Due messe per Des Geneys

I lavori di restauro eseguiti nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena, ultimati nel 1997, sotto la direzione dell’architetto Pier Luigi Cianchetti, anche se non hanno del tutto ridato alla facciata l’antico equilibrio di forme e di dimensioni che la stessa aveva quando era più arretrata rispetto alla piazza antistante, hanno tuttavia eliminato quel prospetto che tanto aveva fatto discutere e le cui linee architettoniche il prof. Chiaiese, con la sua nota arguzia, non aveva esitato a definire “…stile spalliera di letto”. Si è rifatta l’antica meridiana e sono inoltre tornate a suonare le campane che ai tempi del vecchio “rimito” Capriata scandivano il susseguirsi delle giornate segnando l’Ave Maria alle cinque, il mezzogiorno alle dodici, e nuovamente l’Ave Maria alle diciotto e il Pater Noster alle diciannove. La chiesa, il cui prospetto in stile tardo barocco piemontese era stato sostituito nel 1952 da una facciata “mediterranea” progettata dall’architetto Antonio Simon Mossa, è tornata dunque come l’aveva a suo tempo voluta l’ammiraglio Giorgio Andrea Des Geneys, benefattore e “patrono” dei maddalenini, il quale, tuttavia, non ebbe poi occasione di vederla compiuta.
L’esigenza della costruzione di una chiesa che servisse agli isolani per il conforto religioso fu sentita prima ancora che il governo sardo-piemontese decidesse, nel 1767, di occupare militarmente le isole. Difatti, fin da quando Allione di Brondel e Giovanni Maria De Nobili furono inviati nell’arcipelago per contattare i pastori corsi ed invogliarli a sottomettersi ai Savoia, fra i primi problemi che si posero ci fu quello di evitare per il futuro i contatti con Bonifacio nella cui chiesa si celebravano i matrimoni dei pastori stanziati nell’arcipelago e venivano battezzati i bambini nati nelle isole. Ed a tal fine, in una relazione del 24 marzo 1766, diretta al viceré dall’intendente generale Vacha, veniva tra l’altro suggerito: “…non deve uno più per l’avvenire recarsi in Bonifacio, sia per lo spirituale, che per il temporale, ma sieno obbligati a portarsi nel Regno, anzi per ciò che riguarda lo spirituale sarebbevi a riflettere, se trattandosi di una popolazione che somministra ancora in tutto il numero di 34 famiglie, non fosse spediente di obbligare gli stessi abitatori a farsi formare una Chiesa, o sia Cappella, provvederla del bisognevole e mantenervi un Prete, che approvato dal Vescovo di Castell’Aragonese, somministrasse loro li Sacramenti, e facesse tutte le altre funzioni parrocchiali”.
Sulla base di queste indicazioni, il viceré Des Hayes aveva mandato al seguito del corpo di spedizione un cappellano militare ed aveva dato al maggiore La Rocchetta le seguenti istruzioni:
Essendovisi destinato un cappellano per munirli del dovuto pascolo spirituale colla spiegazione dei Vangeli e Catechismo, sarà di lei incarico il far che il medesimo non manchi a un così stretto dovere, giacché la Religione istessa e le buone massime morali, oltre al vantaggio particolare di caduno servono altresì a contenerli da vizi, e a mantenervi per conseguenza il buon ordine e l’ubbidienza. Lo stesso cappellano, dovendo pure ivi servir da parroco con celebrare la Messa nei dì festivi (per cui Ella farà dare il segno del tamburo in mancanza della campana) e somministrare i Sacramenti tanto alla truppa, che agli Isolani; sarà di Lei opera degna di procurare che quei miseri vengano da lui insibilmente istrutti ne’ Misteri della Nostra Fede, ed in altri doveri del Cristiano, tale essendo la precisa intenzione di S.M.”.
