Giuseppe GaribaldiRubriche

Garibaldi e gli amici maddalenini

Articolo e ricerca prodotti dal Circolo Maddalenino

Le difficoltà maggiori, nell’affrontare questa ricerca, sono nate dalla assoluta mancanza di note biografiche dei personaggi che la storia orale maddalenina ci ha tramandato.
Infatti nell’orgia di biografie garibaldine abbiamo dovuto constatare una sfortunata lacuna.

Nessun maddalenino tra quelli che ebbero in sorte un lungo e fecondo rapporto con il Generale ha pensato ai diritti d’autore o più semplicemente agli onori delle cronache. Questo perché il rapporto intercorso tra Giuseppe Garibaldi ed i maddalenini, nato per circostanze assolutamente fortuite, venne consolidandosi grazie ad una stessa visione dei valori della vita

e poggiò in particolare su due sentimenti: stima ed amicizia.

La ricerca, quindi, si è basata sulle biografie scritte dallo stesso Garibaldi, da Bizzoni, Guerzoni, Vecchi e Cuneo, autori, gli ultimi quattro, contemporanei dell’Eroe e compartecipi a molte sue vicende; su alcune pubblicazioni fatte per illustrare singoli episodi edite nei primi del ’900, sulle più recenti biografie garibaldine in occasione del centenario della morte (Ridley, Milani, Scirocco) e sulla lettura di numerosi epistolari.

Abbiamo letto anche il Montanelli-Nozza ma non lo abbiamo ritenuto storicamente puntuale.

Recente (2004) il lavoro a cura di Giovanna Sotgiu sulla famiglia Susini: I Susini storia e documenti inediti. I rapporti con Garibaldi. Paolo Sorba editore

Gli anni maddalenini cominciano dal 1837, data a partire dalla quale Garibaldi e gli isolani saranno indissolubilmente legati.

Dunque, Garibaldi nasce nel 1807 e malgrado il desiderio del padre di farne qualunque cosa tranne un marittimo, il giovane Giuseppe non fa altro che familiarizzare col mare.
Così nel 1821 il padre lo iscrive nel registro dei mozzi. Se marittimo dev’essere, marittimo sia. Il ragazzo ha 13 o 14 anni quando ciò avviene.

Diciamo che ha qualche anno di ritardo sui coetanei maddalenini che nel libro dei mozzi ci sono finiti dopo i 9 o 10 anni.

Giuseppe, ligure di famiglia, nasce francese essendo stata Nizza annessa alla Francia nel 1793 mentre a Maddalena i genitori dei suoi futuri amici la facevano a cannonate contro i Franco-Corsi per difendere la loro fresca cittadinanza Sardo-Piemontese ottenuta a gran dispetto di Genova.

Nel 1824, a 16 anni, Giuseppe o meglio Peppino (come viene chiamato in famiglia) comincia a viaggiare sulle navi a vela mercantili conoscendo il Mediterraneo, il mar Nero ed i pirati barbareschi.

I ragazzi di Maddalena sono ugualmente per mare su navi commerciali o militari; alcuni si sono già guadagnati medaglie al valore militare, altri frequentano la scuola di Marina, istituita a Genova nel 1816 dal barone Des Geneys grande protettore dell’isola e della sua gente; il paese, secondo un censimento del 1824 ha 1600 abitanti destinati a ridursi a 1200 nel giro di 10 anni malgrado il buon traffico del porto di Cala Gavetta (circa 30 bastimenti al mese) e i proventi delle attività marittime della popolazione.

Nel frattempo, finita l’era napoleonica, maddalenini e nizzardi sono ridiventati concittadini sotto la bandiera del Regno di Sardegna.

L’Italia di questi tempi è divisa in otto Stati e Ducati vari, dove, dopo il 1820, iniziano i moti rivoluzionari ad opera di associazioni segrete in una delle quali, la Giovine Italia, Garibaldi milita. Ha l’incarico, insieme ad altri patrioti, di preparare una insurrezione in Genova per la cui causa cerca di convincere i marinai regi a partecipare all’impresa, approfittando degli obblighi di leva per i quali è imbarcato sulla Baron Des Geneys. Ma deve disertare nel giro di 24 ore essendo stato scoperto il complotto.

