Giò Agostino Millelire

Nacque all’isola il 29 luglio 1758, primo dei figli avuti da Pietro con Maria Ornano, sposata in seconde nozze, alla morte della prima moglie Maria Caterina Zicavo. Non si trattava, quindi, del primogenito assoluto di Pietro, ma fu quello che interpretò con maggiore efficacia e capacità il suo spirito e la sua intraprendenza. Nelle biografie celebrative Agostino viene generalmente indicato quale fratello maggiore “del più noto Domenicoʺ, che ha monopolizzato l’attenzione degli autori con la rievocazione non sempre corretta dei fatti del febbraio 1793.

Nell’epoca di vita dei due fratelli era invece Domenico il personaggio secondario, modesto, al punto che in qualche situazione viene scambiato con il ʺpiù noto Agostinoʺ.

Secondo quanto egli stesso afferma in un suo memoriale curricolare, Agostino era entrato al servizio del re nell’armamento navale nel 1774. Visto lʹanno di arruolamento, non dovrebbe essere stato del primissimo gruppo di maddalenini “assentati” alcuni mesi prima, ma senz’altro fece parte dei marinai che furono chiamati a completare lʹorganico dei filucone S. Gavino, della goletta e della gondola di supporto. Nel marzo di quel 1774 il viceré, riconoscendo la necessità prospettatagli dal comandante De Nobili di arruolare 3 marinai mancanti, gli ordinò di preferire i sardi rispetto ai corsi o agli altri stranieri, e Agostino fu arruolato al servizio nella marina del re a soli 16 anni.

In un voluminoso documento del 29 aprile 1779, redatto dal bailo Fravega nella sua funzione di agente giudiziario, si trova raccolto il verbale contro il bastimento corsaro bastiese comandato dal capitano Francesco Ciconi, per i fatti occorsi nelle acque della costa gallurese tra Mezzo Schifo e punta Stropello, dove da terra furono esplose più volte delle fucilate verso il bastimento corsaro e da questi fu risposto con delle spingardate. Il verbale riporta separatamente le dichiarazioni dei testimoni dell’accaduto, tra i quali risultava Pietro Millelire che si trovava al Parau per fornire formaggio a dei patroni bonifacini. A conclusione di una deposizione si legge tra i testimoni dell’atto la firma autografa di Gio Agostino Millelire, in grafia ferma e matura. Agostino, cioè, aveva appreso a leggere e a scrivere, almeno la sua firma, e quindi a fare testimone consapevole di ciò che sottoscriveva. Ritroviamo la sua firma in un importantissimo documento, una sorta di delibera del Consiglio di comunità, con cui il 9 febbraio 1784 quest’organismo interveniva nei confronti del viceré sul grave problema dell’approvvigionamento dei beni alimentari. La memoria era stata scritta dal nuovo bailo Foassa e attestata dai testimoni Giovanni Battista Fava e Matteo Tosto con le loro firme autografe. I consiglieri illetterati, Tomaso Ornano e Antonio Giovanni Varriano, apposero in calce i loro segni di croce. Il gruppo finale delle firme era preceduto dalla dichiarazione autografa che diceva Gio’ Agostino Millelire per Gio’ Batta Zicavo sindaco.

Gli archivi cagliaritani e torinesi conservano migliaia di suoi testi autografi, tra memorie e lettere rivolte a tutte le autorità con cui aveva rapporti, relativi ai 15 anni di attività nella sua funzione di comando delle isole Intermedie. Il suo avanzato livello d’istruzione, rispetto alla generalità dei suoi concittadini e commilitoni, fece in gran parte la sua fortuna nella carriera militare e nella vita di relazione.

Il suo primo testo autografo che ad oggi si conosce è del 1786. Con esso Agostino, ventottenne 2° piloto sulla Beata Margherita, in data 6 febbraio scriveva di proprio pugno l’istanza alla Intendenza Generale per ottenere dal regio demanio un lotto di terreno per ʺpoter fabbricare una casa nel sito della Cala Gavetta alla vicinanza del mare, qual sito presentemente trovasi occupato da una gran rocca”. Tracce della rocca sono ancora rilevabili nella parte dell’attuale via Montebello che va a confluire con via Vittorio Emanuele, dove a tutt’oggi insiste il palazzotto di Agostino Millelire. La concessione fu accordata “con condizioni però non debba estendersi fino alla casa del patron Gio’ Domenico Susini, ma debba lasciare in distanza palmi 21 tra la fabbrica e la detta casa del Susini e debba pure lasciare palmi 19 di terreno fuori delle linee di detta casa e la fabbrica suddetta e non debba estendersi più di palmi 32, ed in larghezza palmi 26.

