Faro di Razzoli

Sull’isola di Razzoli, nell’arcipelago di La Maddalena, un faro imponente si erge sulla Punta Maestro a picco sul mare. Vi si arriva a piedi, lasciando la barca ancorata nel fiordo di Cala Lunga, per percorrere poi il chilometro del vecchio tracciato che serviva a trasportare il materiale combustibile e le derrate alimentari fin sulla cima. All’inizio del percorso c’è un capannone recentemente restaurato, ma già vandalizzato e in precarie condizioni e, dopo pochi passi, si trova, sulla sinistra, nella spiaggia della Cala dei Morti, una tomba in cattive condizioni su cui si raccontano due storie diverse. Secondo alcuni, il corpo sepolto appartiene ad una giovane donna, la figlia di un fanalista, che mori di parto sulla banchina. La leggenda dice che quando certe notti si odono sull’isola delle grida strazianti è il suo fantasma in cerca di pace. Altri affermano che la tomba ospita due sfortunati uomini della Semillante, una fregata della Marina Imperiale francese, che il 15 febbraio 1855 naufragò a Lavezzi, a causa di una tempesta di violenza inaudita. Nessuno si salvò dal naufragio e i testimoni dell’epoca raccontano che alcuni corpi furono ritrovati dopo diversi giorni sia sulla costa sarda, sia a Razzoli, dove furono sepolti. Continuando il sentiero, dopo aver attraversato un piccolo ponte ci si trova di fronte il maestoso faro ottocentesco.
Mentre altre aree del Mediterraneo si erano dotate già da tempo di un efficace sistema di segnalazione costiero, è solo intorno al 1850 che in Italia si decise di incrementare il numero di segnali luminosi presenti lungo le coste del Paese. Fu così che anche in Sardegna, in seguito agli accordi intercorsi con la Francia per l’illuminazione delle bocche di Bonifacio, si decise di edificare due fari, uno sull’Isola di Razzoli e l’altro su Capo Testa. Come ampiamente descritto dal Della Marmora, i due fari “trovansi quasi in faccia a due grandi fari di primo ordine collocati in Corsica, uno davanti a Portovecchio, l’altro al Capo Pertusato. Il faro di Razzoli è del 2° ordine, con lume fisso e naturale, ed è visibile a 15 miglia di distanza (…)” . Il re ordinò la loro immediata costruzione e diede disposizioni affinché venissero compilati i capitolati di appalto e si procedesse al pubblico incanto per la scelta dell’impresa. Non appena quest’ultima avesse ricevuto l’ordine dalla Direzione del Genio Marittimo, sarebbero iniziati i lavori che, tranne circostanze di forza maggiore, avrebbero dovuto essere portati a compimento in 18 mesi. Si cominciò prima a Razzoli. Come i due fari corsi, anche i fari sardi furono edificati con il sistema lenticolare inventato dall’illustre Fresnel. L’impresario genovese Antonio Fossa ne curò l’arredamento, mentre le macchine, fornite dall’ingegner Henry Lepante, costruttore di fari lenticolari a Parigi, vennero collocate in entrambi gli impianti l’anno successivo. Inoltre si stipulò un contratto con l’imprenditore Matteo Arduino, il quale doveva fornire l’olio d’oliva per l’illuminazione. I lavori di edificazione dei due fari furono conclusi quasi contemporaneamente nel 1844 e vi furono presto inviati dei fanalisti cosi che, come dichiarato anche dal Della Marmora, nel 1845 furono messe in attività le apparecchiature lenticolari. In un avviso ai naviganti emesso dall’Ammiragliato di S.M. il Re di Sardegna conservato nell’Archivio di Stato di Cagliari si legge infatti che a partire “dal 1 marzo 1845 si accenderà un fuoco fisso durante ogni notte alla sommità della torre nuovamente costrutta sulla Punta Maestro dell’Isola di Razzoli, all’ingresso orientale dello stretto delle Bocche di Bonifacio”. Probabilmente l’accensione definitiva avverrà poco dopo la data indicata nell’avviso. Segue il Della Marmora: “Questi due fari sardi (…) hanno già resi degli importanti servizi ai naviganti; ma conviene dire che l’utilità che questi ne ricavano è assai incompleta, e lo sarà sempre, tanto che non verrà collocato un terzo fanale alla punta dell’Asinara, sia nello scopo di dirigere i legni che da ponente vogliono inoltrarsi di notte tempo nelle Bocche, sia per segnare la via ai navigli che facendo la volta opposta ed usciti dal canale di Corsica propriamente detto, devono volgersi a ponente dopo avere persi di vista i fari delle Bocche: senza di questo terzo faro sardo dell’Asinara, desiderato da tutta la marina, gli altri due non saranno mai che di una mediocre utilità, ristretta al puro transito di Porto Torres”.