Dopo vari imbarchi, ottenuti sotto falso nome (è stato nel frattempo condannato a morte dallo Stato Sardo), arriva nell’America Latina nel dicembre del 1835.

Qui stringe e ritrova amicizie fra italiani fuorusciti per motivi politici ed impegnati nel dare manforte alla Repubblica del Rio Grande do Sul che vuole l’indipendenza dall’impero brasiliano.

Oltre a Rossetti, uno studente esule a causa del suo patriottismo, Garibaldi incontra Giovanni Battista Cuneo, Giuseppe Stefano Grondona, il maddalenino Giovanni o Giacomo Fiorentino, tutte persone animate da grande spirito patriottico.

Introdotto dagli amici, grazie alla sua ottima preparazione marinara ed alla spiccata personalità, Garibaldi comincia la collaborazione militare con i rivoluzionari riograndesi.

Siamo nell’anno 1837

Assume il comando di una lancia di 20 tonnellate con l’incarico di attaccare o quantomeno infastidire la flotta brasiliana.

L’equipaggio è composto dal mite e generoso Luigi Rossetti di Genova, Luigi Carniglia, ligure di Deiva, Luigi Calia di Malta, Pasquale Lodola di Genova, dal timoniere G. Fiorentino di La Maddalena ed alcuni altri marinai fra i quali un non meglio identificato Giovanni Lamberti per un totale di 13 persone.

E’ il primo incontro di cui si abbia notizia certa tra Garibaldi ed un maddalenino del quale purtroppo non siamo riusciti a ricostruire la storia personale.

Fiorentino è il primo maddalenino che muore ed il primo caduto in assoluto della lunga epopea garibaldina durata trentasette anni. (Dice di lui Garibaldi: “uno dei migliori compagni italiani; era isolano della Maddalena” ).

Siamo nella punta Jesus y Maria poco distanti da Montevideo. La barca, che nel frattempo è stata sostituita da una più grande catturata nelle acque brasiliane, è alla cappa in attesa di viveri e disposizioni.

Il 15 giugno del 1837

Da terra si staccano due lancioni, il più grande dei quali si avvicina senza bandiera e con soli tre uomini in vista alla “Mazzini” (così è stata ribattezzata la nave di Garibaldi).

La manovra insospettisce i nostri che si dispongono in modo da poter prendere subito il largo. Giunti i lancioni a tiro di fucile, dal fondo emerge un gran numero di uomini armati il cui comandante intima la resa.
Garibaldi ordina immediatamente di “bracciare le vele” (cioè di prendere vento) ma l’equipaggio, emozionato, si sposta su un solo lato non riuscendo a completare la manovra.

Si rende conto di tutto Fiorentino che, imprecando, abbandona momentaneamente il timone per provvedervi, ricevendo però una pallottola in fronte che lo fa stramazzare sul ponte. Intanto il suo intervento è servito a scuotere gli altri membri dell’equipaggio che, accortisi dell’errore, perfezionano la manovra riuscendo così a sfuggire all’attacco. Nel frattempo Garibaldi, corso a prendere il posto di Fiorentino al timone, viene colpito a sua volta in maniera grave. Fiorentino verrà tumulato in mare con grande sconcerto e disperazione di tutti i suoi compagni che avrebbero voluto dargli più degna sepoltura.

Quelli che seguono sono anni terribili, trascorsi in continui scontri armati, a mare ed a terra, allietati unicamente dall’incontro con Anita (1839) e dalla nascita di Menotti (1840).

Col passare del tempo il sogno dei repubblicani del Rio Grande do Sul conosce l’avvio della parabola discendente. Il giovane Rossetti, grande e disinteressato amico, muore. I sacrifici di Giuseppe e Anita sono immensi. Garibaldi, visto inutile il suo impegno, chiede di poter andare via e, con una ricompensa di 900 capi bovini, si congeda e prende la strada per Montevideo dove ritrova l’amico di sempre Giovanni Battista Cuneo.

In Uruguay è guerra civile. Gli italiani sono tutti schierati con la parte orientale che è democratica e repubblicana. Garibaldi viene nominato capo della flotta.