Agostino voleva metter su casa essendo sposato da poco più di un anno (21‐11‐1784) con Santa Zicao, e la coppia attendeva il proprio primogenito, che nacque il 16 settembre dello stesso 1786, cui furono messi i nomi di Pietro e Vittorio, in omaggio al nonno paterno e al padrino, don Vittorio Porcile comandante della mezza galera. Questo Pietro fu il primo di una serie sfortunata di figli dei fratelli Millelire che con tale nome morirono in tenera età o in età giovanile. Morì, infatti, annegando in una pozza dʹacqua di uno scavo edilizio quando non aveva ancora raggiunto il terzo anno di vita. Agostino ripetè il nome di Pietro al primo maschio successivo che nacque nel 1794, ma anche questo non ebbe molta più fortuna, essendo deceduto all’età di 6 anni.

Agostino e Santa ebbero in tutto 10 figli, cui il buon livello economico e sociale raggiunto dai genitori diede opportunità importanti per ulteriori avanzamenti. Di alcuni/e, di cui si hanno sufficienti dati, si proporranno delle schede biografiche.

Da piloto, Agostino, il 15 aprile 1787 prese parte al violento scontro armato tra la Beata Margherita ed uno sciabecco tunisino nelle acque dei Carruggi. La relazione del comandante la mezza galera, Matton de Benevel, riferisce di un combattimento fatto di assalti e speronamenti reciproci, e la fuga del legno nemico nelle acque della Corsica per sottrarsi alla preda dei sardi, abbandonando la lancia di servizio. Per quel che riguarda l’apporto di Agostino nella circostanza, il comandante relazionò: “del suo ferimento e dei segni più evidenti del suo valore, intrepidezza e sangue freddo [per cui] chiedo per lui…. un brevetto reale di Piloto degli armamenti leggeri”. Per sostenere ulteriormente la sua proposta, il cav. Matton affermava che Agostino prestava servizio nella guardia coste da 15 anni, facendo improbabilmente retrocedere il suo arruolamento al 1772, e quindi all’età di 14 anni.

Le decisioni reali da una parte disattesero le proposte, non assegnando il brevetto richiesto, e peraltro andarono oltre, per cui con propria regia provvisione datata Torino 22 maggio 1787, tra gli altri provvedimenti concesse: “…al piloto Millelire, ed al capo cannoniere Laghè, i quali sebbene feriti nel combatto continuarono tuttavia a riempire coraggiosamente i loro doveri sino al termine dell’affare, un annuo trattenimento di lire 50 di Piemonte per ciascuno, facendo altresì per loro maggior distinzione all’uno ed all’altro una delle medaglie d’oro, che perciò in numero di due ed entrambe eguali vi facciamo pervenire unite alla presente”. Con lo stesso atto Vittorio Amedeo assegnò ben 4 medaglie d’argento ad un non nominato che strappò la bandiera nemica, al 2° cannoniere Boyer, al comito Muscat e al sotto comito “Lo Spasso”, ovverosia all’isolano Salvatore Ornano. Successivi messaggi di corrispondenza riferirono della cerimonia di consegna delle onorificenze. Allo stato della ricerca sono queste le prime medaglie d’oro e d’argento al valore militare ad oggi documentate.
Agostino non mollò sull’ipotesi della promozione di grado, e nel febbraio del successivo 1788 presentò la propria istanza per via gerarchica.

Il viceré nell’inoltrarla a corte la sostenne ricordando, tra le altre benemerenze, che il re lo ha voluto altresì onorare d’una medaglia d’oro che tiene appesa al petto… Da Torino, pur accampando problemi di equiparazione con altri soggetti, si accolse la richiesta grazie ad “ un giro di incarichi”, ed il nostro ebbe la sospirata commissione di piloto delle mezze galere nel successivo aprile. Ma insieme alla pressione per sviluppare la sua carriera militare, Agostino curava alcuni affari extra professionali, che partecipavano ad integrare il suo reddito. Partecipò, infatti, all’appalto di manutenzione delle regie gondole in servizio di affiancamento alle mezze galere e alle galeotte, il cui mantenimento era competenza degli Stamenti sardi. Il fatto viene alla luce con una lettera del viceré ad Agostino del 13 agosto 1789, con cui lo sollecitava ad accettare la nuova offerta oppure a dimettersi dall’impresa di manutenzione che già esercitava. Allo scadere dell’appalto erano state presentate alla corte di Cagliari due offerte migliori delle condizioni da lui praticate sino a quel momento, e quindi doveva decidere se adeguarsi al ribasso a 52 scudi sardi al mese (8 in meno) per ciascuna delle 6 gondole. A parità d’offerta l’appalto sarebbe stato assegnato, per continuità, a chi lo aveva avuto in precedenza. Agostino si rimise al viceré che gli rinnovò lʹappalto: “per cui ‐ scriveva al comandante della Maddalena il 25 settembre ‐ dal prossimo ottobre si intenderanno a carico del Millelire le 6 gondole armate, con gli stessi patti e condizioni con cui le ha finora mantenute”.

