Correva l’anno 1952

Don Salvatore Capula (1933 – 1998) decise che la chiesa fosse ulteriormente ampliata in lunghezza di circa otto metri che aggiungeva una cappella per lato. Venne cambiata la facciata ottocentesca, ne fu costruita una nuova (orribile) bianca in “stile mediterraneo” su progetto dell’architetto Antonio Simon Mossa. Nella parte superiore un grande mosaico circolare raffigurante Santa Maria Maddalena, donato da “Ada Ferrigno”. La facciata di oggi riprende lo stile del 1814, i lavori iniziarono nel 1993 e terminarono dopo tre anni , su progetto dell’architetto Pierluigi Cianchetti. L’interno della chiesa precedente ai cambiamenti del 1952, era ricca di stucchi policromi, cornici, soggetti floreali, festoni e gli affreschi dell’abside (dipinti nel 1925 dal Linari).

16 marzo

Nel 1951-’52 Ilva e Torres si trovano davanti per la prima volta in un campionato nazionale: nella fossa dei leoni finisce 3-1 per gli isolani. Dopo il vantaggio di Vanni Sanna, la rimonta è firmata Zonza, Tugnoli e Linaldeddu. All’Acquedotto niente gol: la gara finisce 0-0. E’ il 16 marzo 1952 ed è una data da tenere a mente: le due squadre non si affronteranno più in una gara di campionato per oltre cinquant’anni. Al termine di quella stagione la Torres venne ammessa al neonato torneo di quarta serie con Monteponi Iglesias, Romulea, Montevecchio Guspini e Terracina mentre l’Ilva rimase in promozione.

11 maggio

Ilvarsenal-Terracina (0-1), ultima gara interna di quella sfortunato torneo Interregionale sardo-laziale. Espugnando il Comunale il Terracina consolidò la propria posizione utile a confermare la categoria, mentre l’llvarsenal era ormai rassegnata al ritorno nel torneo regionale. Giova ricordare che la nostra squadra in condizioni normali avrebbe meritato un’altra salvezza, ma quell’anno la pianificata ristrutturazione dei campionati comportò l’istituzione di soli otto gironi di Quarta Serie (in sostituzione dei 13 della Promozione Interregionale), cui avrebbero avuto accesso solo le prime 5 classificate. L’Ilva, dopo il brillante girone di ritorno dell’anno precedente, partì molto bene e forse per un periodo accarezzò la possibilità di confermare la più selettiva categoria; ma poi, appesantita da varie difficoltà (anche di natura finanziaria), si orientò verso un drastico ridimensionamento dei programmi societari. Dall’unito articolo de La Gazzetta Sarda si può notare che l’Ilva schierò quel giorno alcuni giovani in sostituzione di diversi elementi assenti per motivi diversi (dei calciatori maggiormente utilizzati mancavano Rubbiani, Faiella, Agostini, Bellei, Vitiello e Pais). Quella domenica quindi si esaurì a La Maddalena la prima esperienza in un torneo nazionale. L’anno successivo, nel campionato di Promozione, l’Ilvarsenal raggiunse i cugini del Cral Marina e La Maddalena – unico paese in Sardegna – schierò due squadre nel massimo campionato regionale.

