Guerra in Sardegna

E’ il secondo conflitto mondiale, in Sardegna come in ogni altra parte d’Italia, a far precipitare la latente, a volte inconsapevole avversione al regime in una opposizione sempre più aperta, man mano che la guerra di Mussolini procede verso il suo esito fatale: i bombardamenti delle città, i sacrifici alimentari e l’isolamento allargheranno rapidamente la frattura. Già alcuni ambienti cattolici avevano espresso il loro rifiuto della guerra (il sacerdote Francesco Giua, viceparroco di Oschiri, per averla condannata dal pulpito durante un’omelia in una chiesetta del Limbara ancora nel maggio 1940, viene assegnato al confino); e sulla base di questo stato d’animo riprendeva vigore l’atteggiamento di distacco dal regime mai venuto meno anche negli anni del ‘‘consenso’’.

La Sardegna sarà una delle poche regioni dell’Europa belligerante a non conoscere la ‘‘guerra guerreggiata’’, la guerra degli eserciti che passano combattendosi e la sciando dietro di se´ rovine, sangue e morti. La guerra moltiplica l’isolamento della Sardegna: ben presto vengono interrotti i servizi delle linee passeggeri fra l’isola e la penisola, diminuiscono rapidamente gli stessi rifornimenti alimentari (e insieme a loro l’approvvigionamento di utensili e strumenti, dai più importanti come le macchine ai più piccoli oggetti di uso quotidiano, a cominciare – per avere un’idea – dagli aghi e dai chiodi). Il governo ha attivato sulla penisola uno speciale organismo delegato ai problemi dell’annona in Sardegna, ma le merci che si possono reperire sono poche e i mezzi per trasportarle ancora più precari. La penuria alimentare colpisce soprattutto le città, e nelle città le classi più umili: mentre nei centri più piccoli e` più facile trarre (o meglio, sottrarre) dall’economia contadina e dall’allevamento alcuni elementi essenziali dell’alimentazione come la farina (ma presto compare e predomina quella d’orzo) e la carne, nelle città i mercati sono vuoti e molti alimenti sono duramente razionati (con la ‘‘tessera’’ del pane si arriverà, dal 1943 in poi, a razioni di 150 g pro capite al giorno). Nasce la ‘‘borsa nera’’, sa martinicca, che in genere e` esercitata su piccola scala, ma in qualche caso metterà capo alla formazione di ricchezze che emergeranno nell’immediato dopoguerra. La situazione alimentare sarà complicata, a partire dalla primavera del 1943, con l’insediamento in Sardegna di oltre130000 militari (molti dei quali, peraltro, sardi fatti rientrare nella convinzione che possano essere meglio disposti a difendere fino all’ultimo uomo case e famiglia) quando sembra farsi più concreta la possibilità che lo sbarco degli Alleati debba avvenire nell’isola. I bombardamenti (e la paura dei bombardamenti) svuoterà le città, dando vita al fenomeno dello ‘‘sfollamento’’ che porterà nei piccoli centri numerosi abitanti delle città, attivando relazioni non sempre iscrivibili nella mitica tradizione dell’ospitalità sarda, ma nello stesso tempo immettendo elementi di modernità in villaggi spesso ancora fermi al loro lungo Medioevo.

