti in quelle settimane furono migliaia. Per i fatti bellici di quella giornata Francesco Virgilio, ebbe la medaglia di Bronzo con questa motivazione: “Latore di ordini, eseguiva i suoi compiti con zelo. Più volte, sotto l’intenso fuoco nemico, si portava spontaneamente a breve distanza da reticolati avversari, per ricognizioni riuscite utili”. Polazzo, 21 luglio 1915.

Giovanni Battista Tanca13 agosto

Il capitano di fregata Giovanni Battista Tanca, meritò la medaglia d’argento “per l’ardimento, la risolutezza e l’abilità con cui, comandante di una squadriglia cacciatorpediniere, compiva difficili missioni di guerra e per le efficaci disposizioni date alla squadriglia al suo comando, per la ricerca di un sommergibile nemico che condusse al suo affondamento”. Tanca era evidentemente un ufficiale particolarmente preparato che si trovava a comandare non solo la torpediniera della quale era al comando ma addirittura una squadriglia. E nell’occasione citata, l’operazione da lui condotta portò all’affondamento del sommergibile probabilmente tedesco. Un’altra medaglia d’argento fu consegnata a un altro ufficiale, questa volta dell’Esercito, Luigi Frau, sottotenente di Fanteria. Era comandante di compagnia e, il 14 agosto 1915, presso Bosco Cappuccio, nel Carso, “rimasto ferito, dopo essersi fatto medicare ritornava subito sulla linea di fuoco e riprendeva il comando del reparto”. Medesimo riconoscimento fu assegnato a Nicola Montesi, anche lui sottotenente di Fanteria, anche lui per i fatti d’arme svoltisi a Bosco Cappuccio, zona Vallone San Martino del Carso. Montesi ebbe la medaglia “per il comportamento tenuto”, allorquando “già segnalatosi per ardire e intelligenza nel condurre pattuglie in ricognizione, in combattimento, ferito, riusciva col suo energico contegno a riportarlo avanti finché un altro ufficiale poté assumerne il comando”. Frau e Montesi si distinsero in quella sporca e logorante guerra di trincea, fatta di ricognizioni, assalti, contro assalti, nei quali perì tanta bella gioventù italiana. Non abbiamo avuto modo di avere ulteriori notizie di questi tre concittadini, uno dei quali, Montesi, venne ferito, probabilmente in maniera seria. Se qualcuno dei lettori avesse ulteriori notizie da inviarci sarebbero ovviamente molto gradite in quanto consentirebbero approfondire ulteriormente questa storia che andiamo a raccontare, soprattutto darebbe ulteriore memoria a questi tre maddalenini che alla guerra sacrificarono alcuni dei migliori anni della loro vita, se non la vita loro stessa vita.

21 agosto

Il 4 agosto del 1915 le truppe tedesche conquistavano Varsavia (Polonia) e una ventina di giorni dopo la Germania istituì un governatorato generale per l’amministrazione dei territori occupati dall’esercito prussiano. Il 21 agosto, l’Italia, già in guerra con l’Austria-Ungheria da tre mesi, dichiarò guerra anche all’Impero Ottomano, lo Stato turco-musulmano. Motivo dell’intervento, che rappresentò un allargamento del conflitto e del fronte, non fu di certo il genocidio del popolo cristiano degli armeni, da parte dei turchi, iniziato alcune settimane prima bensì la necessità di prestar fede agli accordi stipulati con Francia e Inghilterra, come anche quello di tutelare in propri interessi in Dalmazia che, a guerra finita e possibilmente vinta, sarebbe dovuta passare al Regno d’Italia, quale bottino di guerra. L’estensione della guerra contro i turchi, dei quali a La Maddalena si conosceva, perché tramandato da generazioni, la triste fama, cominciò a preoccupare anche la piazza isolana (in quell’assolato agosto e caldo agosto, caratterizzato dalla scarsità d’acqua disponibile), in considerazione del fatto che probabilmente anche gli alcuni maddalenini vennero lì inviati a combattere. Forse in qualche lettera della quale si sono perse le tracce si fece riferimento alle barbarie compiute dai turchi in quella terra lontana. Lì infatti, tra il 1915 e il 1916, si compì il genocidio sistematico della popolazione armeno-cristiana che viveva all’interno dell’Impero Ottomano, basato sull’integralismo islamico.