Nei primi anni successivi all’occupazione la costruzione di una chiesa, come suggerito dal Vacha, non potè essere attuata sia perchè apparve sufficiente la presenza di un cappellano per sopperire alle esigenze spirituali, sia perchè la scarsa popolazione e la totale mancanze di decime, dalle quali gli isolani erano esentati, non avrebbe potuto offrire al parroco la rendita necessaria alla sua sopravvivenza. La messa veniva dunque officiata alla marina di Cala Gavetta dal cappellano imbarcato sul pinco di Allione di Brondel ed era poco seguita dai pastori corsi, che erano ancora restii a lasciare le abitazioni sulle alture del Collo Piano, e che, oltretutto, come è dato di capire dal tenore delle istruzioni date al la Rocchetta, si trovavano ormai al di fuori di ogni pratica religiosa e quindi poco sensibili al richiamo del tamburo che annunciava la messa, ammesso che da quelle alture potessero sentirlo. Sappiamo tuttavia che in quei primi anni, non essendovi a La Maddalena terreno consacrato, la tumulazione dei morti cominciò ad aver luogo nella vicina Gallura nel “chiappittu” della chiesetta rurale di San Michele di Liscia, mentre i morti sospetti di contagio venivano sepolti a Santo Stefano o nell’attuale Isola Chiesa. In quest’ultima isoletta, difatti, il 4 novembre 1774 fu inumato il corpo del ventenne Francesco Ornano, il primo maddalenino caduto in battaglia in uno scontro con i barbareschi. Tale usanza durò almeno fino al 1833, anno in cui, come risulta da un documento da noi consultato, vi fu sepolto il marinaio Giacomo Tomasi di Capri che era stato ucciso sull’opposta sponda di Porto Pozzo ove era sceso da una barca corallina toscana diretta in Barberia.
Dai registri della parrocchia non risultano i nomi dei primi cappellani militari che esercitarono il culto nell’isola: il primo di cui si ha notizia è il canonico Virgilio Mannu, dal 1768 al 1773, e poi Francesco Moglia nel 1784, seguito nel 1785 da Ludovico Carta della “Beata Margherita”, nel 1787 da Giuseppe Agostino Ugas, nel 1789 da Raimondo Maria Doro, entrambi della “Santa Barbara” e nel 1792 da Francesco Marcelli della “Beata Margherita”.
Nel gennaio del 1768, il maggiore La Rocchetta, prima di lasciare l’isola, in quanto richiamato per aver esaurito il suo mandato, nell’esporre al viceré i bisogni della popolazione, lo informava, tra l’altro: “…Questa gente mi ha anche detto che essi sarebbero molto riconoscenti se Vostra Eccellenza avesse la bontà di ordinare la costruzione di una Chiesa. Quando mi hanno fatto tale proposta li ho invitati a costruirsela essi stessi, dal momento che è a loro che deve servire. Mi hanno esposto la loro miseria, e si sono offerti di raccogliere le pietre, la terra grassa, e portare l’acqua, come anche di fornire ogni giorno dei paesani per servire i muratori a condizione che Vostra Eccellenza provveda a far pagare i muratori e gli strumenti per l’opera”.
Appena due anni dopo, nel 1770, venivano iniziati nei pressi della “Villa”, poco distante dall’abitato di “Collo Piano”, i lavori di costruzione della chiesetta della Trinità, allora dedicata a Santa Maria Maddalena. Non sappiamo quando furono ultimati i lavori, ma data la modesta mole della costruzione non dovettero avere lunga durata ed il Baldacci dà per certo che dallo stesso 1770 vi si cominciarono a tumulare i morti. Nel 1776, comunque, in una relazione diretta al viceré dal capitano ingegnere Cochis, si apprende che la chiesa era “…di già costrutta” e ne veniva rappresentata l’ubicazione in una planimetria allegata alla relazione stessa.
Ben presto però, come era stato nelle previsioni e nelle promesse degli occupanti, la comunità corsa, in parte dedita ai primi commerci ed in parte impiegata nel servizio delle regie navi iniziò l’esodo verso Cala Gavetta, e fu la chiesetta della Trinità a trovarsi a notevole distanza dal già popoloso borgo voluto dal De Nobili. Va detto che a quei tempi la chiesa, oltre a soddisfare i bisogni spirituali era unico luogo di incontro e di apprendimento; assolveva le funzioni di stato civile registrando nascite, matrimoni e morti; provvedeva all’educazione e all’istruzione dei fanciulli; assisteva concretamente i poveri; sorvegliava la morigeratezza dei costumi ed era in pratica il fulcro della vita comunitaria. Non a caso tutte le nuove leggi, disposizioni o provvidenze, sia che provenissero dal governo, sia che fossero emesse da uffici del dipartimento o da autorità locali, venivano sempre inviate ai parroci con la raccomandazione “…di spiegarli dal pulpito in volgare affinchè tutti ne possano venire in cognizione”.
