Due giacobini alla Maddalena

Con carta reale del 12 giugno 1830, in risposta ad una istanza di grazia o di liberazione condizionata avanzata nel maggio precedente dagli avvocati Antonio Massa Murroni e Luigi Cadeddu, ormai da anni detenuti a La Maddalena, il sovrano piemontese Vittorio Emanuele I comunicava al viceré di Sardegna don Giuseppe Maria Roberti di Castelvero, che “…per gravi motivi, non si è stimato di accondiscendere alla prima delle dimande, ma avendo Noi però preso a considerazione che i summentovati detenuti hanno già scontata una gran parte della pena loro inflitta, e che il delitto loro imputato, sebbene di natura gravissimo, non è poi stato consumato, abbiamo inchinato il Nostro animo alla clemenza, accordando loro la grazia della supplicata commutazione della pena. Pertanto col parere del Regio Consiglio abbiamo commutato, e commutiamo la pena del carcere, che rimane da scontare alli detenuti Luigi Cadeddu, ed Antonio Massa Murroni, in quella della relegazione nell’Isola stessa della Maddalena per un tempo uguale a quello, che rimane loro a scontare in carcere, durante il qual tempo resteranno sotto la sorveglianza del Comandante dell’Isola coll’obbligo di presentarsi al medesimo ogni giorno”.

Gran da fare e nuove incombenze dunque per il comandante dell’isola maggiore Salvatore Ciusa sotto la cui sorveglianza vennero sempre posti tutti quei personaggi il cui destino, per le loro implicazioni in vicende politiche, era quasi sempre quello della prigionia o della relegazione in un’isola. La Maddalena, pertanto, fino a quando non assunse quelle preminenti funzioni di base militare che di per sé rendevano inopportuna la presenza di detenuti politici, dovette assolvere, come quasi tutte le isole italiane, al ruolo di prigione o di obbligato soggiorno di personaggi scomodi. Salvatore Ciusa, che per lunghi anni sarà comandante militare della Piazza di La Maddalena, unitamente al Bailo Andrea Sanna che eserciterà la sua attività di giusdicente per un periodo pari a quello del Ciusa, avranno anche l’incarico di vigilare dal 1821 al 1834 sul capopopolo cagliaritano Vincenzo Sulis e sui tanti altri detenuti ed esiliati per delitti politici.

Gli avvocati Cadeddu e Massa Murroni, appartenenti ad uno dei tre club giacobini cagliaritani, che da tempo congiuravano per provocare una nuova cacciata dei piemontesi, erano stati tra i protagonisti di quella che passerà alla storia come la congiura di Palabanda del 1812. Erano gli anni immediatamente precedenti alla restaurazione; l’astro napoleonico stava ormai per tramontare e quando già si delineava il nuovo assetto dell’Europa Vittorio Emanuele, nel 1806, lasciata Roma, si era stabilito a Cagliari, ove non fu bene accolto né benvisto dalla popolazione isolana in quanto la sua corte, a differenza della parsimoniosa corte viceregia di Carlo Felice, dava spettacoli di sprechi a spese dei sardi. Il quadro offerto dalla situazione socio-economica della Sardegna di quegli anni era quanto mai sconsolante; una lunga carestia aveva dissestato le finanze del regno fino al punto che si era nell’impossibilità di pagare gli impiegati. I problemi, tuttavia, come per la sommossa del 1794, erano di ordine meramente politico; non si trattava essenzialmente della rivolta di un popolo affamato e oppresso dai soprusi, ma di una congiura di intellettuali e borghesi i quali fin dai tempi della rigida piemontesizzazione attuata dal Bogino continuavano ad essere privati della possibilità di accesso agli impieghi e alle cariche pubbliche. La voce che corse su quella congiura fu però quella secondo la quale la stessa era stata fomentata dalla rivalità accesasi fra vecchia corte viceregia e quella reale e che scopo della rivolta doveva essere quello di togliere la corona a Vittorio Emanuele e porre sul trono il fratello Carlo Felice.

