Garibaldi e il suo poema autobiografico

Garibaldi fu anche scrittore. Sicuramente più grande come condottiero che come poeta, mostra nei suoi versi una particolare spontaneità e un forte sentimento di sincerità che li rendono degni di lettura. La poesie di Garibaldi è la riflessione di un eroe che durante i momenti di solitudine torna ad essere uomo, spogliato da qualsiasi tipo di incarico, senza armi concrete se non la potenza dei versi e delle parole profonde.

Nella poesia che proponiamo, una dei 29 canti del “poema autobiografico” composto durante il periodo di immobilità dovuto alle ferite che gli erano state inflitte in Aspromonte il 20 Agosto 1862, viene citato il nostro eroe Giovanni Battista Culiolo, “Maggior leggero”.

“Morte, io sorrisi al tuo cospetto! e questa
certamente non fu la prima volta.
Il volto mio, ben noto alla sventura,
nel tremendo frangente di mia vita
s’atteggiava al dolore… e che dolore!
Nell’agonia l’amata donna! e un sorso
d’acqua negato a quell’inaridite
l’abbia!… Io sorrisi! Ma da disperato,
ma di demon fu quel sorriso. Il fuoco
dell’Inferno m’ardeva, e pur io vissi!
Solo compagno di sventura allato
mi sedeva Leggiero; alla scoperta,
perché ignari del sito, egli s’accinse,
e trovò un coraggioso: era Bonetti.
Dalla falange dei proscritti, inerme,
abitator di quei dintorni, il birro
avea deluso e sulle terre sue
dalle città appartate, inosservato
da profugo vivea. Il caro amico
com’Iride apparì nella tempesta.
Io lo seguia, non conscio della vita,
lei sorreggendo all’ospital dimora.
Ivi un giaciglio la raccolse e, mentre
corcata, il pugno mi stringea… di ghiaccio
si fé la man della mia donna! e l’alma

s’involava all’Eterno!”  […]