Giuseppina Cogliolo – Fiamma

Che molti maddalenini abbiano contribuito alla ‘gloria’ della Real Marina Sarda prima e della Regia Marina Italiana dopo, come anche al Risorgimento (furono oltre 400 quelli che vi parteciparono) era noto. Assai meno lo era che vi fossero maddalenini che avessero combattuto la Guerra di Liberazione. E oltretutto con una rappresentanza femminile. Nata a La Maddalena il 6 novembre 1927, discendente di Giovanni Battista Cugliolo, il mitico Maggior Leggero fedele seguace di Garibaldi, si trasferì a La Spezia. A soli 16 anni partecipò alla Guerra di Liberazione, entrando a far parte, col nome di Fiamma, di una Brigata Partigiana che operò nella Lunigiana. Nel corso del convegno è stata mostrata una parte di un’intervista, fatta alla Cogliolo nel 2008, per l’Archivio della Memoria dell’Istituto spezzino della Resistenza, “Sì rifarei la scelta di allora” ha risposto “la rifarei nello stesso modo, perché quello è stato il tempo della speranza, in un’ Italia migliore, sì lo rifarei perché sono stata vicina a tanti di coloro che non hanno visto l’alba della Liberazione, che sono rimasti sui sentieri della guerra, partigiana fucilati, impiccati al filo spinato, vicina a quelli che ho visto con le braccia in croce e gli occhi aperti, occhi increduli, perché come dice un poeta: con venti anni nel cuore sembra un sogno la morte”. Su Fiamma Cogliolo è stato pubblicato un libro autobiografico dal titolo ‘Una ribelle di nome Fiamma’, edizioni Chillemi, dalla cui copertina è stata tratta la foto, curato da Alessandra Amorotti, una giovane spezzina. Fiamma Cogliolo è morta all’inizio del 2012.

Quando è scoppiata la guerra, tu avevi dodici anni e mezzo e che cosa ti ricordi?

E l’ho anche scritto nella testimonianza. C’è scritto che ero molto contenta, che nei mesi precedenti uscivamo dalla scuola, tutti noi studenti non ci sembrava vero. Poi trovavamo anche gli studenti delle scuole superiori, tutti, quegli universitari che passavano per le vie con il loro cappellino dell’università, col saluto fascista e dicevano: “Guerra! Guerra! Guerra!” A me mi sembrava una cosa bella perché prima di tutto ci facevano uscire, benché io, siccome son sempre stata una nasina, ho sempre osservato le cose, ho detto: “Mah! C’è bisogno di calarsi dalle finestre? Ci sono le scale libere, io vado giù dalle scale libere”. Invece facevano finta di calarsi dalle finestre e vedevo che il fotografo fotografava. Poi sul giornale appariva la scritta “I nostri studenti sfuggono dalla scuola perché vogliono la guerra!” Insomma, tutto un affare così! Era tutta una plagiatura! Però io mi ricordo com’ero contenta! Tant’è vero le persone un po’ anziane che capivano un po’ qualcosa, scotevano un po’ la testa. “Insomma, ma guarda un po’, invece di essere contenti!” Ma avevo dodici anni e mezzo. Però poi piano piano mi sono accorta che i fondo c’avevano ragione di non esser contenti.

La spinta finale me l’ha data quella ragazzina, la Lina Fratoni. Dunque, il 29 luglio era, adesso non so se il 28 o il 29. Eravamo a Spezia, c’era una manifestazione di giubilo per la caduta del fascismo. E questa ragazzina aveva pochi mesi più di me, no, meno di me. Adesso, io non la conoscevo, lei era un’operaia di Motosi e forse in quel momento non si rendeva nemmeno conto del momento storico che passavamo, vero? Perché a quell’età lì quasi quasi non ce ne rendiamo conto. Era in corteo e noi tutti in corteo, tutti dietro, insomma, era un corteo immenso. Quando siamo nei pressi… dove adesso c’è… la scuola 2 Giugno, allora lì c’era il Ventunesimo, il famigerato Ventunesimo dove han trovato dei partigiani che non l’han nemmeno riconosciuti dalle torture che facevano, c’era ancora la milizia fascista e ha cominciato a sparare. Non so se ha sparato in aria, conclusione questa ragazza qui è rimasta ferita gravemente, l’han portata all’ospedale, è morta. Allora la Questura, ricordo, ha vietato il funerale e me, in quel momento, forse sarà una cosa che m’è venuta dopo, è parso quasi che mi lanciasse un messaggio, non so, io l’ho sempre detto che la spinta iniziale è stata… e ho cominciato a interessarmi, lì a Santo Stefano, vedevo che c’era gente contraria e gente invece favorevole.

Insomma poi una ragazza m’è venuta, m’ha cominciato a far leggere un po’ di stampa, l’Unità clandestina, a me m’è parso tanto bello perché… la prima Unità che ho letto c’era scritto: “Il compagno Ercoli”, che sarebbe stato Togliatti, fra parentesi io, ero una ragazzina, mi immaginavo questo Togliatti un tipo alla garibaldina, sai così… invece poi, devo dire la verità che quando è che l’ho visto a Spezia, sono rimasta anche un po’ delusa, no? Però c’è un fatto c’è chi lotta con le armi, coi cosi, c’è chi lotta col cervello, col cervello insomma! Anche noi ce l’avevamo, il cervello!

Comunque sia, ho cominciato con questa ragazza qui, poi m’ha portato un po’ su a portar della stampa… e insomma, io cercavo di entrarci dentro insomma… e m’ha detto se mi volevo iscrivere al Partito. Io non sapevo nemmeno cosa fosse, ma a me bastava ribellarsi eh! E poi nell’agosto del ’44 c’è stato un po’ un equivoco, però lì perché sembrava che c’avessero scoperto, allora il mio comandante è venuto giù, ha parlato un po’ con la mia famiglia, ha detto: “La porto su così poi…” Son stata su, mi son voluta subito mettere in divisa e il mio comandante m’ha subito insegnato l’uso delle armi. E dicano, quelli che si ricordano, dicono: “Voleva sempre sparare!” Anche se gli altri mi brontolavano perché mi dicevano: “Oh! Non consumare le munizioni!” Giustamente eh! Però m’hanno sempre voluto bene, i partigiani! I ragazzi, io li chiamo sempre i ragazzi anche adesso che son vecchi. Son venuti a trovarmi con le loro mogli, proprio li chiamo sempre i ragazzi! E dirò di più, che non è mai nato niente nemmeno dopo la Liberazione con questi qui, con questi che ho conosciuto sui monti. Perché proprio loro mi consideravano una sorella, una compagna! Io a volte c’avevan dei problemi, glieli risolvevo, insomma…