Una integrazione al reddito stipendiale e di impresa gli veniva, come per tutti i marinai, dalle prede di guerra contro i barbareschi. Il suo servizio nelle mezze galere, in particolare sulla Beata Margherita, e poi sulla galeotta San Filippo in posizione di comando, lo impegnò in molti combattimenti anti‐barbareschi come quello del 1787.

Agostino, infatti, si ritrova quasi sempre negli elenchi delle quote con cui si ripartiva, tra i partecipanti alla preda, il suo valore secondo delle parti predeterminate in rapporto al grado. Nel 1790 si ritrova, infatti, nelle quote di ripartizione di due prede catturate il 9 maggio e il primo giugno. Si trattò di due prede lucrose, la prima delle quali aveva a sua volta appena predato un bastimento veneziano, per cui si diceva che fosse carica di lingotti d’argento, di molto corallo lavorato, di ricche stoffe e addirittura di una collana di diamanti. La relazione del comandante De Chevillard ridimensionò tutto: i lingotti non erano d’argento e le pezze di stoffa non erano tutte di broccato, ma il valore era comunque alto, anche perché furono catturati 15 turchi, di cui 5 feriti. Il bastimento predato era di valore, “..uno dei più graziosi del suo genere”, e fu unito al naviglio regio col nome di La Sultana. La seconda preda era anch’essa una grande galeotta tunisina, di 30 uomini di cui 5 morti nel combattimento e 7 feriti, e ben fornita d’armamento. Altro combattimento con due galeotte il 9 giugno 1792, di cui una predata con 22 schiavi, stavolta al comando di De Constantin, in cui si distinsero sia Antonio che Agostino Millelire. In questa occasione l’equipaggio decise di devolvere le proprie quote di preda ai lavori di ampliamento della chiesa allora in corso. Ed ancora un combattimento contro altre due galeotte barbaresche il 3 gennaio 1794, con un bastimento predato e l’altro distrutto dall’esplosione della sua santabarbara.

I fatti del febbraio 1793 hanno visto Agostino impegnato in operazioni di ripiego rispetto alla prima linea. Le relazioni redatte dal comandante dell’armamento leggero, De Constantin, pur ricche di particolari su tutta la difesa e la controffensiva dei sardi sui franco‐corsi aggressori, non hanno detto alcunché sul ruolo svolto in queste circostanze dal piloto della Beata Margherita. Secondo un autore Agostino avrebbe, su ordine di De Constantin, condotto le mezze galere e le altre imbarcazioni con grande abilità e rischio al riparo delle cannonate nemiche. Con gli equipaggi al minimo della manovra, portò i legni privi di armamento, impegnato nelle batterie fisse e mobili, nelle acque di levante, ma non si conoscono i documenti che certifichino una tale azione comunque ragionevolmente credibile.

Nel dispaccio reale del 3 aprile 1793 che ha dispensato promozioni, onorificenze e premi in denaro, e dove si ritrova la decorazione di Domenico, oltre a quelle di Mauran, Cesare Zonza e Alibertini, Agostino non compare. Non accettò di buon grado di non essere ricompreso tra i beneficiati. Piuttosto della mancanza di medaglie soffrì l’avanzamento in carriera del suo commilitone, Rossetti, che venne promosso per meriti di guerra a piloto di fregata, sopravanzandolo ancora una volta nella carriera. A questo proposito, con il sostegno di De Con‐ stantin, iniziò una pressione a tutti i livelli per avere anche lui la stessa promozione. Il viceré assicurò di portare lʹistanza di Agostino presso la corte torinese, ma invece nel suo dispaccio alla corte esprimeva la propria perplessità per il fatto che: ʺle circostanze ‐ diceva ‐ non gli abbiano procurato il mezzo di distinguersi in particolar modo come in altre occasioni”. Nel frattempo, per una confusa situazione che si vedrà nella biografia di Domenico a proposito del pasticcio sui benefici economici, lʹufficio del soldo aveva emesso un mandato di pagamento a suo favore di ben 200 lire di Piemonte annue, che Agostino accolse di buon grado senza chiedere il perché. Nessun documento certifica le fantasiose affermazioni secondo le quali avrebbe ricevuto per errore la medaglia d’oro dovuta a Domenico, e che restituita questa al vero destinatario, Agostino avrebbe ricevuto una medaglia dʹoro al valor militare nel 1793 in riferimento sia ai fatti di quello stesso anno che per il combattimento del 1787. Lui quella medaglia l’aveva già ricevuta e la portava al petto.

Riuscì comunque ad ottenere la promozione desiderata a piloto di fregata, anche se si vide sottrarre suo malgrado il beneficio economico delle 200 lire di Piemonte, girate invece al fratello Domenico in “accompagnamento alla medagliaNel febbraio del 1794 ebbe finalmente la sospirata nomina, e con commissioni dellʹ11 ottobre dello stesso anno gli venne attribuito il grado di sotto‐ tenente nelle regie truppe di fanteria, confermato nel marzo 1795 nel quadro delle ricompense sui fatti del 3 gennaio 1794.

