Dragut, un corsaro nelle acque dell’arcipelago

Il termine corsaro appare ormai lontano dalla nostra realtà, eppure fa parte di un ancestrale retaggio ben presente nella nostra cultura. Corsaro, è bene ricordarlo, è detto colui che, autorizzato con patenti da corsa, scorre il mare, a suo rischio, attaccando cose e navi nemiche: solo estensiamente è usato come il sinonimo di pirata. Entrambi, corsari e pirati, utilizzavano le medesime tecniche di guerra, distinguendosi, invece, per la legalità con la quale agivano i primi, e l’assoluta illegalità che circondava le azioni dei secondi. Il fenomeno delle navi da corsa, e quello più complesso e variegato della pirateria, è stato talmente presente nel Mar Mediterraneo da esserne, per molti secoli, uno degli elementi caratterizzanti. Talvolta non ci si ferma a riflettere sulla sua complessità e sulle sue effettive implicazioni nella psicologia delle popolazioni costiere e non solo. Il continuo rischio di perdere le proprie cose, in genere poche, era tangibile; quello di perdere la propria vita non era del tutto peregrino. Questa condizione di persistente precarietà si viveva nel contingente, un contingente trascorso in un clima di paura che gli storici possono sì leggere fra le righe, cogliere qua e là fra i documenti, ma solo ipotizzare o provare ad immaginare. L’arcipelago della Maddalena, situato in un settore così delicato del Mare Nostrum, non si è certamente sottratto a tale presenza; la sua posizione strategica, anzi, ha favorito un continuo transito di navi corsare già in epoche assai lontane, specie dirette nelle vicine coste, laddove la presenza antropica e la connessa possibilità di guadagno era maggiore. Nel Cinquecento poi, le isole maddalenine videro da vicino addirittura la flotta del famoso corsaro Thorgoud Rais, detto Dragut, il cui nome era davvero sinonimo di terrore e le cui efferatezze crearono attorno a lui un alone di cupo mistero.

Le origini di un fenomeno così composito sono, ovviamente, remotissime, poiché esso è stato direttamente legato all’attività commerciale marinaresca, diffondendosi soprattutto in presenza di deboli organizzazioni statali, che conducevano i pirati a comportarsi a guisa di un’entità paradossale. Furono sicuramente pirati molti gruppi fenici presenti nel Mediterraneo della fine del II millennio a.C., mentre alcuni documenti assiri dell’VIII secolo ricordano la presenza di pirati greci. In particolare, non vanno dimenticati i riferimenti alla pirateria presentati da Omero nell’Odissea (III, vv. 72-74) e quelli dello storico greco Tucidide di Atene. Lungo il corso della storia del Mediterraneo, bisogna giungere ai primi anni dell’Impero Romano e ad Ottaviano Augusto per trovare un periodo di vera e propria, seppur temporanea, scomparsa del fenomeno. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), fu con l’affermarsi dei popoli arabi che esso riprese forza. Gli anni compresi fra il 700 e il 1400 sono il vero e proprio sostrato sul quale soggiacciono i successivi sviluppi: i pirati saraceni si avventarono sulle nostre coste partendo dall’Africa senza nascondere ambizioni di conquista; le numerose torri di avvistamento, disseminate lungo le coste della penisola, costituiscono il più evidente richiamo a quegli avvenimenti.