26 maggio

In una situazione di grande contrapposizione ideologica, che sovente sconfinava nella contrapposizione personale, come alcuni episodi dimostrarono subito dopo le elezioni, con una sinistra che stava guadagnando consenso in modo netto specialmente fra le maestranze dell’Arsenale – l’unica fonte di reddito certa per una comunità uscita sconvolta dalle distruzioni della guerra e dal lungo periodo di occupazione angloamericana – si arrivò alle elezioni amministrative del 26 maggio. Era innegabile la spinta che, partendo dalle classi più umili della città, raggiungeva tutti coloro che erano impegnati nel terziario statale. La fascia di popolazione che viveva grazie al salario fornito dal Ministero della Difesa, reclamava, anche in modo confuso e retorico, la fine di una condizione di evidente difficoltà economica, chiedendo una politica marcatamente sociale che, durante il quinquennio dell’amministrazione Merella, era stata completamente disattesa. Si dice, con la sapienza d’oggi, che il sindaco Giuseppino Merella, eletto nel 1947 in sostituzione di Elindo Balata, sia stato per tanti anni il portaordini della sacrestia, ovvero la staffetta tra il palazzo comunale, la sacrestia e di nuovo il palazzo comunale. Certamente il cattolicissimo maresciallo dei carabinieri in pensione fu un uomo ligio ai dettami della parrocchia, se questo atteggiamento lo esaminiamo dal punto di vista cattolico tradizionalista, ossia tenendo in debita considerazione la veste che don Salvatore Capula stava cucendo addosso all’istituzione ecclesiastica rispetto alla città, con metodo e coraggio. Nelle aspirazioni del sacerdote la parrocchia sarebbe dovuta diventare il centro propulsore della vita associativa e culturale dell’Isola, il volano delle iniziative di controllo sociale e d’aiuto economico e spirituale. L’E.C.A., l’ente comunale di assistenza, se opportunamente gestito, poteva fornire un bacino di consensi pressoché inesauribile, almeno per quell’epoca, in cui non esistevano i cosiddetti ammortizzatori sociali, ed era, nella realtà, una cambiale in bianco da potersi spendere con successo in evenienze amministrative. Era nata così l’idea tutta parrocchiale, ad esempio, di utilizzare lo spazio che si era creato con l’eliminazione del vecchio cimitero per realizzare una grande opera di utilità ‘cattolica’, la cosiddetta ‘Opera Pia’, anch’essa funzionale al progetto socio-politico del parroco. L’opera, d’innegabile contenuto sociale, iniziata nel marzo del 1951, non fu mai portata a compimento nonostante la forte volontà con cui don Capula si impegnò per parecchi anni. Progettata per accogliere un grande oratorio, un centro culturale, un teatro, delle strutture funzionali ai fini parrocchiali, è ancora lì a dimostrare l’esistenza di un disegno grandioso mai realizzato. Il vento della sinistra, il vento dell’Est, spirava ancora forte e a La Maddalena: l’agguerrito nucleo ‘socialcomunista’ non aveva certo intenzione di mollare la presa e lottava perché si procedesse quanto prima sulla strada delle riforme sociali. Anzi i militanti socialisti e comunisti dell’isola iniziarono a prendere coscienza della sconfitta del 1946 e della ‘batosta’ del 1948. Erano disonori che potevano essere vendicati con una condotta politica più accorta e più tattica. Occorreva prendersi una rivincita su tutti coloro che intendevano, in un modo o nell’altro, mettersi al riparo dal vento e far tornare La Maddalena al rango di comunità quieta e sottomessa alle direttive di imbonitori più o meno lontani, e sicuramente poco interessati, a cancellare un passato fatto sì di benessere, ma anche e soprattutto di condizionamenti. Prendevano o riprendevano corpo la coscienza di classe, la difesa del posto di lavoro, la lotta per il miglioramento e l’adeguamento dei salari, l’impegno per la realizzazione di opere sociali, lo slancio per le riforme istituzionali, l’obbligo di disegnare una nuova città più moderna. Insomma maturavano quegli ideali che in altre parte d’Italia avevano trovato solide affermazioni. Per realizzare il sogno, alle sinistre maddalenine occorreva superare due ostacoli, apparentemente insormontabili: dare vita ad un’alleanza politica capace di battere la Democrazia Cristiana e sfuggire alla tendenza del governo italiano a seguire quello statunitense che intendeva mettere i ‘rossi’ fuori gioco ovunque con le buone o con le cattive maniere. La prova dei fatti avrebbe dimostrato nel giro di un anno che certi ostacoli, allora, erano davvero insuperabili, anzi che era pericolosissimo tentare anche semplicemente di superarli. Battere la Democrazia Cristiana! Nella sezione del partito comunista e in quella del partito socialista le speranze erano comunque accese. Queste speranze erano rinfocolate anche dalle notizie di mobilitazione che arrivavano da altre parti d’Italia. Ma l’impresa era di quelle che fanno tremare le vene dei polsi. Alle ultime elezioni politiche, quelle del 18 aprile 1948, lo ‘scudocrociato’, da solo, aveva ottenuto il 55,9% dei voti! Una maggioranza assoluta che sarebbe stato davvero difficile, quasi impossibile, strapparle, se ricordiamo come procedeva l’organizzazione che don Salvatore Capula stava dando alla parrocchia. Il solerte e perspicace parroco aveva chiamato da tempo a raccolta tutti i suoi più fidati collaboratori, e, attraverso lunghe riunioni e lunghe discussioni che fungevano per lui da cartine di tornasole per arrivare a scegliere le persone più adatte a finalizzare il suo disegno di ‘evangelizzazione’, aveva affinato dei metodi alquanto moderni per raggiungere capillarmente la popolazione e studiare da vicino i bisogni religiosi, ma soprattutto materiali, di ogni cittadino. Aveva approntato schede che egli curava ed aggiornava costantemente, in cui rilevava tutte le sfumature politiche di un nucleo familiare, dal capofamiglia, alla moglie, ai figli, ai nipoti. Alcuni giudizi, su famiglie notoriamente ‘rosse’, erano lapidariamente di chiusura, ma nella maggior parte dei casi il giudizio lasciava aperta la possibilità di un incontro futuro, di un ammorbidimento delle rispettive posizioni sino ad arrivare ad una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Un approccio che il parroco riusciva a portare a compimento attraverso l’ineluttabilità delle proprie incombenze che toccavano la sfera privata: le nascite, le morti, i matrimoni, i battesimi, ecc.. Con questo sistema, e con quello delle Basi Missionarie dell’Azione Cattolica disseminate strategicamente in ogni quartiere della città, don Capula aveva praticamente sotto controllo la dinamica sociale e, ovviamente, quella politica. In parecchi casi, occorre dirlo per verità storica, queste ‘unità caritatevoli’ furono in grado di alleviare delle situazioni di degrado che la povertà degli anni rendeva inevitabili. L’inserimento nell’organizzazione cattolica di attivisti pratici dei luoghi e delle persone, a conoscenza dei veri bisogni della gente, favoriva l’aiuto materiale – il piatto di pasta fatto inviare senza troppi clamori alla famiglia che aveva urgente bisogno di smarcare una cena e di riempire lo stomaco di tre o quattro zitéddhi affamati, qualche conticino della spesa che si stava allungando troppo, fatto chiudere dal sacrestano inviato presso il droghiere, l’indicazione a un imprenditore del nome di un giovane ragazzo disoccupato – creava fiducia ed era il primo gradino per realizzare sovente legami indissolubili con la parrocchia, su cui ovviamente si poteva contare ad occhi chiusi. I propositi del governo nei confronti de La Maddalena, o meglio della sinistra maddalenina, non erano per altro affatto diversi da quelli che si andavano delineando altrove e rispondevano a un disegno di oscura repressione che faceva il paio, negli Stati Uniti, con la crociata anticomunista portata avanti dal senatore Joseph McCarthy e che in quel torno di tempo, stava raggiungendo estremi parossistici. In Italia il testimone della crociata anticomunista era stato raccolto da tutto il governo De Gasperi, e, in particolar modo, da Randolfo Pacciardi, un uomo sulla cui visione politica non è stata ancor detta l’ultima parola, ex partigiano, ex repubblicano, ex tutto, e strenuo persecutore, ahimé proprio da ministro della Difesa, degli elementi ‘rossi’ all’interno degli stabilimenti di lavoro dipendenti dal dicastero, fra cui appunto, ricadeva l’Arsenale di Moneta. Per battere la DC sul fronte interno i ‘socialcomunisti’ avevano bisogno di un’alleanza forte e la trovarono nella ‘Lista Cittadina’, una versione edulcorata della fratellanza massonica, che raggruppava sì parecchi fratelli ma anche gente più o meno comune, diciamo così, unita in una sorta di alleanza anticlericale, che portava gli aderenti ad essere critici nei confronti della sacrestia e, certamente a non avallare, politicamente parlando, l’opera fervente del parroco, tutta tesa a ristabilire a La Maddalena – terra di socialisti, comunisti e massoni, nonché di adepti protestanti evangelici la predominanza della chiesa cattolica su ogni altra confessione e, forse, non erano nemmeno simpatizzanti della sinistra, ma si rendevano conto che soltanto con un’alleanza di questo genere si poteva mandare in minoranza la Democrazia Cristiana e tentare, magari, di frenare le attività di una sacrestia sempre meglio attrezzata alla lotta. La borghesia isolana, o una gran parte di essa, memore del ruolo dirigenziale svolto almeno sino allo scoppio della guerra, tentava attraverso un connubio davvero speciale, di riconquistare spazi perduti e celermente occupati dal consenso diffuso del nuovo partito del popolo, la Democrazia Cristiana. Nacque così, e per qualche tempo difficoltosamente sopravvisse ai contraccolpi inevitabili, un’alleanza strana ma efficace, capace di relegare lo ‘scudocrociato’ all’opposizione e di inaugurare la pur breve, brevissima, stagione della maggioranza laica e di sinistra. Per i comunisti, l’aria che si respirava non era delle più favorevoli, quindi. Ben presto giunsero i tempi bui. Augusto Morelli, compagno di lotta di Mario Birardi, dirigente di spicco del PCI in Gallura, più volte consigliere comunale – a Tempio Pausania e a La Maddalena – e provinciale a Sassari – insieme con altri 15 colleghi, presso il cantiere navale militare di Moneta, fu estromesso dal posto di lavoro, non gli venne rinnovato il contratto, senza un valido motivo. La sua sola colpa era quella di militare in un partito politico che non perseguiva gli ideali che andavano affermandosi nel mondo occidentale, quello filo-atlantico e legato alla linea imposta dagli Stati Uniti d’America. Il comunismo era l’errore da correggere, il nemico da combattere. Il grande lavoro di propaganda, la grande pressione che il gruppo di ‘Avanguardia Garibaldina’ esercitava sui giovani e sulle maestranze arsenalizie si tradusse nell’imponente vittoria che il fronte social comunista, sostenuto dalla massoneria, ottenne alle elezioni amministrative. Il lavoro di preparazione della campagna elettorale non fu agevole. La DC e l’Azione cattolica disponevano di un’organizzazione capace di fronteggiare qualsiasi forza avversaria. Vedi anche: Alla vigilia delle elezioni del 26 maggio 1952