Prima dell’arrivo della corrente elettrica, la grande lampada d’olio d’oliva prima e d’acetilene in seguito richiedeva, per l’accensione, il lavoro di così tante persone che nell’edificio abitavano tre famiglie.
Negli anni subì varie trasformazioni, di cui la maggiore è dell’inverno del 1954/55 in cui venne sostituita la primitiva lanterna poligonale francese del 1845. Nello stesso periodo venne trasformata la sorgente luminosa. Dal 1956 al 1961 il faro fu sede delle scuole elementari per i figli dei faristi. Nel 1962 il faro fu elettrificato e nell’ottobre del 1965 fu automatizzato con un impianto elettronico di comando della Società Elettronica di Roma. Nel 1968 venne ripristinato il vecchio impianto. Non sono segnalati interventi di restauro dal 1969, anno in cui fu spento il faro principale e il fabbricato fu dichiarato non abitabile a causa delle lesioni presenti sui muri perimetrali. Nel marzo del 1974, a poche decine di metri, fu costruito un nuovo manufatto troncoconico in pietra a vista alto 12 m e il vecchio faro fu quindi sostituito con un nuovo sistema di segnalazione. Un sistema di pannelli solari fa funzionare automaticamente il nuovo faro. La sua luce bianca è visibile a una distanza di 13 miglia. Una luce rossa, di portata inferiore, indica il pericolo delle isole di Lavezzi.
La visita all’interno del vecchio edificio riporta ad atmosfere d’altri tempi, sono ancora visibili i locali delle cucine con le grandi cappe sui banconi dei fuochi, i pavimenti dell’epoca e ovunque la vista è di una bellezza indescrivibile. A nord si stagliano le alte montagne della Corsica che ad inizio primavera sono ancora innevate; sotto, le scogliere dell’isola, sorvolate incessantemente dai gabbiani reali, sprofondano nelle acque cristalline. Alle spalle, una grande vallata, con ginepri nascosti tra rocce granitiche; tante preziose specie vegetali e, in alto, il volo dei corvi imperiali
La vita nel faro era semplice e, a parte l’occasionale visita di qualche pescatore, l’isolamento era totale. Il trasporto dei materiali fino alla banchina era compito di asini dai nomi più svariati: Menelik, Martina, Moscardino, Bicicletta, tutti di proprietà della Marina.
Clementina Morlè, è stata una delle ultime memorie storiche di quegli anni. Grazie alla sua tenacia, i figli dei fanalisti ottennero un’aula per il maestro, perché, come ripeteva convinta: «L’ignoranza è il vero ostacolo al miglioramento». Suo figlio Gennaro, in servizio nella Marina Militare a La Maddalena, trasse in salvo, a nuoto, l’equipaggio di un mercantile battente bandiera greca: l’Agaika Ope, che naufragò, sotto il faro di Razzoli. Il relitto, oggi, giace a dieci metri di profondità e le uniche strutture riconoscibili sono il motore, il timone, l’ancora, due enormi caldaie e la parte poppiera della nave che funge da tana per i pesci. A seguito del suo gesto eroico, compiuto in pieno dicembre, si ammalò di nefrite fino a dover subire il trapianto di un rene, al quale sopravvisse solo per alcuni mesi. Clementina Morlè non s’è mai persa d’animo, ha affrontato le avversità con spirito combattivo. Se qualcuno avesse ancora un’idea romantica della vita nel faro avrebbe dovuto sentire il suo parere: «Senza la luce elettrica, senza un bagno, solo un gabinetto alla turca. Certo, era un lavoro sicuro, ma non si vive di solo pane».