22 agosto

Nasce alla Maddalena, Girolamo Sotgiu, emigrò a Rodi, possedimento italiano dopo la guerra italo-turca, sul finire degli anni Trenta. Professore, conobbe e sposò Bianca Ripepi, calabrese, arrivata anche lei nell’isola per insegnare. Dichiarato sovversivo, Girolamo Sotgiu fu espulso dalla scuola locale e, insieme alla moglie, iniziò a dare lezioni private. Tra gli alunni, molti erano i bambini ebrei, impossibilitati a seguito delle leggi anti ebraiche a frequentare la scuola. Quando, dopo l’armistizio, i tedeschi invasero Rodi, iniziarono le deportazioni. Fu a questo punto che i due coniugi salvarono una bambina ebrea, Lina Kantor Amato, i cui genitori erano già stati deportati dai tedeschi. Con dei documenti falsi, riuscirono a far passare la bimba come loro figlia naturale che, fortunatamente, a guerra finita, riuscirà a ricongiungersi con i suoi genitori. La bambina non fu la sola ad essere salvata, altri ebrei ottennero dei documenti falsi per mano di Girolamo e Bianca. Grazie alla segnalazione di Lina Kantor, lo Yad Vashem nel 2015 ha riconosciuto Girolamo Sotgiu e Bianca Ripepi come i 13.066 “Giusti tra le Nazioni”.

29 Agosto

La Brigata Sassari lascia la prima linea per un breve riposo a Villesse.

7 settembre

Nasce a Prato Clara Calamai. Popolarissima attrice degli anni quaranta, appartiene al genere di attrici “dive” in voga in quel periodo, ebbene il suo legame con la nostra isola, sta nel fatto che Clara visse per qualche anno a La Maddalena, frequentandovi le scuole elementari.

27 settembre

La mattina la Benedetto Brin è alla fonda nel porto di Brindisi, è una calma giornata di fine estate. Quindici minuti prima delle otto, a bordo della nave ferve l’attività di tutte le mattine, l’equipaggio si accinge a prendere posto nei rispettivi luoghi di lavoro e gli ordini degli ufficiali suonano alti. I motori, pronti a salpare in caso di allarme, monotonamente girano a basso regime e le amache sono appena state stese sulla coperta per lo “sciorinamento” nella calda mattinata settembrina. Sembra una giornata come tutte le altre ma la tragedia si compie; alle otto esatte una tremenda esplosione rompe l’apparente calma, l’intero porto è scosso da un rombo pauroso (“come di 1000 cannoni” racconterà poi qualche testimone), la corazzata è scossa da un tremore ed una vampata giallo-rossastra si alza per oltre cento metri. La montagna di ferro sembra tremare per le esplosioni continue e rapidamente si piega di lato ferita e scompare sotto il mare. Sulla superficie restano orribili brandelli di carne umana che galleggiano in un mare rosso di sangue e pietosi risuonano i lamenti dei feriti. Ben 21 ufficiali su 30 muoiono ed altri 433 uomini dell’equipaggio non faranno più ritorno a casa. Un maddalenino, il Capo Cannoniere di prima classe Ignazio Pittaluga di 41 anni sarà tra le vittime ed insieme a lui morirà il cannoniere scelto Giovanni Battista Volpe di appena 18 anni; il timoniere della potente corazzata è pure maddalenino, il capo timoniere di seconda classe Pietro Serra, ha appena compiuto 28 anni ed anch’egli troverà la morte; uguale sorte subiranno Giovanni Morelli, stessa classe di Serra, anche lui ventottenne ed il cannoniere scelto Domenico Mazzucco di appena ventuno anni; Salvatore Peroni, maddalenino, pur essendo nato ad Alghero, cannoniere del CREM, aveva 19 anni mentre Umberto Michelini di anni ne aveva solo diciotto ed era un semplice marinaio. Dopo il sacrificio la beffa. Una commissione d’inchiesta stabilì infatti che l’esplosione era stata causata da un atto di sabotaggio compiuto da marinai italiani, pagati dagli austriaci per compiere il tradimento. I responsabili furono scoperti e condannati a morte ma nel 1937 la pena fu tramutata in ergastolo e nel 1942 vennero definitivamente liberati. Le 454 vittime ed i 7 maddalenini erano già stati dimenticati!

5 ottobre

Le truppe anglo francesi, quelle alleate dell’Italia, violando lo stato di neutralità della Grecia erano sbarcate nel porto di Salonicco. Di contro, il giorno dopo 6 ottobre, ebbe inizio l’offensiva della Prussia e dell’Impero Austroungarico nei confronti della Serbia. Pochi giorni dopo, il 12 ottobre, la Bulgaria era entrata nel conflitto mondiale a fianco delle potenze centrali, dichiarando guerra alla Serbia. Il 18 ottobre iniziò la Terza Battaglia dell’Isonzo. Furono positivi i primi assalti sul Monte San Michele, a sud di Gorizia, ma dopo poche ore i contrattacchi austriaci costrinsero i soldati italiani a retrocedere alle posizioni di partenza.