Siamo nel 1845

In questi anni Maddalena ha raggiunto i 1.963 abitanti, ha ricevuto nel 1843 la visita del re Carlo Alberto.

A Razzoli stanno costruendo il primo faro. Giuseppe Albini, che ha sposato una Ornano (Raffaella), sta per diventare ammiraglio e ha pubblicato il primo portolano della Sardegna.

La chiesa è da qualche anno completa, grazie al lavoro manuale volontario dei maddalenini ed al dono dell’ammiraglio Des Geneys che nel 1831 ha donato alla comunità l’altare maggiore che ancora conosciamo ed il grande quadro raffigurante S. Giorgio ed il drago.

Mamma Raffo (Marta Drago moglie di Lorenzo Raffo) ha inaugurato il suo albergo, che gestisce insieme alle sue belle figlie, vicino a piazza di Chiesa (Palazzo Grondona Manini – ex albergo Ilva).

A Montevideo si trovano molti dei nostri concittadini e di due la storia si incaricherà di darci notizie: Antonio Susini (di Francesco e Millelire Anna Maria), Giovanni Battista Culiolo (di Silvestro e Rosa Fienga).

In Uruguay si combatte e nessuno può stare in disparte, neanche gli stranieri, i quali si organizzano in legioni, aggregandosi secondo la loro nazionalità.

Della Legione Italiana fanno parte i nostri due, i quali combattendo durissime battaglie a fianco di Garibaldi sia a mare che a terra, si guadagnano presto il grado di ufficiali ed il titolo di eroi.

Siamo nell’anno 1848

Maddalena è attanagliata da una grave crisi economica tanto che l’amministrazione comunale organizza una sorta di cantiere di lavoro facendo pavimentare, per la prima volta, piazza di chiesa. Molti dei suoi figli emigrano per le Americhe, altri, forse per risparmiare le spese di viaggio, disertano dalle navi della regia marina in viaggio per crociere di rappresentanza. La stragrande maggioranza dei disertori sceglie l’America del Sud ed in particolare i due centri confinanti di Montevideo e Rio della Plata.

Negli anni ’43/48 una trentina di isolani si “assentano senza permesso da bordo” (questa è la definizione giuridica di chi diserta). Alcuni nomi: Zonza, Tosto, Ferracciolo, Zicavo, Cogliolo, Lena, Volpe, Panzani, Sabatini, Serra, Polverini.

L’abitato di Maddalena si sta espandendo verso l’attuale via Garibaldi, si arrampica verso via Ilva (allora via S. Maria Maddalena), sorgono, sulle rocce, le prime case di via Cairoli (allora S. Vittorio). Nella palazzina, oggi occupata dal Banco di Sardegna, abita ancora il signor Roberts, inglese, ufficiale della marina britannica in pensione, stabilitosi qua fin dal 1839, amico di Shelley; le vadine attraversano allegramente il piccolo paese, mentre l’acqua potabile si prende solo dai pozzi. Nel resto dell’isola orti, vigne e bestiame al pascolo.

Pio IX, divenuto pontefice nel 1848, fa intendere nei suoi discorsi d’investitura di volersi impegnare per una Italia unita. S’illudono un po’ tutti ed in particolare chi vive all’estero; ancor di più chi all’estero è già impegnato in guerre di liberazione.

Garibaldi ed una sessantina di suoi amici decidono per l’immediato ritorno in patria.

Antonio Susini resta in Uruguay, al comando della legione italiana al posto di Garibaldi, Giovanni Battista Culiolo fa parte invece del gruppo che rientra. L’Italia è in fiamme. Ci sono state le cinque giornate di Milano. Si coalizzano i governi contro l’Austria. Viene adottato prima dai rivoluzionari poi anche dal re di Sardegna il tricolore. Garibaldi vuole mettersi al servizio di Carlo Alberto. Verrà snobbato da tutti i maggiorenti del Regno di Sardegna.