Quando s’è scatenato il rastrellamento il comandante avrebbe voluto che io me ne stessi bella tranquilla, invece io, si figuriamoci! Quando io ho visto di partigiani che portavano una mitraglia sul Monte Grosso, io ci vado dietro. E siamo stati attaccati a Caprigliola dalla Villa Ferrari e lì poi, quando son tornata indietro, il comandante, giustamente, m’ha dato una sgridata! Ma io, non sapendo cosa fare, vedevo due miei compagni, il Netta e il Vampa che erano i miei preferiti, perché loro, loro quando potevano mi portavano in missione con loro, senza far niente, soltanto per guardare eh! E allora ho detto: “Porto su le munizioni?” e infatti loro han detto: “Adesso ci dai una mano!” Ma per darmi importanza, l’ho capito no? Erano due partigiani, guardi, li ricordo adesso Netta e Vampa, tutti i partigiani a me mi son stati cari, ma come quei due lì…! Proprio, erano bravi, eh!

E insomma, abbiamo resistito ecco, volevo arrivare al punto sino alle cinque, alle quattro e mezzo della sera eravamo a Ponzano, eravamo rimasti in cinque: il comandante, Netta e Vampa sul campanile, io adesso non mi ricordo se ero con Fra’ Diavolo, a me mi sembra che ero con Fra’ Diavolo, attaccati a una mitraglia verso il palazzo rosso, quindi questi tenevano i tedeschi che venivano su dalla collina, da Ponzano Piano e noi dal palazzo, sì, insomma il comandante tedesco non riusciva a entrare perché qui il discorso, lui diceva: “Si, son pochi, che ne so io cosa c’è dietro?”. I tedeschi avevano paura dei partigiani. Che una volta ne abbiam preso uno che ha detto: “Noi aver paura! Le Lame di Aulla? Perché viene un partigiano fuori e poi magari ce ne son tanti”. E allora ha mandato un tedesco con la bandiera bianca, assieme a un interprete di Santo Stefano, che era uno che sapeva il tedesco. Io lo vedevo questo tedeschino, poverino, aveva un po’ di paura, perché era disarmato, insomma eh! Alla fine è andata perché, tramite l’interprete, che il comandante tedesco si impegna a non bruciare il paese di Ponzano al Monte purché noi lasciamo il paese libero. Al che il comandante ha detto, ha guardato: “Sono le quattro e mezzo, siamo in cinque”, ormai tutta la gente l’avevamo già mandata verso i Canepari, allora ha detto: “Sganciamo!” Allora anch’io mi sono presa su munizioni, armi, tutto insomma abbian preso più che potevamo e le donne di Ponzano, dietro nostro consiglio, si son messe in piazza con, con delle lenzuola bianche in segno di resa. Infatti il comandante, questo ce l’ha raccontato dopo, è entrato, ha salutato, è andato al comando e non ha bruciato il paese. Ha mantenuto… In certi paesi invece dicevano che non bruciavano e poi bruciavano.

E noi giù per ‘sti canaloni, insomma non so nemmeno io come si faceva, c’avevan degli scarponi tipo… E allora siamo arrivati lì dove c’erano già i primi nostri, no? E insomma che piano piano poi siamo arrivati ai Canepari con tutta la gente, c’avevamo dei feriti gravi. Ce n’avevamo uno che era stato ferito alla mattina proprio nei pressi di Ponzano perché… ma gravemente, e poi l’avevano operato e poi lo portavano, i suoi compagni lo portavano in barella, facevano a turno, lo portavano in barella. Poi ce n’avevamo un altro, un certo Fiume che è stato preso da uno spezzone, non so, insomma, perché cannoneggiavano da… cannoneggiavano da… non so se da Bocca di Magra, da Monte… insomma e allora questo era proprio ferito gravemente. Allora siamo stati un giorno nei canaloni. Naturalmente sempre senza mangiare eh! Tanto per esser chiari, la cura dimagrante era fenomenale, in quei tempi lì!

E allora siamo stati nei canaloni no, così. E questo ragazzo qui, questo qui ferito l’han dovuto lasciare in mezzo alle siepi, era ferito molto gravemente, con un po’ d’acqua e un po’ di viveri, pregando le donne che la mattina venissero a dargli un’occhiata insomma, se aveva bisogno e tutto. Infatti le donne la mattina, anche se c’erano i tedeschi facevano finta d’andare a tagliar l’erba e insomma ci passavano no? E noi ci siamo immessi per la Spolverina. Io ricordo sempre quella sera che da una parte vedo che c’era il cimitero e dall’altra il paese. In quel momento, quasi quasi avrei voluto essere a dormire, son sincera, sa, dopo due giorni, tre giorni che non si mangia… Però il mio comandante mi aveva detto di stargli vicino. Ho detto: “Ma va! Che questo non mi fa neanche sparare un colpo! Infatti l’ho scritto eh! ‘sto qui poi comincia… col proteggermi me, va a finire che ci lascia la pelle lui, no? Io mi sono, piano piano mi sono incanalata, insomma, quando siamo arrivati nel centro della Spolverina, proprio dove s’è sfogata l’imboscata, io ero vicino a quello che portava la bandiera, più al centro, più in prima linea di così non potevo essere! E lì non c’è stato da ridere! Io un fuoco così nemmeno nei film l’ho visto!

Adesso io non ho mai capito come abbiam fatto a salvarci! C’era una luna spettacolare, sarebbe piaciuta agli innamorati, quella luna lì! Ma a noi un po’ meno, perché ci rifletteva. Però rifletteva le nostre ombre sulla scarpata, che poi era vicina la scarpata, c’era solo la strada che era piccolina, che ti divideva, e a un certo punto uno di questi proiettili ha colpito un masso perché era ancora in costruzione. Tutti questi proiettili, tutti questi proiettili, tutti questi pezzi di cose, sembravano proiettili, no? E allora io, eravamo lì, tutti contro il muretto… su un libro ho letto “I partigiani hanno fregato il nemico” Ma non so se sia stato proprio quello, oppure non avevano ancora centrato… ma sai i proiettili, si vedevano rossi, traccianti, una cosa… se non fosse stato che era così, una cosa… se non fosse stato che era così, era uno spettacolo!