Per tali nuove esigenze il 27 agosto 1779 i maddalenini inviavano al viceré una supplica con la quale chiedevano l’erezione di una seconda chiesa al centro della borgata; appena tre mesi dopo il capitano ingegnere Cochis, sebbene a suo tempo avesse osteggiato il trasferimento dell’abitato a Cala Gavetta, aveva già approntato i disegni ed il preventivo per un costo complessivo di lire 10.464. Il 28 novembre 1779, difatti, il bailo Fravega presentò i piani della chiesa ai maggiori esponenti della comunità fra i quali Antonio Ornano, Pietro Cogliolo, Giovanni Antonio Variano (il primo sindaco), Ignazio Serra dell’Isola di Caprera, “…ed altri capi famiglia dei più benemeriti”. La spesa dovette apparire eccessiva e gli isolani, non potendola affrontare, si dichiararono disposti a contribuire con la loro opera materiale impegnandosi a collaborare nei lavori senza alcun compenso ed a trasportare il necessario per la fabbrica. Il 19 dicembre 1779 il progetto del Cochis fu inviato al vescovo di Ampurias, il quale, pur essendosi nello stesso anno recato nell’isola per la prima visita pastorale nella storia di La Maddalena, con scarsa solerzia, solo il 26 agosto 1780 lo rimetteva al viceré con una lunga e motivata lettera.
Detta chiesa – dice il vescovo – è necessarissima perchè tutta la popolazione trovasi alla marina e la chiesa già fatta è lontana in circa d’un ora di strada tutta scoscesa. La Messa si dice adesso, in giorni festivi in casa di Monsiù De Nobili, contro ogni regola della Chiesa, perchè non è luogo destinato né benedetto dal Vescovo per tale uso sacro, se il tempo è cattivo, che non possono stare in piazza, ne resta priva la metà di essi, che non possono stare dentro la piccola stanza, dove celebra la Messa il Cappellano, quale deve dirne un’altra nell’istesso giorno nell’antica chiesa per pochi altri, che ivi sono rimasti per non voler abbassare alla marina. Io che ho veduto tutto l’anno passato a mie spese, ho lasciato nello stesso disordine le cose, non essendo risanato da quelli isolani, né posso meno per questa povera gente …che compatire la mancanza che vedo per il culto Divino, ed anche per pascolo spirtituale di missioni, ed esercizi pubblici, che tutto bisogna farsi con la moneta, e non con parole”.
Appena un anno dopo, con il consenso di tutti, si diede inizio ai lavori; la nuova chiesa, sebbene non completa, venne dedicata a Santa Maria Maddalena e la vecchia chiesetta fu consacrata alla SS.Trinità. Pochi anni dopo, nel febbraio del 1793, essendo parroco don Giacomo Mossa, la chiesa rischiò di essere distrutta durante il bombardamento al quale fu sottoposto l’abitato dalle artiglierie francesi installate sull’isola di Santo Stefano dal giovane Napoleone. Tre palle colpirono il tempio arrecando lievissimi danni; una prima bomba colpì il tetto cadendo all’interno senza scoppiare, una seconda attinse l’angolo di ponente ferendo Simone Ornano, e una terza palla, entrata da una finestra, cadde inesplosa ai piedi della statua di Santa Maria Maddalena. Si gridò al miracolo e lo stesso viceré, in una lettera dell’8 marzo 1793, diretta al vescovo di Ampurias, che da Tempio lo aveva informato del prodigioso scampato pericolo, annotava: “Le circostanze ch’ella mi addita …sono atte a confermarmi nella ferma speranza che io aveva nell’assistenza del cielo il quale ha manifestamente costà dichiarato il suo favore”. La palla inesplosa, subito disinnescata e conservata come preziosa testimonianza della protezione di Santa Maria Maddalena, fu poi venduta nel 1832 da un consigliere comunale allo scozzese William Sanderson Craig che si trovava nell’arcipelago per tentare di riprendere il commercio della “roccella tinctoria” interrotto alla fine del secolo. La chiesa parrocchiale, anche se il ricavato di 32 scudi doveva servire per comprare l’orologio della facciata, perdeva così un importante cimelio. L’orologio, stando a quanto riferisce il La Marmora, nel 1860 non era stato ancora comprato, e la palla di cannone non aveva preso la via della Scozia, come supposto dal Valery, in quanto il Craig, divenuto poi console generale della Gran Bretagna a Cagliari, l’aveva tenuta per sé con l’intenzione di farne omaggio a Napoleone III.