Comunque al comando di un migliaio di uomini darà battaglia; Culiolo Giovanni Battista che fa parte dello Stato Maggiore dei suoi ufficiali si distingue in furiosi combattimenti anche all’arma bianca, come a Morazzone, in Lombardia, dove 800 volontari con la tecnica della guerriglia riescono a non essere sconfitti da 10 mila soldati. Fra loro c’è un giovane maddalenino: è Niccolò Susini, fratello di Antonio, che segue ciecamente Garibaldi, come tanti altri volontari anche quando non capisce il senso e la portata di certe azioni. Prova per la prima volta cosa significa combattere corpo a corpo, dare la morte o rischiarla.

L’armistizio di Salasco e le vicende che seguono portano Garibaldi ed i suoi fedelissimi alla difesa della Repubblica Romana. Culiolo è uno dei comandanti dell’artiglieria.

Finisce male anche la Repubblica Romana dalla quale Garibaldi si ritira con i suoi volontari.

Culiolo, ufficiale d’artiglieria, diventato a tutti noto come il Maggior Leggero, è ferito e ricoverato in un ospedale in Roma mentre Garibaldi affronta la sua tragica ritirata attraverso l’Italia. Venutone a conoscenza, Culiolo abbandona l’ospedale ed a cavallo, da solo, riesce a raggiungerlo.

Dopo il progressivo allontanarsi di tutti i compagni d’arme, nel tragico momento della morte di Anita sono rimasti solo loro due.

Dirà Garibaldi nelle sue Memorie: “Io e l’indivisibile mio compagno Leggero”, compagno di sei anni di guerre e avventure.

Arrivano, aiutati dalla cosiddetta “Trafila”, in Liguria dove, finalmente, vengono arrestati. Dopo feroci polemiche parlamentari Garibaldi viene condannato all’esilio (in contrasto col voto parlamentare) e parte con destinazione Tunisi, accompagnato da Leggero e da un altro “sudamericano” Luigi Coccelli, sulla nave militare “Tripoli” comandata da Francesco Millelire, maddalenino nato nel 1819 da Antonio e Santa Variani.

Gli esiliati, per pressioni del governo francese, vengono respinti dai tunisini.

Millelire, in mancanza di disposizioni, conduce la sua nave a Cagliari, dove, con una intelligente azione diplomatica convince le autorità a depositare il prigioniero a Maddalena.

A bordo, dunque, insieme per 10 giorni, Francesco Millelire ufficiale della Regia Marina e Giovanni Battista Culiolo disertore dalla stessa, rivoluzionario e guerrigliero da 8 anni. Quasi coetanei, nati in un paese che al tempo della loro nascita contava circa 800 abitanti, figli di due tra le più vecchie famiglie isolane.

Il secondo, amico carissimo di Antonio Susini cugino diretto del primo.

Ognuno di noi può immaginare i dialoghi avvenuti tra i due, c’è da supporre in stretto dialetto maddalenino, per scambiarsi notizie su vicende familiari personali e del paese.

Il 25 settembre 1849 Garibaldi ed amici sbarcano a Maddalena. è mezzogiorno. Il primo viene alloggiato presso l’attuale caserma di Finanza già sede d’ammiragliato sino al 1815, allora casa del comandante militare dell’Isola colonnello Falchi Pes, mentre Leggero e Coccelli vengono ospitati, a spese dell’erario, presso l’albergo Raffo dove è piazzato un certo signor Paracca che ha l’incarico di tenere d’occhio i due.

Ci raccontano le cronache che, in realtà, il signor Paracca, più che i due, teneva d’occhio Elisabetta, una delle belle figlie dell’albergatrice che finirà per sposare.

