Garibaldi e la bonificazione e colonizzazione della Sardegna

L’interesse di Garibaldi per l’agricoltura non era quindi estemporanea. Egli aveva una visione ben precisa dei problemi della Sardegna e delle cause della sua arretratezza in campo economico. Per questo cercò di mettere a disposizione la sua autorevolezza per la realizzazione di un grande progetto che coinvolgesse tutta l’Isola, al fine di creare un sistema avanzato di trasformazione agraria che, allo stesso tempo, fosse occasione di riscatto anche dal punto di vista sociale.

Il 25 luglio 1870, il Conte Francesco Aventi presentò al Ministro dell’Agricoltura la seguente domanda, a nome e con la firma del generale Garibaldi:
«Eccellenza,
È noto all’Eccellenza Vostra come le tristi condizioni della Sardegna reclamino da tempo la più seria attenzione del Governo e della patria comune; e come il modo più adatto per migliorarle non solo, ma per renderle prospere, sia anzi tutto la rinnovazione agricola dell’isola. A questa sono rivolte le più calde aspirazioni di quelle provincie, le quali attendono invano da lunghi anni che una mano benefica le metta in grado di trar partito dalla proverbiale feracità dei loro terreni.
Interprete dei voti di queste popolazioni, testimonio dei loro bisogni, ed animato sempre dall’amore inconcusso che porto all’Italia, ho ceduto alle istanze di onorevoli amici, facendomi iniziatore di un progetto, che su larga scala, e coi metodi i più razionali e consacrati dall’esperienza, avesse per iscopo la bonificazione e la colonizzazione della Sardegna.
Asciugare paludi, bonificare terreni incolti, impiantare colonie agricole e manifatturiere, istituire consorzi idraulici per dirigere le acque a beneficio della coltivazione; ed in questo modo aumentare la ricchezza nazionale, rinsanare interi territori condannati fin qui alle stragi della malaria, arrestare una emigrazione dannosa e fondare villaggi ove non esistevano che tuguri infetti, mi è sembrata impresa di tale utilità e grandezza da onorare altamente la società che potrà raggiungere il nobilissimo scopo. …».

Questa è la premessa del progetto del Generale riportato da Pio Lazzarini in Garibaldi e la colonizzazione della Sardegna, Natale Battezzati editore, Milano, 1871. Le motivazioni ivi riferite per dimostrare la necessità del progetto erano molto articolate. Da una parte il Governo andava prendendo coscienza delle miserevoli condizioni della regione, grazie all’indagine conoscitiva (per quanto priva ancora di proposte) del Parlamento e alla Relazione mineraria del Ministro Sella, e dall’altra si avviavano progetti di rilevanti investimenti per le Ferrovie, per le vie di comunicazione e per le industrie. La Sardegna era la Cajenna del Mediterraneo, per via delle perniciose torme di coatti vaganti (i confinati), era la terra della malaria, dell’isolamento dal resto della Nazione, dei guastatori che ridussero in carbone milioni e milioni di lecci, di querce, di sugheri, ma era anche la terra della prima esposizione sarda, dell’inaugurazione del primo tronco di ferrovia da Cagliari a Villasor, dell’industria mineraria, della Banca di Credito Fondiario, della Banca del Popolo, della Banca Agricola, dei promossi miglioramenti dei porti, del cantiere navale Falqui-Massidda, dell’introduzione delle macchine agrarie.

Il Lazzarini si sofferma, con attenzione ancora attuale, sull’aspetto ambientale: Lo stato delle foreste in Sardegna è cagione di disordini economico-agricoli ed igienici, ché i boschi provvedono all’alimento delle stalle, e quindi, alla ricchezza del bestiame; al salubre mantenimento dell’aria e della produzione; oltre al ripetersi dai boschi il benefizio di avere nei medesimi una guarentigia della salubrità del suolo, nell’interesse della famiglia umana. Le foreste potrebbero chiamarsi le sentinelle avanzate dell’igiene pubblica. Noi italiani ci siamo fatti talmente guastatori delle foreste, che, dopo averle atterrate, pensiamo a ricoprire le denudate montagne, ed a rialzare la diga infranta contro le inondazioni, l’equilibrio atmosferico, la malaria; e questa diga è la foresta. Indubbiamente, la mostruosità delle svergognate speculazioni ha contribuito ad immiserire la Sardegna; l’avida speculazione dei guastatori non si è arrestata e non si mesta che là dove la mano della cupidigia non ha avuto e non ha più oltre a tentare. … Cobden, mostrando a Massimo d’Azeglio il nostro splendido sole, esclamò: «ecco il vostro carbon fossile, ecco le vostre vaporiere».