Venuto meno il pericolo saraceno (la definiva “Reconquista” della penisola iberica, con l’annessione di Granada, da parte di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, fu del 1492), furono i turchi a rappresentare la nuova minaccia. Essi, affini per lingua alle popolazioni mongole, provenivano dalle pianure dell’Asia centrale e orientale dalle quali, nel corso di vari secoli, si spinsero lentamente verso Occidente. Nel IX secolo si convertirono in massa all’Islam, iniziando una capillare penetrazione nella zona mesopotamica; nel XIV secolo emerse la stirpe ottomana, che derivava il nome dal capostipite Osman. In pochi decenni essi iniziarono una travolgente espansione, culminata con la conquista di Costantinopoli, sotto la guida del sultano Maometto II, il 29 maggio 1453, data che molti indicano come il vero e proprio inizio dell’età moderna. Da allora, dal quel Bosforo che era stato a lungo nucleo del potere romano nonché centro religioso di notevole importanza, da questa città che sempre più spesso sarà indicata con il nome di Istanbul, furono le strategie che avrebbero dovuto mettere in ginocchio l’Occidente cristiano, mediante una serie di operazioni a tenaglia, sia lungo i Balcani, puntando verso l’Europa Centrale, che nel Mediterraneo, anche con l’ausilio delle nuove formazioni piratesche. Il sultano in pochi anni riuscì ad ampliare la sua influenza: nel 1456 attaccò, infruttuosamente Belgrado, completò la conquista della Grecia, sottomise l’Albania, il Montenegro, la Serbia; per la prima volta gli stati italiani sentirono davvero vicino il pericolo ferocemente sterminati; nel 1480 una flotta ottomana si impadronì di Otranto. Negli anni seguenti la pressione ottomana continuò, arrivando addirittura, con Solimano il Magnifico, alla conquista di Belgrado nel 1521 e all’assedio di Vienna nel 1529. Ma, come detto, nella strategia ottomana ebbero notevole importanza anche i gruppi corsari che cominciarono in quegli anni a vessare e flagellare le coste italiane, spagnole e francesi; essi, ad un certo punto, iniziarono ad agire anche indipendentemente dal potere politico, proprio come una specie di stato nello stato- Come afferma Rinaldo Panetta nel suo “Pirati e corsari” in quegli anni si sviluppò “una vera e propria guerriglia, nutrita di rapine, di stragi e di catture di prede umane sulle quali guadagnare con i riscatti. Tali bande, dopo essere state le avanguardie della nuova spinta islamica verso Occidente, finiscono poi, una volta esauritasi quella spinta, per organizzarsi in proprio, continuando a esercitare la pirateria come una vera e propria attività da cui trarre i mezzi per vivere. Queste bande infestarono per oltre due secoli il Mediterraneo e furono, soprattutto per gli italiani, un perenne motivo di incubo e di terrore”. Certamente la risposta cristiana non si fece attendere; già nel 1846, infatti, il Papa Innocenzo VIII ordinò una guardia permanente delle acque del Mar Tirreno. In particolare nell’ordinanza pontificia si poteva leggere: “volendo Noi reprimere gli iniqui conati di quella gente malvagia che per insaziabile cupidigia stende le sue mani feroci alla rapina di ciò che dalla parte del mare si trasporta verso Roma per sostentamento della capitale (……..) ci troviamo costretti a usare la forza (……) perché dunque sia fermata l’oltracotanza dei pirati”.

Gli anni successivi videro la questione della pirateria inserita nel più ampio contesto internazionale, della quale essa era solo uno dei numerosi ed irrequieti capitoli. Il Cinquecento fu un secolo complesso, per molti versi centrale nella storia europea. Con la morte dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo, nel 1519 la dieta di Francoforte elesse imperatore il nipote Carlo V, che per una fortunata serie di coincidenze dinastiche si vide proiettato alla guida non solo dell’Impero, ma anche dei Paesi Bassi e, soprattutto, del Regno di Spagna, o meglio delle corone di Castiglia e di Aragona, ereditate per parte materna. Gli anni successivi vanno letti proprio nell’ottica dello scontro fra l’imperatore e il re francese Francesco I, assolutamente contrario a recitare un ruolo di secondo piano nelle vicende europee. In questa situazione, così radicalizzata e divisa, ben seppe inserirsi l’Impero Ottomano e il suo geniale sultano Solimano il Magnifico. Con estrema abilità egli approfittò dell’odio di Francesco per Carlo V, stipulando con il re francese delle intese più o meno palesi: per la prima volta un re europeo preferì l’appoggio, più o meno diretto, ad un grande impero mussulmano per mero calcolo politico, rompendo il più consueto spirito di crociata. Molte delle azioni ottomane di quegli anni, e molte libertà, si spiegano proprio con la cripto-alleanza stretta con la potenza francese. Del resto poi, anche la Chiesa Cattolica viveva in quegli anni una grave crisi, iniziata nella Germania profonda, e causata da un monaco agostiniano, Martin Lutero, e dall’affissione delle sue 95 tesi contro la corruzione della Chiesa Romana, tesi affisse, secondo la tradizione, alla porta del castello di Wùttenberg il 31 ottobre 1517. Gli anni a venire videro la Riforma diffondersi rapidamente, specie nell’Europa Settentrionale e la Chiesa Cattolica cercare in ogni modo di conservare l’ortodossia. La divisione comunque divenne sostanziale e anche di questo, certamente, ne approfittò la politica di Solimano.