Ma la bufera napoleonica, che doveva sconvolgere l’Europa, era ormai alle porte; nel 1799 Carlo Emanuele III, successo tre anni prima a Vittorio Amedeo III, fu costretto a lasciare il Piemonte e a rifugiarsi in Sardegna. Cagliari divenna la capitale del regno e La Maddalena la sede dei resti della flottiglia sabauda. A capo dei servizi marittimi fu posto Giorgio Andrea Des Geneys che ben presto, con il suo comportamento ed il suo operato, seppe accattivarsi la simpatia e la stima degli abitanti. Malgrado i tempi durissimi che attraversava il regno, la presenza della Marina, sia pure con i limitati stanziamenti ad essa destinati, diede notevole incremento alla comunità; si costruivano nuove fortificazioni, si riattavano quelle esistenti e soprattutto si riattavano nuove navi nelle quali gli isolani venivano chiamati a far parte degli equipaggi. Notevole dunque la consistenza militare. C’era lavoro per tutti e le attività commerciali, lecite e illecite, gestite dalla nascente borghesia, ebbe un notevole incremento, accentuatosi particolarmente durante la successiva presenza della flotta di Nelson e dell’intensa presenza delle navi corsare al servizio delle potenze belligeranti, con al seguito lucrose prede i cui frutti venivano commercializzati in questo scalo. A turbare la pace nell’isola, tuttavia, sopravvenne la destinazione dei “soldati della grazia” (la Compagnia del Corpo Franco, composta da ex detenuti graziati e impiegati quali remiganti sulle galere). La loro presenza non mancò di creare disordini e malcontenti che in occasione di alcuni cruenti episodi rischiarono di degenerare in tumulti popolari. Il barone Desgeneys intervenne sempre con la dovuta energia, placando gli animi e rendendo, per quanto possibile, ampia giustizia.
Ma i malumori e le insofferenze continuarono a serpeggiare al punto che la popolazione corsa aveva fatto chiaramente intendere che perdurando questo stato di cose avrebbe abbandonato l’isola. L’uccisione di due uomini posti a guardia delle vigne, dalle quali i soldati della grazia solevano rubare la frutta, costrinse il consiglio comunitativo a manifestare apertamente al sovrano le intenzioni degli isolani.
Si legge nella lunga lettera diretta al Re: “Vede il Consiglio le angustie in cui si trova la popolazione insultata, e senza respiro di sollievo, temendo sempre l’imposto, e inconvenienti a danno loro premeditati da’ soldati del Corpo Franco e sulle perplessità d’abbandonare la propria Patria, beni e possessi, costringendoli a questa loro determinazione la sola presenza del distaccamento dei soldati della grazia, quando nel frattempo conoscevano la loro felicità dalla truppa, che protempore colà s’aqquartierava perchè onesta, circospetta e subordinata”.
Nella stessa lettera il consiglio ribadiva la fedeltà del popolo al sovrano ed il gradimento nei confronti della Marina proponendo al Re di allontanare il distaccamento del Corpo Franco e di “…rilevarlo con la surrogazione d’una forza d’uguale imponenza, perchè possa la popolazione respirare un’aura felice e ritornare al seno della quiete, che godea per l’addietro”.
La minaccia degli isolani di abbandonare l’arcipelago e far certamete ritorno in Corsica, terra dalla quale provenivano ed alla quale erano legati sia sentimentalmente, sia da stretti vincoli di parentela con gli abitanti, fu presa nella dovuta considerazione dal Desgneys e quando i maddalenini sentirono il bisogno di completare e ingrandire la loro chiesa e con ciò rafforzare i legami alla nuova patria, se ne fece promotore. Nel 1814, quando la comunità aveva già superato i duemila abitanti, col valido aiuto della Regia Marina, vennero alacremente iniziati i lavori della grande chiesa che nel 1819, essendo parroco don Giovanni Battista Biancareddu, era completa. Tutta la comunità, soprattutto le donne, che trasportarono terra ed acqua, aveva materialmente prestato la propria opera per l’edificazione del tempio. Per la realizzazione dell’abside e delle volte, che richieva materiale diverso dal pesante granito, i padroni maddalenini portarono con le loro barche calcare da Tavolara e tufo da Capo Testa. Significativo un lungo elenco, conservato nell’archivio comunale, con i nominativi di oltre 200 sottoscrittori; non vi fi figurano i nomi dei maggiorenti isolani, che certamente contribuirono separatamente, ma nomi di semplici cittadini che, tassandosi chi di uno scudo, chi di mezzo scudo e taluni soltanto di un quarto di scudo, non mancarono di dare il loro sia pur modesto contributo fino al raggiungimento di una somma di appena cento scudi, lontanissima però da quella occorrente per il completamento del Tempio. In tanto fervore dei fedeli vi è da rilevare, di contro, l’assoluta assenza delle autorità ecclesiastiche, del vescovo e della curia che non diedero alcun contributo. Desgeneys, scriverà più tardi, quando si accese una diatriba tra il comune e il vescovo per la collocazione di un quadro della SS. Trinità donato da Pietro Azara Bucheri, che quella chiesa si apparteneva per due terzi alla Marina e per un terzo alla popolazione.