Appena libero, Garibaldi cerca la casa di Francesco Susini, padre del caro amico Antonio, nella piazza detta degli Olmi (attuale fabbricato Gargiulo-bar Garibaldi). Viene indirizzato a Barabò dove la famiglia è impegnata nella vendemmia e viene accolto come un figlio, quasi a riempire il posto lasciato vuoto da Antonio. Sarà un mese di intensa vita familiare. Partecipa ai lavori, va a caccia e pesca, gioca a bocce (sport nazionale isolano dell’epoca), stringe una più che fraterna amicizia con Pietro Susini, figlio di Francesco e fratello di Antonio. Scriverà al signor Francesco, da Gibilterra il 10 novembre 1849:

Gibilterra 10 novembre 1849 – Amico stimatissimo, voi e l’amabilissima vostra famiglia mi avete fatta penibile la mia separazione dalla Maddalena, ove ben voluto ho trovato asilo il più confacente all’afflitta mia situazione, ed in cui ho ritrovato la quiete dell’anima sconvolta dalle peripezie d’una vita di tempeste. Giunto in questo porto ieri, io sbarcherò oggi, e chiesi mi sia concesso 15 giorni di soggiorno – e partire quindi per li Stati Uniti o l’Inghilterra. Non so se tali disposizioni si adempiranno alla lettera, in ogni caso io mi prenderò l’ardire d’avvertirvene. I miei saluti a tutti – bacio la mano alle gent.me Signore di casa, e sulla bocca la mia bella Anna Maria (la nipotina di 7 anni di Francesco, figlia di Pietro, N.d.A). Noi ci sovveniamo di tutti, e di Pietro ad ogni momento. Non mi dimenticate presso Nicolari, Nicolao e sorella ed amate il vostro
G. Garibaldi

Castor dorme al mio lato.

La strada dell’esilio intanto porta il gruppo, contrariamente alle previsioni, a Tangeri dove saranno ospitati dal console sardo.

Passano mesi d’inedia. Coccelli, Leggero e Garibaldi sono destinati a dividersi. Garibaldi parte per primo con destinazione New York, Coccelli si ferma in Africa dove morirà poco dopo per un colpo di sole, Leggero finirà in Centro America e precisamente in Costarica dove riprende l’attività di combattente per difendere il piccolo stato dall’attacco di un gruppo di schiavisti. La sua specialità è sempre stata l’artiglieria.

Durante un combattimento viene ferito gravemente ad un braccio che gli deve essere amputato.

Come ricompensa in tempo di pace, gli viene assegnato il posto di responsabile doganale. Ma appena riprendono le ostilità, Giovanni Battista ritorna a dirigere l’artiglieria. Nel 1857 si trasferisce in Salvador in qualità di istruttore e organizzatore dell’esercito salvadoregno. (Notizie tratte dal volume di Umberto Beseghi)

Garibaldi intanto si guadagna da vivere navigando, sempre con il pensiero di rientrare in patria; cosa che, grazie a una maggiore sensibilità delle autorità regie, può avvenire il 7 maggio 1854.

A Maddalena la vita langue. Gli uomini perennemente impegnati nelle attività marittime, le donne a mandare avanti la famiglia, i pensionati a raccontarsi le avventure di viaggio ed a badare ad orti, bestiame e vigne.

L’edilizia è ferma anche se gli abitanti hanno superato le duemila unità. Il Governo pensa di dismettere tutti i fortini esistenti non più confacenti alle nuove tecniche belliche. Sindaco è sempre Nicolao Susini.

In Italia, dove frattanto Vittorio Emanuele è diventato re di Sardegna al posto del padre Carlo Alberto, continuano i tentativi insurrezionali promossi da Mazzini.

Il 7 dicembre 1855 Garibaldi è a Porto Vecchio; scrive a Francesco Susini:
Sono diretto per la Sardegna … Da Porto Torres penso di percorrere la Gallura, ove sarà facile che scelga un punto di stabilimento per passarvi alcuni mesi d’inverno o forse abitarvi definitivamente. Un consiglio vostro o di Pietro, circa il punto da prescegliere … mi sarebbe caro, quanto lo essere vicino a voi sarebbe una delle consolazioni mie predilette”.

Il 3 gennaio 1856 scrive da Genova al deputato Valerio comunicandogli che è appena tornato dalla Sardegna dove ha fatto alcuni acquisti nell’isola di Caprera … .
Il 4 marzo 1856 scrive da Nizza a Pietro Susini:
Mio caro Pietro, tornai ieri dall’Inghilterra, ove ho fatto acquisto d’un cutter di 50 tonnellate (si tratta dell’Emma, ritrovata nelle acque di Caprera). In una lettera vostra a Basso ho veduto abbisognare altri 1.000 franchi per l’acquisto di vari mancanti lotti … . Bramo d’aver notizie vostre e sapere quanto avete operato circa la Caprera: se avete chiuso i contratti con Collins ed altri possidenti ed a qual tempo scadranno i pagamenti ed istromenti agrari è molto naturale che dovendo io pagare tale stipendio mensile questo dovrà principiare … quando Battista amministrerà roba mia. Voi più di me pratico mi consiglierete.”

