Garibaldi, Maddalena e Caprera

Garibaldi, Maddalena e Caprera

Già nel 1811, quando Garibaldi aveva 4 anni e Mazzini 6, a La Maddalena sbarcava un certo Alessandro Turri proveniente da Genova, latore di un eccezionale messaggio per il ministro d’Inghilterra alla corte di Cagliari: il documento aveva per titolo Memoria circa un progetto di indipendenza italiana ed è uno dei primissimi che si conoscano sulle aspirazioni unitarie del popolo italiano. Il Prasca lo cita per intero nella sua opera sull’Ammiraglio Des Geneys, avendolo trovato tra i carteggi di lui con una annotazione che testimonia come egli avesse ricevuto nell’isola il Turri e avesse preso conoscenza con molto interesse del progetto. Vi si parlava di un “Partito dell’Unione e dell’Indipendenza Italiana” nato intorno al 1809, di cui facevano parte anche primari magistrati e capi dell’Armata Italiana voluta da Napoleone e vi si chiedeva all’Inghilterra e alla corte sabauda un appoggio ai piani di insurrezione previsti. E’ dunque, oltreché storico, molto interessante che uno dei primi atti unitari italiani fosse datato dal nostro arcipelago; il riferimento alla corte sabauda rappresenta una primizia ante litteram, una specie di prologo di quanto un giorno sarebbe accaduto e che in quel momento nessuno degli attori poteva ancora prevedere. Frattanto, imprigionato nella torre di Guardia Vecchia, languiva Vincenzo Sulis, comandante delle Centurie di Miliziani di Cagliari dopo le rivolte del 1793 e degli anni seguenti. Il capopopolo morì a La Maddalena nel 1834, portando con sé uno degli ultimi conati di rivolta dei sardi, vagamente autonomistico e perciò anacronistico per quei tempi.

L’idea di unità d’Italia era strettamente connessa a quella di indipendenza e nasceva come specificazione del più universale principio di libertà dei popoli, nato dal grande movimento di valori che la rivoluzione francese aveva portato con sé. Le vie del mare erano i canali di propagazione del nuovo ideale; sulle navi si faceva una propaganda capillare; le grandi Marine erano tutto un fermento e quando i marinai sbarcavano nei porti vi diffondevano quelle idee che avrebbero conquistato l’intera Europa.

Garibaldi stesso fu iniziato a tali visioni durante un viaggio in mare, nel 1833, dal pensatore francese Emile Barrault, seguace di Saint – Simon e scrisse: “Non solo discutemmo sulle rigorose questioni di nazionalità nelle quali si era fino allora limitato il mio patriottismo…, ma ancora sulla gran questione della umanità“.

In quell’anno, a Marsiglia, avvenne l’incontro di Garibaldi con Mazzini e la sua affiliazione alla Giovine Italia. La stessa suggestione ideale subivano molti dei giovani e giovanissimi maddalenini imbarcati sui regi legni in quei medesimi giorni: ricorderò per tutti uno dei più gloriosi, destinato a diventare intimo di Garibaldi, Giovan Battista Culiolo, il famoso “Maggior Leggero“.

L’idea di unità e fraternità tra i popoli era a La Maddalena un modo di essere che si legava strettamente ai valori di solidarietà e di umanità ai quali il mare e l’isolamento, da cui avevano dovuto affrancarsi fin dall’origine i primi duri pastori corsi, li avevano plasmati.

Trascorsero cinque lunghi anni in cui parve che l’astro garibaldino fosse tramontato. Garibaldi, Leggero e Cocelli, dopo qualche mese di permanenza a Tangeri nella più totale povertà, dovettero separarsi: il Generale partì per gli Stati Uniti, mentre gli altri non poterono seguirlo per mancanza di mezzi. Cocelli morì poco dopo per un colpo di sole, forse dovuto al fatto che i due passavano lunghe ore a pesca per sfamarsi. Il Maggior Leggero si imbarcò allora su una nave mercantile, sempre sperando di ritrovare in qualche porto del mondo il suo generale; ma quegli, a sua volta, dopo aver fabbricato candele di sego per qualche tempo a New York presso il poverissimo Meucci, l’inventore del telefono, cercò e trovò un imbarco come comandante di una nave mercantile e navigò sulle rotte dell’estremo oriente. Nel 1855 Leggero si trovò in Costa Rica, combattente per la libertà di quel popolo contro i “filibustieri yankees” di William Walker, qui in una terribile battaglia, egli fu ferito al braccio destro e fu necessario amputarglielo; caduto prigioniero, fuggì, ancora convalescente e attraverso peripezie di ogni genere riuscì a mettersi in salvo e a trovare un lavoro come guardia di dogana a Punta Arenas. Allo scoppio della seconda guerra contro Walker, riprese il suo posto di ufficiale nell’esercito costaricano e tornò a combattere con tanto eroismo da meritarsi l’encomio dello stesso comandante nemico; di nuovo venne ferito e fatto prigioniero. Riacquistata la libertà, il maddalenino si trasferì nella Repubblica del Salvador e fu arruolato in quell’esercito come istruttore e organizzatore.