Nella crisi istituzionale dell’aprile‐ maggio dello stesso 1794, che vide la cacciata dei piemontesi dalla Sardegna, partecipò con De Chevillard al gran rifiuto che questi avanzò alla Reale Udienza, nellʹoccasione in cui questa assunse il governo vicereale al posto dello scacciato Balbiano. Insieme a tutti i maddalenini dimostrò il suo lealismo a tutti i costi alla corona, aderendo al tentativo di ritorno a Cagliari del viceré cacciato, che fu preparato proprio alla Maddalena. Balbiano invece di andare a Livorno fece sosta alla Maddalena con la sua ex‐corte viceregia e si trattenne finché non gli fu chiaro che la sua manovra non sarebbe riuscita per il venir meno di tutte le condizioni previste, da ultimo il mancato fiancheggiamento delle navi inglesi impegnate in Corsica. La nuova casa di Agostino era messa a disposizione della corte fuggiasca e nelle sue stanze si svolsero tutte le riunioni di quello che oggi si chiamerebbe “il gabinetto di crisi”. Si ordinava l’accumulo di viveri e la raccolta di armi, si progettava la presa di Sassari da parte dei partigiani di Balbiano per poi “scendere” a Cagliari, si tenevano i contatti con i tempiesi a lui favorevoli, si tentava il coinvolgimento dell’ammiraglio inglese Hood e si pianificava la rivincita sui sardi che non ci fu.

Ripristinato nel 1795 il potere viceregio a Cagliari, Agostino ebbe la formalizzazione della promozione e il comando della galeotta S. Filippo. Con essa partecipò alla preda di due brigantini francesi nell’ottobre del 1795, che gli valse nel settembre del 1796 il conseguimento del grado di luogotenente. Sempre da comandante della galeotta ricevette, con provvedimento datato 20 giugno 1799, il titolo e grado di capitano di fanteria e con questo nuovo grado ebbe dal duca di Aosta Vittorio Emanuele l’incarico di trattare con le autorità bonifacine dell’attività predatoria di corsali corsi ai danni di imbarcazioni con bandiera sarda. Da ultimo era stata predata una gondola con la “valigia reale”, cioè la corrispondenza di corte, e molte altre erano state in quelle settimane le prede sarde fatte illegalmente dai corsi, giacché tra Sardegna e Francia non c’era stato di guerra dichiarata. L’attività di Agostino non ebbe successo e allora il duca d’Aosta, il futuro re Vittorio Emanuele I, per ritorsione ordinò all’armamento leggero presente nell’arcipelago: “di crociare nelle acque di Corsica e di predare tutti i legni sia mercantili che corsali ʺ. Vittorio Porcile con la S. Barbara e Agostino con la S. Filippo fecero la loro parte contro‐predando a due corsali francesi una polacca ragusea e liberando il cardinale Odescalchi, nunzio apostolico a Firenze, che vi si trovava imbarcato, e un fìlucone napoletano, carico di formaggio e porto galli (arance) che a sua volta era stato predato da altro corsale corso‐francese. In questo periodo ci fu uno scambio epistolare diretto di Agostino con il futuro re si tentativo di mediazione con i bonifacini, sulle azioni anti corsali e sul recupero del fìlucone napoletano di cui si conservano gli originali da parte di un collezionista maddalenino.

Quasi contemporaneamente a questi avvenimenti Agostino ebbe l’incarico di comandante provvisionale delle isole Intermedie, che per un breve periodo tenne con quello di comandante della galeotta. Desgeneys registrò la novità della sua nuova funzione con una lettera personale dal tono particolarmente amicale: “quantunque la vostra destinazione al comando delle isole Intermedie minuisca i nostri rapporti diretti, nulla di meno non cesserete di appartenere al Corpo in tutte le occasioni in cui potrò esservi di qualche utilità… Tutti i miei ufficiali ansiosi di rivedervi, vi ringraziano del vostro buon sovenire, e io vi rinnovo Tassicuranza e Vaffezione con la quale mi dico di cuore Vostro servitore e amico”.

Questo incarico, che diventerà effettivo solo nel marzo 1808, lo impegnò per gli ultimi 17 anni della sua vita, e si avviò con una situazione particolarmente impegnativa e ancora una volta con i barbareschi. Ad un anno dal terribile saccheggio di Carloforte, che portò schiavi a Tunisi oltre 800 carolini, in gran parte donne e bambini, una grossa formazione di legni tunisini si presentò minacciosa nelle acque dell’arcipelago. La sera del 30 settembre 1799, comparvero nel canale 7 bastimenti (2 fregate e 5 sciabecchi) che si avvicinarono a tiro di cannone alle nostre coste e si fermarono in vista di Caprera. ʺ…Feci immediatamente marciare dei marinai e popolatori di guardia lungo il littorale ‐ scrisse Agostino nel suo ruolo di comandante delle isole al cavalier Grondona aiutante di campo del governatore di Sassari ‐ tanto più che mi accorgei che senza il vento fresco la mattina seguente saressimo stati attaccati” Il ponente rinforzò, e per il momento i legni si allontanarono per ripresentarsi il mattino del 14 ottobre, “ imboccando tra l’isola delle Bisce e la Caprera, diriggendosi per questa volta alla distanza di sole sei miglia…”