Ma torniamo ai corsari, i veri protagonisti della nostra storia. La loro nave era in genere una galeotta, a vela e a remi; interessante ricordare come i rematori fossero liberi e non schiavi. Su questo particolare punto può essere interessante leggere l’opinione, che si allarga al rapporto fra il mondo cristiano e quello mussulmano, dello storico Franco Cardini. In quel periodo come quello odierno che va inevitabilmente verso l’incontro fra le diverse civiltà, in un momento storico nel quale non ci si può permettere di commettere errori già commessi e dove, a nostro parere, non si possono seguire i profeti di sventura che preconizzano l’inevitabilità dello scontro Cristianità-Islam, è istruttivo capire che, anche allora, una certa commistione fu possibile. Scrive il Cardni: “Il Turco non era soltanto un incubo (….) molti pensavano a lui come ad una possibile chance. I poveri, i sudditi privi di beni di fortuna e di risorse nel troppo rigido sistema politico e istituzionale della Cristianità guardavano con speranza e invidia al mondo degli infedeli, dove si poteva nascere pescatori calabresi o montanari albanesi e diventare vizir o ammiraglio”.

Il più noto pirata degli inizi del Cinquecento fu Khayr-ad-Din (letteralmente “difensore della fede”), detto il Barbarossa. Quest’ultimo divenne signore di Algeri nel 1518, dopo la morte del fratello Urug. Nel 1534 conquistò Tunisi che perse, poco dopo, per una spedizione voluta da Carlo V. La sua scomparsa avvenne nel 1546, quando egli aveva già ottant’anni e per quasi trent’anni era stato al centro delle vicende del Mediterraneo. Con la morte del Barbarossa si giunge, finalmente, ad incontrare il personaggio centrale del presente studio, vale a dire quel Dragut che da allora, e per oltre venti anni, prese la guida della pirateria mussulmana del Mediterraneo.

Dragut era nato attorno al 1485 in Anatolia da una famiglia contadina; quando aveva dodici anni, il padre e la madre dettero il loro consenso affinché entrasse a far parte della milizia ottomana e, poiché quella era preclusa ai turchi, la madre fu fatta passare come greca cristiana. In breve acquistò fama di buon pilota e di eccellente cannoniere ed entrò in stretto rapporto con il Barbarossa, esercitando con lui la guerra di corsa e ottenendo, attorno al 1525, il comando di dodici galeotte. Iniziò una lunga stagione di predazioni e assalti feroci, talmente ampia che quasi ogni anno fu ricco di gesta del pirata anatolico. Alcune date, prima di entrare nel dettaglio degli avvenimenti che maggiormente ci riguardano, vanno però sottolineate. Nel 1538 Dragut prese parte alla battaglia di Prevesa che coinvolse turchi e cristiani: nel 1546, dopo la morte del Barbarossa, prese il comando effettivo della pirateria; per i successivi venti anni la sua presenza si materializzò in tutto il bacino del Mediterraneo, con una crudeltà ed efferatezza che gli valse il nome di “Spada vendicatrice dell’Islam”. Un anno particolarmente importante fu il 1550, anno santo per la cristianità, nel quale Dragut non esitò a scagliarsi contro le navi dei pellegrini diretti a Roma, riempiendo i suoi legni di prede e di prigionieri. Fu solo dopo la morte di Carlo V che il sovrano spagnolo Filippo II, raggiunta la pace con la Francia di Enrico II grazie agli accordi di Cateau-Cambresis del 1559, poté dedicarsi alla cattura del terribile pirata. Solo nel 1565 Dragut trovò la morte, durante un assedio a Malta, colpito alla testa dalla scheggia di una pietra.