Pietro Susini può, non solo consigliarlo, ma anche procedere ad acquistare perché nel dicembre del ’55 Garibaldi gli ha lasciato procura per trattare i suoi averi senza alcuna limitazione. Infatti in data 29 dicembre viene stilata una convenzione tra Garibaldi ed alcuni proprietari di Caprera fra i quali: Ferracciolo, Ornano, Bargone, Susini, Collins, Lena, Fava, Tanca, Moriani, Baffigo, Scotto.

Occorre spiegare infatti che Caprera, come tutto l’Arcipelago, in base ad una legge del ’38, nel 1843 fu divisa in appezzamenti che furono assegnati a sorteggio tra gli aventi diritto.

Caprera fu assegnata ad una sessantina di famiglie. Garibaldi arrivò, nel tempo, a comprarne moltissimi ma non fu mai proprietario dell’intera isola. Il che è dimostrato dagli espropri che lo Stato effettuò dopo il 1887, per la fortificazione di Caprera, dai quali risultò che molti erano ancora intestati a vecchi proprietari che magari non sapevano neanche di averli.(Vedi “La divisione delle terre” G. Sotgiu, ediz. Lo Scoglio.

Il 28 luglio 1856 scrive da Caprera a Giovanni Battista Cuneo:
Fratello carissimo, ho avuto le carissime tue lettere e l’annessa di Antonio Susini. Nell’ultima mia ti dicevo avvicinarsi noi a tempi solenni e te lo confermo … Io abito ora quest’isola ove ho fatto acquisto di alcune terre. è questo veramente il cambio, in realtà dei tanti sogni dell’andata vita e se esco colla pelle dal venturo conflitto, io penso di ritirarmi qui definitivamente … ”.

Garibaldi ha cominciato la costruzione del primo nucleo di quello che sarà la Casa Bianca di Caprera. Trascorrono un paio d’anni. In questo periodo Maddalena ha 1712 abitanti ed è investita da una violenta epidemia di peste.

In Continente si prepara la seconda guerra d’Indipendenza. Garibaldi è pronto. Forma il Corpo dei Volontari Garibaldini detto dei Cacciatori delle Alpi. Con lui c’è Nicolao Susini, fratello minore di Pietro, col grado di Capitano.

La campagna del ’59 termina il 7 luglio data dell’armistizio di Villafranca.

Susini rientra a Maddalena. Garibaldi rientrerà a Caprera ai primi del ’60 dopo l’episodio delle sue nozze con la Raimondi.

L’anno dell’impresa dei Mille

A bordo, il 6 maggio, alla partenza da Quarto, c’è, fra gli altri, Angelo Tarantini, nato a Maddalena il 13.1.1836 da Giuseppe e Scotto Maria.

A Milazzo, nell’agosto 1860, viene ferito Pompeo Susini, figlio di Pietro e Maria Zonza, di 16 anni, che ha raggiunto i Garibaldini.

Sulle navi della Regia Marina si guadagnano medaglie e menzioni Giovanni Battista Albini, figlio di Giuseppe e Maria Raffaella Ornano nato a Maddalena nel 1812; Lorenzo Zicavo, il grande Zebù, il mito di Balaclava; Giuseppe Cuneo, nato nel 1836 da Stefano e Giacomina Ortoli, nome di guerra “Cissia”; Zicavo Giovanni, nome di guerra “Zampiano”.

