Gli incendi nell’Arcipelago

Gli incendi che affliggono la Sardegna, dovuti oggi ai piromani, agli speculatori e all’imprudente comportamento di qualche sconsiderato, erano in passato causati in massima parte dai pastori e dagli agricoltori che al termine della stagione estiva attuavano il “debbio”, discussa pratica di miglioramento dei terreni agrari che consiste nel dar fuoco ai pascoli e ai seminativi per liberarli dalle stoppie e dalle erbe infestanti e prepararli così al seminerio rendendoli più fertili con l’apporto delle ceneri. Tale attività. sia oggi che in passato, è sempre stata regolata da precise disposizioni che ne fissano i tempi e le modalità di esecuzione e che impongono specifiche autorizzazioni con le quali, avuto riguardo alla particolare condizione dei luoghi, vengono prescritte le cautele da adottare ed assoggettati i richiedenti a determinati oneri.

La pratica del debbio, infatti, non può rientrare nelle previsioni di una disciplina generale ovunque applicabile, ma deve tener conto delle condizioni geomorfologiche della zona, della predominanza dei venti, dell’altitudine, dell’esposizione dei terreni, delle colture in atto nella zona e di tanti altri elementi a fronte di quali occorre predisporre precise istruzioni zona per zona, località per località al fine soprattutto di salvaguardare il patrimonio boschivo che è quello che in tali occasioni corre maggiori pericoli. Nell’arcipelago di La Maddalena, però, le disposizioni sul debbio vigenti nell’ottocento non sempre furono osservate in quanto gli isolani, per particolari esigenze locali, intendevano porvi mano molto prima di quando la legge stabiliva e cioè nel pieno della stagione estiva quando maggiori erano i pericoli di incendio. E tale invalso sistema, attuato senza cautele e con la semplice autorizzazione orale data dagli amministratori locali, causò in passato vasti incendi in tutte le isole con gravi danni che certamente compromisero la sopravvidenza del patrimonio boschivo originario.

Il fatto più eclatante, però, avvenne certamente sul finire dell’estate del 1832 quando una serie di incendi distrusse gran parte dell’isola di La Maddalena e l’intera isola di Santo Stefano. L’avvenimento fu di tale portata da provocare un’inchiesta del Consultore di Gallura (la massima autorità giudiziaria del circondario), il quale si era deciso ad intervenire per stroncare gli abusi e per individuare e punire gli autori del disastro. L’inchiesta, iniziata nel settembre del 1832, e cioè immediatamente dopo i fatti, andò però per le lunghe; condotta dal bailo Sanna, assistito dal notaio Sini. che stese i verbali, ebbe termine nel febbraio del 1837 (oltre quattro anni dopo) e si concluse con un provvedimento del viceré Giuseppe Maria Montiglio che nel rimettere gli atti al consultore di Gallura, ne decretava la chiusura con l’impunità per i colpevoli ed una pesante censura nei confronti dell’amministrazione comunale di La Maddalena che, con le sue omissioni e leggerezze, aveva connsentito che le isole andassero a fuoco.

Nel corso dell’inchiesta furono sentiti quasi tutti i proprietari, molti cittadini, gli amministratori e il sindaco, che era all’epoca Domenico Baffigo. Venne accertato che ad appiccare il fuoco nell’isola di Santo Stefano erano stati gli agricoltori Giovanni Maria Fresi, Antonio e Battista Lena, Lorenzo, Antonio e Andrea Zicavo, Domenico Peraldi, Giuseppe e Simone Ornano, Natale Culiolo, Francesco Pintus, Domenico Serra, Bartolomeo Zonza, Domenico Variani, Giò Culiolo-Schiaffino ed i consiglieri comunali Giovan Marco Zonza e Michele Costantini.

Nell’isola di La Maddalena gli incendi si erano verificati nei terreni di Vincenzo De Pietro e Nicola Zonza a Padule, Francesco Ferracciolo-Tramoni a Vadde Maggiore, Domenico Berretta, Quirico Zonza e Gerolamo Simone alla Trinita. Giò Francesco Panzano e Giovanni Scannadicolo a Macchia di mezzo, Giuseppe Lena e Giò Agostino Pittaluga a Carda Giloni. Francesco Moriani-Zonca e Nicolò Simone all’Ajacceddu, Battista Millelire e Domenico Allegria al Campo Santo, Matteo Pes a Punta della Gatta, Angelino Olivieri e Antonio Zicavo a Mongiardino, Battista Ferracciolo alla Moneta. In pratica tutte le zone agricole dell’isola erano andate a fuoco.