L’analisi della situazione agricola è spietata: le cagioni più salienti per le quali l’agricoltura è in Sardegna al basso, più che in ogni altra regione d’Italia, oltre alle fiscalità, sono gli immensi latifondi palustri, da un lato (e ì latifondi, disse Plinio, perdettero l’Italia); e il frazionamento lillipuziano della proprietà fondiaria dall’altro; e il sistema colonico alla giornata. Si aggiunge la valutazione negativa: Il pastore della Sardegna, scrive il Mantegazza, non è quello degli idilli di Teocrito e di Gessner, è un uomo risoluto, fiero, che ha sempre sulle spalle un fucile, e che lo adopera troppo volentieri.

Tutte queste considerazioni portano a concludere che, per Garibaldi, uno sviluppo moderno dell’agricoltura è un mezzo per ottenere i necessari miglioramenti economici e sociali. “La prova evidente che l’agricoltura in Sardegna potrebbe non che ravvivarsi, fiorire, si è quella che ne offre la Crucca, a Sassari, vasto tenimento del Cavalier Simplicio Maffei, torinese, dove allignano e tabacco, e gelsi, e praterie, e lentisco, e agrumi, e vivai, e pioppi; oltre a pascoli e stalle di notevole proficuità. E tutto ciò per quali ragioni? Tutto ciò, per la ragione semplicissima delle non comuni migliorie agricole, praticate dal Cav. Maffei; dell’introduzione di istrumenti agrari, di esperimenti scientifici, ecc.”.
Le terre inculte ingombrano i tre quarti della Sardegna, alte selve di quercie coprono un sesto dell’isola, ottime alle costruzioni navali”.  Queste evidenze giustificano il fatto che ’idea di colonizzare la Sardegna fu cara a varie eminenti personalità. “Fin dal 1856, auspice il conte di Cavour, allora capo del governo, si tentò di formare una società di colonizzazione della Sardegna, ma gli intrighi di un avventuriero francese, Bonald, ruppero ogni cosa. Il tentativo più serio che fecesi in seguito fu quello promosso, nell’ottobre del 1868, dall’avvocato G. Sulliotti, per colonizzare la vallata del Coghinas (il senatore, Marchese Pes di Villamarina fu tra i promotori)”.

Proprio in quei tempi, l’Italia andava prendendo coscienza di un nuovo problema sociale: i nostri emigranti in America (del Sud) erano costretti a rientrare in patria per le misere condizioni in cui versavano: “l’America, co’suoi tesori, colle vergini terre, col prestigio della libertà non chiama più a sé i mille e mille emigranti d’Europa; l’America è malata. I sogni d’oro tramutansi in larve funeste; lavoro e pane mancano nella terra promessa del proletario; la febbre gialla già miete le vite. L’Italia ha ora a che fare con gente, senza pane e senza tetto, che pure ha diritto di vivere, e che, in nome della fame, potrebbe suscitare una questione sociale, più assai terribile di una questione politica. Un possibile impianto di una colonizzazione italiana, in Italia; a questi chiari di luna, sarebbe uno schermire, da avveduti, assai ostilità; sarebbe poi un rendersi forti e un crearsi, quel che si direbbe, una posizione economico-nazionale”.
Con questi auspici, Giuseppe Garibaldi ideò, studiò, promosse il piano di colonizzazione della Sardegna. Trovandosi in que’ giorni a Caprera il Conte Francesco Aventi di Roverella, ferrarese, noto pelle grandi bonifiche fatte in quel di Ferrara, pe’ suoi studi e pella sua pratica nelle cose dell’agricoltura, e che ritornava appunto dalla Sardegna, dopo una escursione agraria ivi compiuta, il generale Garibaldi proposegli di formare un progetto di colonizzazione della Sardegna, dicendogli: «io darei volentieri la vita per il bene di quest’isola».