A un certo momento quello con la bandiera, che era vicino a me, ‘sta bandiera che sventolava, ho detto: “Oh! Staccala un po’ dall’asta e mettila sotto il giubbotto”. E cammina, cammina, cammina poi han cominciato a dire: “Qui non si può più!”. Qualcuno ha tentato la difesa, ma era impossibile, perché loro erano tutti intorno alle colline eh! che sparavano.

Allora han dato una specie di… chiamiamola così, di si salvi chi può, insomma. Allora tutti abbiam cominciato insomma a camminare verso… perché la Spolverina fa così, tutte curve no, e noi eravamo proprio in mezzo e allora siamo risaliti verso la curva, che forse lì non c’arrivava insomma gli spari. E mentre io sto per andar via, sento uno che grida: “Son ferito!”. Infatti poi era ferito a tutte due le gambe, fosse stato ferito a un braccio, era meglio, no? Poteva camminare. Era preso dal panico, dico la verità. Io non lo conoscevo, l’ho conosciuto tanti anni dopo ed era un certo Ignorati Giorgio, qui di Albiano, geometra. Lui infatti è venuto a un raduno e mi ha detto: “Questa è quella che mi ha aiutato!” Nel momento non so però se fosse rimasto lì, così ferito alle gambe, poverino! E io ho detto: “Me è inutile, son donna, sento un po’ anche il senso materno”. Sono andata e ho detto: “Non aver paura, attaccati a me” “Ma non ci riesco!” “No, no attaccati!” Così mi son trovata col mio mitra, col suo e con lui attaccato alle spalle, no? A un certo momento, però avevo sempre la grinta eh! Ho messo il proiettile in canna, nello sten, nel mitra, sento un fracasso lì nel bosco, dico:”‘sti chi i en tedeschi!” Invece eran partigiani che anche loro eran stati attaccati, non c’hanno nemmeno visto, via di corsa. A un certo punto ho visto, ripensandoci dopo, ci poteva essere anche qualche pattuglia tedesca ci sian trovati io e lui per la Spolverina che a un certo punto i proiettili ormai ci raggiungevano più.

A me mi sembra strano che non c’abbian colpito! A meno che anche lì ci fossero state delle persone un po’ umane! Han visto che portavo un ferito! Non lo so! Per quello ho messo quella frase: “Sparare è facile, difendersi è facile, però bisogna anche pensare che te sei uguale a me anche se hai un’altra divisa, eh!” E allora insomma siamo riusciti a raggiungere… Dunque, quell’attacco lì è venuto in piena notte. Era già l’alba, cominciava a albeggiare quando abbiamo raggiunto il bivio di Marciaso.

Appena sono arrivata lì, io aspettavo… siccome ero una bambina, m’aspettavo che qualcuno mi facesse qualche complimento, non so. Mi sentivo come le eroine dei film, ma quelle son belle, invece io son tutta stracciata, infangata e tutto, insomma! Ho detto proprio la verità, eh!

E invece eran tutti severi. C’era Walter, che è sempre stato carino con noi, tutto quanto, era il futuro senatore Bertone, Walter, e poi c’era Federico. E m’hanno guardato tutti e due, come per dire… insomma. Però, mentre Walter è sempre stato molto carino, era un ragazzo come noi, no! Federico verso di me è sempre stato un po’… non ostile ma… non m’aveva accettato, insomma, come combattente nella brigata Muccini. Infatti io mi sono un po’ offesa perché nel libro c’hanno messo che non c’erano donne combattenti nella brigata Muccini. Invece io son stata una donna combattente. Io i miei bei combattimenti me li son fatti! A parte i rastrellamenti, vero? Le azioni no, le azioni le facevano loro, però io c’andavo dietro, magari come donna, guardavo se arrivavano i tedeschi, se non arrivavano. Però le azioni che han fatto! Il mio comandante ha fatto delle azioni che levati!

E allora… Poi ve le dirò.

E allora insomma abbiamo raggiunto questo posto qui. Poi vedo un partigiano, mi dice: “Fiamma c’è qui, c’è Tullio, che sarebbe il mio comandante, che ti sta cercando, c’ha mandato a cercarti”. Quando m’ha visto, io mi aspettavo che lui perlomeno mi facesse un po’… mi dicesse… ho detto: “Sai, ho portato un ferito… sai”. E invece m’ha fatto, quasi quasi m’ha fatto un liscio e busso, mi sono anche offesa. Però adesso l’ho capito, lui c’aveva una responsabilità, io ero troppo ragazza. Però io penso che da quel rastrellamento lì, sono uscita matura. Prima ero bambina, un po’ nell’avventura, loro che mi portavano a fare le missioni, le cose… però l’avevo presa ancora un po’… Invece dopo no! E infatti l’ho scritto anche, perché avevo visto “I sentieri della Resistenza bagnarsi di sangue, nel momento in cui essa mostrava le sue ferite più dolorose, mi consegnava i suoi valori”.

Cioè, un conto avere una fede che vada tutto liscio, un conto trovarsi in una baracca, in un fienile a Fornola, dopo averne passate di cotte e di crude, in balia del nemico e tutto e continuare a avere, qualcuno mi diceva, la testa dura!

Poi m’hanno portato nella IV Zona Operativa. Siamo andati a Godano, ma lì non mi sono trovata troppo bene. Anche lì le donne combattenti… c’era un comandante, diceva… e poi era anche un comandante valoroso eh! “La donne, qui c’è da far tante cose, infermeria, cucina…” Io no, perché quando ero a Ponzano, volevo fare il turno di guardia e il giro di pattuglia come gli uomini eh! E il mio comandante, adesso viene… nella testimonianza non ce l’ho messa, m’aveva insegnato a andare anche a cavallo. Lui c’aveva un bel cavallo eh, bianco e nero e una volta ‘sto cavallo m’ha preso la mano, a momenti mi stava portando a Santo Stefano. Gli ho tirato le briglie così forte!! Insomma, mi trattavano un po’ come un ometto, ecco, chiamiamo così insomma! E allora ho detto no.