Stavolta Agostino precisò che la squadra era composta da una fregata, due corvette, due brick, uno sciabecco, una mezza galera e un lancione. La sua relazione raccontò, inoltre, che i barbareschi: “ s’erano avanzati con 14 lance, una delle quali venne sino al capo dell’Orso. Feci io battere la Generala [allarme generale], ripartii questi individui in 12 divisioni, che li postai lungo il littorale in faccia al nemico, misi due cannoni su 2 lancioni, rinforzai la torre di S. Stefano. Ed avendo sparato da questi fortini diverse cannonate, la fregata turca al nostro sesto tiro, avendo fatto segno alle sue lance con bandiera bianca accompagnata da tiro di cannone, se ne ritornarono al loro bordo diretti da una mezza galera”. Ancora una volta lo schieramento degli isolani e l’evoluzione delle condizioni meteo‐marine sconsigliò ai tunisini di procedere, ma il 17 la squadra si ripresentò nella stessa posizione. Agostino mise ancora in campo tutti i suoi uomini, col rinforzo dei militari sopraggiunti da Tempio, dispose i due cannoni, precedentemente montati sulle lance, uno alla Punte Rosse e l’altro a Porto Camiggia, fece far fuoco di cannoni e di fucileria, fino a dissuadere i tunisini a tentare lo sbarco. I turchi si dispersero nel Mediterraneo alla ricerche di prede meno ostiche, e la corte, che da qualche mese stava a Cagliari cacciata da Torino, riconobbe le capacità organizzative e militari di Agostino e lo confermò al comando delle isole, superando alcune richieste che venivano da più parti per la sua restituzione ad un incarico
operativo contro i contrabbandi e i barbareschi.

La biografia di Agostino, da questo momento in poi, è particolarmente intensa e documentata. Il suo ruolo di comando delle isole lo poneva in relazione diretta con tutto il sistema di potere sardo, pur ridotto dalla compressione che l’espansione napoleonica aveva determinato sul regno sardo‐piemontese, ristretto al solo territorio isolano. Nel frattempo l’isola maddalenina era divenuta una piazzaforte con il suo insieme fortificato, ed era divenuta sede principale del ridotto armamento navale, che solo pomposamente si può chiamare “regia marina”, in crisi perenne di fondi e di bilancio, ma con uomini forti e valorosi. Un contesto circoscritto ma di ampie relazioni, ricco di situazioni anche impegnative e di circostanze eminentemente politiche, in cui Agostino si disimpegno con grande capacità e autorevolezza. Il limite di questa scheda biografica non permette l’analisi estesa e puntuale dell’azione di Agostino nella sua funzione di comandante delle Intermedie, quale si può ricavare da migliaia di testi inviati da lui alle autorità politiche e militari dei vari livelli e degli interventi presso di lui dei suoi interlocutori. Ma a tratteggiarne le qualità personali e la sua attività appare utile richiamare alcune delle situazioni in cui fu protagonista.
Il comando affidatogli lo poneva in una condizione delicatissima di controllore discreto ma efficace delle Bocche e degli avvenimenti della Corsica, in un periodo di gravi preoccupazioni per il regno di Sardegna, prima, per l’influenza delle idee rivoluzionarie e, poi, per la continua pressione della lunga epopea napoleonica, dal consolato all’impero (1799‐1814), che coincise con la sua attività di comando. La sua abilità dovette esprimersi al massimo in una collocazione di frontiera avanzata e calda, in cui si confondevano agenti filo francesi e filo inglesi che cercavano di far base alla Maddalena. In cui si intrecciavano traffici politici ed intrighi. In cui la presenza inglese, pur con la proclamata neutralità della Sardegna, faceva dell’isola Home port della potente squadra nelsoniana sino a Trafalgar, ed oltre per i legni di sua maestà britannica rimasti nel Mediterraneo.

