Garibaldi a tavola

Garibaldi a tavola

Giuseppe Garibaldi  era ghiotto di caffè. L’abbiamo visto leggendo le pagine delle memorie di Giuseppe Bandi, ma una ricerca più approfondita permette di rilevare come il caffè fosse un elemento ricorrente nella storia del personaggio.

Garibaldi, in America, fu per qualche tempo al servizio della Repubblica del Rio Grande do Sul, al comando di una nave armata per la guerra da corsa, il “Farrapilha”, ribattezzata “Mazzini” in onore del patriota italiano. Il giorno 8 maggio 1837 Garibaldi, con questa nave, andò all’arrembaggio di una nave nemica, la “Lucia”, catturandola. La nave aveva un carico di caffè destinato alla Russia, e Garibaldi se ne impossessò come bottino di guerra e lo rivendette a un mercante di Montevideo, riuscendo a farselo pagare solo con la minaccia di una pistola puntata. Pochi giorni dopo, in uno scontro con una nave brasiliana, Garibaldi venne ferito alla testa e svenne. Riprese i sensi solo dopo che un suo fido, certo Carniglia, gli

versò in gola una buona dose di caffè.

Dopo aver conquistato la città brasiliana di Laguna (da lui ribattezzata “Giuliana”) vi si fermò per qualche mese, abbandonando per qualche tempo il caffè in favore del “mate”, un infuso stimolante molto diffuso in quei luoghi.

Tanto stimolante che proprio a Giuliana-Laguna Garibaldi conobbe e rapì Anita.
Arriviamo alla difesa di Roma nel 1849. Alcuni testimoni raccontarono di averlo visto sfidare le pallottole dei francesi seduto su un muretto di Villa Savorelli, sul Gianicolo, con una tazza di caffè in mano e un sigaro in bocca. Dopo la caduta della Repubblica Romana, in fuga attraverso le Romagne braccato dai soldati austriaci, Garibaldi cenò una sera in un fienile con pane e uova dopo aver bevuto una tazza dell’immancabile caffè all’“Osteria del Genio” di Palazzolo.
Dopo molte peripezie, giunse a Caprera, dove per prima cosa piantò un campo di fave, baccelli di cui era goloso.
Ma Garibaldi, anche se era ghiottissimo di caffè, era molto parco nel cibo. Quando, a Palermo, si era installato nel Palazzo Reale, i plenipotenziari borbonici giunti per trattare l’armistizio lo trovarono che stava sbucciando un’arancia con un pugnaletto. A Teano, qualche tempo dopo, Vittorio Emanuele II lo invitò a colazione ma egli rifiutò dicendo al re che aveva già pranzato.

Mentiva: poco dopo, seduto su un gradino, mangiava pane e formaggio con il suo stato maggiore.
Dopo essere rimasto ferito sull’Aspromonte, dicono le cronache, Garibaldi bevve del brodo di capra che lo ristorò.
Rinchiuso nella fortezza del Varignano, nelle celle destinate ai condannati ai lavori forzati, non gradiva il cibo del carcere, ma la sua amica Speranza von Schwartz cucinava i suoi piatti preferiti e glieli portava in prigione. Liberato, andò in Inghilterra, dove l’aristocrazia lo coccolava invitandolo a pranzi, cene e feste.
Ma non amava la cucina britannica, la giudicava troppo sofisticata, e quando poteva mangiava di nascosto pane e formaggio. Ogni mattina s’alzava presto per farsi da solo il caffè, visto che quello preparato nelle cucine del duca di Sutherland, di cui era ospite, non gli piaceva.
Tornato a Caprera, riprese la solita vita con il solito menu che, si lamentava il suo fido Stefano Canzio, era a base “solo di brodo e carne di capra”. Ma era un’esagerazione.

A Caprera, infatti, c’erano centoquaranta mucche, duecento capre e cento pecore. Latte e carne non mancavano. Poi giungevano regali da ogni dove: casse di pasta, sacchi di riso e zucchero, e tanto caffè. La figlia Teresita curava un ben fornito pollaio, e anche da lì uscivano uova e carne. E spesso Teresita, bravissima amazzone, andava a caccia in Gallura tornando con qualche cervo o cinghiale.

Nella bella biografia di Garibaldi scritta a quattro mani da Indro Montanelli e Marco Nozza si può leggere: “Aveva sempre mangiato poco, gli unici stravizi li faceva nella stagione delle fave: per mesi, esse erano il suo unico piatto insieme al pecorino. Altre sue ghiottonerie erano il minestrone alla genovese col pesto, il baccalà e lo stoccafisso. Carne, ne voleva di rado. Ma quando gliene capitava, la cuoceva alla sudamericana, mettendone un blocco crudo sui carboni ardenti, raschiandone e mangiandone il sottile strato annerito dalla brace e rimettendola ad arrostire. Ma il più delle volte si contentava di una manciata di olive salate e di un pomodoro tagliato a fette e condito di basilico, olio e acciuga. Vino, ne beveva soltanto un mezzo bicchiere annacquato a ogni pasto”.

Curioso il suo pranzo di nozze, quando ormai vecchio riuscì finalmente a sposare Francesca Armosino, dopo la dichiarazione di nullità del suo stranissimo matrimonio “rato e non consumato” con la marchesina Giuseppina Raimondi. A Caprera, dove il sindaco della Maddalena, Bargone, celebrò le nozze con il rito civile, Francesca e Teresita avevano preparato l’abbacchio al forno. Ma lo sposo, rincantucciato nella sua carrozzella, dalla quale ormai non scendeva più, mangiò solamente un piatto di lenticchie.

Il mortaio in marmo bianco, esposto sopra al caminetto della cucina di casa #Garibaldi, venne portato da Genova dal Generale per la preparazione del pesto. Le sue origini liguri, entrambi i genitori provenivano infatti dalla Liguria, certamente influenzarono le sue abitudini alimentari.