Allora io ho detto: “Le armi io non le do perché a me me l’ha date il comandante Tullio e gliele consegno a lui quando è il momento”. E allora sono andata in un’altra brigata. La brigata del Tigre, che era… con lui ho parlato un po’, m’ha detto: “Sai Fiamma, devi capire che anche noi siamo stati abituati… la donna a vederla come…” e io c’ho detto: (ma allora, io non sapevo ancora cos’era il femminismo eh!) “ma allora noi non avremo mai i diritti che avete voi però” gli dicevo no? E si, insomma poi è venuto il mio comandante, son riandata con lui. E con lui, lui era sempre… lui faceva molte azioni, per esempio lui in quel periodo lì ha deviato il Canale Lunense che non so ancora come ha fatto. Ha coinvolto un treno carico di rifornimenti per il fronte, che insomma questo treno non partiva più. Allora i tedeschi l’hanno caricato su un altro treno merci no? E lui l’ha fatto saltare lì a Ponzano Magra. Poi ha fatto saltare le… una galleria, la… adesso… Saigola, mi sembra, insomma. Era un uomo d’azione! Innegabile! Io ho molta ammirazione per quell’uomo lì. Prima di tutto perché quando ne sentivamo parlare… io mi ricordo che Tullio era Sandokan, era Zorro, era Garibaldi. Insomma, io mi ricordo ero molto ammirata.

Poi devo dir la verità che era un uomo che m’ha rispettato come donna. Perché sa, a un certo punto, va be’, quando sono andata lì c’avevo sedici anni e mezzo, insomma, lui portava i bambini. Allora i bambini erano piccolini no? E li portava su e io dicevo… fra me: “Come siete fortunati a avere un papà come Tullio!” Avrei voluto che mio padre assomigliasse a Tullio. Ecco, così insomma!

E poi insomma siamo rimasti lì a Stadano per parecchio tempo e poi anche lì ci sono state delle imboscate. Ricordo quella volta che io ho detto: “Mah! Si vede che non era destino!” Ero in una specie di quei fienili piccini che c’hanno quella scaletta attaccata che poi è sempre penzolante, e sento sparare fuori e faccio per scendere giù da questo coso. In quel momento la scaletta m’è andata a finir per terra, anzi io ho detto: “Accidenti!” Quando mi son rialzata, perché abbian guardato i proiettili avean colpito proprio lì. Come quella mattina in faccia così non l’ho mai visti i tedeschi! E noi c’avevamo un partigiano, un certo Schiasselloni, era una testa matta, però… ! Oh, con quel mitra a canna mozza, quella volta lì li ha messi in fuga eh! Eravamo io, lui e un altro partigiano. Lui ha comincià a sparare così son scappati. Ho detto: “Qui c’è l’uragano, l’apocalisse!” Ecco, io mi son sempre trovata bene con loro. E infatti io sono molto orgogliosa di essere stata nella banda di Tullio, brigata, banda, vabè, è lo stesso. E sono anche addolorata per una faccenda: uomini che han dato tutto, che non si sono… non son scappati di fronte al nemico, anzi c’andavano incontro, eppure scommetto che in un’Italia che si spreca in medaglie e motivazioni, gli uomini di Tullio, Tullio e gli uomini di Tullio la medaglia non ce l’hanno. Questo lo devo dire.

E poi insomma è venuta la Liberazione, la Liberazione, anche lì si susseguivano le scaramucce, le azioni e tutto. Allora poi a un certo momento il mio comandante m’ha preso e m’ha mandato sul Monte Grosso con la scusa… io ho capito che era una scusa. Io ero arrabbiata eh! perché dicevano che i fascisti e le Brigate Nere, scappando da Spezia, sarebbero passati lì, verso le Lame di Aulla. Eccome! Adesso che c’è la battaglia, mi mandi… niente! Quando son stata lassù, ho incontrato dei partigiani: “State a sentire, vengo con voi giù” E invece è cominciato il combattimento che… quelli son scappati, quegli altri l’han presi che… poi si è unita anche la popolazione. E io sono rimasta un po’ arrabbiata. Però adesso, col senno del poi, ho pensato che lui forse ha detto: “Beh! Siamo arrivati alla Liberazione, questa è riuscita a salvarsi, la voglio salvare no?” In fondo erano… erano in parecchi! Però, se glielo dicessi a lui, una volta glielo ho detto: “Ma va’, che t’ho sempre trattata come i miei uomini, non t’ho mai risparmiato, non t’ho mai risparmiato né fatiche né niente!” Ed è vero!

E quindi tu alla Liberazione poi dov’eri?

Ero lì, ero lì, nei pressi di Stadano ma ero lì. Nei pressi di Stadano. M’aveva mandato sul monte Grosso, il comandante. Però insomma l’ho vista tutta perché poi sparavano sempre, e lì abbian trovato dei partigiani e uno, Nerone, l’abbian trovato morto.

Lui, il comandante mi ha dato questi documenti e dice… volevano sganciare la brigata in piccoli gruppi. Allora cosa è successo? E’ successo che noi andiamo su e cominciamo a vedere le cascine bruciate, i morti lungo i sentieri della Resistenza, insomma. Mi ricordo che uno c’aveva gli occhi aperti, occhi azzurri, a me mi sembrava una cosa… Cominciavo a prendere contatto con la morte.

E allora poi, quando siamo vicino a Ponzanello, mi sembra, io vedo una ragazzina di otto… perché poi gli ho chiesto quanti anni hai? Mi ha detto: “Otto anni”. Questa guardava loro, perché erano anche loro con la barba, coi capelli lunghi,insomma eh! E allora poi è venuta da me: “Signorina, signorina non entrate a Ponzano perché ci sono i tedeschi” e io dico: “Ah!” allora gli ho detto: “Ragazzi…” Mi fa: “Adesso cosa facciamo?” e noi andavamo dritti a Ponzano, se non era per quella bambina c’andavamo! Non so se qualcun altro poi c’avrebbe avvertito. Allora abbiamo preso tutta la strada del monte, siamo andati a finire sul Monte Grosso, ai piedi del Monte Grosso. C’erano delle famiglie contadine e le donne mi dicevano: “Fiamma vieni a dormir con noi!”