19 ottobre

L’Italia aveva dichiarato guerra alla Bulgaria. E così anche la Russia. Scritto così sembrerebbe di raccontare, freddamente, la trama di un documentario. In effetti ciascuna delle notizie ricordate e degli eventi citati comportarono per coloro che ne furono gli attori, cioè i soldati e i marinai in guerra, e le popolazioni coinvolte, sacrifici, privazioni, sofferenza, dolore, e morte. Per quanto riguardava la piazzaforte di La Maddalena, era ben chiaro ormai che nel conflitto non avrebbe avuto alcun ruolo è già qualche pezzo d’artiglieria cominciava a essere smontato per essere inviato laddove era più necessario, e cioè nel Mare Adriatico dove la Regia Marina svolgeva il proprio ruolo. La base continuava ad essere presidiata da alcune navi e dal naviglio minore ma il resto importante della flotta si trovava invece in altri porti più a ridosso dei mari dove si svolgevano le operazioni belliche. Intanto, proprio dalle navi e dal mare, erano giunte, come è stato scritto nelle ultime puntate, le tragiche notizie dei primi morti maddalenini. Eroi sacrificati per una patria più grande. Così venivano glorificarti dalla propaganda patriottica, necessaria per tenere alto il morale di chi combatteva e di chi li attendeva a casa, retorica nella quale, si badi, bene, in molti ancora credevano, e così venivano definiti nelle scuole dai maestri e dai professori. Ma in effetti altro non erano che figli di mamma crudelmente strappati, in giovane età, alla vita e ai loro affetti.

22 ottobre

Muore in combattimento sul monte San Michele, il maddalenino Anselmino Crescenzo di Domenico, era nato il 5 settembre 1889.

7 novembre

Agli inizi del 1916 era ancora vivo in tutti i maddalenini il ricordo drammatico, ed ancora sanguinante nei familiari, dei morti, dei feriti e dei dispersi della corazzata Benedetto Brin, affondata nel porto di Brindisi per lo scoppio della santabarbara in seguito ad un sabotaggio. Ma le notizie della guerra arrivavano anche dalle molto più vicine coste della Sardegna. Il 7 novembre 1915 c’era stato l’affondamento del piroscafo passeggeri “Ancona”, a largo del Golfo di Cagliari (che effettuava la tratta Napoli-New York), in seguito a siluramento da parte del sommergibile tedesco U-38. La nave trasportava, con i 173 uomini d’equipaggio, 496 passeggeri, la maggior parte dei quali emigranti in America; c’erano anche donne e bambini. Le vittime furono 206. La nave trasportava una tonnellata d’oro (valore: da 22 a 48 milioni di euro). Era il pagamento agli Usa per un carico di armi che il Governo Italiano aveva acquistato in segreto, per combattere l’Austria. Quel carico insieme alle vittime giacciono ancora negli abissi del Mar di Sardegna. In quello stesso giorno lo stesso sommergibile tedesco aveva fondato il piroscafo “France”, al largo di Capo Sandalo (isola di San Pietro). Non ci furono fortunatamente morti essendo stati i naufraghi salvati da un rimorchiatore e trasportati a Cagliari. In quel mese di novembre nelle acque meridionale della Sardegna erano stati affondati anche i piroscafi francesi Dahra. Algerien, Calvados, Ionio e Sidi Ferruch. E se i sommergibili tedeschi intervenivano, indisturbati, a Sud dell’Isola Madre, era possibile che da un momento all’altro potessero agire anche al Nord, dalle parti dell’Arcipelago.