Quando il giornalista Vittorio G. Rossi, nel 1958 arrivò sull’isola, per una serie di servizi pubblicati sul Corriere della Sera, c’erano tre famiglie: in tutto dieci persone, undici con il maestro.
Scriveva il giornalista: «C’erano i conigli, le capre selvatiche, le lucertole, le bisce, i corvi e il rumore del vento. Il rumore del vento poteva anche aumentare o diminuire, ma non si fermava mai; passava le finestre e le porte chiuse, entrava in casa ed era come il rumore di un carrello da miniera che passava sopra la testa e non smetteva mai, giorno e notte di passare».
Quando Vittorio G. Rossi sbarcò sull’isola, sulla banchina ad attenderlo c’era il fanalista Albino Manzoni con suo figlio, dalla faccia sveglia e allegra. Così il giornalista descrive l’incontro: «Come ti chiami? – domandai al ragazzino – Alessandro Manzoni – disse lui. Lo disse come se sapesse che c’era già stato l’altro, ma la cosa non lo disturbasse…Pareva che vivesse in un posto dove c’erano molte cose e lui non avesse neanche il tempo di guardarle e goderle tutte. Io vedevo solo rocce sconvolte e tormentate e cespugli selvatici. Ma le cose sono negli occhi che le guardano, non fuori di essi; così succede che molti non trovano mai niente da guardare». Alessandro Manzoni mori improvvisamente all’età di quarant’anni a La Maddalena, ormai nel faro non viveva più nessuno. Faceva l’elettricista, lui, che aveva trascorso l’infanzia senza la luce elettrica.
L’ex faro risulta essere l’immobile di più antica costruzione tra quelli presi in esame dal PIV. È costituito da un volume parallelepipedo a sezione rettangolare che si sviluppa su tre livelli fuori terra e culmina con la torre che un tempo ospitava il sistema di segnalazione. La posizione rialzata del piano terra, unitamente alla torre di segnalazione di dimensioni ragguardevoli, conferiscono alla struttura un aspetto dominante rispetto al territorio circostante e fanno del faro di Razzoli un vero e proprio landmark. La distribuzione degli ambienti interni avviene attraverso uno schema fortemente simmetrico, il cui elemento centrale di collegamento è costituito dalla scala elicoidale a sviluppo destrorso sorretta da un pilastro centrale in muratura; ad essa si accede attraverso una serie di gradini che collegano il pianerottolo di partenza. Un altro pianerottolo, sul quale si apre una finestra esterna molto profonda per l’aria e la luce, è posizionato a metà del percorso sulla scala. Intorno al blocco scala si sviluppa un disimpegno quadrangolare dell’ampiezza di circa un metro attraverso il quale si raggiungono i vari ambienti. Lo schema planimetrico, che si ripete invariato nei tre livelli fuori terra, comprende nove vani di dimensioni medio-grandi e dieci al piano terra. I dieci vani presenti al piano terra ospitavano originariamente degli uffici, la cucina, la sala da pranzo e un deposito. L’altezza netta del piano è di circa 6 metri, la copertura è costituita da volte a botte in laterizio pieno impostate sulla muratura esterna e sul volume che ospita il vano scala. Al piano primo e al piano secondo l’impianto distributivo è identico e i vani, diciotto in totale aventi dimensioni comprese tra i 19 e i 10 mq, erano adibiti ad alloggio del fanalista e delle rispettive famiglie. A testimonianza degli usi storici, sono ancora visibili i locali delle cucine, i pavimenti d’epoca, gli infissi, la cisterna e i servizi igienici. Entrambi i piani presentano un’altezza netta di 3,5 metri. Al quarto livello sulla terrazza di copertura, che risulta piana e calpestabile, è collocato il volume che ospita la vedetta costituito, oltre che dal vano scale, da due ambienti di piccole dimensioni, circa 9mq ciascuno, dotati di grandi aperture e connessi mediante un corridoio a “L”. Due aperture consentono l’accesso alla terrazza, piastrellata, dalla quale