Correva l’anno 1951

14 gennaio

Si tiene l’inaugurazione del cantiere con la posa della prima pietra dell’Opera Pia. Don Salvatore Capula, dopo aver pronunciato brevi parole, ha benedetto la posa della prima pietra dell’erigenda Opera Pia Santa Maria Maddalena, opera che egli ha così definito: “non è mia, non è vostra, è di tutti!”. Il sindaco della città signor Giuseppe Merella, aveva poco prima murato nel granito una pergamena firmata da tutte le autorità presenti ed aveva buttato la prima cazzuola di calce sulla quale veniva posata la prima pietra. Alla breve, semplice ed austera cerimonia erano presenti il Comandante di Marina e delle Scuole Cemm, Capitano di Vascello Bartelletti Fulvio, il direttore dell’Ospedale ten. col. Sagristani, il cappellano militare don Paolo Carta, il preside del Ginnasio prof. Sarpi, il preside delle Magistrali Dott. Gana, il Prof. Gabella, il direttore didattico prof. Lubrano, il pretore dott. Dettori, l’ingegner Lorenzo Battino, il dottor Renzo Manca, l’industriale sig. Gaetano Vasino, la Giunta Comunale al completo e molte altre autorità di cui ci sfugge il nome e alle quali chiediamo scusa. L’erigenda opera sorgerà nella stessa area dove un tempo sorgeva il vecchio cimitero che aveva raccolto i resti mortali degli abitanti dell’isola dal 1840 al 1894. Dove un tempo regnava la morte, presto regnerà la vita. L’Opera Pia “Santa Maria Maddalena” ha lo scopo di raccogliere l’infanzia abbandonata della nostra isola, nella quale opera troverà luogo di conforto e di educazione. Il primo lotto dei lavori, quello ora iniziato, comprende una grande sala di metri 15 per 9 con attigua cucina, dispensa, servizi, servizi igenici e una sala di ricreazione. Questo primo lotto dovrebbe essere seguito da altri, secondo un piano preordinato da un grande progetto studiato in tutti i suoi particolari dall’ing. Lorenzo Battino,e che realizzato, costituirà un complesso di fabbricati di aspetto estetico, pregevole e molto accogliente, in quanto contornato internamente da ampi portici che abbracciano una cappella, tra gli alberi di pini ed eucalyptus già esistenti. Nei fabbricati laterali avranno sede ampi e luminosi laboratori per l’addestramento professionale dei piccoli, aule di lezione, sale da gioco, nonché vasti ed accoglienti dormitori e refettori. L’Opera è grande come è grande il cuore dell’ideatore, il nostro amato sacerdote mons. Salvatore Capula. Nella grande impresa egli sarà certamente aiutato da tutte le autorità locali e da tutti i cittadini. A tutti preghiamo, fin da questo momento, nel limite delle loro possibilità, di contribuire al compimento di questa Opera che darà asilo e vita a tanti bimbi poveri della nostra bella isola.” dal “Giornale d’Italia”.

21 gennaio

Esordisce nell’Ilva a 16 anni nel campionato Interregionale sardo-laziale 1950-51 Piero Paoli. Negli anni Cinquanta e Sessanta è stato uno dei migliori elementi espressi dal calcio sardo. Dotato di classe cristallina, accompagnava alla innata intelligenza tattica una naturale capacità di palleggio ed un calcio preciso e potente. Nato come punta, ha poi brillato come rifinitore e uomo di regia, costante punto di riferimento per i tanti ragazzi che negli anni lo hanno affiancato. Arrivato a La Maddalena dalla nativa Pietrasanta (Lucca) calcisticamente cresce sotto la guida del padre, allenatore di valore. Esordisce nell’Ilva nel campionato Interregionale sardo-laziale 1950-51 (San Gavino-Ilvarsenal 3-1 del 21/1/1951). L’anno successivo passa all’Olbia, con la quale disputa due campionati realizzando 31 reti in 55 partite. Dopo aver contribuito al salto di categoria dei bianchi olbiesi passa alla Torres, con la quale milita tre anni in Serie D. Gioca un anno a Campobasso nella stessa categoria e poi rientra alla società di origine. Con l’Ilvarsenal gioca dal 1957 al 1966 totalizzando più di 230 partite e mettendo a segno oltre 110 reti, con una media realizzativa che pochi possono vantare. Gioca l’ultima partita in bianco-celeste a La Maddalena il 29 giugno 1966 (Ilvarsenal-Quartu 0-0). È stato anche capitano della Rappresentativa dilettanti della Sardegna allestita da Cenzo Soro, e insieme a Mario Pisano fu selezionato per partecipare alle Olimpiadi di Roma del 1960 con la nazionale dilettanti; poi una interpretazione estensiva del regolamento olimpico portò a schierare invece giovani calciatori già affermati come Rivera, Bulgarelli, Trapattoni, Salvatore, Burgnich ed altri di questo livello. Nel 1966/67 assunse l’incarico di allenatore-giocatore del Palau, e trasferitosi a Sassari si farà apprezzare in tutta la provincia come allenatore di numerose squadre, tra le quali Macomer, Porto Torres, Ossese, Ittiri.

18 giugno

Inizia i suoi lavori il Comitato di studio del Piano di Rinascita nominato d’accordo fra governo nazionale e Regione.