24 novembre

Dal maggio 1915 sino alla fine dell’anno il Regio Esercito Italiano e la Regia Marina si scontrarono, senza tregua, con truppe e navi dell’Impero Austro-Ungarico, su un ampio fronte che andava dallo Stelvio al Mare Adriatico. Si combatté in particolare sull’altopiano di Asiago e sulle insanguinate rive del fiume dell’Isonzo. Il generale Luigi Cadorna, capo supremo delle Forze Armate Italiane, s’intestardì proprio sulla linea dell’Isonzo dove mandò all’assalto e allo sbaraglio, migliaia e migliaia di soldati. Nel 1915 furono quattro le Battaglie dell’Isonzo, una tra giugno e luglio, un’altra tra luglio e agosto, un’altra tra ottobre e novembre e un’altra ancora altra tra novembre dicembre. Attacchi praticamente incessanti, anche all’arma bianca, e molto sanguinosi. Il costo di vite umane fu infatti molto alto ma i risultati piuttosto scarsi. Quelle battaglie misero fuori uso circa un quarto del contingente italiano, sprovvisto di armi adeguate come anche degli indumenti necessari per fronteggiare il freddo che dai primi di novembre fu un altro nemico da combattere (quell’inverno fu particolarmente rigido specialmente in montagna). E Cadorna fu severissimo. Le insubordinazioni vennero punite con processi marziali e fucilazioni. Intanto, il 24 novembre la Serbia soccombette e venne conquistata dalle Potenze Centrali, nemiche dell’Italia. Dall’inizio delle ostilità (24 maggio) a tutto dicembre 1915, furono 21 i maddalenini morti in quella guerra; 12 di terra e 9 di mare. Imprecisato il numero dei feriti. Partiti per la guerra, chi con entusiasmo chi con rassegnazione, le salme vennero sepolte, quelle ritrovate, nei luoghi del ‘martirio’. Le cartoline del Regno, Ministero della Guerra, giunsero per 21 volte nelle case di tante famiglie maddalenine, portando lutto, sconforto e dolore. Per alcuni di loro il parroco Antonio Vico celebrò il penoso rito funebre senza “corpore presente”. Altri furono invece vennero ricordati in cerimonie civili, con sindaco e autorità presenti. Particolarmente i tanti morti maddalenini della corazzata Benedetto Brin, bombardata a Brindisi e affondata in seguito all’esplosione della santa barbara, tragico episodio che destò in tutta la popolazione, militare e civile, molta impressione.

24 dicembre

La sera della vigilia di Natale del 1915 il parroco di La Maddalena Antonio Vico (allora era solo una la Parrocchia), intonò con la sua voce baritonale, le prime note della Novena di Natale. Non era accompagnato dall’organo, questa volta, perché il giovane che vi si cimentava era stato richiamato in guerra. Erano le cinque e mezza e il sacrestano veneto, Antonio Bordignon, aveva acceso lumi e candele per rischiarare la Chiesa ormai buia e fredda. Le avrebbe spente una mezz’oretta più tardi per poi riaccenderle, questa volta tutte quelle disponibili, alle 23:30, per l’inizio della Messa di Mezzanotte. Sia la Novena che la Messa della Natività furono gremitissime di fedeli, intere famiglie vi si recarono, anche quelle non abituali alle sacre funzioni ma il Natale è … il Natale. Anche perché tante di loro, ma tante, avevano padri, fratelli, figli, giovani sposi, lontani, molto lontani, al fronte o per mare. Don Vico, nell’omelia non poté non ricordare il momento particolarmente difficile che l’Italia e la comunità maddalenina stavano vivendo, e la commozione, insieme all’angoscia, assalì coloro che erano presenti. Dall’inizio della guerra erano stati 21 i maddalenini deceduti. E quasi tutti giovanissimi, e figli del popolo: di panettieri, di muratori, di calzolai, di fanalisti, di agricoltori, di pescatori, di sarti, di scalpellini, di marittimi, … E nessuno di quei poveri figli di mamma lo si era potuto riportare a casa, per nessuno di loro, i familiari, potevano recarsi su una tomba per piangerli. Non solo ma di molti di loro non solo si ignorava il luogo di sepoltura ma addirittura la sorte. Molti, forse una cinquantina, erano rimasti feriti, alcuni anche gravemente, durante le operazioni di terra e di mare. Erano giorni di nostalgia e di angoscia. “Una nube di tristezza avvolge anche quest’anno la lieta solennità Natalizia”, ebbe a dire alla vigilia di Natale 1915 Papa Benedetto XV. “L’espressione dei sentimenti ispirati dalla soave ricorrenza, non ha potuto spogliare la sua commossa parola della lugubre veste del comune dolore. Se infatti volgiamo lo sguardo a vicine ed a lontane regioni, Ci colpisce anche oggi il ferale spettacolo di una umana carneficina, e se nell’anno scorso lamentavamo, in somigliante circostanza, l’ampiezza, la ferocia, gli effetti del tremendo conflitto, oggi dobbiamo deplorare l’espansione, la pertinacia, l’oltranza, aggravate da quelle micidiali conseguenze che del mondo hanno fatto ospedale ed ossario, e dell’appariscente progresso della umana civiltà un anticristiano regresso”. “Quando l’uomo ha indurito il suo cuore e l’odio ha pervaso la terra”; andò a concludere Papa Benedetto XV, “quando imperversano il ferro ed il fuoco ed il mondo risuona di armi e di pianti; quando gli umani accorgimenti si sono mostrati fallaci ed esula ogni civile benessere, la fede e la storia Ci additano, come unico scampo, la Onnipotenza supplichevole, la Mediatrice di ogni grazia, Maria… e allora con sicura fiducia diciamo: Regina pacis, ora pro nobis!”.