27 maggio

Giorno immediatamente successivo a quello delle elezioni, il sindaco uscente Giuseppino Merella si affrettò a convocare il nuovo consiglio comunale, a maggioranza laica e sbilanciata nettamente a sinistra, per la convalida degli eletti e per la nomina del sindaco e della giunta municipale.

1 giugno

Tra i 1.300 lavoratori degli stabilimenti militari italiani, ai quali, in piena guerra fredda, non fu rinnovato il contratto di lavoro a tempo determinato, 16 erano dell’Arsenale di La Maddalena. Si trattò di Giuseppe Coppadonna, Francesco Secchi, Mario Filinesi, Egidio Cossu, Augusto Morelli, Paolo Deleuchi, Umberto Acciaro, Elio Amato, Antonio Carta, Piero Del Giudice, Sergio Bruschi, Nino Virgona, Silvio Rinaldi, Giovanni D’Oriano, Michelino Mureddu e Mario Carta. Si trattò di quella che ancora dolorosamente viene ricordata come la seconda ondata dei licenziamenti politici presso la struttura militare di Moneta. Di questi alcuni erano iscritti al PCI e/o alla CGIL, altri giocavano a pallone nella squadra della Proletaria, altri erano dell’Azione Cattolica e/o democristiani. (I ‘non comunisti’, vennero riassunti qualche tempo dopo.) Il consiglio comunale, il primo a maggioranza di sinistra nella breve storia della rinascita democratica – un’esperienza non si ripeterà mai più in avvenire – “rendendosi interprete del turbamento che pervade la popolazione”, votò all’unanimità un ordine del giorno impostato in questi termini: “Il consiglio comunale di La Maddalena, riunitosi in assemblea straordinaria, venuto a conoscenza dei gravi provvedimenti di licenziamento relativi a 16 operai dipendenti della sezione arsenale della marina militare, mentre ravvisa un tentativo di liquidazione dell’arsenale con grave pregiudizio per la vita economica e sociale dell’Isola, eleva una vibrante protesta nei confronti delle autorità responsabili, solidarizza a nome di tutta la cittadinanza con gli operai licenziati e con le loro famiglie e dà mandato alla Giunta comunale per svolgere e prendere tutte le iniziative e contatti necessari tendenti alla risoluzione di questo grave problema”.I ‘socialcomunisti’ inoltre, avevano fatto inserire all’o.d.g. alcune proposte popolari fra cui una in cui si invitava il sindaco a chiedere al Comando Militare Marittimo in Sardegna la disposizione di un certo numero “di alloggi ora disabitati” per far fronte provvisorio alla richiesta di case, in attesa di realizzare quelle “popolarissime”. La cronaca, stringata, riferisce che “la proposta venne presa in considerazione”.