si gode di un’ottima visuale su tutto l’arcipelago. La lanterna, oramai perduta, era l’elemento architettonico più caratteristico del faro: una grande lampada alimentata a gas 11 . L’accesso avviene attraverso due ingressi di cui uno, quello principale, situato a sud-est e l’altro collocato sul lato opposto. L’ingresso principale si trova al termine del sentiero pedonale che si percorre per giungere al faro ed è caratterizzato da una grande scalinata in pietra realizzata con gli stessi materiali che costituiscono il parapetto della strada. L’ingresso secondario è disposto nella grande terrazza di forma semi-circolare rivolta verso il mare. La simmetria della struttura si ripropone anche in facciata: le aperture allineate e le modanature marcapiano ne scandiscono il ritmo conferendo un’apprezzabile armonia compositiva ai prospetti e consentendo una chiara lettura delle altezze degli ambienti interni. Come documentato anche da alcune fotografie storiche, in passato la scansione dei prospetti era accentuata dalla presenza di bande orizzontali alternate, bianche e nere, ottenute mediante tinteggiatura. Dell’intonaco esterno rimangono oggi poche tracce; buona parte del prospetto principale mostra infatti la muratura a vista. Rimane traccia dei colori originari nei prospetti laterali e in quello rivolto verso il mare. I materiali da costruzione sono stati reperiti prevalentemente in loco. I muri perimetrali, dello spessore di circa 90 cm, sono costituiti da elementi in pietra, principalmente graniti, di medie e piccole dimensioni, sbozzati sulla superficie esterna e con orditura a corsi sub-regolari, con locali inserti in laterizio. La malta interstiziale è costituita da un legante a base di calce e da inerti di granulometria elevata. I muri che suddividono gli ambienti interni presentano spessori minori (25/30 cm) fatta eccezione per i due setti trasversali tangenti il vano scale dello spessore di 1 m. All’interno la muratura non è a vista, ma ricoperta da un consistente strato di intonaco tinteggiato con colori vivaci. Il quarto livello è invece definito da muri perimetrali di spessore pari a 30 cm realizzati in laterizio forato. Nel volume che ospita il vano scala si riscontra una particolarità: esso infatti, come si può notare anche nelle piante, è costituito da un blocco pieno in muratura mista. Al suo interno la scala si sviluppa intorno a una colonna centrale in laterizio pieno. Nel caso in esame gli edifici si trovano in zone isolate e quindi sprovviste delle infrastrutture energetiche e idriche di base: sull’isola non è presente la rete elettrica così come non è presente una rete di distribuzione dell’acqua né una rete fognaria o un sistema di raccolta dei reflui. Si rende quindi necessario provvedere ad un approvvigionamento energetico e idrico in situ. Anche la dotazione impiantistica del fabbricato è da considerarsi assolutamente inadeguata e lo stato di prolungato abbandono ne rende impraticabile anche un suo parziale recupero. Un elemento di particolare interesse è invece costituito dalle antiche cisterne che, previa valutazione dell’attuale stato di conservazione e della effettiva capacità, potranno essere riutilizzate con opportuni adeguamenti.
Con delibera della Giunta Regionale n. 52/36 del 23 dicembre 2011, sono state affidate alla Conservatoria delle coste quindici aree di conservazione costiera di proprietà regionale dove sono presenti fari, semafori, torri costiere, immobili e infrastrutture, al fine di provvedere all’elaborazione di un programma dettagliato per la loro valorizzazione. Tra gli immobili concessi in gestione alla Conservatoria delle coste spiccano i fari di Razzoli, appunto e quello di Santa Maria…….ma questa è un’altra storia. Vedi anche Itinerario: Razzoli, l’isola dei monumenti naturali ed il suo faro

Barbara CALANCA