Nello stesso periodo Giovanni Battista Culiolo è in Salvador nella città di San Miguel quando riceve notizie della spedizione dei Mille. Ha 47 anni. Abbandona tutto per rientrare in Italia. Arriva il 14 febbraio 1861, alle ore 9, col vapore “San Giorgio”, regolarmente annotato dal solerte maresciallo Tanchis dei Carabinieri Reali, incaricato di relazionare su visite e corrispondenze di Garibaldi a Caprera. Garibaldi, consegnato il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele, piuttosto contrariato per il trattamento riservato ai volontari per la mancata prosecuzione della campagna militare, se n’è tornato a Caprera con un sacco di sementi ed un po’ di baccalà.

Il maggior Leggero si presenta a lui direttamente a Caprera. Non sappiamo cosa si dicono. Sappiamo solo che Leggero viene reintegrato nell’esercito volontario e destinato al comando della Compagnia Invalidi di Sorrento. In seguito ebbe il grado di Capitano della Real Casa d’Asti, una compagnia di Invalidi del regio esercito e trascorre il suo tempo prevalentemente a Caprera e Maddalena dove muore nel 1871 “nella sua casa di Cala Gavetta”. (leggasi: Contrada di Cala Gavetta – N.d.A.)

Dal ’60 arriviamo al 1867, ricordando che in questi 7 anni Garibaldi tra un orto di fave ed una piantagione di pini, qualche vendemmia e la cura delle api, combatte ad Aspromonte e a Monte Suello nel 1866, dove muore, secondo una serie di notizie orali non meglio documentate, il giovanissimo Luca o Lucca Spano (forse un ragazzo tempiese) che volle seguire a tutti i costi il Generale. Il comune di Maddalena gli ha intestato una piccola strada che da via Italia porta a cala Gavetta.

Manca ancora Roma all’Unità d’Italia. Dappertutto c’è grande fermento, volontari si aggregano spontaneamente. Scaramucce avvengono un po’ ovunque. Garibaldi è a Caprera guardato a vista da una flottiglia che costeggia intorno all’isola. Qualche tentativo di partenza viene bloccato dalle autorità regie.

In una di queste Canzio e Viggiani, che come vedremo più avanti riusciranno nell’impresa, si salveranno dall’arresto fingendosi pescatori grazie alla capacità di Viggiani di parlare il dialetto isolano.

Garibaldi allora organizza una fuga per la quale dirà a Benedetto Cairoli, a distanza di anni: “Di tutte le mie avventure, che non sono state poche, la fuga da Caprera è quella che più mi riempie d’orgoglio”.

Il generale ha 60 anni.

Come avviene questa fuga è a tutti noto, meno nota è, forse, la parte che ebbe una piccola squadra di amici maddalenini, oltre al sosia di G. che passeggiando sopra la terrazza della casa bianca dava ad intendere a chi controllava dalle navi con il cannocchiale che il generale se ne stava tranquillo nella sua dimora. Non citiamo il nome dell’interprete perché, ad oggi, non essendoci stata una testimonianza seria, sono troppi coloro che se ne sono vantati dopo la morte del generale.

Il 14 ottobre 1867, alle 7 pomeridiane, Garibaldi abbandona Caprera sopra un beccaccino (piccola barca a vela) e partendo dall’Arcaccio arriva silenziosamente all’Isuleddu che attraversa a piedi.

Dice egli stesso nelle sue Memorie: “Indebolito dagli anni e dai malanni, l’agilità mia era poca fra gli scogli della Maddalena. Per fortuna ero illuminato dalla luna, che avrei temuta sul mare ma che benedivo in quel mio difficile transito; tanto più difficile, che avendo dovuto passare il canale guadabile senza scalzarmi per essere irto di punte granitiche, avevo gli stivali pieni d’acqua e quindi lo sguazzare dei miei piedi nell’umido, cosa ben disdicevole camminando”.

In queste condizioni, con tutte le precauzioni, arriva solo alla casa dell’amica signora Collins, situata sulla punta della Moneta di fronte all’attuale rettilineo del ponte (ancora oggi visibile, ancorché adibita a civile abitazione dal demanio della Marina Militare.

Ad attenderlo presso il canale dell’Isuleddu dovevano esserci Basso, segretario del generale, e Giuseppe Cuneo, capitano marittimo maddalenino, i quali però, avendo sentito una scarica di fucileria e pensando che Garibaldi fosse stato scoperto, tornano alla Maddalena. In realtà le fucilate erano dirette contro un non meglio identificato Maurizio, domestico del Generale, che rientrando allegrotto a Caprera aveva costituito senza volerlo un fortunato diversivo, attirando su di sé l’attenzione dei guardiani.