Al completamento dei lavori della chiesa contribuì successivamente anche il Craig, il quale, tra l’altro abile pittore, oltre a versare l’offerta di uno scudo d’oro di Francia, predispose i disegni del portale che fu poi realizzato in legno di noce da mastro Giovanni Bargone per un costo di 36 scudi.
Il barone non potè assistere al completamento dei lavori; ritornata la pace e restaurato lo stato piemontese, la Marina Sarda si era trasferita a Genova. Solo nel 1831, a bordo della goletta L’Ardita, potè giungere nell’isola l’altare maggiore che l’ammiraglio, a sue spese personali, aveva voluto donare alla comunità. E fu con grande commozione che i vecchi corsi, quando il parroco don Sebastiano Balistreri Pintus presentò loro il nuovo altare, videro subito che esso era perfettamente uguale a quello della chiesa di Santa Maria Maggiore in Bonifacio. L’altare, di stile tardo barocco, è sormontato da un grande crocifisso in legno, con un Cristo in grandezza naturale, che ancora oggi è denominato “Il crocifisso del Desgeneys”. Il barone, che aveva perfettamente capito i sentimenti dei popolatori corsi, volle dunque portare nell’isola un frammento della vecchia patria affinchè i maddalenini potessero trovare ragioni di maggiore attaccamento al loro scoglio, e per far ciò con un singolare atto di spionaggio, aveva inviato in tutto segreto delle persone di sua fiducia a Bonifacio perchè riportassero il modello dell’altare che fece poi realizzare da artigiani liguri. Quattro anni prima, nel 1827, Desgeneys aveva donato il pulpito in marmo intarsiato e il baldacchino in legno, anch’essi di fattura ligure, e aveva fatto pervenire un calice e una pisside d’argento, con inciso il blasone degli Agnés, esposti oggi nel museo diocesano.
“…u Barò”, come ancor’oggi viene affettuosamente chiamato il Desgeneys, non farà più ritorno nell’isola, ma non dimenticherà mai i suoi maddalenini e sarà sempre, in tutte le occasioni, il loro “patrono”. E gli isolani non cessarono mai di essere risconoscenti al loro benefattore; sulla facciata della chiesa spicca infatti una lapide in latino che ricorda il contributo offerto per la realizzazione del tempio e, all’interno di esso, l’altare di San Giorgio, da lui voluto ed a lui dedicato, con un quadro di autore ignoto, rappresentante il santo nell’atto di trafiggere il drago, sormontato dallo stemma nobiliare degli Agnés, casato al quale egli apparteneva. In quest’altare, vivente il Desgeneys, venne ogni anno celebrata con grande solennità una messa cantata in occasione della ricorrenza di San Giorgio.
La cosa fu certamente gradita dall’ammiraglio tanto che egli, all’atto della sua morte, nel testamento mistico pubblicato a Genova il 10 febbraio 1839 dal notaio Raffaele Lavaggi, dispose il seguente legato:
Lascio …scudi sardi otto equivalenti a lire nuove cinquanta, ed in perpetuo, tanto per l’elemosina di due Messe Cantate secondo la mia intenzione da febbraio l’una nel giorno della ricorrenza di S.Giorgio, l’altra nella ricorrenza di S.Andrea nella cappella del mio gius sotto l’invocazione di San Giorgio, quanto per la manutenzione della stessa cappella, e da pagarsi annualmente dal mio erede e dai suoi successori al Reverendissimo Parroco pro tempore della stessa Chiesa che sarà obbligato di procedere alla manutenzione medesima e da presentare il conto dell’eseguimento al detto mio erede, o chi per esso e suoi eredi, colla fede di applicare delle messe secondo la mia intenzione. Ed alla prestazione di questo mio annuo legato assoggetto ed ipoteco la mia campagna vignata e seminativa situata nell’Isola della Maddalena denominata La Padule onde sempre debba rimanere tale obbligo”.