2 giugno

Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, giunge a La Maddalena da Napoli a bordo dell’incrociatore ‘Andrea Doria’ per commemorare il settantesimo anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi. Era accompagnato dalla moglie donna Ida, dal ministero della difesa Rodolfo Pacciardi, dal presidente della giunta regionale Luigi Crespellani e dal prefetto di Sassari. Alle commemorazioni presero parte anche Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio, il senatore Aldo Spallicci, presidente del Comitato Nazionale Garibaldino e l’onorevole Giuseppe Chiostergi in rappresentanza delle due Camere. Fu ricevuto nella dimora di Caprera dalla figlia dell’Eroe Clelia e ripartì per Napoli verso le ore 13.

3 giugno

Il nuovo Consiglio comunale, alla prima seduta, votò per l’esclusione di Aldo Chirico. (Chirico, originario di Tempio Pausania, medico conosciuto, valido giornalista e famoso per aver comunicato segretamente con Mussolini, durante la sua prigionia avvenuta a La Maddalena nell’agosto del 1943, si era trovato nella condizione di ineleggibilità proprio per i suoi trascorsi in camicia nera e per la carriera politica svolta sotto il regime, culminata con la nomina a podestà in un comune con popolazione superiore a diecimila abitanti, come era quello de La Maddalena, in epoca anteriore al 25 luglio del 1943, il giorno in cui era terminata l’era fascista.) Superato l’empasse preliminare, la maggioranza di matrice social-comunista-massonica riuscì finalmente completare il progetto elaborato in campagna elettorale. Il nome del sindaco era un punto fermo dell’insolita alleanza, ed era stato deciso già alla vigilia delle elezioni. Era un nome d’eccellenza, quello del giornalista e scrittore Renzo Larco, che era stato posto a capo della ‘Lista Cittadina’. (Furono nominati assessori effettivi il comunista Salvatore Magnasco, i civici Luigi Papandrea e Natalino Berretta e il socialista Salvatore Vincentelli.)