Grazie alla sua rete di informatori stanziali e di passaggio, era in grado di fornire alla corte notizia dei movimenti di persone ed armamenti. Fu in grado di seguire i progetti e gli spostamenti dei fuoriusciti sardi seguaci di Angioy, nei loro sbarchi in Gallura per favorire la penetrazione delle idee francesi e un eventuale sbarco di truppe gallo‐corse. La tensione su tali ipotesi era tale che nell’agosto del 1800 riferiva deH’allestimento di una spedizione di centinaia di uomini a Bonifacio per uno sbarco in Sardegna. La preparazione risultò vera, ma non l’intenzione di assaltare l’isola. Si trattava, invece, dell’apprestamento di una aliquota di forze che doveva partecipare alla spedizione napoleonica in Egitto. Ma negli anni molte e precise furono le informazioni su reali tentativi di spedizione contro l’isola, anche se alcune gonfiate dall’ammiraglio Nelson per forzare il suo governo ad acquistare tutta la Sardegna o almeno l’arcipelago maddalenino. Nel giugno del 1802, quando il sacerdote Francesco Sanna‐Corda, teologo e già rettore di Torralba, esule in Francia dopo i moti angioini, sbarcò a Longonsardo ed espugnò la torre dove inalberò il tricolore francese, Agostino ricevette una lettera di pugno del prete rivoluzionario indirizzata a certo Millecinquecento lire ed anche al comandante Porcile. A lui veniva intimato di cedere, entro quattro giorni, la piazzaforte maddalenina alle armi francesi e a Vittorio Porcile di cedere alle stesse lʹarmamento navale al suo comando. Entrambi reagirono preparando ed inviando il corpo armato, fatto di soldati di truppa e di marinai, che assediò la torre di Lungoni ed uccise il temerario sacerdote in un impari scontro a fuoco, cui fu impegnato con uno stratagemma che lo fece uscire da solo allo scoperto.

Seguirono i 15 mesi di presenza delle navi della squadra di Nelson nelle acque dellʹarcipelago, e il superlavoro a cui fu costretto il comandante Millelire, che però ebbe grande notorietà dal suo rapporto diretto col grande ammiraglio e forte apprezzamento da tutti per il suo comportamento adeguato. Certamente Agostino interpretava la neutralità proclamata dal regno di Sardegna nei confronti delle potenze belligeranti, Francia e Inghilterra, con un buon margine di flessibilità a favore degli inglesi, con una certa consonanza inconfessabile con la corte sabauda, per cui il giudizio sulla sua condotta era anche una valutazione politica positiva. D’altronde la simpatia di Agostino per gli inglesi e la sua avversione per i francesi era il portato della sua storia personale e della sua adesione incondizionata al servizio del re di Sardegna e ai suoi interessi politici di cui aveva consapevolezza. Egli stesso, magnificando il trattamento che riceveva dagli alti ufficiali inglesi, ricordò in una sua lettera al viceré che già in altre occasioni aveva avuto modo di apprezzare lʹospitalità inglese in Corsica, ed in particolare ʺquella del viceré di Corsica, allora cavalier Elliot”.

Evidentemente si riferiva a missioni compiute presso quel personaggio che nel periodo tra il 1794 e il 1796 svolse le funzioni di viceré di Giorgio III d’Inghilterra. La sua parzialità gli creò problemi con il tenente Magnon, comandante della torre di Longon Sardo, che, pur ostile alla Francia ma senza senso dellopportunità politica, riteneva la neutralità un valore assoluto da praticare comunque con rigore assoluto per tutte le parti. Questi, puntigliosamente ma spesso esagerando i fatti, denunciava i presunti favoreggiamenti di Agostino a favore degli inglesi presso il governo di Cagliari, che però non dava seguito alle segnalazioni.

Nessun cedimento e nessuna mediazione, invece, sui due argomenti cruciali degli abusi dei corsari inglesi e dellʹarruolamento clandestino di maddalenini nelle navi inglesi. Per la verità il rigore del comandante Millelire otteneva sempre lʹappoggio dei comandanti inglesi e delle stesso Nelson, che non era tenero neppure con i propri corsari che pure concorrevano al vettovagliamento delle sue navi. Lʹarruolamento, poi, quando scoperto veniva immediatamente rigettato. Questo tipo di problemi impegnarono Agostino anche nel periodo successivo la battaglia dì Trafalgar, quando pur scemata la presenza della squadra inglese rimaneva però nel Mediterraneo una buona quantità di navi da guerra inglesi che continuarono a frequentare gli ancoraggi maddalenini.

Fu necessario un forte intervento di Desgeneys di fine luglio 1806 per riconoscere ad Agostino un trattamento economico adeguato al suo grado e alle sue funzioni. Il barone spiegava nel suo dispaccio a corte che ridotti i ruoli della regia marina: ʺè stato esso sig. Millelire escluso dal bilancio di detta Marina e converrà quindi che si comprenda in quello dell’ufficio del Soldo pel militare nella categoria in cui bilanciasi la paga per gli altri comandanti delle piazzeʺ. Il primo agosto dello stesso 1806 l’apposita regia provvisione prescriveva per lui: “ Conceduto annuo trattenimento di L. 600 di Piemonte in aggiunta allo stipendio che gode nella qualità di comandante provvisionale dell’isola della Maddalena”. Maggior soddisfazione ebbe Agostino dal provvedimento del 19 marzo 1808, che gli riconobbe la “ effettività” del comando dell’isola, e da quello del 19 marzo 1811, che consolidò il titolo e il grado di capitano di fanteria concessogli nel giugno del 1799, facendo decorre da quella data l’anzianità e gli emolumenti relativi.