Nella sua istanza al Ministro, Garibaldi allega il progetto “frutto di lunghi studi, il quale facendo tesoro dell’esperienza e dei progressi della scienza, coll’alleanza dell’industria all’agricoltura, tracci la via per conseguire gradatamente lo scopo sociale”, ma è anche cosciente dei tempi lunghi necessari per la realizzazione del progetto e della necessità di reperire i capitali.

Chiede pertanto un incoraggiamento per i finanziatori, italiani ed esteri, in forma di garanzia di un interesse sul capitale. I tempi erano allora non dissimili dagli attuali, e pertanto presenta un’alternativa: “…Se mai le attuali circostanze finanziarie dello stato si opponessero all’esaudimento della medesima, io faccio istanza perché mi venga invece concessa la metà dei terreni già ademprivili idonei a bonificazione e colonizzazione agricola che vanno ad essere retrocessi dalla Società delle Ferrovie Sarde”. I terreni ademprivili, di fatto, erano in Sardegna i fondi rustici di uso comune, tipicamente pascolativo, regolati, classificati e assegnati con leggi successive dal Governo, specialmente dopo l’abolizione del feudalesimo nel 1838.

I terreni ademprevili ammontavano a 470.000 ettari: il Parlamento decise che metà di questi terreni fosse ceduta ai Comuni, e l’altra metà alla Società concessionaria delle Ferrovie Sarde, sorta per iniziativa presa nel 1862 dal senatore Marchese di Laconi, che sognava una rete di ferrovie interne, e capitanata dall’ex-deputato Gaetano Semenza. Questa rete ferroviaria tardava a nascere e nel 1870 i terreni ademprivili relativi furono riconsegnati dalla Società allo Stato in base a una nuova Convenzione: Garibaldi ne chiedeva la concessione di 100.000 ettari, pari a circa la metà.

Il progetto prevedeva i seguenti punti principali:

  • “Al generale Giuseppe Garibaldi è fatta cessione, a titolo gratuito, dei 101.432 ettari di terreni ademprevili. Il concessionario si obbliga a costituire, entro il termine di mesi sei, una società, la quale avrà per oggetto di eseguire la bonificazione, colonizzazione e coltivazione dei terreni ademprevili, e a cedere a questo scopo i terreni stessi in piena proprietà alla società costituenda.
  • La società sarà costituita col capitale di circa 30 milioni.
  • Ecco l’idea di Garibaldi di colonizzazione della Sardegna: il proposito di acquistare o di assumere in affitto la Tanca Regia di Paulilatino, precisamente allo scopo di istituire una scuola agrario-tecnico-pratica, come pure una di veterinaria, e per stabilirvi pure grandi vivai e piantonai d’ogni sorta d’alberi, e ogni cosa a spese della società colonizzatrice e a beneficio di tutta l’isola.
  • Il passaggio dei terreni alla società si effettuerà gradatamente, mediante cioè consegna da farsi annualmente alla medesima di un lotto di circa 5000 ettari.
  • Tutte le macchine, attrezzi, istrumenti agricoli ed industriali, e tutti i materiali occorribili alle colonie, potranno venire importati con franchigia di dazio doganale.
  • II governo vorrà concedere alla società la facoltà d’impiegare, durante almeno i primi sei anni, nei lavori di strade, sterramenti, scoli, ecc., i militari appartenenti alle compagnie di disciplina, contro una rimunerazione giornaliera.
  • Riservare ai coloni il diritto di prelazione per l’acquisto dei terreni.
  • Sarebbervi a piantare 21 colonie, assegnando a ciascuna, circa 5000 ettari di terreno, da destinarsi per metà all’agricoltura e per metà alla pastorizia. Ogni colonia dovrebbe avere 10 fattorie, di 250 ettari l’una; e queste avrebbero 10 poderi-ciascuna, in dipendenza; le fattorie essendo soggette al centro colonico, e questo, al centro tecnico generale. Ogni colonia sarebbe munita di ogni genere di edifici, di macchine, di bestiame, di stalloni; e avrebbe un ordinato sistema irrigatorio, e tutto ciò che infine valesse a formare, di ogni colonia, un nucleo paesano.
  • In ogni modo, liberare e fiumi e torrenti dal non libero corso delle acque; formar scoli; regolare le arginature dei fiumi; essiccare le paludi, mediante scoli naturali, torbide, o in altra maniera artificiale, è e dev’essere il primo compito della società colonizzatrice della Sardegna.
  • Il sistema per l’impianto e sviluppo delle colonie, sarebbe:
    1° ANNO – Studi e preparazioni di materiali-costruzioni di strade, lavori per gli scoli, ecc.
    2.°ANNO – Costruzione delle fabbriche, introduzione del bestiame e dei coloni per il riparto pastorizio e per metà del riparto agricolo.
    3.° ANNO – Compimento degli edifici agricoli, e di parte degli opifici; installazione dell’altra metà della colonia pel riparto-agricoltura.
    4.° ANNO – Ultimazione di tutte le case coloniche,stalle, opifici, ecc., ecc., ed installazione definitiva del personale, macchine, bestiame e compimento di tutti i lavori, strade, riduzioni di terreni a coltura, ecc., ecc.
  • Il progetto istesso è la bandiera del rinnovamento della Sardegna. Innanzi tutto, la Sardegna è guarentita che non trattasi di una spedizione di guastatori; è pur manifesto il beneficio che dal progetto in discussione sarà per derivare ai proprietari e ai coloni dell’isola. Ne avranno profitto tanto i proprietari quanto i giornatari, i quali avranno sicurezza di lavoro e di pane; e non solamente del pane del corpo, ma ben anche del pane dello spirito, per la diffusione di asili, scuole, e di tutte quelle istituzioni immegliatrici delle classi operaie, e delle quali si dovrà preoccupare la società colonizzatrice. I lavoratori oltreché saranno spesati per sé e per le famiglie di ogni cosa, oltreché avranno aperto un credito colla società; oltreché, se malati, saranno ricoverati negli spedali della società istessa.
  • Non sarà solo l’agricoltura e il commercio agricolo che, coll’estendersi della colonizzazione, auspicheranno il risorgimento sardo, ma bensì l’industrialismo avrà pure la sua parte nell’incremento produttivo. Non sì tosto sarannosi fatti i primi passi nelle colonie, e una casa di industrie vetrarie e di industrie ceramiche andrà a por stanza in Sardegna. L’Italia è costretta a spendere all’estero 15.000.000 per l’uso comune delle vetrerie; è noto che, fino dal 1847, a Padromannu, presso Macomer, si stabilì una casa industriale di vetrerie. La difficile amministrazione, le spese di trasporto, l’enorme prezzo del combustibile ruinò l’impresa. Ora, colle colonie da fondarsi in Sardegna, è sorta l’idea di un nuovo impianto dell’industria vetraria, per opera di un industriale piemontese, F. Bottero, la cui famiglia, a San Vivaldo, in Toscana, conduce una delle più belle case industriali vetrarie da noi conosciute. Lo stabilimento da fondarsi dovrebbe sorgere alla Crucca, avendo il signor Bottero, fino dal 1871, fatto un apposito contratto col Cavaliere Maffei, di cessione di tutti i boschi della medesima”.
    Il progetto, per opera del Conte Aventi, trovò finanziatori inglesi che attendevano soltanto l’approvazione governativa per l’inizio dei lavori, passò da Ministero a Ministero, da Commissione a Commissione e ad oggi non ha ancora concluso il suo iter burocratico.

La credenza in legno scuro che faceva parte degli arredi della sala da pranzo, apparteneva alla madre di Garibaldi e fu portata da lui a Caprera, quando la casa di Nizza venne demolita. Compendio Garibaldino – Caprera