24 giugno

Passerà alla storia, come la data dei “licenziamenti politici all’Arsenale”. Tra i 1.300 lavoratori degli stabilimenti militari italiani, ai quali, in piena guerra fredda, non fu rinnovato il contratto di lavoro a tempo determinato, 16 erano dell’Arsenale di La Maddalena. Si trattò di Giuseppe Coppadonna, Francesco Secchi, Mario Filinesi, Egidio Cossu, Augusto Morelli, Paolo Deleuchi, Umberto Acciaro, Elio Amato, Antonio Carta, Piero Del Giudice, Sergio Bruschi, Nino Virgona, Silvio Rinaldi, Giovanni D’Oriano, Michelino Mureddu e Mario Carta. Si trattò di quella che ancora dolorosamente viene ricordata come la seconda ondata dei licenziamenti politici presso la struttura militare di Moneta. Di questi alcuni erano iscritti al PCI e/o alla CGIL, altri giocavano a pallone nella squadra della Proletaria, altri erano dell’Azione Cattolica e/o democristiani. I ‘non comunisti’, vennero riassunti qualche tempo dopo.Questo episodio è riconducibile alla più ampia “epurazione” voluta dagli Stati Uniti d’America all’indomani della seconda guerra mondiale. In funzione del sostegno economico e militare concordato con Alcide De Gasperi e i suoi collaboratori, gli americani pretesero l’allontanamento dei “comunisti” da tutti gli impianti di interesse militare. “Vi sarebbero due vantaggi ad intraprendere tale azione. Prima di tutto essa aiuterebbe a proteggere le operazioni e gli impianti contro il sabotaggio, e in secondo luogo dimostrerebbe al popolo italiano che vi sono dei vantaggi a non essere comunisti “. Sono le parole dell’allora Segretario di Stato americano Dean Acheson rivolte ad Alcide De Gasperi nell’incontro avvenuto il 2 settembre 1951 a Washington, in occasione di uno dei viaggi americani del Presidente del Consiglio Italiano. Era presente anche l’Ambasciatore italiano negli USA Alberto Tarchiani. I licenziamenti dell’Arsenale Militare di La Maddalena sono assimilabili a quelli dei portuali di Livorno e ad altri licenziamenti politici di massa avvenuti alla Fiat. Fu in questo clima di depressione economica e civica che la comunità maddalenina si barcamenò per circa 15 anni, senza peraltro mostrare di aver inteso che non sarebbero più arrivati miracoli economici dall’ambiente militare e che, forse, era il caso di rivolgere le proprie prospettive di sviluppo ad altri settori. Il caso degli operai maddalenini fu portato in Parlamento dal Deputato del PCI On. Luigi Polano, che diede ampia descrizione dell’evento nella seduta del 12 luglio 1952. L’intera citazione è contenuta in Nico Perrone, De Gasperi e l’America, Il verbale del colloquio è riportato in N. Perrone. Fu in questa situazione che, a metà degli anni sessanta, mentre a poche miglia di distanza prendeva vita il fenomeno Costa Smeralda, a La Maddalena si iniziò a parlare di americani. Alla fine di quella giornata, monsignor Salvatore Capula annotava nella sua agenda: “Colloquio con il Comandante Berengan (del Comar La Maddalena) – che mi viene a trovare alle 16.30 e mi comunica che in quel momento 16 operai stanno per essere licenziati per motivi vari. Mi prega di fare opera di persuasione presso Pedroni perché non prevalesse l’argomento pietà e si comprendessero le ragioni del provvedimento irrevocabile. Gli domandai i nomi. Mi fece alcuni nomi di licenziati comunisti, causa di tutto il provvedimento. Seppi poi da Campus Giovannino i nomi: Cossu Egidio, Filinesi, Morelli Augusto, Cappadona Giuseppe, Bruschi Sergio, Carta Antonio, Del Giudice Pietro, Secchi Francesco, Amato Elio, Rinaldi Silvio, Virgona Antonio, Mureddu Michelino, Carta Mario e forse altri ancora, Deleuchi, Acciaro, D’Oriano. Sul tardi vivace reazione per il fatto. La sede del Sindacato Marina rigurgita. Pedroni D. e Campus G. resistono alla domanda di sciopero, si vuole paralizzare tutto. Si ottiene di domandare agli operai”. Pochi giorni dopo altri ventitré operai ricevettero le lettere di diffida per un presunto “scarso attaccamento e scarsa diligenza negli incarichi” che erano stati loro affidati sia dai capi officina che direttamente dalla direzione. Che don Capula abbia esercitato un ruolo, da protagonista o da semplice comparsa, in tutta la vicenda lo confermano le testimonianze di alcune delle persone che, in quei tempi, gli erano prossime. Don Nanni Columbano Rum, viceparroco a La Maddalena negli anni cinquanta, ad esempio, ha scritto di quei momenti: “E’ certo che la Marina militare disponeva in proprio di informatori fidati e di spie professionali per fotografare la posizione politica e l’eventuale pericolosità dei dipendenti civili, senza aver bisogno per questo dei suggerimenti del parroco. E poi, le infiltrazioni massoniche, non rare in quel ceto di militari, creavano distacco, se non diffidenza nei confronti del clero. ersistevano comunque i forti addentellati politici che imponevano anche ai militari di usare considerazione per un prete così potente. Forse don Capula non provvide a sconfessare quanto si andava affermando da molti, che cioè il suo intervento fosse stato determinante nei licenziamenti, perché anche in questo delicato settore poteva risultargli utile il perdurare di una sua posizione ambigua e reticente, consolidatasi presso l’opinione pubblica. Solo alla fine della vita assicurò di aver aiutato tante persone, senza negare di averne danneggiate alcune altre”. L’ex viceparroco continua: “Quello che invece lo ha letteralmente travolto e soggiogato è stato il demone del potere, la ‘libido potestatis’. Con una grossa fetta di potere si può fare tanto male, ma don Capula […]. voleva ottenere il bene più grande possibile. Si sa però che, chi lo esercita finisce per esserne avviluppato ed irretito in spire sempre più strette, e chi ha preso gusto al gioco non riesce più a svincolarsi. Il salottino con tutti quei volti simbolo della superpotenza era il luogo in cui poteva architettare e sognare […]. Ma il luogo dove ha potuto toccare con mano cosa è realmente il potere è stato il Pentagono. Lo ha visitato nelle parti consentite […] certo di poter controllare da quella potentissima struttura strategica il mondo intero […] per intervenire, qualora occorresse, in difesa propria e degli amici, e per incutere rispetto, se non terrore, in chi amico non è. E’ facile pensare che mai come durante quella visita e in quella struttura egli abbia provato tutta l’ebbrezza del potere”. Vedi anche: 24 Giugno 1952: dopo i tre suoni di sirena

27 giugno

In ossequio ai principi enunciati, in campagna elettorale, i rappresentanti delle forze di sinistra e della ‘Lista Cittadina’, laica e senza un riferimento partitico, puntavano al perseguimento di finalità nobili e di contenuto sociale. Non sempre riuscirono nel loro intento. Ma, almeno, al principio, ci provarono. La giunta presieduta dal vicesindaco Luigi Papandrea – nove giorni prima, il sindaco Larco si era dimesso – aveva deciso di deliberare la richiesta al Provveditore agli Studi, di istituire, per l’anno scolastico 1952-53, una scuola sia nel rione disagiato di Punta Villa, sia nel borgo di Stagnali, nell’isola di Caprera. L’amministrazione comunale, che aveva recepito le istanze che provenivano dagli abitanti delle zone periferiche in questione, dove esistevano parecchi fanciulli in età scolare, aveva deciso di provvedere, con fondi pubblici, al reperimento, alla sistemazione e all’arredamento dei locali da adibire a istituti scolastici e di provvedere affinché gli insegnati avessero potuto svolgere il loro lavoro in ambienti accoglienti e decorosi.