Ad ordire la congiura erano l’avvocato Salvatore Cadeddu e suo fratello Giovanni, rispettivamente segretario e tesoriere dell’Università; i loro figli Luigi e Gaetano, quest’ultimo giusdicente a Quartu S.Elena; il professor Giuseppe Zedda della Facoltà di giurisprudenza; gli avvocati Francesco Garau e Antonio Massa Murroni, ed infine il sacerdote Gaetano Muroni. Costoro, e altri di cui poi non vennero mai fatti i nomi, furono i capi della congiura. L’incarico di preparare la mano armata era stato dato ai popolani di Stampace i quali dovevano organizzare la truppa e attuare un piano che prevedeva, nella notte tra il 30 e il 31 ottobre 1812, l’assalto combinato al quartiere di Castello da parte degli abitanti di Stampace, di Villanova e della Marina con la cattura di tutte le autorità. A sventare quel piano era valsa però l’ingenuità di uno dei congiurati, Gerolamo Boi, che aveva avvertito il suo amico Proto Meloni, sostituto procuratore fiscale, di mettersi in salvo. Questi, ovviamente, allertò i suoi superiori i quali ne riferirono al re. Il comandante della Piazza di Cagliari, Giacomo Pes di Villamarina, il quale dormiva sonni tranquilli certo che la sua capillare rete di delatori lo avrebbe tempestivamente informato su ogni movimento, stavolta fu colto alla sprovvista in quanto di quella congiura nulla era trapelato; disse al sovrano che la notizia non aveva alcun fondamento, ma mise subito in moto i suoi servizi di vigilanza. Poche notti dopo uno dei congiurati, sorpreso a portar ordini nella casa di Palabanda, fu fermato da una pattuglia che, su preciso ordine del Villamarima, lo lasciò in libertà dandogli così la possibilità di dare l’allarme ai congiurati i quali, presi dal panico, rinunciarono all’ormai fallita impresa e in gran parte si dispersero riparando all’estero. Furono condannati a morte e subito dopo giustiziati Raimondo Sorgia, Giovanni Putzolu e Salvatore Cadeddu, ma riuscirono a fuggire e furono condannati a morte in contumacia il professor Giuseppe Zedda, passato in Corsica dove insegnò l’italiano; l’avvocato Gaetano Cadeddu, rifugiatosi a Tunisi; Francesco Garau emigrato in Francia ove ottenne un posto di insegnante di lingue straniere ad Aix en Provence, e il pescatore Ignazio Fanni, capopolo della Marina, di cui non si ebbero più notizie.

Luigi Cadeddu e Antonio Massa Murroni, processati il 30 agosto 1813, furono rispettivamente condannati a venti anni di carcere e all’ergastolo. I due giacobini, che avrebbero potuto ottenere una forte riduzione della pena se avessero rivelato i nomi di tutti i complici, mantennero il più assoluto silenzio e, dopo la condanna, furono avviati a La Maddalena e relegati nelle temute carceri di Guardia Vecchia dove, qualche anno dopo, vedremo imprigionato anche Vincenzo Sulis, proveniente da Alghero.

E’ tuttavia probabile che il Massa Murroni abbia poi ottenuto la commutazione dell’ergastolo in una pena a termine poichè, come abbiamo visto, inoltrò nel 1830, unitamente al Murroni l’istanza di grazia non accolta dal sovrano il quale, tuttavia, li fece uscire dal carcere e concesse loro l’esilio nell’isola. Massa Murroni soggiornò a La Maddalena ancora per cinque anni. Nel maggio del 1834, difatti, tre mesi dopo la morte del Sulis, chiese di potersi trasferire a Cagliari e tale concessione gli fu accordata nel marzo dell’anno successivo. Il benevolo provvedimento gli fu comunicato dal Bailo Andrea Sanna davanti al quale, il 23 maggio 1835, in attesa che arrivassero le disposizioni viceregie che gli consentissero di lasciare l’isola prestò atto di sottomissione di “…bene e fedelmente portarsi, e di vivere da quieto e pacifico cittadino, non solo in questa, ma eziandio in quella di Cagliari quando vi si porterà”. Il giorno stesso, poi, il Massa Murroni indirizzava al viceré una lettera con la quale lo ringraziava della “…benignità con cui si è degnata di aderire alla mia umile preghiera”, aggiungendo: “Io sarò eternamente memore di un beneficio così signalato che terrò eternamente scolpito nell’intimo del mio cuore sino agli ultimi dei miei giorni”. Morirà l’anno successivo, il 19 ottobre 1836, quasi settantenne.

Il Cadeddu, invece, i suoi venti anni li scontò tutti a La Maddalena e solo nel 1833 potè fare rientro a Cagliari ove lo attendeva la moglie Ignazia Mazzuzi.

Della presenza a La Maddalena di questi giacobini e certamente di tanti altri che forzatamente soggiornarono nell’isola sappiamo ben poco. Non ci è infatti noto quale vita conducessero, se avessero rapporti con la popolazione o se potessero avere e tenere contatti sia pure epistolari con l’esterno. Del Sulis ci è pervenuto qualcosa perchè dopo il suo casuale incontro nell’isola con Pasquale Tola, questi lo convinse a scrivere le sue memorie e che poi, a più riprese, gli furono clandestinamente inviate a Sassari. Sappiamo però che Luigi Cadeddu, nell’agosto del 1827, quando era ancora detenuto in carcere, chiese e ottenne, per motivi di salute, di poter prendere i bagni di mare.

Certamente l’indole della popolazione maddalenina di quell’epoca, fedele al re e alle istituzioni, la mancanza del ceto nobiliare, di intellettuali impegnati, di una classe borghese, che nell’isola non si era ancora consolidata, e, infine, la stretta sorveglianza alla quale erano sottoposti i detenuti politici, non creavano le condizioni per temere che essi potessero quì trovare complici e dal loro esilio ordire altre trame.

Lo stesso Garibaldi, difatti, quando durante il suo breve soggiorno nell’isola nel 1849, stavolta anche lui in veste di prigioniero politico, fu sospettato di svolgere attività eversiva, ebbe a scrivere nelle sue memorie: “Cosa ridicola! Non mancò chi m’accusasse al governo Sardo, o il Governo stesso lo finse; ch’io tramavo rivoluzioni in quell’Isola, dove la metà della popolazione era al servizio regio, o pensionata”.

Antonio Ciotta