Cominciava la paura eh! No no io dormo con loro, sto con loro nelle baracche e adesso io dico: “Mah! Io ero una ragazza…!” Ma lì per lì non ci facevamo caso. E poi lì, una sera, il giorno dopo, la sera dopo, abbiam cominciato a sentire… uno dice: “Io sento un rumore” e fa: “Ma sarà stà un gatto, qualcosa, no?” Piovigginava, mi ricordo. A un certo momento da Ponzano al Monte son cominciati i riflettori, non so se si chiamano riflettori quei fasci di luci che spaziavano la zona e allora “Sganciamento!” E io mi ricordo che quella sera lì che mi son fatta male al ginocchio, che son precipitata in una piccola scarpata, ma in quel momento lì! E allora insomma ci siamo trascinati, abbiam trovato un pastore che dormiva lì in una baracca, che ci ha guidato… perché lì bisognava che ci guidassero, non conoscevamo mica… io non la conoscevo la zona e tutto. Lungo la strada, da Ponzano c’erano le camionette dei tedeschi. Qualcuno c’ha strisciato sotto. Io ci son passata in mezzo, insomma, ci siamo immessi nella macchia, la chiamano la macchia di Ponzano e questo pastore ci ha portato in una sua baracchina e insomma ero stanca, sfinita. All’indomani mattina, zoppicando attraverso la macchia son riuscita a raggiungere una casetta dove c’era questi qui dell’azione, insomma di… che facevan… le SAP le chiamavano Squadre d’Azione Partigiana, ma io non conoscevo nemmeno.

E allora lì c’è stato un po’ di… un po’ di crisi tra i compagni perché qualcuno diceva: “Dio bono! Ma te, ma cosa vuoi fare?” Cioè a dire: quasi quasi gli uomini voglion passare il fronte e te non lo vuoi passare. E invece a un certo punto m’hanno tenuto un pochino lì nel coso e infatti per Natale, io descrivo il Natale che per me è stato un bel Natale perché si sentiva la solidarietà della gente. E questo Natale noi cantavamo le canzoni partigiane ed era come se intonassimo “Tu scendi dalle stelle o re del cielo”. Per noi la canzone partigiana era la preghiera e poi un’altra famiglia in quel tempo lì m’ha dato ospitalità nella sua cantina e insomma poi sono andata di nuovo nella IV Zona Operativa. C’era la neve. Di lì sono andata a finire verso Sesta Godano, insomma lì è cominciato… ma insomma è stata un po’ movimentata.

Avevo un mio compagno carissimo, Cacioppo Renato, lo chiamavano il Chimico di nome di battaglia, non l’hanno preso proprio, perché lui era a Ponzano, cosa ha fatto? Ha visto i tedeschi, s’è nascosto sotto una siepe no? Generalmente i partigiani facevano quello coi tedeschi; c’avevano raccomandato di non spararci addirittura addosso; ma lui poi non era nemmeno armato quella mattina, perché se no avrebbero fatto la rappresaglia. Insomma, c’era ‘sti tedeschi, han visto una gallina, han cominciato un po’ a andarci dietro, qui e là, ‘sta gallina scappava, è andà a finire sotto la siepe, han visto questo. Adesso lui poteva trovare una scusa perché non era nemmeno in divisa partigiana e non aveva armi. Senonché s’era dimenticato che in tasca c’aveva il tesserino, il tesserino da partigiano. Noi tutti avevamo un tesserino. Anch’io sul mio tesserino c’era scritto il mio nome e tutto e poi c’era scritto il nome di battaglia, fuciliere. Poi c’era quello mitragliere… c’era insomma così… E lui c’aveva il tesserino e poi lui proprio, lui era un pochino più addetto al Commissariato, insomma a fare un po’ il Commissario, a fare un po’ il Coordinatore. Non è che andasse proprio… L’han preso e l’han portato giù a Ponzano Piano e l’hanno impiccato!

Quello è stato un dolore fortissimo! E poi mi ricordo che dicevano che… a Santo Stefano c’è un certo Tristano che era un po’ fuori di testa e lui, cosa han fatto? l’hanno trovato morto in casa sua, lui viveva da solo, faceva i suoi lavori, coltivava la terra, non voleva parlar con nessuno no? e insomma l’han trovato morto. Ho detto: “Ma come mai?” se qualcuno gli rivolgeva la parola gli sputava, zan zan e quelli gli han sparato, l’hanno ammazzato! Eh ! ma ce ne son stati di questi episodi, ce ne sono anche di quelli carini!

Di quelli un po’… un po’ buffi. C’era una vecchietta, a Santo Stefano, che lei c’aveva la nipotina no? E allora lei doveva andar nei campi, la nipotina voleva andarci dietro perché magari c’era la frutta, no? E lei diceva: “Sta lì, sta lì”. L’hanno arrestata perché amica di Stalìn. M’ha detto a me questa vecchietta: “Io non sapevo nemmeno chi fosse!” insomma meno male che poi è intervenuto. Lei diceva: “Sta lì!” per dire stai lì, non venire. Insomma ci son stati anche gli episodi buffi. Soltanto che ci son stati anche quelli tragici eh!

Mi ricordo quando hanno catturato il Ken. Il Ken era un comandante di distaccamento no? Allora, l’avevano catturato e era rimasto anche ferito. Senonché da Spezia erano venuti a prenderlo e il tedesco s’è impuntato e ha detto: “No, l’ho catturato io lo tengo io”. Perché qualche tedesco si trovava un po’ malleabile eh! “L’ho catturato io e lo tengo io!” e allora cosa succede? Succede che questi qui invece lo volevano portare a Spezia per torturarlo, per giustiziarlo. Allora lui, questo tedesco qui l’ha mandato a Genova, gli ha detto: “Sta’ a sentire, io più di questo non posso fare, non posso lasciarti libero, ti mando a Genova (che c’era la casa dello studente) che mi sembra lì può darsi che te la cavi” infatti se l’è cavata!