1 luglio

Luigi Papandrea, vicesindaco, convocò il consiglio comunale in seduta straordinaria per il pomeriggio del 1° luglio. All’ordine del giorno erano poste le dimissioni di Renzo Larco e la nomina del nuovo sindaco. Vi era il reale pericolo di un conflitto fra le varie parti che componevano la grande coalizione anticlericale. Andava da sé che i partiti di sinistra avrebbero profittato della situazione difficile degli alleati per far passare un candidato a sindaco in quota comunista o, al massimo della concessione, socialista. Come dimostrarono i fatti, non ci furono tante possibilità di trattare con duttilità e con accondiscendenza: la forza dei numeri stava dalla parte dei ‘rossi’. Sicché, i ‘fratelli’ dovettero ingoiare il rospo dell’elezione a sindaco del geometra Salvatore Vincentelli, socialista di lungo corso, responsabile dell’ufficio tecnico della Sezione del Genio Marina Militare (rimarrà in carica fino al 27 dicembre). La seduta dell’assemblea civica fu però ricca di colpi di scena. Accaddero alcuni fatti che si rivelarono cruciali per il percorso futuro della maggioranza. Consumati i rituali conseguenti alle dimissioni di un sindaco e rivolti i ringraziamenti e gli auspici di prammatica, i consiglieri presenti avrebbero dovuto procedere, finalmente, alla nomina del nuovo capo dell’amministrazione. Risaltò un dettaglio non trascurabile: mancarono di partecipare all’importante riunione di consiglio i consiglieri civici Pietro Ornano, Marco Antonio Bargone, Giovanni Farese e Natale Berretta, alcuni di questi legati dall’affiliazione alla massoneria. A quest’assenza ingiustificata si sarebbe dovuta dare, e fu data – visto che gli assenti in un momento successivo chiarirono il loro comportamento – un’unica interpretazione: i ‘fratelli’ non avrebbero tollerato che la poltrona di sindaco fosse potuta diventare oggetto di desiderio di un ‘compagno’ socialista o, peggio ancora, comunista. Si trattava, in ultima analisi, del presupposto ad un accordo con la DC per riportarla al potere. L’unità, a discapito dei principi professati, non regnava neppure all’interno della massoneria visto che il vicesindaco Luigi Papandrea e il consigliere Giacomo Origoni dichiararono che da quel 1° luglio 1952 non avrebbero più fatto parte del gruppo ‘Lista Cittadina’ e che avrebbero votato per Salvatore Vincentelli. Lo ‘strappo’ si palesava in tutta la sua consistenza. Egidio Cossu, per la lista ‘Sardegna e stella’ (PCI) e Giovanni Usai, per la lista ‘Libro, falce e martello’ (PSI) fecero la dichiarazione di voto per il loro candidato di bandiera, vale a dire Vincentelli, che fu proclamato sindaco avendo ottenuto 16 voti di preferenza. I consiglieri presenti in aula erano 25. Quelli che non votarono per il leader locale del PSI consegnarono la scheda in bianco furono i restanti 9. Una maggioranza risicatissima, ma valida. Vedi anche Una maggioranza laica e di sinistra Le dimissioni di Renzo Larco.

8 luglio

In un articolo pubblicato sul quotidiano ‘La Nuova Sardegna’ Renzo Larco definiva la sua ambizione a ricoprire la carica di sindaco, quando aveva raggiunto i sessant’anni, come quella di “certi uomini che si rifiutano di accusare l’usura del tempo trascorso e che si abbandonato ciechi all’allettamento del demone che vuol persuaderli dell’intatta vigoria della giovinezza, si è aggiunto persino un altro filtro di seduzione, quello dell’esperienza”. E ancora “… io non mi conosco se non come vecchio giornalista che visse sempre lontano dall’isola… . Non ho attitudine alcuna al lavoro connesso a questa nuova carica… che si colora si di iridescenti splendori, ma tali che non hanno più consistenza di quelli di una piccola bolla di sapone…”

11 luglio

Scrive Renzo Larco sulla Nuova Sardegna: “A somiglianza di quanto è stato di recente fatto nei cantieri militari marittimi di Venezia, La Spezia, Taranto, anche dal cantiere militare marittimo di La Maddalena sono stati licenziati degli operai – si leggeva nell’attacco dell’articolo di Larco – Il provvedimento, sommamente increscioso per coloro che da esso sono stati colpiti, acquista un carattere di risentita gravità anche per il paese, in quanto accentua ulteriormente il disagio economico in cui versa la popolazione di La Maddalena, in conseguenza dell’applicazione delle clausole del Trattato di pace” …..Secondo l’ex primo cittadino, in conseguenza dei provvedimenti vessatori, imposti dalla Francia, l’arcipelago delle Bocche di Bonifacio era rimasto come un’immensa scena vuota e l’isola principale era stata di colpo anemizzata. La popolazione che, prima e durante la guerra aveva raggiunto le sedicimila anime, dopo il ridimensionamento drastico delle pertinenze militari, a malapena sfiorava le diecimila unità. “In cinque anni la popolazione di questo centro – scrisse ancora Larco – è diminuita di un buon terzo (e si tenga conto, a meglio valutare la pericolosità di un tal fenomeno di impoverimento demografico, che il nucleo cittadino di La Maddalena si è sempre sovradistinto per un alto indice di natalità). E’ evidente che La Maddalena, ridotta come è oggi ridotta, necessità di attentissime cure che facilitino e assicurino la sua rinascita. Ma con quali cure, mezzi e programmi si potrà assicurare questa ripresa economica e sociale dell’isola?“.

12 luglio

L’intervento dell’on. Luigi Polano alla Camera dei Deputati 

16 luglio

Al ritorno da Roma

Salvatore Vincentelli

28 luglio

Il sindaco Salvatore Vincentelli distribuì le deleghe agli assessori. Il vicesindaco Luigi Papandrea, che, ormai ‘faceva parte per se stesso’, si sarebbe dovuto occupare dell’istruzione. I comunisti Salvatore Magnasco e Giannina Poggi, erano incaricati di sovrintendere ai lavori pubblici e all’assistenza sociale, funzione di vitale importanza visto il momento storico particolare. Mario Pietro Ornano, Giovanni Farese e Marcantonio Bargone, della ‘Lista Cittadina’, erano confermati alle Finanze, all’azienda idroelettrica e all’igiene e sanità. Vedi anche: La vita amministrativa