Il ……………………………………… comandante De Constantin, in una memoria che successivamente valse il riconoscimento del pregresso di cui all’ultimo provvedimento su riportato, presentò la figura di Agostino in termini entusiastici: “Il capitano Millelire ha per ottenere le grazie di S.M. dei titoli incontestabili. Per tutto il tempo che ha servito nella marina egli ha dato prove segnalate e costanti di bravura, intelligenza e di attaccamento per il suo sovrano. È a lui che in parte si deve la conservazione di un prezioso e interessante stabilimento, di cui il padre è stato il fondatore. Egli ha prevenuto i torbidi e i disordini che accompagnano normalmente un nuovo stabilimento. Egli ha costantemente rigettato il progetto dei nemici interni ed esterni quando lʹisola era minacciata Ha meritato la stima e l’amicizia dei comandanti le squadre amiche e quella soprattutto dell’immortale Nelson ………………….. Egli ha reso servizi alla Marina, assecondandola in tutti i modi con uno zelo molto attivo…”. Tra i servizi compiuti da Agostino erano da annoverare anche i lavori del molo di Cala Gavetta, dove fu approntato l’argano per portare in secco e spalmare le gondole e le galeotte, la piantumazione degli ulivi, l’organizzazione di un tentativo senza fortuna di avviare gli isolani alla pesca, e tante altre iniziative di cui fu promotore o coadiutore.

Nei documenti si trova un unico dato negativo, che pure non sarà stato lʹunico.

Assegnati i terreni della fascia a mare da Cala Francese a Moneta, i regolamenti prevedevano un regime particolare per le fonti, giacché l’acqua era dichiarata “pubblica”, e anche se all’interno di un lotto privatizzato veniva lasciata all’uso pubblico con la relativa servitù di passaggio. I tentativi di impedire lʹuso dellʹacqua e delle fonti erano sempre occasione di controversie portate al giudizio del bailo e del consiglio comunitativo. In occasione di una ricognizione della situazione alla fine del 1792, a seguito di una ennesima denuncia di soprusi, i periti nominati dal consiglio comunitativo indicarono tra i prevaricatori anche Agostino Millelire che s’era appropriato di una fonte in un suo chiuso a Cala Chiesa.

Particolarmente importante era il suo rapporto con il comandante Desgeneys, anche quando, lasciato l’organico della Marina entrò in quello dei comandanti territoriali. Il barone manteneva nella gerarchia un ruolo comunque superiore, e la sua vicinanza ai reali e alla corte nel lungo periodo deUʹesilio cagliaritano gli dava opportunità più efficaci per intervenire a favore delle necessità degli isolani. Ma quasi sempre u baro’ agiva su indicazione di Agostino, che conosceva meglio di chiunque altro i suoi concittadini e i loro bisogni. Fra i due vi era un rapporto molto stretto che, superando i limiti gerarchici, diventava addirittura confidenziale e familiare e consentiva una collaborazione continua su tutti i fronti: dalla soluzione dei problemi contingenti, quali l’approvvigionamento del grano o la concessione del terreno per la costruzione delle case, ai progetti di vasto respiro quali la creazione di una colonia maddalenina al Parali, che avrebbe dato sfogo alla crescente popolazione isolana facendo fruttare i terreni agricoli costieri, sotto utilizzati o abbandonati dai pastori galluresi.

Agostino era stimato e rispettato dai suoi concittadini che vedevano in lui non solo il rappresentante dello Stato, ma anche un prudente protettore, pronto, quando il caso lo richiedeva, a superare la cautela impostagli dal suo ruolo. Nel 1807, lui sempre così discreto, diventò insistente e testardo nel chiedere con forza al governo la punizione degli assassini di un suo concittadino. Il padrone marittimo Pietro Pittaluga era stato ucciso da alcuni corsi mentre rientrava con la sua gondola da uno sfortunato viaggio commerciale. Senza chiedere l’autorizzazione alle autorità superiori, aveva condotto personalmente le indagini, grazie alla sua rete di informatori in Corsica, ed era riuscito a ricostruire i fatti denunciando gli assassini.

Ma dovette indietreggiare di fronte agli ordini perentori della Segreteria di Stato che, forse per non accentuare i contrasti con la Francia, gli aveva imposto di seppellire “ l’affare in un eterno silenzioʺ.

