Danni di guerra

Al termine di ogni conflitto, quando cessa il tuonare dei cannoni, i combattenti, sia quelli che hanno vinto che quelli che hanno perso, ritornando alle loro case trovano quasi sempre rovine e distruzioni: inevitabili ferite della guerra che occorre rimarginare rimboccandosi le maniche nell’opera di ricostruzione.

E’ compito dello stato, in queste occasioni, contribuire all’opera di ricostruzione risarcendo, sia pure parzialmente, coloro che hanno subito danni. Inizia quindi l’iter, ovviamente lungo e impastoiato, per ottenere quelli che sono definiti i “danni di guerra”; e, come sempre, c’è chi approfitta dell’occasione per ostentare danni non subiti, chi artatamente gonfia le pretese risarcitorie e chi, invece, non potendo dimostrare con alcun documento le perdite avute resta effettivamente e definitivamente danneggiato.

Anche in occasione dei fatti del 1793, dopo la breve battaglia che fece seguito al tentativo di occupazione dell’Arcipelago da parte delle truppe gallo-corse, i maddalenini non mancarono di avanzare richieste risarcitorie per i danni subiti. I francesi, sbarcati nell’isola di Santo Stefano si erano abbandonati a ogni razzia e avevano sottoposto l’abitato di La Maddalena ad un intenso bombardamento con le artiglierie piazzate e dirette dal giovane Napoleone.

Al comandante Riccio, che, unitamente al comandante delle Regie galere De Costantin, aveva fatto pervenire alla corte viceregia di Cagliari le istanze risarcitorie degli isolani, il Viceré Balbiano, con una lettera del 5 luglio 1793 aveva così risposto: “Sui primi riscontri avuti dalle perdite sofferte di alcuni isolani, in particolare di bestiame e di danni notabili alle fabbriche, io avea fatto pervenire duecento scudi al cavaliere de Costantin affinché avesse soccorsi fra essi quelli di cui gli sarebbe risultato il maggior bisogno e pregiudizio. Nel tempo istesso, però… gli soggiunsi che attendevo le sovrane determinazioni, ma che prevedevo l’ostacolo non facile a superarsi delle circostanze della regia cassa.. questo giusto riflesso lo fece sospendere di devenire al riparto della succennata somma. Ora però il cavaliere interpose i suoi uffici al fine di sapere le regie intenzioni e di ottenere i riguardi di cui io medesimo lo avea speranzato“.

Ma i “riguardi” di cui era stato “speranzato” il De Costantin dovevano fare i conti con le casse regie, al momento esangui, per cui il viceré, deciso a non porre ulteriori indugi almeno per il riparto dei duecento scudi già stanziati, dopo aver comunicato che “...gli impegni in cui trovasi al presente S.M. ed i suoi erari non lasciano luogo a far provare gli effetti del suo reale gradimento, e della sua particolare propensione verso codesti bravi difensori” così proseguiva:“Mentre dobbiamo sperare che in breve cambieranno le circostanze, non volendo intanto io che si ritardi un pronto soccorso a coloro che per i maggiori danni e per li più urgenti bisogni meritar possono dal governo speciali riguardi, desidero che ella sentito il bailo e quegli altri soggetti dabbene che meglio stimerà, mi proponga un equitativo riparto della mentovata somma, il quale serva di vero sollievo ai bisognosi, e non dia luogo a gelosie e richiami agli altri cui il governo col tempo, memore de’ loro importanti servizi abbraccerà le occasioni per implorare le regie grazie“.

Il comandante Riccio si mise subito all’opera e gia l’11 luglio, a stretto giro di posta, preannunciava al viceré:
“Prenderò cognizione degli isolani li quali in occasione dell’attacco hanno sofferto maggiore pregiudizio e di quelli che sono più bisognosi e nel venturo ordinario invierò la nota col riparto delli scudi 200 che V.E. si è degnata di accordare in loro soccorso”.

Ma quando il Riccio, ricevute le istanze degli isolani, tirò le somme, un conti erano ben lungi dal tornare. Pochi in verità i danni alle case: erano state colpite in pieno le abitazioni di Giuseppe Ferracciolo, di Matteo Boccognano e di Agostino Millelire, il primo indicato come molto bisognoso, per un danno di 60 scudi e gli altri due indicati come non bisognosi , rispettivamente per 65 e 48 scudi. Danni meno consistenti avevano patito Giacomo Polverino e Pietro Millelire, per 20 e 25 scudi; danni lievi, invece, alle altre case, di proprietà di Giò Gallone (il Famoso “Barabò”), Pietro Cogliolo, Giò Antonio Variano, Giò Batta Pittaluga, Francesco Antonio Agostini, Caterina Olivetti, Giuseppe Zicavo e, infine, Tomaso, Francesco e Cesare Zonza, per la somma di circa 40 scudi.. Il tutto per un ammontare di 250 scudi.

Quelli che però non tornavano assolutamente erano i conti del bestiame razziato dai francesi sull’isola di Santo Stefano. Stando ai dati esposti dagli isolani, erano stati complessivamente sottratti 205 caproni, 261 pecore, 37 maiali, 31 vacche, 2 vitelli, 2 buoi da lavoro e altri 3 animali non precisati. Antonio Giò Variano aveva poi chiesto di essere risarcito della perdita di 16 materassi che teneva nascosti nell’isola, per un valore di 48 scudi e persino il bailo Carzia, che evidentemente aspirava a ben altri “riguardi”, aveva denunciato la perdita di un maiale la distruzione di un non precisato numero di pali di vigna per un danno di 6 scudi, ma aveva subito dichiarato di non pretendere alcun risarcimento.