Una quindicina di anni fa un tedesco dalla Germania ha scritto al sindaco di Aulla, dicendo che lui quel giorno ha tentato di salvare un partigiano. Avrebbe avuto piacere di sapere se c’era riuscito. E allora l’hanno fatti incontrare, sono andati anche alla televisione… Perché c’era qualche tedesco… Brigate Nere no eh! Ma qualche tedesco malleabile c’era. Per esempio noi a Ponzano, ad Albiano, qua, il mio comandante è riuscito a far liberare dieci ostaggi che dovevano essere fucilati! Col negoziato, me lo ricordo benissimo io. E allora siamo venuti giù e lui s’è presentato disarmato, noi eravamo dietro, disarmato, e ha fatto il negoziato con questo comandante. Ha detto: “Hanno ammazzato un tedesco, però i miei non sono stati” perché generalmente era qualche contadino infastidito che poi… poi la colpa la davano ai partigiani. E allora hanno fatto come un negoziato che il mio comandante gli avrebbe dato delle armi. Allora le donne, io vorrei ancora incontrare qualcuna, qualcuno che a Albiano c’era, perché le donne han cominciato a fare… chi c’ha messo le uova, chi la farina (eran tempi che non c’era niente) chi lo zucchero, han fatto un dolcetto no? Che insomma alla fine ha accettato questo comandante qui. Ha detto: “Tanto…” ha accettato le armi e più allora le donne hanno preparato ‘sto dolce e insomma ha fatto ‘sto negoziato, è riuscito a liberare dieci ostaggi! Però anche lì ci vuol del coraggio! Perché lui è venuto giù disarmato; sì, noi c’eravamo dietro, ma… Capito come voglio dire…? Ci voleva anche un po’ la diplomazia a quei tempi lì, per salvare gli ostaggi!! Perché lì ne pigliavan dieci, ne fucilavan dieci eh!

Il rastrellamento del 29 novembre, per me, secondo il mio punto di vista, il mio giudizio, è stato un rastrellamento dei più forti. Perché? Perché rappresentò la disfatta della Brigata Muccini, perché la Brigata Muccini non s’è più ricomposta come prima, prima eravamo più di seicento persone eh! E poi ‘sta gente ha dovuto passare il fronte, chi han preso, chi han cosà… insomma, c’era stato tutta… perché poi il rastrellamento s’è sparso in tutte le zone e per me ha rappresentato proprio un punto di maturità. Infatti io ricordo che una volta mi son trovata in un bombardamento nei pressi di Villafranca.

Ma io in quel rastrellamento lì non c’avevo nessuna paura. Ero lì anch’io, nei pressi. Allora io ho scritto che in questo momento provo rabbia per quella ragazzina che stava abituandosi un po’ troppo allo spettacolo. Capito! Perché io c’ho messo proprio tutto, anche i miei difetti, i miei… è inutile che ci metto tutto bene, tutto bene! No, ero una ragazza come tutte le altre, con le mie paure, soltanto che si vede che in quel momento la mia fede è stata tanto forte che non ho voluto né passare il fronte né mettermi in salvo. Ho detto vada come vada e poteva anche andare male.

Ma comunque, insomma, son contenta di averlo fatto. Dirò di più. Che anche se il mondo adesso va come va , se fossi nelle condizioni, se mi richiedessero quel sacrificio, io lo rifarei subito, perché per me ha rappresentato qualcosa… ho (tentato?) proprio una svolta di vita. Io lì ho imparato il femminismo, ho lottato, ho fatto anche la mia lotta per il femminismo, perché come dico giustamente, mi sono… ho vissuto in mezzo a tante difficoltà che non sempre venivano dal nemico. Anche da qualche partigiano ma no con loro eh! Quando son stata nella parte di là.

E allora, per me ha rappresentato tutto! Io infatti ero in Arsenale, lavoravo in Arsenale, mettevo assieme i ragazzi, dicevo: “Guardate un po’ cos’è la democrazia, voi (sembra una stupidaggine, quelli che nascono adesso) la democrazia! Tu sei del MIS, tu sei Democristiano, questo è Comunista, questo è Socialista, quell’altro è… Parliamo liberamente di politica e così… Ma lo sapete che noi a 6 anni ci mandavano a scuola, che non sapevamo né leggere né scrivere, leggevano il giuramento e noi dovevamo dire col pugno, col saluto fascista, tutti vestiti in divisa, la mattina dell’apertura della scuola: “Lo giuro!” Sai su cosa giurava. Poi c’era le poesie che studiavamo eh! “La ninna nanna del piccolo fascista” io sono… non me la ricordo tanto, ma l’ultimo diceva: “Dormi e sogna o pargoletto, che già pronto è il tuo moschetto!” Questo me lo ricordo io nel libro di IV elementare. E noi ragazzine, che allora poi cominciavamo a parlare, verso gli undici anni, che dovevamo sposarci, dicevamo: “Mi raccomando, tutti figli maschi, perché il Duce vuole i figli maschi!” guardi in che maniera ci avevano plagiato!

Oggi la democrazia, noi diciamo la democrazia è niente, no la democrazia è tutto! Perché io posso parlar con chiunque. Io giù ho anche degli amici fascisti, però parliamo liberamente. Il fatto soltanto che riusciamo a andare a votare è già qualcosa. A volte uno dice: “Oh! Come son scocciato!” E va beh! Ma guardate che non poter votare…! Io mi ricordo sempre che mi meravigliavo che com’è caduto il fascismo sono usciti i giornali, con i loro pettegolezzi anche eh! Raccontavano tutto del Duce che aveva l’amante che poi sa, interessava sino a un certo punto. E dicevo: ma che bello! Adesso… invece prima c’era quel giornale stilizzato dove c’era scritto tutte le notizie… insomma io non lo leggevo, invece quelli lì ho incominciato a leggerli. Ecco, per me la democrazia, a libertà son tutte; è pur vero che non abbiamo ottenuto tutto.

Non abbiamo trovato quello, io infatti quando lì scrivo: “Questi giovani cercavano la pace, la libertà, la fratellanza” eh! Forse non l’abbiamo trovata in tutto, perché la pace, noi abbiamo la pace però nel mondo c’è guerre e noi stiamo male anche se non c’abbiamo la guerra qui. Per quello che vorrei dire ai giovani: “State un po’ attenti, non fate che la guerra riprenda, riprenda con la gola dei soldi, con la gola dei cosi. Pensate un po’ ‘sti ragazzi che son andati ai monti senza scarpe, senza mangiare, senza niente insomma! Poi dopo la guerra, poi c’era la pace, la libertà c’è stata però sino a un certo punto anche quella al principio, perché negli stabilimenti militari ce n’han fatto di tutti i colori a noi eh! Infatti io l’ho detto, centinaia di persone licenziate soltanto perché erano comunisti o partigiani insomma!