Fu nel 1539-40 che, per la prima volta, Dragut apparve stabilmente nelle acque del Tirreno e in particolare in quelle prospicenti la Corsica. All’epoca il corsaro poteva contare su una flotta di circa trenta galere. La Corsica apparteneva alla Repubblica di Genova dal 1284 e proprio il genovese Andrea Doria, ammiraglio della flotta imperiale del Mediterraneo, ebbe da Carlo V l’incarico di dare la caccia a Dragut, dopo aver organizzato una squadra navale. Nel maggio del 1540 Dragut stava flagellando le coste della Corsica meridionale: è altamente probabile, quindi, che in quell’epoca sia giunto nelle acque delle Bocche di Bonifacio, transitandovi e usufruendo delle numerose cale ed insenature che gli permettevano di celarsi al nemico. Furono giorni lunghi, densi di avvenimenti, con il Dragut che fuggiva ma non si sottraeva al piacere di devastare le città costiere e le navi imperiali ad inseguire quello che per molto tempo parve essere un fantasma irraggiungibile. Alla fine del 1540, finalmente, la fortuna voltò le spalle al corsaro, che, a sud di Calvi, fu messo in trappola e catturato. In catene fu portato a Messina e incarcerato; qui, inopinatamente, con motivazioni che all’epoca parvero incomprensibili nelle linee generali e meno in quelle particolari (il Barbarossa promise una forte somma di denaro per il riscatto, in un’epoca in cui le casse imperiali erano fortemente pressate dalle numerose guerre in corso), il Dragut fu liberato. Dopo pochi mesi, a Tunisi, aveva già riorganizzato la flotta necessaria a preparare un’altra guerra da corsa.

Fu dopo il 1550 che l’isola, la quale, dopo oltre due secoli, avrebbe dato i natali a Napoleone Bonaparte, tornò al centro dello scacchiere internazionale; essa, se conquistata, sarebbe potuta diventare davvero la testa di ponte della pirateria, la base per gli attacchi ai domini spagnoli in Italia. Nel 1553 Dragut mise a ferro e fuoco tutta la Corsica, anche con l’aiuto francese. “I Turchi e i Francesi occuparono Bastia e San Fiorenzo e s’impadronirono di quasi tutta l’isola. Ultime città a cadere, dopo dura lotta, furono Ajaccio e Bonifacio, che si arrese a Dragut in seguito ad una finta lettera del doge di Genova. Calvi resisté nella cerchia delle sue mura”.

E’ molto probabile che in questo periodo vada collocata la più duratura presenza del Dragut nelle nostre acque, nonché lo stabilimento di una vera e propria base operativa per la stagione estiva (nei periodi freddi i pirati “svernavano”, nel vero senso della parola, in Africa). E’ ipotizzabile che le navi corsare preferissero fermarsi nelle cale riparate di Budelli o di Santa Maria, laddove erano meno visibili dalle coste corse e sarde e avevano la possibilità di rifornirsi di acqua. Del resto, anche la città di Bonifacio conobbe in quei mesi la determinazione con cui Dragut perseguiva i suoi obiettivi: “Dragutte, dopo aver perduti 600 uomini dinanzi a Bonifacio, era costretto a ricorrere all’inganno (….) la città non per questo fu meno saccheggiata e parte del presidio e degli abitanti, ad onta della capitolazione, trucidati”.