10 agosto

La Giunta, dietro proposta del sindaco Vicentelli, aveva approvato uno schema di convenzione tra il Comune e la Marina Militare per razionalizzare, stavolta, l’utilizzo dell’acquedotto civico e per ripartire le spese per la potabilizzazione dell’acqua. In pieno governo fascista – il 9 febbraio del 1931- la stessa Marina Militare aveva sottoscritto una convenzione con il Ministero dei Lavori Pubblici con cui si impegnava a pagare, per conto dell’amministrazione comunale de La Maddalena, le spese per la costruzione dell’acquedotto. Il Comune, dal canto suo, si era impegnato a provvedere all’esercizio e alla manutenzione di quell’opera pubblica che aveva consentito all’isola di compiere il salto di qualità agognato e di risolvere la crisi idrica, rafforzata dalla particolare condizione geografica, ma anche di mettere a disposizione della Marina tutto il quantitativo d’acqua che fosse stato stimato necessario, dal comando militare, per soddisfare il fabbisogno dell’intera piazzaforte. Una situazione di sudditanza ‘di fatto’, che l’amministrazione laica e di sinistra non avrebbe potuto tollerare, se non per altro, per ragioni ideologiche e anche di convenienza. Per aggiunta, l’ente militare, in forza di una successiva convenzione – stipulata il 9 agosto 1931 – con il comune, era esonerata dal pagamento di ogni spesa ordinaria e straordinaria per la fruizione del bacino imbrifero, e questo stava a significare che tutta l’acqua che gli occorreva, in tempo di guerra o di pace, poteva ottenerla, a pregiudizio del fabbisogno collettivo, sino a un quantitativo calcolato nei 2/3 della portata dell’invaso. Con il passare degli anni, e con l’aumento dei residenti in divisa, condotti a La Maddalena dagli eventi bellici, i gravami finanziari, che pesavano sulle casse comunali, erano divenuti insostenibili. Con l’intento di alleviare l’onere a carico del Comune, l’amministrazione aveva proposto alla sezione autonoma del Genio la stipula di una nuova convenzione, con cui l’amministrazione militare avrebbe dovuto adoperarsi per contribuire in maniera congrua alle spese generali. L’accordo fu raggiunto e la Marina si impegnò, per l’avvenire, a corrispondere al Comune, un contributo, nella misura di 38 lire per ogni metro cubo d’acqua effettivamente consumato, dietro fatturazione emessa dall’ente erogatore del servizio, a trimestri posticipati.

20 settembre

Si tenne una riunione del consiglio comunale, per esaminare, davanti a tutta la cittadinanza, la discussa e controversa situazione finanziaria dell’ente. Il sindaco Salvatore Vincentelli, con grande sorpresa degli avversari politici, fece piazzare alcuni altoparlanti nella piazza Giuseppe Garibaldi, davanti al palazzo municipale, per fornire la maggiore pubblicità possibile all’evento. Era, sempre in relazione ai tempi che correvano, una forma corretta di diffusione al pubblico delle notizie sull’attività amministrativa e, se vogliamo, un segno di partecipazione democratica e di trasparenza.

19 ottobre

Nasce Gianfranco Onorato noto Jeff – Campione del Mondo; Gianfranco nasce in un’isola, dice lui che non cambierebbe con nessun altro posto al mondo. Sin da giovane età dimostra interesse per tutti gli sport, e un po’ come tutti i ragazzi della sua età inizia a tirare i primi calci al pallone alle elementari. Entra nelle giovanili del Palau, dove militerà per cinque anni, arrivando a conquistare, nel torneo di eccellenza regionale, il posto in prima squadra. Successivamente si trasferisce in una delle due squadre della sua città: il Maddalena, ricoprendo il ruolo di Capitano, disputando diversi campionati , e ottenendo anche un’importante promozione. Parallelamente all’attività calcistica, Gianfranco, con la sua inesauribile energia, partecipa rappresentando l’istituto in cui studia (il tecnico nautico La Maddalena), ai campionati studenteschi di pallavolo, vincendo il titolo provinciale; gareggia anche a diverse corse di fondo, (che si disputano allo Stadio dei Pini a Sassari) ottenendo buoni piazzamenti, nella specialità “sessanta ostacoli”. Nel periodo estivo si dà sempre da fare per rimediare un lavoro che possa metterlo in condizione di soddisfare le sue piccole ambizioni personali, ma questo non gli impedisce di trovare il tempo di andarsene in giro con la sua barchetta a vela o di immergersi nei meravigliosi fondali che circondano l’Arcipelago. Giornate interminabili, passate sul campo di calcio, in palestra, o al mare, che sicuramente lo distolgono dallo studio delle materie scolastiche. Intanto matura la più logica delle idee, dopo il diploma iscriversi alla Farnesina, all’epoca l’Istituto Superiore di educazione fisica. Jeff (è così che lo chiamano gli amici) ci prova con entusiasmo, si guadagna una segnalazione di merito da parte del Prof. Urbani, allenatore della Nazionale Azzurra, nella prova di volteggio al cavallo e nelle parallele, ma il numero dei partecipanti è altissimo, e i posti a disposizione pochissimi, in un’epoca in cui l’unica cosa che conta è l’essere figlio di papà. L’esito è negativo, ma Jeff non demorde e medita di riprovare l’anno dopo ad Urbino dove apriranno un nuovo Istituto. Questo purtroppo rimarrà solo un progetto, perché nel maggio del 1976 in un bellissimo pomeriggio di sole, mentre era in sella della sua stupenda MV Augusta 350, un’automobilista distratto lo investiva. Jeff salva la vita, (lui dice perché il Buon Dio non voleva troppa confusione lassù) ma perde totalmente l’uso di un braccio, parzialmente quello di una gamba e definitivamente i sogni che accarezzava. Trascorrono molti mesi dedicati a lunghe degenze e continui viaggi, alimentati dalla speranza che il suo braccio addormentato un giorno si potesse finalmente svegliare. Gianfranco dopo una logica e legittima pausa di riflessione, con l’amore e l’aiuto determinante di tutte le persone chi gli stanno vicino reagisce crescendo giorno dopo giorno, attraverso grandi e piccoli episodi, riconquistando fiducia in se stesso. Scopre nel frattempo di avere passione e attitudine per lo sci nautico, supera preconcetti e pregiudizi, allenandosi con volontà e fantasia e risolvendo problemi che alla vigilia sembravano senza soluzione. Cresce fisicamente e tecnicamente in maniera costante e graduale, ma non così la sua presunzione, che per contro, si sviluppa smisuratamente ogni giorno, al punto di fargli sognare un brevetto da istruttore di sci nautico. La Federazione accetta la sua iscrizione promettendogli di partecipare agli esami e quindi di superarli, rendendolo così l’unico istruttore in Italia ad aver conseguito il brevetto Federale, pur disponendo di un solo braccio. Questo gli consente, più tardi, con l’aiuto del suo più caro amico Tore di aprire una scuola sull’isola dove abita. Nel dicembre 1994 incontra il Sig. Liotta, presidente della A.S Sci Club Coghinas, che gli propone di impegnarsi agonisticamente. Jeff non si tira indietro, e dopo un lungo periodo di allenamenti specifici, arriva la candidatura per rappresentare l’Italia ai campionati mondiali svoltisi nel marzo del 1995 in Australia. Jeff vi partecipa ottenendo un quarto posto nella disciplina delle figure, e un quinto posto nella specialità slalom. Si spalancano così le porte a nuove esperienze ed opportunità. Quel cassetto pieno di sogni che sembrava si fosse chiuso per sempre con l’incidente, si riapre regalandogli gioie e soddisfazioni ricche di contenuti e valori di cui tutti possono goderne indistintamente. L’avventura agonistica continua con la partecipazione a moltissime gare nazionali ed internazionali, che gli regalano tante medaglie e nuovi record. Ma la passione più grande resta la discipline dei piedi nudi, dove Jeff si confronta con i ragazzi normodotati, un’opportunità che gli si voleva negare e per la quale ha dovuto condurre una battaglia legale durata più di un anno. Ora vanta nella “standing list” europea la 156° posizione, con una trentina di atleti sotto di lui; certo è molto lontano dai primi ma è un posto che vale più di qualsiasi medaglia, perché non è solo la sua vittoria, ma quella di tanti ragazzi che come lui vorrebbero riconquistare la gioia di vivere.