Frattanto a La Maddalena la vita scorreva sui ritmi senza tempo del mare, in attesa dei naviganti, vedendone partire e arrivare ogni giorno. Le difese dell’arcipelago furono potenziate nel 1850, con la costruzione nell’isola maggiore del potente Forte San Vittorio sul dosso di Guardia Vecchia, del Forte Santa Teresa, detto anche di Sant’Elmo o Forte Tegge, e della batteria Sant’Agostino sulla punta occidentale di Cala Mangiavolpe. Nell’isola di Santo Stefano fu edificato il bel Forte San Giorgio non lontano dal luogo ove sorge la torre da cui mezzo secolo innanzi Napoleone aveva cannoneggiato la cittadina. Per tutte queste opere fu potenziato il contingente di forzati già di stanza a La Maddalena al servizio della Marina Militare; fino a quando fu in auge la navigazione a remi, essi venivano impiegati sulle navi e va detto a questo riguardo che il trattamento dei forzati da parte della Marina sabauda fu sempre di gran lunga più umano di quello degli altri paesi europei e che spesso, ai tempi della lotta contro i pirati e corsari, quei poveretti ricevevano in premio la libertà quando partecipavano con valore agli scontri.

Nella costruzione delle opere di difesa, i forzati venivano occupati soprattutto nelle cave di granito, la cui estrazione, ancora per molti anni, fu limitata agli usi militari. Il traffico marittimo nell’arcipelago, vivace nella buona stagione, si riduceva fortemente durante l’inverno, quando le tempeste potevano scatenarsi all’improvviso. A proposito dell’inclemenza del mare nelle Bocche di Bonifacio, La Maddalena fu impotente testimone di uno dei più tragici naufragi de Mediterraneo, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1855 sulle scogliere dell’isola corsa di Lavezzi. La grande fregata da guerra francese “La Semillante“, armata di 60 cannoni e di 250 uomini di equipaggio, era salpata con tempo bello e mare calmo dal porto di Tolone, trasportando 750 soldati di fanteria destinati alla guerra in Crimea. La navigazione procedette tranquilla fino alle alte coste meridionali della Corsica: qui si scatenò la burrasca. Non v’era modo di accostare ad alcun porto, perciò il capitano decise, come spesso si fa in questi casi, di infilare le Bocche di Bonifacio per sottrarsi al pericolo delle coste irte di scogli. Ma nel tratto di mare tra l’isola corsa di Lavezzi e quella sarda di Razzoli, la nave incappò in uno di quei terribili marosi, che i naviganti chiamano “onde anomale”, alto come una montagna, dotato di una forza immane. L’onda afferrò la “Semillante”, la sollevò quasi fosse un fuscello, la trasportò e la scagliò contro la costa di Lavezzi, irta di infiniti scogli come denti di un gigantesco squalo. La nave letteralmente scoppiò in una miriade di scaglie. Se qualcuno dei mille uomini avesse potuto sopravvivere all’urto spaventoso, sarebbe stato comunque immediatamente ghermito dalla folle sarabanda delle onde impazzite e scagliato più volte contro i denti di roccia. Quando il mare si placò e le prime barche di Bonifacio e di La Maddalena si accostarono all’isola seguendo la traccia dei detriti, uno spettacolo orrendo si presentò agli occhi dei marinai: Lavezzi era orlata da una corona di schegge di legno e brandelli umani; nessuna traccia di vita, nessun relitto di una certa consistenza, se non i poderosi 60 cannoni in fondo al mare. Non c’era neppure la possibilità di ricomporre i corpi. si decise di seppellire i poveri resti sulla stessa Lavezzi dove sorse un cimitero con mille croci sull’isola deserta; alcune croci erano altissime affinché i naviganti, passando, potessero in futuro salutare quegli infelici giovani.

