Gerolamo Zicavo

Statua di G. Zicavo, opera di Ettore Sartorio 1922

Grande navigatore di razza maddalenina, amico di Garibaldi” così è riportato nell’epigrafe, morì all’età di 87 anni, il 31 maggio del 1921. Pochi mesi prima, il 10 marzo 1921, scrisse di pugno il proprio testamento col quale lasciava alla moglie Maria Cuneo ciò che possedeva di beni immobili e mobili, “ad eccezione dei due piani della mia casa la Scala di Ferro (palazzina ubicata in via Regina Margherita, inizio lato potente, ndr) dei quali mia moglie finché vive, godrà l’usufrutto ed al suo decesso, i detti due piani li lascio in proprietà della Congregazione di Carità del Comune di La Maddalena coll’obbligo di mantenere il tutto in buono stato di conservazione e con il solo diritto dell’entrata dal portone e le scale per accedere ai due piani ed al terrazzo”. Nel testamento Gerolamo Zicavo specificava poi che ”Il profitto dei detti due piani, levate le spese della conservazione e manutenzione in buono stato, prego i Signori componenti la Congregazione di Carità di distribuirle a favore dei poveri, preferibilmente delle famiglie Zicavo”. Per quanto riguardava il piano terra Gerolamo Zicavo disponeva che dopo la morte della moglie ne avrebbero preso possesso “come proprietari della sala a piano terreno alla parte ponente, con annesso giardinetto, la cisterna, il magazzinetto, cantina e sottoscala, nonché la fontanella d’acqua sorgiva i miei nipoti …”, figli di una sorella. “La sala centrale al piano terreno, a levante, il portone” Zicavo la lasciò invece ad un’altra sorella che al tempo viveva in Argentina. Zicavo specificò poi che “La sala grande a piano terreno alla parte levante detta Scala di Ferro rimarrà in perpetuo Custoditrice dei miei cimeli nonché il mio ritratto e quello di mia moglie religiosamente custoditi a cura della benemerita Congregazione di Carità”. Maria Cuneo, moglie di Gerolamo Zicavo, anch’essa come il marito di antico ceppo maddalenino e di famiglia amica di Garibaldi, sopravvisse di alcuni anni al marito. Come disposto dalle sue volontà testamentarie in parte ereditò ed in parte fu usufruttuaria di alcuni beni. Alla sua morte i due piani di Scala di Ferro pervennero al Comune di La Maddalena il quale nel dopoguerra lo gestì attraverso l’Eca (Ente Comunale Assistenza). Nel 1950, ricorda Giuseppe Deligia, Scala di Ferro “era inutilizzato, un rudere non abitabile”. L’Eca si rivolse al prefetto il quale “chiese un progetto con un preventivo di spesa e poco tempo dopo finanziò la ristrutturazione. L’Eca ci ricavò sei appartamentini che mise poi a disposizione di famiglie bisognose”. Alcuni anni fa, essendo nuovamente lo stabile bisognoso di interventi, l’amministrazione Birardi “approntò un progetto con relativo finanziamento per una ristrutturazione. I lavori erano stati anche appaltati, credo la gara fosse stata vinta dalla ditta Virgona” prosegue Deligia.