27 dicembre

La giunta di sinistra, guidata dal geometra socialista Salvatore Vincentelli, fu costretta alle dimissioni da una rivolta di palazzo. Alcuni frondisti ottennero un premio per il loro voltafaccia: la candidatura nella lista DC, con elezione sicura, alle consultazioni amministrative del marzo 1953. Si disse che Pietro Ornano, si fosse fatto promettere dai democristiani la poltrona di sindaco. Che, in effetti conquistò, anche se non immediatamente, dopo la fronda. Come detto, “la rivolta di palazzo”, la giunta comunale, prese atto delle dimissioni dei 15 consiglieri: Renzo Larco, Pietro Ornano, Marcantonio Bargone, Giovanni Farese, Natale Berretta (gli uomini di ‘spessore’ della ‘Lista Cittadina’), Giuseppe Sforazzini (monarchico), Carlo Bertorino (missino), Gian Battista Fabio, Donato Pedroni, Sebastiano Asara, Lorenzo Muzzu, Guido Mura, Antonio Canolintas, Giovannino Campus, Cesiro Impagliazzo (tutti democristiani). Era d’altronde noto come, secondo voce popolare, le crepe che si formavano, giorno dopo giorno in seno alla maggioranza, avrebbero portato ben presto al crollo dell’edifico costruito su fondamenta deboli. Si insedierà il Commissario prefettizio Giuseppe Castellana fino all’8 marzo 1953

31 dicembre

La Nuova Sardegna titola: ‘Crolla il Campidoglio maddalenino’. Ed in effetti era avvenuta proprio una cosa del genere!. Il corrispondente Salvatore Zoccheddu, futuro sindaco DC, nella sua cronaca cercò di separare la notizia dalle opinioni. “Non é molto lontano il giorno i cui, con baldanzose speranze, i nuovi eletti salirono i gradini del Campidoglio isolano – annotò il cronista – Ma quanti fatti d’ordine psicologico, quanti mutamenti intestini, dissensi! Il neo eletto sindaco dottor Larco, costretto per motivi di salute a rassegnare le proprie dimissioni pochi giorni dopo l’insediamento, veniva sostituito dal geometra Vincentelli, giovane, del quale è doveroso sottolineare l’operosità e il desiderio di ben operare, che ha dovuto, però, reggere il timone di una barca ballonzolante su marosi da tempesta” “Vox Dei?- si chiedeva il caustico Zoccheddu – No comment risponderemo nella lingua di quei diplomatici adusi a vedere il mondo girare sulla punta del loro indice. A noi preme mettere in mostra i fatti e dare soltanto una sbirciatina alla voce corale del popolo che, come nella tragedia antica, sottolineava col suo mormorio gli avvenimenti. Oggi il consesso che reggeva le sorti del nostro paese é crollato per le dimissioni dei consiglieri DC, monarchico-missini, indipendenti e ‘honni soit qui mal y pense’ della lista cittadina. Che bolle in pentola? Ce lo dirà il futuro. Per ora attendiamo l’arrivo di un commissario prefettizio. Poi, chi vivrà vedrà.