Delle due annuali messe in suffragio del “barone” si è perso purtroppo il ricordo ed anche gli eredi del Desgeneys hanno perso il ricordo di quest’isola e forse anche del loro antenato. L’ipoteca che garantiva la copertura finanziaria per le messe e per la manutenzione dell’altare, nel 1842, con l’autorizzazione del vescovo di Tempio monsignor Diego Capece, fu trasferita dal terreno di Padule, acquistato da sir Hyde Parker, a due case di Cala Gavetta; essa non fu certamente rinnovata alle scadenze trentennali e si è quindi estinta.
Oggi lo storico altare di San Giorgio versa in uno stato precario e necessita di un accurato intervento che ne garantisca la conservazione. E in un paese che ha poco più di due secoli di vita, che non ha grandi vestigia del passato né tradizioni che affondano la loro origine in epoche remote, disattendere e vanificare le ultime volontà del Desgeneys costituisce certamente una grave perdita. Ai veri eredi del barone, in primo luogo i maddalenini, se vogliono rinnovare la riconoscenza verso il loro antico benefettore e riappropriarsi così di un passato dimenticato, incombe il dovere di riprendere questa tradizione alla quale non dovrebbero sottrarsi gli altri “eredi”: la Marina Militare, della quale, com’è noto, il Desgeneys fu il fondatore, e l’Arma dei Carabinieri, della quale, com’è meno noto, fu parimenti il vero fondatore oltre ad esserne stato, sia pure per breve tempo, il secondo Comandante Generale. Il Desgeneys, tra l’altro, nella sua qualità di Primo Segrerario di Guerra e Marina, sottoscrisse le Regie Patenti di Carlo Felice con annesso Regolamento del 12 ottobre 1822 che estendevano alla Sardegna-Isola il servizio dell’Arma dei Carabinieri, istituita nel 1814 per le province piemontesi, nonchè il decreto del 16 ottobre successivo con il quale veniva stabilito, a decorrere dal primo gennaio 1823, l’assorbimento nel Corpo dei Carabinieri Reali dei Cacciatori Reali di Sardegna.

L’EPIGRAFE IN LATINO SULLA FACCIATA DELLA CHIESA

DIVAE.MAGDALENAE
DUM.SIMUL.INSULA.PRAECLARA.EIUIS.NOMINE.APPELLATA
MONIMENTIS.INCUM.FIRMARETUR.NAVALE.PRAESIDIA.STATIVA
EXCITARENTUR.AUSPICE.NOBILI.VIRO.GEORGIO DESGENEYS
PINASCE.COMITE.MATHIAE.DYNASTA.CLASSIS.PRAEFECTO
SUPREMO.S.MAURITII.ET.LAZARI.INSIGNI.DECORATO
INCOLIS PIETATE.STUDIO.OPERA.UNA.CERTANTIBUS
SUB.AUSPICATISSIMO.V.EMMANNELIS.REGNO.AUGUSTUM
HEC.TEMPLUM.ANNO.MDCCCXIV.COSTITUTUM.DEDICATUM

Il Prof. Mattia Sorba, nel corso di una dotta conferenza tenuta nel luglio del 2000, ponendo in rilievo alcuni errori commessi certamente dall’esecutore materiale della lapide (“EIUIS” in luogo di “EIUS” – “INCUM” per “IN.CUM” – “EMMANNELIS” per “EMMANUELIS” e “HEC” per “HOC”), ha concluso ipotizzando che il testo possa essere stato scritto dallo stesso Desgeneys che ben conosceva la lingua dei nostri lontani progenitori e che preparò lui stesso, prima della morte, l’epigrafe in latino per la sua tomba.

Della storica epigrafe il Prof. Sorba ha elaborato la seguente traduzione: “Questo sacro tempio, dedicato a Santa Maria Maddalena, è stato eretto nel 1814 sotto il fortunatissimo regno di Vittorio Emanuele, auspice il nobile Giorgio Desgeneys, conte di Pinasca, signore di Mathie, comandante in capo della flotta, alto decorato dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, e gareggiando fra loro gli abitanti in devozione, mentre l’isola che della Santa porta il nome famoso veniva cinta di torri difensive e vi sorgevano una stazione navale e stabili guarnigioni”.

A. Ciotta