Fra le isole delle Bocche erano presenti, già dal XII secolo, alcune chiese e monasteri benedettini, in particolare a Santa Maria e nell’isola di Porcaria (Maddalena), dipendenti della diocesi di Civita. La presenza degli ordini monastici in Sardegna va fatta risalire al pontificato di Gregorio VII seconda metà dell’XI secolo), e la loro presenza nei secoli successivi fu determinante per il rafforzamento della presenza della Chiesa in Sardegna, e per migliorare la condizione dell’istruzione. Il 12 ottobre 1243 i monasteri dell’arcipelago furono inquadrati nella regola di San Benedetto da Innocenzo IV, con la Bolla ai “Priori et fratribus Sanctae Mariae inter insula de Budellis”, con la quale si concedevano loro grandi privilegi; nel corso degli anni fu eretta, probabilmente, anche una piccola chiesa nell’isola di Santo Stefano. L’importante comunità benedettina di Santa Maria era situata non lontana dalla cala più importante dell’isola, laddove sorge, attualmente, la casa Viggiani. La scelta del sito aveva una chiara motivazione strategica, essendo l’isola una delle meglio abitabili, anche per la presenza di una riserva d’acqua. La storia dei monasteri si protrasse nei secoli successivi, fra momenti di visibilità ed altri, inevitabili, di appannamento e decadenza. Nel Cinquecento, quei monasteri e quelle chiese erano ancora presenti nelle isole dell’arcipelago, un territorio su cui cominciavano ad insediarsi, per lo meno saltuariamente, pastori provenienti dalla vicina Corsica.

L’insistenza di Dragut nelle nostre isole è completamente provata dalla testimonianza scritta di un sacerdote, presumibilmente sardo, testimonianza attendibile anche se, dal punto di vista cronologico, lontana agli avvenimenti. Il sacerdote era don Tomaso Leandro Serra e la lettera, datata gennaio 1762 (circa cinque anni prima dell’occupazione sardo-piemontese dell’arcipelago), era indirizzata al vescovo della diocesi di Ampurias. Leggiamo, per intero, la missiva, conservata nell’archivio della Parrocchia di Santa Maria Maddalena:

Ill.mo Gen.mo Signore,
Nelle isole vicine alla Sardegna, in faccia al territorio di Bonifacio, erano anticamente le Chiese Santa Maria Maddalena, San Stefano, Santa Maria, San Ponziano ed altre: fra dette isolette di Vostra Eccellenza Illustrissima e Reverendissima abitava certo popolo di Bonifacio e nelle dette Chiese ora nominate, prostavasi a Dio il dovuto culto, come si ha da pubblici documenti.
Mentre in queste era priore il R.D. Michele Pietro di Bonifacio, trovasi fra esse Chiesa dotata con queste parole: Ecclesia Santa Maria de Budellis de Bonifacio, indi accresciuta dallo stesso col frutto annuo d’essa donazioni a prò d’esso Don Michele, e dè futuri Priori nel priorato fra l’isole de Budelli, così dette dal volgo, come dalli perpetui legati.
Perciò consta che detta Chiesa sia stata conferita, la serie quasi di due secoli a sacerdoti di Bonifacio, sotto titolo di priore del Priorato di Santa Maria, tra l’isole de Budelli Civitate Diocesis come dalle rispettive colazioni o siano instituzioni d’essi Legati Semplice Beneficio Ecclesiastico.
La barbarie di Dragut, capitano dei Turchi, atterrò la Chiesa et estinse quel popolo et a poco a poco la cupidigia dè Forestieri a vista del frutto d’essi legati, benchè tenui, ha spinto altri Ordinari a metter mano nell’altrui Diocesi, con tanto danno dè successori abitanti nell’isole suddette, quanto è vedersi senza sacerdote e senza Chiesa.
Sarà quando si degnasse V.S. Illustrissima concedere il ius patronato d’essa Chiesa, e di nominare il sacerdote loro all’infrascritto supplicante, e suoi eredi, attinenti ad esso D. Michele, si curerebbe riedificare essa Chiesa di Santa Maria, o quella che dette isole fosse a maggior comodo delle Genti, che vi abitano con loro Famiglie, lontani sempre da ogni Chiesa, a culto di Dio.
Assicurandosi umigliare a V.S. Illma l’accennati pubblici documenti nel tempo istesso che avrà l’onore presentare il sacerdote, o sia instituzione da farsi nel medesimo V.S. Illma Padrona.
E mentre sudette cose tendono a maggior gloria di Dio all’aumento del Pastoral suo Grege, et in vantagio dell’Anime abitanti spera esserne graziato, et umilmente baciando le sacre mani le fa profondissima riverenza.
Di V.s. Illma Revma.
Um.mo Dev.mo Obb.mo Servo Sup. p.te Don Tomaso Landro Serra, Genova Gennaio 1762

