Girolamo Sotgiu

Girolamo Sotgiu, nato a La Maddalena nel 1915 ma di famiglia olbiese: suo padre Antonio era stato il primo socialista ad essere eletto Sindaco di Olbia, nel 1906 e lo era rimasto sino al 1910. Poi era venuto il fascismo e il padre era stato costretto a ingerire l’olio di ricino da una squadraccia venuta appositamente da Civitavecchia, per “punire” così i democratici olbiesi. Esponente politico eminente, ma soprattutto uno storico fertilissimo, che è andato, con i suoi studi e le sue pubblicazioni, alle radici della “questione sarda” riscoprendone ed individuandone le cause fin da quando la Sardegna diventò prima piemontese e poi italiana. Laureato in lettere a Roma, si era dedicato, negli anni giovanili, alla poesia e alla critica letteraria, collaborando a prestigiose riviste nazionali. Scoppiata la seconda guerra mondiale fu ufficiale dell’esercito ed inviato nel Dodecanneso. Si trovava a Rodi quando, dopo l’armistizio del 1943, i tedeschi disarmarono le guarnigioni italiane internando in campo di concentramento o giustiziando i non collaborazionisti. In modo romanzesco Egli riuscì a sottrarsi, insieme con la famiglia alla deportazione nazista trovando riparo in Turchia. Rientrato in Italia aderì al PCI svolgendo soprattutto attività sindacale. In quegli anni intensi della costruzione della nuova Italia ebbe ruoli politici di grandissimo rilievo sia nel PCI e sia nella CGIL di cui fu segretario regionale e componente del Comitato nazionale. Girolamo Sotgiu fu eletto nel primo Consiglio regionale nel 1949 e vi rimase fino al 1968 quando fu eletto Senatore della Repubblica. Nel PCI ricoprì incarichi molto importanti non solo a livello regionale ma anche a livello nazionale: fu membro del Comitato Centrale e della Commissione cultura nella quale ebbe grande influenza. L’intensa attività politica non gli aveva impedito di continuare a coltivare la sua attività, altrettanto serrata di professore universitario e di ricercatore scientifico. Era professore di storia moderna, fu Direttore di Istituto e preside della Facoltà di Lettere. Come parlamentare partecipò all’inchiesta della Commissione parlamentare sul banditismo. La sua attività legislativa fu intensa quanto l’attività accademica di scrittore. Non c’è stato problema rilevante della Sardegna dell’ultimo mezzo secolo che non abbia visto la sua competente partecipazione al dibattito. Anzi tra la sua opera di studioso e la sua attività politica non vi sono stati mai confini poiché proprio nell’affrontare i problemi emergenti Egli vedeva – ed aveva gli strumenti culturali per analizzarli – le loro cause lontane, le loro vere motivazioni del presente. Perciò le sue proposte per la risoluzione dei problemi della Sardegna erano sempre chiare, nette e molto realistiche. Fondatore e direttore della rivista “Archivio storico del movimento operaio e contadino e dell’autonomia della Sardegna” ha affrontato con piglio sicuro tutte le più complesse questioni della realtà sociale, economica e politica della Sardegna contemporanea.

… ditemi se questo è un uomo!” è l’amaro titolo del libro nel quale lo scrittore Primo Levi narra le drammatiche esperienze da lui vissute nel campo di sterminio di Auschwitz Monowitz.”

Il titolo riassume la drammaticità dell’esperienza vissuta, così forte e sconvolgente da far perdere ogni riferimento e valore umano. L’estrema precarietà della vita rendeva i prigionieri dei campi, simili a bestie rassegnate al macello.
Gli internati sardi furono circa 250, poco meno della metà non tornarono più, i campi dei sardi furono Mauthausen, Buchenwald, Dachau, Flossenburg ed Auschwitz, mentre il campo con più sardi uccisi fu Mauthausen, con 30 morti.
E’ necessario tenere presente che nei campi di sterminio non finirono solo gli ebrei, ma anche testimoni di Geova, dissidenti politici, Rom, omosessuali, malati di mente, Dawn ed altre minoranze che secondo i nazisti non potevano occupare un posto sulla terra. Gli ebrei sardi furono soltanto 3, tutte donne!
Alcuni privati cittadini ebbero però il coraggio di ribellarsi alle persecuzioni razziali e rischiando la propria vita cercarono di aiutare coloro che erano altrimenti destinati allo sterminio.
Nel “Talmud”, antico testo ebraico, è scritto che chi salva una sola vita, salva il mondo intero, ed è sulla base di questo sacro principio che un organismo dello stato di Israele, lo Yad Vashem, nomina “Giusto tra le nazioni” chi, a rischio della propria vita, ha messo in salvo un ebreo durante la persecuzione nazista. Il caso più rilevante e famoso fu quello di Oscar Schindler (la cui storia è stata raccontata da Spielberg nel film “Schindler List”).
Eppure anche la Sardegna ha i suoi “Schindler”, pochi per la verità, ma la cosa sorprendente è che uno di loro era nativo di La Maddalena! La sua è una storia particolare con un riconoscimento postumo.
La storia inizia dalla fine, intorno al 2010, quando ad una anziana signora, in Sardegna per una manifestazione della comunità ebraica sarda, capita tra le mani un libro scritto da una certa Bianca Ripepi: “Da Rodi a Tavolara”. Nel libro, l’autrice racconta la propria vita accanto al marito Girolamo Sotgiu e le vicende nelle quali riuscirono a salvare alcuni ebrei, tra cui una bambina.
Girolamo era nato a La Maddalena nel 1915, studia a Roma e si trasferisce a Rodi per fare l’insegnante, li conosce la futura moglie, Bianca, anche lei insegnante. Sono entrambi animati da idee antifasciste e ben presto, a causa di queste idee sono dichiarati sovversivi e cacciati dalla scuola. Per sopravvivere danno ripetizioni a bambini ebrei che, a seguito delle leggi razziali, non possono più frequentare la regolare scuola. Ed è così che entrano in contatto con molte famiglie ebree. Con l’arrivo dei tedeschi, anche a Rodi inizia la persecuzione e deportazione nei campi di sterminio e durante un rastrellamento Bianca e Girolamo riescono a sottrarre dall’arresto, una bambina di otto anni, Lina Kantor, nascondendola nella loro casa mentre la famiglia viene prelevata e deportata ad Auschwitz. Il rischio è grande, per chi aiutava un ebreo era prevista la fucilazione, eppure i due falsificano alla meno peggio i documenti della bambina e nei controlli successivi la spacciano per loro figlia. La tengono nascosta fino alla fine della guerra, fin tanto che i tedeschi non lasciano l’isola.
L’anziana signora che a distanza di molti anni leggeva il libro di Bianca Ripepi era proprio Lina Kantor, la bimba che i due coniugi avevano salvata, riconosce, nelle righe del libro, la propria storia, si informa, vorrebbe incontrarli personalmente, ma purtroppo sono morti, lui nel 1994 e lei nel 2005. Si rivolge allora allo Yad Vashem, al quale organismo invia la completa storia. I giudici sono severissimi e passano al setaccio ogni piega ed acquisiscono testimonianze.
Alla fine, nel 2015, arriva il riconoscimento purtroppo postumo, Bianca e Girolamo sono ufficialmente riconosciuti “Giusti tra le nazioni”, il loro nome è scritto nel muro d’onore di Gerusalemme e due ulivi col loro nome sono stati piantati nel “Giardino dei Giusti”. Possa servire questo a ricordarli. (Gaetano Nieddu)