Garibaldi frattanto, stanco e sfiduciato per la sua vita errabonda sui mari, aveva chiesto e ottenuto dal governo piemontese di tornare in Italia per stabilirsi a Nizza con i suoi figli: erano trascorsi ormai cinque anni dalla sua partenza dalla Maddalena, durante i quali egli non aveva più fatto parlare di sé e si pensava che il mito di quell’uomo e la presa sulla fantasia popolare si fossero affievoliti, se non spenti. Così egli poté rimetter piede in patria e curarsi di una grave malattia reumatica, prima avvisaglia dell’artrite che l’avrebbe perseguitato per il resto dei suoi giorni. Da Nizza, per campare, ottenne il permesso di fare il piccolo cabotaggio tra Genova e Marsiglia con la nave da carico “Salvatore”, imbarcandovi come mozzo anche il figlio Menotti. Ma pensava di fermarsi e il desiderio divenne imperativo un giorno del 1855, quando sbarcò in Gallura con un gruppo di amici italiani e inglesi per una partita di caccia e rimase affascinato dalla solitaria e incontaminata bellezza del promontorio di Capo Testa con i suoi splendidi graniti protesi sulle Bocche di Bonifacio e il terreno incolto che in alcuni tratti si prestava all’aratro. Avrebbe potuto lasciare il mare e finalmente costruire una casa per la sua famiglia dove vivere in pace di una sia pur modesta agricoltura. Cercò senz’altro il proprietario del promontorio, il pastore Pietro Pelosu e lo convinse a venderglielo, versandogli una cauzione di 200 lire. Poi riprese il mare. Ma le cose dovevano andare diversamente. Nel novembre di quell’anno morì a Nizza suo fratello Felice che gli lasciò in eredità tutto quanto aveva: non molto, ma sufficiente per acquistare un po’ di terreno e un cutter per un modesto commercio in mare. Nel dicembre, mentre navigava alla volta di Porto Torres, una burrasca lo convinse a riparare in Corsica. Da qui Garibaldi scrisse la seguente lettera all’amico Francesco Susini di La Maddalena:

Porto Vecchio, 7 dicembre 1855
“Sono diretto per la Sardegna, qui trattenuto a bordo del “S. Giorgio” per cattivo tempo. Da Porto Torres penso di percorrere la Gallura, ove penso che sarà facile che scelga un punto di stabilimento, per passarvi alcuni mesi d’inverno o forse per abitarvi definitivamente, se trovo un posto adatto. Un consiglio vostro o di Pietro circa al punto da prescegliersi per lo stabilimento, mi sarebbe caro, quanto l’esser vicino a voi, sarebbe una delle consolazioni mie predilette….“.

Finì che egli fu di nuovo ospite dei Susini a La Maddalena e ogni giorno, con Pietro, passava in Gallura per cacciare e per sondare e verificare se proprio lì avrebbe voluto stabilirsi. Con Pietro si era immediatamente riannodata la vecchia e profonda amicizia iniziata cinque anni prima e il Generale ne aveva una fiducia completa: Egli gli fece notare che parecchi pastori, e non il solo Pelosu, si contendevano la proprietà di Capo Testa e qualora Garibaldi avesse perfezionato l’acquisto con quello, “non sarebbe passato un mese ch’Ella morrebbe per mano assassina”; il che nel duro mondo dei pastori, era una soluzione più che probabile.

Perché, gli chiese Pietro, non stabilirsi in una delle isole de La Maddalena? Per esempio a Santo Stefano. Garibaldi lasciò perdere le 200 lire di caparra date al Pelosu e cominciò a riflettere sul consiglio dell’amico. Io credo che a colpirlo fosse l’idea dell'”isola”: l’isola come proprio mondo delimitato, l’isola come casa, patria della propria soggettività, ove tornare per ripossedersi, per essere se stessi, garantiti da mura d’acqua, in una solitudine mediata dal mare. Nessuna proprietà e circoscritta come un’isola.