L’unico momento di tensione con i concittadini fu Testate del 1811, quando i furti nelle vigne e nelle case, perpetrati dai soldati del Corpo Franco, sconvolsero la relativa pace dell’isola. Il Consiglio Comunitativo ricorse a lui e a Desgeneys senza ottenere la sperata soluzione. Il Consiglio inviò allora una supplica al viceré nella quale si coglie un velato rimprovero rivolto a chi, di fronte all’esasperazione dei derubati, rispondeva quasi giustificando i soldati perché “mossi dalla fameʺ. La violenza, culminata con l’uccisione di due giovani guardiani di vigne, fece esplodere l’esasperazione popolare. Spinti dalla notizia che i soldati avevano occupato il forte Sant’Andrea minacciando la popolazione, molti giovani presero le armi decisi a combattere. Solo l’intervento di Agostino e Desgeneys riuscì a scongiurare il pericolo e a sedare il tumulto.

Gli ultimi anni della sua vita (1814‐1816) coincisero con i radicali cambiamenti della situazione politica europea che provocarono l’improvviso declino di La Maddalena. Con l’ormai raggiunta pace internazionale a seguito della sconfitta di Napoleone, la piccola flotta militare di stanza all’isola fu trasferita a Genova, e il presidio di terra drasticamente ridotto. Agostino lamentava di non poter neanche provvedere adeguatamente alla custodia dei forti e alla guardia ai prigionieri di stato. I soldati rimasti (12 in tutto) erano spesso privi di pane, si registravano furti di polvere da sparo dai depositi, l’indisciplina derivante da tale situazione non poteva essere adeguatamente combattuta e le bastonate infette a chi aveva favorito l’evasione di alcuni prigionieri non era sufficiente a garantire l’antica sicurezza.

In questa difficile situazione, nei mesi di maggio e giugno del 1815, le scorrerie barbaresche ripresero drammatiche. Il 25 maggio Agostino fu avvertito che alcuni bastimenti turchi stazionavano dietro Caprera, e nella notte, le loro lance arrivarono, inseguendo una barca da pesca, fino a legge. A difendere l’isola era rimasta solo una gondola militare, la Carolina, che, appoggiata da un’altra barca isolana armata con volontari accorsi alla chiamata del comandante, riuscì a predare la lancia di uno sciabecco turco. La preda risultò consistente perché 9 uomini furono fatti prigionieri, merce preziosa di scambio con i sardi ancora detenuti in Barberia. Qualche giorno dopo, il 3 giugno, un’altra scorreria coglieva sempre più indifesi gli abitanti dell’arcipelago privi anche della Carolina. Ancora una volta Agostino reagì con determinazione, e armata una gondola di un privato, con 25 volontari al comando del veterano Cesare Zonza, respinse i turchi anche stavolta.
L’anno di reggenza della regina Maria Teresa (maggio 1814 ‐ agosto 1815) non fu positivo per Agostino, che subì la disapprovazione della reggente per aver accettato bastimenti provenienti da zone a rischio per la sanità pubblica, ma soprattutto per aver consentito a due forzati, che avevano partecipato ai lavori di sistemazione delle strade e alla costruzione della chiesa, di inoltrare domanda per uno sconto di pena.
Trattandosi di condannati per cospirazione contro lo Stato, la regina lo ammonì severamente: “di andare per l’avvenire più cauto nell’avvalorare simili domande e nemmeno d‘incaricarsene per nessun titolo, giacché per delitti di tale natura nessuno deve implorare grazia e tanto meno chi è preposto al comando ed è incaricato della sicurezza loroʺ.

Momentanee delusioni, chissà quanto profonde, mitigate, solo negli ultimi giorni della sua vita, da riconoscimenti a lungo attesi e desiderati. Il 2 maggio 1816 ricevette il grado di maggiore di Fanteria nelle Regie Armate ʺper esattezza e zelo nel servizioʺ, e il 21 dicembre, sette giorni prima di morire, ebbe la soddisfazione di ricevere la Croce di cavaliere dellʹOrdine Militare di Savoia. Ancora una volta in ritardo, si riconobbe anche ad Agostino il cavalierato le cui insegne lui stesso, per delega del viceré, aveva qualche settimana prima appese al collo del fratello Domenico, di Cesare e Tomaso Zonza, di Francesco Zucchitta e Antonio Alibertini, tutti isolani che nel tempo erano stati decorati di medaglia dʹoro e d’argento al valor militare. Per lui ci volle una procedura diversa, giacché non poteva giurare con se stesso testimone.

Negli ultimi tre anni di vita seguì con attenzione le grandi evoluzioni istituzionali che ridisegnando la carta geografica italiana ed europea ridefinivano il presente ed il futuro dell’arcipelago. Si stava esaurendo lʹepopea della ʺnuova frontiera” di cui Agostino era stato tra i principali protagonisti e senz’altro l’interprete più autorevole.

Morì il 29 dicembre 1816 allʹetà di 58 anni, di cui 40 al servizio del re di Sardegna. Una provvisione regia del 9 aprile 1819 riconosceva alla vedova Millelire, donna Maria nata Zicavo, una pensione annua di 200 nuove lire.

Salvatore Sanna – Co.Ri.S.Ma

Vedi anche: I Millelire colonizzatori delle Isole Intermedie nella prima metà del sec. XVIII