Tirate definitivamente le somme, le pretese risarcitorie dei maddalenini ammontavano dunque a 1068 scudi, 4 reali, 2 soldi e 6 danari, somma molto lontana dai 200 scudi disponibili. Il Riccio, con lettera del 19 luglio 1793, ben convinto che nei pochi giorni di permanenza a Santo Stefano non era possibile che i francesi avessero potuto far fuori tanto bestiame, ammesso che sia veramente esistito, nel comunicare al viceré le risultanze della sua ricognizione, sarà stato ben felice di non essere lui l’incaricato del riparto e, lavandosene le mani, così passava la patata bollente: Qui chiuso – scriveva al Balbiano – ho l’onore di trasmettere a V.E. la nota di tutto il danno che vi è stato in queste isole nell’occasione dell’invasione dei francesi e corsi; trovandosi in quella capitale il cavaliere Costantino potrà egli far detto riparto di detti scudi 200. Ma però se V.E. vorrà permettermi di dirle il mio sincero sentimento e come la penso – aggiungeva salomonicamente il Riccio – il meglio sarebbe di ritirare nuovamente detti scudi 200 senza fare veruna ripartizione, giacché non vi è di contentar tutti, perché porterebbe molti guai e dissezioni nella popolazione, e se non li si da niente a nessuno saranno più contenti“.

Ma la cosa non finì li! Dopo la prima comunicazione del Riccio vennero alla carica altri isolani: Tomaso Ornano, denunciò un danno alla muraglia della Batteria Balbiano, che aveva in corso di costruzione; Simone Antonetti la perdita di 3000 pali di vigna che i francesi avevano usato per far fuoco (e sembra davvero esagerato che a Santo Stefano vi fosse una vigna di 30000 ceppi); mastro Domenico Porro, infine, per essere intervenuto ad arroventarle palle delle artiglierie maddalenine, con ricorso diretto al viceré chiese di essere risarcito per la perdita della forgia.

E a proposito di quest’ultimo l Riccio, senza mezzi termini (evidentemente certe “defaillances” avvenivano anche allora), informava il viceré: Somministrò veramente il Domenico Porro il mantice per le forge volanti erettesi per arroventare le palle in occasione dell’attacco di quest’isola, tutto come il ferraro Francesco Franchini imprestò il suo, e se qualche danno ha sofferto è stato quest’ultimo, cui nulla sin qui si è corrisposto. Non mi risulta che il primo sia stato demolito, come allega per pretendere l’indennizzazione, il quale è molto probabile che appartenesse al regio servizio come altri principali effetti di fucina di cui egli si serve eziando per suo particolar uso, e nel passare da un contabile all’altro non consta ora.

Posto di fronte alle esorbitanti pretese dei maddalenini, il 26 luglio 1793, il viceré scriveva al Riccio: Era facile comprendere che con 200 scudi si poteano consolar pochi e rendere malcontenti moltissimi. Per evitare appunto lo scontento, giacché la regia cassa non è in grado di indennizzar ora la somma cui rileva la detta nota, io stimo di soprassedere a quest’affare, riservandomi di prendere a suo tempo in considerazione coloro che conoscerò esser veramente nel caso di ottener un sollievo.

E il comandante Riccio, che passò alla storia come “il vecchio saggio”, anche se poi tanto vecchio non doveva essere, il 2 agosto successivo, con atteggiamento da sornione, ribadiva al Balbiano: Si assicuri V.E. che se si faceva la ripartizione delli 200 scudi, avrebbe portato gelosie e sussurri, e se non li si da niente a nissuno rimangono più contenti e vivono sempre con la speranza che quando si potrà saranno tutti indennizzati.

Per successiva decisione del viceré 25 di quei 200 scudi furono destinati alla madre dell’unico morto di quella battaglia: Michele Digosciu di Calangianus, che era accorso fra i cento miliziani sardi inviati di rinforzo. Altre somme di cui non conosciamo l’ammontare perché rimesso alla discrezione del Riccio, furono pagate a Giò Gallone e al falegname Fava, non a titolo risarcitorio, ma come compenso delle loro prestazioni in occasione della battaglia.

La vicenda si chiuse nel novembre del 1793, al De Costantin era successo nella carica di comandante del “regio armamento” il cavalier De Chevillard il quale, senza tema di creare il malcontento popolare, si prese alfine la briga di fare il riparto di ciò che era rimasto dei 200 scudi. E il 22 novembre il Riccio scriveva al viceré: Il cavaliere De Chevigliar ha fatto la ripartizione delli scudi duecento, e quello che io prevedeva che sarebbero nate delle discordie è successo. Tutto detto giorno vi sono stati dei guai fra di loro isolani, ma si sono pacificati.

Non sappiamo con quali criteri e in che misura il De Chevillard abbia fatto la ripartizione, ma certamente i molti che rimasero a bocca asciutta dovettero far buon viso a cattivo gioco e capire con popolare saggezza che “chi troppo chiede, nulla stringe”.


Antonio Ciotta