Epilogo

A partire dal luglio 1957 non si ebbero più licenziamenti di dipendenti civili dell’Arsenale di Moneta.

Non per questo vi è da dire che la pressione sulle organizzazioni sindacali di sinistra, sugli iscritti e sui simpatizzanti dei partiti che le sostenevano scomparve, sia a La Maddalena che altrove. Si attenuò perché stavano mutando le condizioni politiche nazionali ed internazionali, in quegli anni in cui iniziavano a cadere i primi mattoni del muro che divideva in due parti il mondo, ma non cessò. Essere di sinistra restò a lungo, specie nel meridione d’Italia, un ‘certificato d’origine’ che poteva portare a discriminazioni più o meno gravi, più o meno nascoste, in qualunque azienda o amministrazione pubblica.

Un valente politologo, Giorgio Galli, ha descritto, una trentina d’anni fa, l’atmosfera che si respirava in Italia negli anni ’50 con queste parole: “La discriminazione più marcata di cui il Pci ha sofferto non è stata subita dal partito come istituzione. I comunisti che hanno pagato con la discriminazione il fatto di essere comunisti non sono stati né Togliatti, né Longo, né il magniloquente Pajetta, né il retorico Alicata, né l’incensato regista Luchino Visconti, né gli stimati professori universitari […]. I comunisti che hanno pagato con la discriminazione il fatto di essere comunisti sono stati fondamentalmente i militanti attivi del partito, quelli che erano 200.000 negli anni ’50 e sono circa 80.000 oggi. A partire dal 1951-52, essi sono stati, in fabbrica, trasferiti, multati, inviati in reparti detti ‘confino’, licenziati. Sono stati messi al margine o non hanno fatto carriera negli uffici privati e, per un certo periodo, nella pubblica amministrazione. Persone di prim’ordine, di astrazione popolare, dotate di un alto senso di moralità individuale e di forte impegno civico e sociale, si sono sentite isolate in un ambiente ostile” [1]. Anche Eugenio Scalfari, ha sottolineato questi aspetti, cifre alla mano, riferendosi all’anno 1955: “[…] le liste della Cgil, che ancora l’anno prima avevano raccolto il 63 per cento dei voti nella Fiat, crollarono al 36 per cento, il sindacato d’ispirazione democristiana balzò dal 10 al 40 per cento; quello d’ispirazione socialdemocratica dall’11 al 23 [])” [2].

Giorgio Napolitano, in quegli anni era un giovanissimo deputato del PCI e quei momenti di straordinaria tensione politica li ha vissuti e li ha raccontati mirabilmente nelle sue memorie: “[…] la maggior parte di noi militanti del PCI era dominata da un senso di drammatica precarietà e perfino dall’incubo di una terza guerra mondiale” [3]. L’attuale Presidente della Repubblica ha ricordato “l’asprezza delle battaglie sociali e politiche in cui l’opposizione di sinistra era impegnata e gli aspetti apertamente e pesantemente repressivi dell’azione di governo: non era impensabile che si potesse giungere a mettere fuori legge il PCI[ …]. C’era chi auspicava, anche all’interno della DC, che ci si orientasse verso quella soluzione estrema [4].

Non abbiamo difficoltà ad ammettere, dunque, che quello che è accaduto a La Maddalena nel giugno del 1952 e nel dicembre del 1956 abbia avuto ispirazione ed origine lontano dalle coste dell’Isola. Non possiamo esimerci, però, dal rimarcare che quelle ispirazioni trovarono qui un terreno fertile per attecchire e per produrre il loro effetto malefico. Né possiamo mancare di far notare che coloro che potevano, forse, porre un freno all’ingiustizia, non lo fecero o non poterono o non vollero farlo: sono cose, queste, che restano sepolte dai bisbigli, dai ‘si dice’, dai ‘forse’ o dai ‘chissà’. Cose che non urlano e che, ahimé, nulla hanno a che spartire con l’esegesi della Storia. Come altrove, anche qui furono, però, i fianchi più esposti della classe operaia ad essere colpita, quella che l’ambasciata americana e la Cia, voleva vedere intrappolata nell’inazione, meglio se posta fuori del gioco, perché ritenuta portatrice di pericolo immanente e certo per la stessa sopravvivenza del mondo definito ‘libero’.

Noi abbiamo riportato alla memoria delle vicende. Abbiamo fornito degli elementi di giudizio delle stesse, non abbiamo preteso di aver detto o districato l’intreccio di quei fatti, né di aver dissepolto le ossa della verità.

Le storie che abbiamo raccontato in questa ricerca sono, in ultima analisi, storie di quegli uomini e di quelle donne che hanno avuto il coraggio di tenere duro, di non concedere il proprio cervello all’ammasso, al ‘tritatutto politico’; che non hanno creduto alla favola dell’’orco cattivo’ benché un orco ci fosse. Sono state persone capaci di elaborare e di difendere un loro ideale, giusto o sbagliato che fosse, per dare valenza e dignità al lavoro e al rispetto sociale, per vivificare il Diritto che si voleva protetto dalla Costituzione, per trasformare non tanto il mondo ‘libero’ ma le ingiustizie sociali e i soprusi che lo contaminavano e che avvelenavano quella libertà, sin troppo strombazzata.

Grazie al loro coraggio, quelle persone ne hanno sopportato le inevitabili conseguenze, e per questo, solo per questo, hanno oggi il diritto di essere ricordati.

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] Cfr. G. GALLI, Il bipolarismo imperfetto, Bologna, 1966. Pagg. 217-218.

[2] Cfr. E. SCALFARI, L’autunno della Repubblica. Milano,1969. Pag. 89.

[3] Cfr. G. NAPOLITANO, Dal PCI al socialismo europeo. Una biografia politica. Ed. Laterza, Bari 2005. Pagg. 34-35.

[4] Ibidem.