Allorquando furono interrogati, tutti i proprietari, con dichiarazioni unanimi e concordi si giustifucarono asserendo che nelle isole dell’arcipelago, contrariamente a quanto per legge era stabilito per l’isola madre, dove il debbio poteva essere praticato alla fine di ottobre o ai primi di novembre, era uso locale ormai consolidato di procedere all’abbruciamento delle stoppie a fine agosto essendo necessario, rispetto agli altri territori montani e collinari della Sardegna, seminare il pascolo e il grano con molto anticipo. Quanto poi all’autorizzazione prevista essa non veniva mai richiesta e concessa per iscritto in quanto il sindaco e il consiglio comunale davano da anni una collettiva autorizzazione orale senza imporre alcuna specifica prescrizione e con la sola condizione che il fuoco non danneggiasse le colture arboree e non provocasse danni alle proprietà private.

In particolare, Angelino Olivieri, sentito dal bailo il 9 settembre 1833, così depose: “Li agricoltori proprietari quasi tutti di questo paese hanno incendiato ognuno di loro le sue terre che preparate erano al seminerio poichè così è costume di questo luogo di abbruciare le dette terre ogni anno alla fine di agosto e primi giorni di settembre atteso che il luogo è molto sterile e se non vengono le dette terre seminate anticipatamente non danno frutto alcuno; ed in quanto al permesso che detti proprietari hanno avuto, posso io stesso dire che è stato dato secondo il costume di questo luogo dal Sindaco e dalli Consiglieri Comunali, che sindaco era Domenico Baffigo, essendo io presente ed altri proprietari erano assai numerosi; mi ricordo che eravamo 20 o 25 che li predetti Sindaco e Consiglieri dicevano di abbruciare li terreni alli predetti agricoltori a caondizione però di non fare danno alcuno”.

La cirostanza dell’autorizzazione orale data dal sindaco venne confermata da tutti; Giò Maria Satta, l’ultimo ad essere sentito nel dicembre del 1833, così riferì:
…mi ricordo bene d’essermi trovato in un giorno festivo nel Piazzale di questa Parrocchiale Chiesa, e nel mese di agosto dell’anno 1832 ed alla presenza di Natale Culiolo, Angelo Olivieri ed altre trenta e più persone ho inteso dire dal Sindaco e Consiglieri che chi voleva abbruciare i terreni che preparati erano al seminerio avessero pure abbruciato a patto e condizione però che facendo danno lo dovevano pagare”.

La vicenda, come abbiamo premesso, si concluse con una salomonica decisione del viceré Montiglio il quale, con il parere del Magistrato del Regio Consiglio, resosi conto che doveva essere dichiarata colpevole e quindi punita l’intera popolazione agricola dell’isola mentre le responsabilità più gravi erano da addebitare al sindaco e ai consiglieri comunali, rimise gli atti al consultore di Gallura con il seguente provvedimento del 1° aprile 1837:
Sottoposto alla disamina del Magistrato del Regio Consiglio l’oggetto ch’ella mi ha rassegnato con foglio del 26 febbraio, il medesimo fu d’unanime avviso non esser conveniente il procedere ulteriormente per gli incendi seguiti nei territori dell’Isola Maddalena nel 1832, perchè in tal modo si andrebbe a mettere in diffidenza tanti abitanti dell’isola, ed a farne tanti fuorusciti senza vantaggio per la Giustizia e della quiete del Paese; mentre sembra essersi quelli abitanti lasciati indurre in un certo errore dall’essersi in addietro tollerati qull’incendi come antico sistema.

Concorrendo pertanto nel sentimento del medesimo Magistrato, io autorizzo Lei, in primo luogo ad archiviare gli atti relativi e non farsene più conto per lo passato, salva l’indennizzazione in via civile a chi ne avesse diritto”.
Ordinata l’archiviazione degli atti e quindi l’impunità dei colpevoli, il viceré demandava al consultore di Gallura il seguente incarico:
Far pubblicare in detta isola un bando in cui si contenga la disposizione letterale della legge relativa agli incendi, e si diffidino quindi gli abitanti che dopo tale pubblicazione i contravventori verranno sottoposti alle pene portate dalla legge suddetta.
Oltre alla stessa pubblicazione, di prevenire separatamente il sindaco e consiglio comunale affinchè essi pure d’ora innanzi si astengano dal concedere permessi d’abbruciamento i quali spettano alla Curia (cioè al Bailo) ; e nello stesso tempo debbano invigilare a ciò non si rinnovi l’antico abuso per cui ciascuno e quando gli pareva, appicciva il fuoco ai suoi e pubblici territori”.

Con quest’ultimo richiamo al sindaco e ai consiglieri, adusi a deliberare e ad emettere provvedimenti sul sagrato della chiesa, si concludeva al fine la vicenda degli incendi del 1832; ma i guai derivanti dagli incendi, come risulta dalla cronache dei decenni successivi, ed anche da quelle dei nostri giorni, non sono cessati, né per i maddalenini, né per i pubblici amministratori.

Antonio Ciotta