Quello m’andava giù un pochino male! Anche la fratellanza c’è stata ma sino a un certo punto. Perché io infatti ho fatto un intervista, una volta, e il giornalista m’ha chiesto se ero contenta. No, non son contenta perché ci son stati tanti che si sono arrogati il diritto di esser partigiani, ma non erano partigiani, oppure se erano proprio dell’ultima ora. E io quelli li chiamo “Partigiani in guanti bianchi” e ho messo “che hanno fatto bottino politico della lotta di Liberazione”. Molti si sono presi proprio quel diritto lì di dettar legge, non tutti, eh! Fortunatamente abbiamo avuto Pertini e tutto. Ma, però, quello che abbiamo ottenuto è già tanto! Si sa che oggi i giovani sono scontenti e gli do ragione perché non hanno lavoro, non hanno… ecco, io quella legge lì del lavoro non l’approvavo, quella di Biagi, la legge Biagi, quella di prendere un giovane per tre mesi e poi lasciarlo a casa. Non me l’hanno spiegata bene ma non mi piace, insomma! Mi piace che se un giovane ha studiato, che dà serio, certo dà serio rendimento eh! Che rimanesse sul lavoro, perché il lavoro penso che sia tutto.

Io per esempio ho sempre detto, io ho lavorato 40 anni e uno dice “Sì, ma hai lavorato in Arsenale” e ridevano un po’. Però voi non v’immaginate come è stata là dura, dura la vita dei compagni e dei partigiani dopo la Liberazione. Tant’è vero un giorno ho detto: “Ma me è qui la Resistenza, non quella che ho fatto sui monti!” Fatta sui monti mi sembrava rose e fiori perché la facevo spontaneamente, non mi pesava. Mentre invece qui guai se uno alzava, alzava un ciglio. Molti sono stati costretti a lasciare il partito perché se no li trasferivano in altre città.

Non lo so. E quindi adesso le cose si sono un po’ di più aggiustate, speriamo bene! Non so! Non lo so. Però io son sempre pronta con la parola a essere combattente, con la parola. Ormai posso solo adoperare il mio cervello e la parola, non posso adoperare altro! Le mani non mi rispondono!

Tu in qualche modo avevi, hai fatto due scelte, una che è quella, era quella della Resistenza e l’altra di essere donna combattente, che comunque era una scelta, penso, difficile, allora, no?

Io penso che nemmeno i nostri compagni abbiano capito questa scelta qui, al principio. Perché ho visto che molti erano ostili. Io mi ricordo che una volta, andavo a Varese Ligure, no? Perché dovevo incontrare una persona che m’avevan detto che era lì.

Allora io avevo preso, avevo fatto il cambio del mio Sten con un parabello americano che me l’aveva dato un altro. Voglio un po’ vedere se è migliore, no? E mi son messa a sparare contro un albero, invece poi mi son ripresa il mio sten che nonostante tutto era sempre il migliore. E mi vedo una raffica che mi passa sulla testa. Ho detto: “Eh! sulla testa”. Allora arrivo su e c’era uno, non so se voi l’avete conosciuto, Pellegrinelli, il pugile, e gli ho detto io: “Ah! Bravo!” mi fa: “Ma insomma, è la maniera di sprecare” c’aveva ragione eh! “di sprecare le munizioni?” “Poi insomma le armi lasciatele agli uomini” “No” ho detto “è quello lo sbaglio!” Ho detto: “Allora non c’arriveremo mai a una sorta di uguaglianza fra uomo e donna”. Adesso io, io lo dico subito eh! Non ero niente in confronto ai miei compagni, i miei compagni sono stati meravigliosi, proprio sia come combattenti che come compagni che come tutto! E ti dirò di più, che le donne di Santo Stefano, io gli darei a tutte la medaglia, per lo meno quelle che erano con noi eh! Perché ce n’è di quelle che poi non erano con noi.

Tutte le donne di S. Stefano meriterebbero un riconoscimento, adesso io non parlo di medaglie, di cose… perché quelle che erano con noi sono state meravigliose. Io ricordo che quando attraversavo la macchia, che ero zoppicante, per raggiungere quella casetta della… delle SAP, c’era una donna lì, che abitava lì, abitava in paese ma quel giorno era lì perché c’aveva le terre da coltivare. M’ha fatto entrare in casa, m’ha fatto la camomilla, m’ha visto agitata perché mi faceva male il ginocchio, poi insomma eh! E poi non sapevo a cosa andavo incontro, era zona nemica quella! M’ha fatto… non mi ricordo come si chiama, insomma m’ha fatto un po’ riposare, poi m’ha insegnato bene come fare per andare lì. Perché poi le conoscevano tutte queste zone qui, no?

Io mi ricordo quando son scappata da Vezzano Ligure, perché ecco, vorrei dire una parola a proposito di Enrico Bucchioni. Perché me, dopo il rastrellamento del 29 novembre, m’han portato su a Vezzano e m’hanno affidato a questo Enrico Bucchioni e lui m’aveva portato in una casetta, in una casa che la mattina la padrona andava a lavorarci, no? M’ha detto: “Adesso stai qui, poi vediamo domani dove possiamo metterti” perché insomma lì in paese… La mattina dopo arriva questa donna qui, tutta agitata, che Bucchioni l’avevan preso, l’han messo sul camion e le ha detto di venirmi ad avvisare e io, ero vestita da donna eh! però c’avevo la pistola. Prendo subito la pistola in mano perché poi sentivo le SS fuori dalla porta “Ma sei matta?” me l’ha strappata dalle mani e l’ha messa lì nel giardino dietro una siepe e poi m’ha fatto passare attraverso questa fenditura che, come dico, io non so come ho fatto a passarci, perché lei… Son passata e il soprabito me l’ha gettato dall’altra parte. Quando son lì io, ho preso la strada normale, io non sapevo, perché non le conoscevo io le zone e sento: “Papalaè…” tedeschi! C’erano… erano il posto di blocco in paese, avevano bloccato il posto di blocco! E c’erano ‘ste mitraglie, dico la verità che un po’ di fifa quella mattina l’ho avuta eh! Perché un conto è… in combattimento non li vedi, ma quando te li vedi così in faccia! Io non so cosa gli ho raccontato, insomma so che mi son gettata giù per il canalone insomma. Ho detto: “Io vado perché c’è mio papà, so a sé cosa o ito!” e d’altra parte non entravo, uscivo. Poi si vede che non ho dato l’aria d’un partigiano. I an ito: “‘Sta qui è una povera scemina, ‘na contadina!” E sono andata a finire sotto la cunetta e mi ricordo che c’era… sopra si sentivano le camionette che camminavano su, e sotto si passava che c’era il fiume che facevano il traghetto. Io mi ricordo che ero un po’ sconvolta no, perché c’eran quelli che passavano il traghetto. Mi dicevano: “Lassù sparano”. Sparavano a Vezzano che non vi dico! E io ho detto: “Siii” E allora questo qui m’ha portato dalla parte di là e io ho fatto: “Non c’ho i soldi” “Per l’amor del cielo, vai, vai!” E m’ha indicato il punto dove andare, perché sono andata in casa di una famiglia. Famiglie Viani che poi hanno avuto due morti loro, hanno avuto il figlio e il genero! L’hanno fucilati sulla piazza di Sarzana come ostaggi.