Il giorno dopo, avvertiti, grazie alla Collins, gli amici a Maddalena, giunge a Moneta Pietro Susini con un solo cavallo (evidentemente per non destare sospetti) e alle 7 di sera conduce il Generale a cala Francese con un lungo giro intorno all’abitato che li porta prima sotto Guardia Vecchia, con il conseguente timore di essere scorti dai soldati del forte, poi a riparo del grande muro di villa Webber dove Garibaldi, stanco e debole, può riposare e quindi, grazie all’amico, riprendere la fuga. Susini arriva al punto di caricarselo sulle spalle per percorrere l’ultimo tratto di sentiero accidentato.

Ad attendere sulla costa ci sono Basso, Cuneo ed un marinaio cagliaritano, certo Locci, con un piccolo gozzo col quale sbarcano a cala di Trana. Determinante anche ora il ruolo di Susini che, grazie alle numerose conoscenze negli stazzi galluresi può recuperare i cavalli necessari al gruppo e soprattutto può far ospitare e rifocillare in tutta sicurezza Garibaldi prima a Cala di Trana, presso un certo Puggioni, poi a Porto S. Paolo presso Nicola Giagheddu: pratico dei luoghi Susini guida gli amici, per quindici lunghe ore, sui sentieri impervi sino a Terranova (Olbia), attraversata silenziosamente di notte, e quindi sino a Porto S. Paolo.

Qui ad attendere il gruppo dovevano esserci Stefano Canzio e il nostro Antonio Viggiani (altra splendida figura di volontario maddalenino) con una paranzella.

Invece non sono all’appuntamento. Giuseppe Cuneo, allora, rimonta in sella e, lungo la costa, cerca i due trovandoli ormeggiati più a sud.

Alle due del pomeriggio del 17 ottobre Garibaldi abbraccia Canzio e Viggiani con i quali alle tre, salutati Cuneo e Susini, leva le ancore. Pilota la paranzella, senza mai chiedere il cambio, Antonio Viggiani. Il 18, alle 7 del pomeriggio il gruppo sbarca a sud di Vado in Toscana tra Piombino e Livorno. Si prepara l’attacco di Monterotondo che precede la disfatta di Mentana. L’azione è prevista per le 04 del 25 ottobre 1867. Alle tre un gruppo di volontari, di propria iniziativa, dà fuoco al grosso portale di S. Rocco, uno degli accessi al paese, e prevedendo la possibilità di entrare prima che gli occupanti organizzino le barricate, si lancia all’attacco, riuscendo a penetrare in città. Purtroppo il tenente dei volontari garibaldini, figlio del farmacista Francesco e di Giovanna Tartaul, Antonio Viggiani, giace a terra a pochi metri dal portale con il petto squarciato da una pallottola di fucile. Così scrive Garibaldi l’8 novembre dal carcere di Varignano dove lo hanno condotto dopo che le truppe francesi l’hanno bloccato a Mentana:
Signor Viggiani, è col cuore ben addolorato ch’io vi annuncio una dolorosa notizia. Voi avete perso un figlio ed io un figlio ed un amico – perché come figlio io amavo il vostro valorosissimo Antonio – caduto da eroe nell’assalto di Monterotondo. Queste righe non menomeranno il grande vostro cordoglio – lo so – ma io le dovevo al padre del predetto e amatissimo giovine che aveva consacrato la sua vita, la diede alla causa dell’Italia e dell’Umanità. Con devozione e rispetto Vostro Giuseppe Garibaldi

A Maddalena è Sindaco Pasquale Volpe; parroco Mamia Addis Michele di Aggius. Cala Gavetta è come al solito intasata dalla vadina ed i muri a secco del molo stanno crollando. I giovani continuano ad emigrare per le Americhe, Cava Francese comincia a produrre granito, a scuola si può andare solo sino alla 2a elementare.

Il paese è illuminato da quattro fanali a petrolio.