Il gremio di S. Erasmo

A partire dal 1832 finalmente ci fu nella scuola stabilità, grazie all’incarico affidato al viceparroco Michele Mamia Addis, di Aggius. Tale situazione durò fino al 1841 quando le nuove norme per l’istruzione pubblica e l’intervento del gremio di S. Erasmo, rimisero in discussione pace e tranquillità. Il gremio raggruppava i padroni marittimi maddalenini, persone abbastanza facoltose, che vivevano del trasporto e del commercio via mare.

Molti di loro erano impegnati nell’amministrazione del comune come consiglieri (Marco Maria Alibertini, Tomaso Zonza, Giò Marco Zonza, Pietro Semedei, Simone Ornano, Batta Polverini di Luigi, Matteo Culiolo, Pasquale Volpe, Nicolò Susini) e come sindaci, per cui, naturalmente, gremio e consiglio condividevano le stesse scelte.

Ma mentre il consiglio doveva rispondere delle proprie azioni “al superior governo” e quindi non poteva rifiutarsi, ad esempio, di accettare la nomina di un precettore o di pagare le spese necessarie alla scuola, il gremio godeva di tutta la sua libertà di scelta e indipendenza economica. La lunga storia durata quasi 8 anni incominciò nel 1840 con una proposta di contratto fatta dal priore della congregazione, Giuseppe Cuneo, in accordo con il consiglio comunale. Il gremio desiderava un cappellano che garantisse la celebrazione, presso l’altare del santo protettore, S. Erasmo, della messa giornaliera all’alba, in modo che i marinai, ma anche altri lavoratori costretti ad orari mattinieri, potessero assistere all’ufficio divino prima di recarsi al lavoro.

Poiché il servizio di cappellania dato a un non residente a La Maddalena, sarebbe costato circa 80 scudi sardi, per abbattere i costi, il gremio trovò l’accordo con il consiglio comunale in modo che il cappellano assolvesse anche al compito di viceparroco e di precettore: in questo modo con 80 scudi si sarebbero ottenute le tre cose. In questo sapiente collage delle possibilità economiche del comune con quelle della congregazione, si prevedeva anche un piccolo compenso per il viceparroco che avrebbe dovuto abbandonare l’insegnamento; ma Mamia Addis, che aveva servito come precettore dal 1831 senza alcun demerito, anzi con notevole apprezzamento da parte della comunità, non era disponibile a lasciare volontariamente quell’incarico e contestava al gremio la facoltà di fargli i conti in tasca. La sua reazione bloccò momentaneamente il progetto poiché a nessuno interessava portare a conseguenze estreme la situazione che perciò rimase immutata fino all’emanazione dell’Edito Regio del 7-9-1841 e delle conseguenti riforme nel campo dell’istruzione.

Un quadro riassuntivo stillato dall’intendente provinciale Vitelli in quell’anno vedeva a La Maddalena 1240 abitanti e 80 studenti con una media di presenze molto alta rispetto agli altri paesi della provincia. A distanza di quasi 20 anni dalla prima fondamentale norma riguardante l’istruzione elementare, il Re Carlo Alberto ne denunciava le condizioni poco soddisfacenti, attribuendone la causa “alla mancanza di metodo e di sufficiente istruzione dei maestri elementari e ad alcuni abusi” non meglio precisati nella conduzione della scuola.

Oltre alle misure puramente organizzative proposte dal nuovo regolamento, alcune, fondamentali, erano dirette a migliorare la preparazione dei maestri obbligandoli a seguire un corso di 3 mesi di “metodica” presso le scuole di metodo istituite nei conventi degli scolopi a Sassari, Cagliari ed Oristano. Nel corso essi avrebbero appreso “il metodo da usarsi nel distinguere i caratteri dell’alfabeto italiano, nel compitare, sillabare, leggere e scrivere, nell’aritmetica, nei principi dell’agricoltura e nei precetti d’esprimere decentemente per iscritto le proprie idee”. Ancora una volta i parroci, considerati “direttori nati delle scuole elementari”, dovevano, “impiegare il loro zelo pel buon andamento di esse visitandole almeno una volta alla settimana” e sottoscrivendo gli statini trimestrali. Alla fine del corso, attraverso un esame, si sarebbe conseguito il titolo di maestro elementare.

L’editto però non risolverà la più grande causa di contrarietà dei comuni: le spese da affrontare malgrado un bilancio spesso esausto e la conseguente adozione di tutti i mezzi per evitare l’apertura della scuola. E’ questa un’accusa ricorrente fatta dai funzionari statali (intendente provinciale e Magistrato sovra gli studi) nei confronti dei comuni. Un’altra situazione di conflittualità, alla quale l’Editto dava luogo, riguardava la difficile convivenza dei nuovi precettori abilitati con regolare titolo, che però dovevano essere “controllati”, attraverso le visite settimanali e soprattutto attraverso il visto trimestrale apposto sotto gli statini, dal “direttore nato” della scuola: cioè proprio da quel parroco che spesso, come nel caso di La Maddalena, aveva strettamente collaborato con il “vecchio” maestro.