E sono andata in casa loro. E allora questo Enrico Bucchioni invece poi l’hanno portato al Ventunesimo assieme a tutti gli altri che avevano rastrellato a Vezzano.

E allora questo Enrico Bucchioni, poverino, è stato fucilato. E han scritto un libro “Enrico Bucchioni e i partigiani di Vezzano Ligure”. Forse dovreste andare a fare una capatina lì a Vezzano a vedere se c’è ancora qualcuno.

Ogni giorno, eh! ogni giorno che passa ne trovo sempre di meno!

Mah! Io spero di avere ancora voce, di poter insegnare ai giovani che cos’è la democrazia, che cos’è la libertà!

E ai giovani che cosa…….

E’ una cosa la libertà, che ce ne accorgiamo soltanto quando la perdiamo! Attenzione eh, ragazzi! Difendetela con tutte le vostre forze! Con le unghie e coi denti!

E io ci son stata nove mesi proprio sui monti, otto o nove mesi, non mi ricordo. Però ogni giorno sembrava un mese! Ogni mese sembrava un anno! Ho fatto quella, quella deduzione lì.

Tu dicevi che ti portavano spesso in missione…?
Si, il mio comandante al principio mi ha insegnato l’uso delle armi.

E come è andata quando ti ha insegnato a sparare?

L’ho scritto però nella cosa. Mi son sbucciata un dito! Allora tutti intorno hanno… hanno abbozzato un risolino no? Ma lui proprio eh! m’ha detto ‘ste parole: “Non ti preoccupare, la grinta ce l’hai, diventerai come me!” Il che era il massimo dei complimenti che mi potesse fare.

Io mi ricordo che Tullio l’abbian sentito nominare quella volta in Valmozzola che erano andati a liberare un treno di prigionieri che portavano in Germania, no? Allora c’era il comandante Betti. Come hanno assalito ‘sto treno, ‘sto comandante Betti è rimasto subito ucciso. Allora Tullio ha preso la… il comando e insomma son riusciti a liberare questi prigionieri qua eh!

E quella volta del plotone di esecuzione? E loro gli han chiesto una sigaretta e loro quando son stati vicino, son andati lì con la voce, no! Gli hanno schiacciato le teste e poi tutti giù nel burrone. Male che vada! Qualcuno forse c’è rimasto, però… tanti si son salvati. Il mio comandante è andato a finire in un cespuglio che poi l’indomani mattina, perché subito è svenuto, l’indomani mattina sentiva un pastore con le pecore, allora s’è lamentato, insomma s’è fatto… Era tremendo!

Tu dicevi che c’era un capitano polacco… (CAPITANO POLACCO) che…

Quello sapeva, lui è scappato dai tedeschi no? Assieme a un tenente, che quello era proprio tedesco. Lui sapeva non so quante lingue. A me m’ha insegnato tante cose, a scrivere a macchina, mi faceva scrivere le lettere in inglese ecco! E lui diceva sempre: “Dopo la guerra scriverò un libro dal titolo Una ribelle di nome Fiamma. Poi io non l’ho più visto, non so se l’hanno ammazzato, se… sai, le vicende del dopoguerra non si sanno. E allora m’è venuto in mente quella volta, ho detto: “Voglio scriverlo io, Una ribelle di nome Fiamma”. In fondo ribelle la sono sempre anche adesso! Figuriamoci allora!

E durante la Resistenza perché ti definivano ribelle o ti sentivi proprio anche ribelle?
Mi sentivo ribelle perché per esempio quando sinché ero con loro, anche con loro, che non volevano farmi fare la guardia o il giro di pattuglia, mi definivo un po’ ribelle. E mi dicevano: “O beh! Qui c’è tanti uomini!” Eh no! Me ne facevano far poca eh! Il più che mi piaceva era il giro di pattuglia perché andavo per i distaccamenti, però insomma, me la facevano fare no? E poi mi definivo ribelle quando son stata anche nel (PAROLA INCOMPRENSIBILE) Mi ribellavo anche quando anche i miei compagni volevano farmi passare il fronte. Poi dopo la guerra non parliamone niente.

Allora son stata proprio una ribelle. Perché io ho sempre detto che la Resistenza vera e propria noi l’abbiamo fatta dopo la guerra. Perché era una cosa… adesso io non voglio nominare i partiti, era una cosa… ma guai se si parlava, guai se si diceva qualcosa, guai… A me addirittura, quando hanno sparato a Togliatti, noi siamo passate via, abbian fatto… c’era un corteo… no, non quando hanno sparato a Togliatti, quando hanno mandato via i comunisti dal governo nel ’48, in corteo a Spezia pigliava dall’Arsenale andava a finire al Muggiano e in testa c’eravamo quattro partigiane, io, la Vera, la Bastelli e un’altra che si chiamava Pinona, con le bandiere. C’han fotografato! Infatti siamo andate in Piazza Brinn che c’era l’avvocato Borachia che l’han buttato fuori, fischi e urli. Ma insomma, va beh! E con quella fotografia mi hanno sempre ricattato. Però io non ho mai abbandonato nemmeno nei momenti duri il mio credo, eh! Io son sempre stata partigiana e di sinistra.