22 giugno

Muore Pasquale Rivieccio “Squarciò“. Sicuramente il pesatore maddalenino più conosciuto al mondo, infatti grazie allo scrittore maddalenino Franco Solinas, si è trasformato in una sorta di leggenda, grazie alle gesta raccontate nel libro di Solinas “Squarciò e al film di Pontecorvo – Solinas, “La lunga strada azzurra”. Pasquale nasce a La Maddalena da genitori ponzesi e la sua vita è da sempre avvolta in una sorta di mistero. La sua audacia e la sua furbizia era riconosciuta in tutta l’isola, abile pescatore fin da bambino, si “convertì” all’uso delle bombe, per “necessità”, infatti, con la motivazione “di dover portare avanti la famiglia numerosa”, Pasquale come tanti altri maddalenini si dilettavano a fare i “bombaroli”. A sentire la gente di mare che lo ha conosciuto, era un tipo allegro e scherzoso, molto devoto a S. Antonio e alla S.S. Trinità. (il giorno della festa “d’a Trìnita”, regalava tutto il pescato della giornata per allietarne la festa) Il 26 giugno 1951. Antonio D’Arco e suo figli, mentre si stavano recando nella zona di pesca, scorgono una barca che a forte velocità si dirige verso l’ospedale militare, si accorgono che la barca in questione è quella di Squarciò, con uno al timone, accompagnato dal giovane marinaio Gavino, i D’Arco, dapprima rimasero interdetti, e pensarono, quale potesse essere il motivo che avesse indotto Rivieccio a tornare a terra, a quell’ora e con una giornata “meteorologicamente splendida”. I D’Arco, perplessi, proseguono comunque e all’altezza di Punta Tegge, Antonio, dice al figlio di scendere a terra e dirigersi verso casa per poter stare vicino alla madre in attesa di un altro figlio, il giovane mentre si avvia verso casa (sotto lo “Spiniccio”), quando arriva a Cala Gavetta, vede una calca di gente che guarda verso il mare, Antonio si avvicina con fare curioso e chiede “cosa fosse successo”, un uomo si volta e gli risponde, “come non lo sai, è successa una disgrazia a tuo zio”, “ma come disse lui, abbiamo visto la barca”, l’uomo rispose, “si la barca era la sua, ma lui non c’è, a bordo c’è solo Giuseppe gravemente ferito”. Antonio, molto scosso, vede che i fratelli di Squarciò tentano di far partire invano il motore di una barca e vedendo il giovane chiedono se ne fosse capace, alla risposta affermativa, lo fanno saltare a bordo e acceso il motore partono alla volta di Razzoli.

Arrivati, chiedono notizie al fanalista, che risponde loro di aver sentito una forte esplosione, ma non crede che sia in zona, allora i tre iniziano di proseguire a remi e iniziano a perlustrare anfratti e insenature. Quando giungono a “le catene”, si presenta loro, uno spettacolo terrificante, vedono tra gli scogli, anneriti dalla forte esplosione, i corpi dei due sventurati (o meglio, quello che restava di loro). Il giovane terrorizzato vede lo zio con gli occhi rivolti al cielo, urla ai presenti: “E’ ancora vivo”, urla il giovane, ma così purtroppo non è, il suo corpo dilaniato è incastrato tra due rocce, l’altro è a poca distanza da lui. Subito i due fratelli di Squarciò intimano al giovane di stare a bordo con il motore acceso e rapidamente, tentano di far sparire tutto ciò che potesse far capire la dinamica dell’accaduto, alle forze dell’ordine che stavano sopraggiungendo sul posto. Ascoltati sul posto, i due fratelli, dichiarano che: “mentre attendevano di salpare le reti, scesero a terra e accesero un fuoco per riscaldarsi, non accorgendosi di averlo fatto in un posto dove qualcuno aveva celato dell’esplosivo. Dal registro dei “Pronti Soccorsi” della Infermeria Autonoma della Marina Militare, apprendiamo che alle ore 10:30 veniva trasportato il diciassettenne Rivieccio Giuseppe di Pasquale, accompagnato da Pittalis Gavino, il quale dichiarava di esser stato colpito dall’esplosione di un proiettile che il padre raccoglieva dalla riva di Razzoli, a pochi passi da lui. Presenta numerose ferite lacero-contuse di varia grandezza. Il Rivieccio Giuseppe, morirà a settembre a causa delle infezioni derivate dall’esplosione.

10 agosto

La dimissione degli assessori sardisti provoca la prima crisi regionale. Nasce una giunta monocolore DC con l’appoggio dei monarchici. I sardisti passano all’opposizione.

settembre

L’Ilvarsenal partecipa al campionato di Promozione Interregionale Girone I (Albatrastevere, Sanlorenzoartiglio Roma, Civitavecchiese, Fiamme Azzurre Roma, Formia, Frascati, Humanitas Roma, Ilvarsenal La Maddalena, Italcalcio Roma, Italpiombo San Gavino Monreale, Monteponi Iglesias, Montevecchio Guspini, Romulea, Terracina, Tivoli, Torres Sassari.)

18 ottobre

Nubifragi e alluvioni con gravi danni in tutta l’isola. Pochi giorni dopo giunge a Cagliari, a bordo della corazzata Andrea Doria, il presidente Einaudi che visita le zone colpite.

4 novembre

Il censimento registra in Sardegna 1.276.000 abitanti. La Maddalena contava 10.789 unità. Si registrerà un -5,5% rispetto al rilevamento precedente del 1936. Sono, questi dati, l’indice più autorevole delle variazioni della situazione economica dell’Isola avvenute a cavallo degli anni che vanno dallo scoppio della seconda guerra mondiale alla sua conclusione. In pochi tempo, oltre ad avere subito le calamità causate dalle operazioni belliche e i lutti per i decessi dei propri figli in terra straniera, La Maddalena aveva perso più di un terzo della popolazione, aveva conosciuto la fine improvvisa del benessere generalizzato dovuto alle commesse militari che avevano sostenuto un’economia statale di discrete proporzioni, se paragonata con il resto della Sardegna, aveva sofferto per la stagnazione delle opportunità di lavoro.