Dalla lettera emerge chiaramente che una delle chiese presenti nell’arcipelago, in particolare quella esistente a Santa Maria, fu distrutta durante una delle scorrerie di Dragut; la testimonianza è, come detto, cronologicamente lontana dagli avvenimenti, ma i riferimenti precisi non possono che farla considerare davvero un documento attendibile. La lettera è insomma qualcosa di più di un indizio: essa ci attesta con buona certezza che il Dragut, non solo soggiornò nelle acque del nostro arcipelago, ma ebbe anche occasione di “agire sul territorio”, in particolare portando a termine la distruzione di una chiesa, non solo centro religioso e morale, ma certo anche economico di una comunità piccola e fragile.

Morto Dragut, congelata la rivalità tra cristiani e ottomani dopo la battaglia di Lepanto del 1571, il pericolo barbaresco restò comunque a lungo presente nelle nostre acque. Proprio negli anni in cui don Serra scriveva la missiva sopraccitata, si assistette, secondo Aristide Garelli (L’isola della Maddalena, Venezia, 1907, pag. 95), a numerose azioni piratesche, favorite anche dalla particolare situazione politica della Corsica, che dal 1768 era divenuto possedimento francese, nelle cui coste era facile trovare rifugio. Nel novembre dello stesso anno “il De Nobili col felucone San Gavino, il cui equipaggio era già rinforzato da alcuni isolani della Maddalena, che si direbbe fossero imbarcati di loro spontanea volontà, uscì in corsa nelle vicinanze delle Isole e fece preda di una galeotta con ventiquattro tunisini e nel combattimento uno dei nostri isolani rimase così gravemente ferito che cessò di vivere all’indomani”. Gli scontri tra la piccola marina sarda e le navi corsare è attestata per tutta la fine del Settecento, in quello scorcio di secolo che condusse la piccola comunità isolana a una maggiore consapevolezza identitaria, che si esplicò con il fatto del 1793 e la difesa dall’attacco Franco-còrso guidato da Colonna Cesari. Proprio nel gennaio successivo si assistette ad uno degli scontri più gravi e funesti che contrapposero la marina isolana e quella turca; la vittoria dei locali permise la cattura di uno sciabecco, un naviglio in discrete condizioni e capace di ospitare anche quattordici cannoni, ma costò la vita a numerose persone, mentre altrettante ne risultarono ferite e combuste. (1) Ancora nel 1811 il pericolo barbaresco non era un semplice ricordo: il 28 luglio, in uno scontro navale contro una trireme turca detta “Aquila” morirono Giuseppe Montesi di Tempio, Giuseppe Zicavo figlio di Natale, Michele Zicavo di Francesco e Giovanni Domenico Leandro di Sebastiano; i loro corpi furono gettati in mare, a cento leghe di terra.