Questo dissidio emerse presto coinvolgendo il parroco, il precettore, il consiglio, degli anonimi ricorrenti e poi il vescovo, l’intendente provinciale, l’ispettore generale di metodica, e perfino il vicerè. Mamia Addis aveva dichiarato la sua indisponibilità a frequentare il corso escludendosi così dall’insegnamento e consentendo ai padroni marittimi di ripresentare, con l’appoggio dell’intendente provinciale, il loro progetto.

Così per l’anno 1842 la scuola sisvolse tranquillamente con un prete di Luras, Francesco Giua, nominato supplente del viceparroco rinunciatario. Nell’anno successivo qualcosa dovette andare storto: i padroni di S. Erasmo lamentavano la debolezza del commercio e quindi delle loro entrate e si dichiararono indisponibili sia a mantenere il cappellano del loro gremio, sia ad aiutare il comune. Comunque dopo il primo trimestre in cui la scuola rimase chiusa, l’incarico di precettore fu affidato al reverendo Giovanni Ricci di Tempio e, come era prevedibile, le polemiche incominciarono.

Secondo Ricci il parroco si rifiutava di visitare settimanalmente la scuola e di visitare gli statini (cosa che impediva al Ricci di percepire lo stipendio), creando turbativa negli animi degli alunni: c’era stato addirittura l’episodio increscioso della processione di inizio d’anno, con prevista celebrazione solenne nella chiesa da parte del parroco, alla quale invece quest’ultimo non si era presentato. I funzionari governativi non esitavano a vedere le cause di tutti i dissidi nell’interesse solito del comune a non spendere per la scuola, e nell’antipatia dei parroci e dei viceparroci (già maestri), per i nuovi docenti e metodi “moderni”.

La stessa situazione si verificava a Terranova dove parroco e consiglio osteggiavano con gli analoghi sistemi il reverendo Francesco Giua. Il duro intervento del Reggente la Segreteria di Stato attraverso l’intendente e il vescovo, mirava a rimettere nella giusta posizione i rapporti, obbligando il parroco a quello che definiva il suo dovere: in realtà esso trovò un sovvertimento grazie alla testimonianza del vescovo a favore di Mamia Addis e, di conseguenza, contro Ricci. Ricci fu “sospeso”, e il Consiglio approfittando della situazione per risparmiare, rifiutò di pagargli l’intero salario dicendosi disponibile solo per il corrispondente di un trimestre. La scuola era di nuovo chiusa e subito il malcontento si concretizzò in una denuncia anonima, alquanto sgrammaticata ma significativa, indirizzata al vicerè da alcuni cittadini maddalenini:  
….Da vari mesi è chiusa questa scuola elementare, senza speranza di avere altro precettore, per la quale i miseri padri di famiglia per mancanza di mezzi non sanno come procurare l’educazione ai teneri figli e son dolenti di vederli vagabondi per le strade. Il Consiglio, padre di quest’isola sarebbe è vero guidato dal animo del bene comune se l’ignoranza non gli dasse luogo a lasciarsi bendare gli occhi da due o tre foresti, il cui fine è la oppressione di questo scoglio misero: soffre la gioventù la mancanza del precettore, soffrono gli indecentemente vestiti la mancanza la mancanza di quello che al nascer del giorno celebrava la santa messa, soffre l’agricoltore che ha bisogno di portarsi a travagliar lontano la terra, e manca al dovere religioso per non perir di fame e soffre il marinaio, perché la messa tardi, ossia alle ore otto nulla li comoda se il tempo favorisce la sua partenza, e tralasciano talora di ascoltare la santa messa. Vense un nuovo precettore per la scuola e il medesimo celebrava la santa messa al far del giorno, tutti ne provavano il vantaggio, meno il parroco e il viceparroco, che badano al suo unico bene non a quello comune, è prciò bersagliato quello da questi dovette voltar le spalle a questo scoglio lasciando il dispiacere comune negli abitanti, e la gioia della vittoria nei due sacerdoti, che pieno il cuore della brama dell’interesse, massime il viceparroco che all’interesse unisce l’invidia e la malignità, nulla importa il bene di molti se va prosperoso il suo…

Finalmente le trattative per pagare Ricci trovarono un punto di arrivo e il consiglio decise di adottare la proposta del vescovo per dare l’incarico a Francesco Giua che già aveva insegnato come supplente di Mamia Addis nel 1842; ma, come al solito, i padroni marittimi, lamentando gli scarsi guadagni dal commercio, rifiutarono di corrispondere a chiunque non fosse maddalenino, di accettare il lavoro con un salario di 40 scudi, decisamente insufficiente, che il Consiglio Comunale poteva permettersi.

Nell’impossibilità di aumentare il salario per le note carenze di bilancio, nei due mesi successivi il consiglio cercò inutilmente di convincere il precettore diSanta Teresa, don Giovanni Sechi, a trasferirsi a La Maddalenna col salario dei soliti, insufficienti, 40 scudi e infine, avendo, esperito tutte le vie senza trovare soluzione, si rimise alla volontà del vicerè. L’accordo fu finalmente trovato nel nome di Giua che dovette servire a La Maddalena fino al 1848, con totale gradimento del gremio.