Garibaldi in quei giorni, continuando a passare dalla Maddalena alla Gallura, scartò Santo Stefano, proprio perché “troppo vicina” quindi troppo poco isolata dal resto del mondo che per lui era certo rappresentato dalla Sardegna e non da La Maddalena. Infatti la sua scelta cadde a poco a poco su Caprera, a questa ancor più prossima di Santo Stefano, ma più appartata, difesa dalla costa sarda dalle prime due.

Caprera! quel longilineo relitto di Sardegna ad essa strappato da una forza immane, imponente caos di graniti, ordinati a formare la catena orrida del Tejalone, apparentemente alta, altissima. Caprera, che l’esule aveva più volte contemplato cinque anni prima, dalla vigna dei Susini, trascolorare sulla tavolozza della natura lungo le ore del giorno in tutti i toni, dai più delicati ai più bui e sempre restare intatta nella sua sembianza di miraggio, di scenario per un mondo a misura d’eroi o di demoni. Caprera che non offre nulla se non alla tenacia, all’umiltà del lavoro, alla semplicità, alla bontà. E non erano questi forse i sentimenti che commuovevano fino in fondo all’anima quel guerrigliero – marinaio – contadino ormai vicino alla cinquantina che aveva percorso la circonferenza della terra senza trovare forme concrete alla propria sete di idealità? Caprera! Caprera ammantata di macchia selvaggia, avvolta di tutti gli aromi e i brusii e i voli e i suoni secchi di zoccoli caprini e suini… Caprera tuonante di ondate burrascose e di folli venti di ponente, del nord; oppure bisbigliante di sciacquii dolci come sussurri di amanti. Caprera ove vivere, ove meditare, Caprera ove morire…. In quei giorni nacque l’innamoramento di Garibaldi per la sua isola, un innamoramento che egli volle sempre tenere riparato dal rumore dell’ufficialità, al punto che nelle sue Memorie scriverà: “Il periodo decorso dal mio arrivo a Genova in maggio del 1854 sino alla mia partenza da Caprera in febbraio 1859, è di nessuno interesse. Lo passai parte navigando e parte coltivando un piccolo possesso, da me acquistato nell’isola di Caprera.” Invece la scelta e l’acquisto dell’isola segna nella vita di Giuseppe Garibaldi lo spartiacque tra la fase errante dell’avventuriero idealista e soggettivo, sia pur grandissimo, e la maturata visione che costruisce, plasma, realizza, unifica. Il guerrigliero brasiliano col suo impeto irriflessivo non avrebbe potuto costruire una nazione: l’uomo di Caprera, capace di soffrire e di meditare, la costruì. Prima di lasciare La Maddalena, il 29 dicembre 1855, egli diede a Pietro Susini la più ampia procura perché acquistasse per suo conto la metà circa dell’isola, tanta quanto ne consentiva l’eredità di Felice.

Pietro si mise subito all’opera, acquistando il terreno dei Collins, parte di quello di Ferracciolo ed alcuni altri lotti. Garibaldi raggiunse Nizza e poi passò in Inghilterra per comperarvi il cutter per i suoi trasporti marittimi. A Londra egli si era precedentemente fidanzato con una ricchissima dama dell’alta società, Emma Roberts, donna assai colta e intelligente che gli fu poi amica devota e saggia per tutta la vita; Gli inglesi avevano un’adorazione per il romantico generale italiano e gliene diedero innumerevoli dimostrazioni. La Roberts si era interessata anche per sistemare in un ottimo collegio il figlio di Garibaldi, Ricciotti, e questi ora poté rivederlo. Acquistò un piccolo bastimento di 36 tonnellate a cui, in onore della donna amata, diede il nome di “Emma”. L'”Emma”, con cinque uomini di equipaggio, compreso lui che lo comandava e Menotti, iniziò a navigare tra Nizza, Genova e la Sardegna, unendo il piccolo cabotaggio al trasporto dei materiali per la costruzione della casetta di Caprera.

Carrozzina per disabili su cui sedeva Garibaldi il giorno del matrimonio con Francesca Armosino. Di fabbricazione inglese, la carrozzina fu donata a Garibaldi da alcuni amici che gliela spedirono dall’Inghilterra nel 1862. Compendio Garibaldino – Caprera