Giunti al termine di questa storia della pirateria nell’arcipelago, una storia che incentrata su Dragut, si è tentato tuttavia di allargare e inserire in un “continuum”, che dal primo millennio a.C. Ha condotto ai nostri giorni, è giusto riflettere su ciò che rimane nella nostra cultura, in particolare quella orale, del pericolo turco, un pericolo fatto proprio dalle comunità locali ed entrato nella parlata popolare e nella toponomastica. In quest’ultimo settore i riferimenti sono numerosi: nell’isola madre si trova ancora “Guardia del Turco”, luogo di osservazione situato nella costa settentrionale a 98 m s.l.m., in posizione ottimale per controllare il tratto di mare compreso fra Maddalena e le isole settentrionali che guardavano verso la Corsica; nella stessa isola, nella costa occidentale, fra Cala d’Inferno e Bassa Trinita, vi è Guardia Maiore a 78 m s.l.m.; a Santa Maria, invece, esiste una Punta Guardia del Turco, a 49 m s.l.m. E a Santo Stefano il Monte Guardia Moro (o Guardia del Moro), a 91 m s.l.m.

Anche la lingua isolana contiene retaggi importanti, a dimostrazione di come il pericolo barbaresco davvero si sedimentò nel vivere quotidiano, sì da influenzare i modi di dire e di pensare. Ne sono un esempio, piccolo ma significativo i seguenti detti:
Ogni mucchju pari un turcu (ogni cisto sembra un turco)
Signori, i Turchi! Nun ci piddeti a nò, piddetighi a iddi (Signore, i Turchi! Non prendete a noi, prendete loro)
Fibbragghju curtu è pegghju d’un turcu (febbraio corto è peggio di un turco).

Per concludere, può essere interessante riflettere su come, in effetti, fu poi il termine turco a mantenere nel tempo una netta prevalenza nell’uso popolare; i pirati provenivano in genere dall’area arabo-berbera, dal Medioevo in poi dominata, politicamente e militarmente, dai turco-ottomani. Con gli anni essi si identificarono genericamente con il nome di turchi e turco fu il pericolo che a lungo infestò le coste italiane. Anche semanticamente il significato si allargò fino ad assumere, quasi per antonomasia, il significato di straniero. Il grande storico francese Fernand Braudel ci spiega, per esempio, che il mais fi chiamato granoturco poiché, in quel modo, si voleva significare che quel prodotto era “straniero” a tutti gli effetti.

La percezione del pericolo turco, da parte delle popolazioni costiere mediterranee, fu composita e lo stesso termine venne ad assumere negli anni un significato molto più ampio di quello che originariamente esso aveva. Ciò che appare sicuro è che la capacità dei corsari di agire sul territorio fu profonda e in profondità si radicò; la toponomastica e i detti isolani citati poc’anzi sono un’eco che proviene da molto lontano.

1) La ricerca dell’identità 1792-1794 Salvatore Sanna, La Maddalena 1997, pag 244 – 245. Nell’archivio della Parrocchia di Santa Maria Maddalena risultano gli atti di morte di: Antonio Sabatini, Capriata G.B. di Bonifacio, l’isolano Giovanni Zicavo, il siciliano Mirabitu, tutti sepolti nel cimitero di Santo Stefano; inoltre persero la vita “La Fontana”, Cavassa, Giov. Antonio Morense, Stefano Bargone di Capraia, il maltese Gioacchino Maozegà, altri nove dei quali non si conosce il nome, quattro gettati in mare ed infine Giovanni Ornano “Lu spassu”, morto il 29 gennaio in conseguenza delle ferite riportate.

Parzialmente tratto da “Dragut, un corsaro nelle acque dell’arcipelago” di Gian Luca Moro, in Almanacco Maddalenino V – Paolo Sorba Editore