Nella prima fase della guerra (anzi, per quasi tutti i primi tre anni) l’isola ha conosciuto pochi attacchi aerei, mentre e` servita (secondo l’espressione del titolo di un documentatissimo libro sulla guerra aerea dall’isola e sull’isola dei cagliaritani Marco Coni e Francesco Serra) da ‘‘Portaerei del Mediterraneo’’ per gli attacchi prima contro l’Africa settentrionale francese, poi contro Malta e, soprattutto, i convogli inglesi che attraversano il Mediterraneo sulla rotta Gibilterra-Malta-Alessandria. La Sardegna entra nell’occhio del ciclone a partire dal febbraio 1943, quando – dopo lo sbarco in Africa settentrionale – gli Alleati preparano l’assalto finale alla ‘‘fortezza Europa’’. I bombardamenti che avevano toccato sino a quel punto quasi soltanto obiettivi militari (porti e aeroporti) puntano ora sulle città portuali. Cagliari e` colpita duramente tre volte in febbraio, il 17, il 26 e il 28: la prima incursione, un pesante spezzonamento diurno condotto da 70 bombardieri americani, fa strage di cittadini inermi (un centinaio), mentre pochi minuti più tardi una formazione addirittura, secondo alcuni, un aereo isolato – che avrebbe dovuto bombardare Villacidro sgancia i suoi spezzoni sul piccolo centro rurale di Gonnosfanadiga, uccidendo 83 persone, di cui la gran parte bambini; il secondo bombardamento su Cagliari, che fece 73 morti e 286 feriti secondo il bollettino di guerra, fu di gran lunga più rovinoso, spingendo la popolazione civile a un esodo di massa, una fuga disordinata di migliaia di persone, su ogni mezzo di trasporto reperibile. Ma ancora più terribile fu la terza incursione, condotta da 46 Fortezze volanti e 39 caccia, all’una di una domenica mattina di gran sole: colpita da 538 grandi bombe, che fecero oltre 200 morti e alcune centinaia di feriti (ma tutte le cifre ufficiali vanno largamente aumentate), la città era, il giorno dopo, un deserto fumante. Meno tragiche sul piano delle vite umane, ma non meno devastanti, furono le conseguenze di un altro grande bombardamento subito dalla città il 13 maggio: attaccata da 107 quadrimotori e 120 bombardieri medi con bombe da 1000 libbre (nella notte poi seguì un’altra incursione, stavolta di bombardieri inglesi), la città ebbe distrutto quasi il 70% dell’abitato. Il 19 maggio 1950 Cagliari sarebbe stata decorata di medaglia d’oro al valore militare («Capoluogo dell’isola nobile e generosa, scolta invitta d’Italia al centro del Mediterraneo, sopportò per anni, con l’indomita fierezza della sua gente, lunghe, terrificanti ed assillanti distruzioni di guerra recate dalla intensa offesa aerea. Fiera del suo destino, accolse con fierezza ogni prova dolorosa. Dilaniata, stroncata e ferita a morte, non smentì mai le sue alte virtù civiche e la fama gloriosa acquistata nei secoli dal suo popolo eroico, sublime in ogni sacrificio per l’onore della Patria. Sardegna, Guerra 1940-’43»). Tranne Sassari, su cui furono lanciati pochi spezzoni in quello stesso maggio, gli altri centri maggiormente danneggiati furono Porto Torres, colpita più volte, Olbia, Carloforte e Alghero (fra il 13 e il 14 maggio la Sardegna fu attaccata da oltre 650 aerei): ad Alghero, nella notte fra il 17 e 18 maggio, l’incursione fece 52 morti. Non esistono statistiche ufficiali sulle perdite umane subite dalla Sardegna a opera dei bombardamenti alleati: accurate ricerche recenti hanno calcolato in oltre 1000 i civili caduti, la cui morte e` registrata nei pur lacunosi documenti ufficiali del periodo (863 a Cagliari, 58 ad Alghero, 13 ad Arbatax, 12 a Carloforte, 3 a Chilivani, 1 a Decimomannu, 83 a Gonnosfanadiga, 1 a Macomer, 28 a Monserrato, 22 a Olbia, 5 a Porto Torres, 8 a Quartu, 3 a Sassari, 1 a Pabillonis, 3 a Villacidro) (M. Coni e F. Serra). Gravi furono i danni subiti dalle installazioni militari e dal naviglio civile e militare: il 10 aprile formazioni di bombardieri americani avevano affondato l’incrociatore Trieste e gravemente danneggiato l’incrociatore Gorizia, da giorni alla fonda sulla costa davanti a La Maddalena.

Ciano nel proprio diario annota: «Ognuno sappia che la Sardegna e` un bastione della Patria», diceva una lettera autografa di Mussolini recapitata al generale Basso, comandante militare dell’isola, proprio la mattina del 25 luglio. Anche l’anno prima, durante una rapida visita all’isola (10-15 maggio), Mussolini era rimasto colpito dalla ‘‘fedeltà’’ dei sardi: «E` molto contento del suo viaggio. Parla con entusiasmo del popolo di Sardegna, dal quale non ha sentito ne´ una protesta per il pane scarso, ne´ un’invocazione di pace che invece non sarebbero mancate nella Valle Padana. Anche per quanto riguarda la difesa dell’isola ha tratto dalla sua visita motivi di sicurezza. Buone truppe, armamento efficiente e nelle zone di possibile sbarco una malaria che varrebbe a decimare in pochi giorni le truppe inglesi». Sembrerebbe che il duce non legga più neppure i rapporti dell’OVRA, la polizia sua ‘‘pupilla’’: «Circa la visita del Duce in Sardegna – dice un rapporto del giugno – si hanno particolari che dimostrano stanchezza della popolazione, e più o meno nascosti fermenti di reazione. Si d ice che a Sassari la popolazione avrebbe fatto trovare nella città manifestini chiedenti pane. Si dice che alcune persone, specialmente donne, abbiano insultato, o tentato di insultare il Duce con frasi offensive. Da voci da noi udite ripetutamente si dice che i Sardi, pur di finirla, vedrebbero favorevolmente un distacco dalla Madre Patria e magari una occupazione inglese. Sempre più insistentemente si fa risalire alla persona del Duce la responsabilità dell’attuale stato di cose; e ormai apertamente se ne parla in ogni ambiente, anche in quelli del Partito. Negli ambienti militari, poi, lo si ritiene responsabile dell’impreparazione dell’Esercito, della corruzione delle Alte Gerarchie del regime, che ha portato alla impreparazione stessa», ricorda in un suo saggio Luciano Marrocu.

Da una parte lo spettacolo, immediatamente percepibile, della impreparazione delle forze armate, dall’altra i grandi sacrifici (soprattutto alimentari) richiesti dall’esistenza quotidiana fermenteranno in una opposizione diffusa al fascismo. C’è anche la critica nei confronti dei gerarchi – cui si imputano tutte le insufficienze di ogni giorno e il godimento di privilegi tanto più offensivi per una popolazione priva di tutto – ma e` soprattutto contro Mussolini e il regime in generale che s’appunta la scontentezza della gente. Si moltiplicano le piccole manifestazioni d’insofferenza, diventa poco meno che generalizzato l’ascolto di Radio Londra, che offre una versione dell’andamento del la guerra – soprattutto dopo le drammatiche sconfitte di El Alamein in Africa settentrionale (ottobre 1942) e di Stalingrado in Unione Sovietica (febbraio 1943) – completamente diversa da quella della propaganda del regime. Ma oltre la voce ‘‘segreta’’ del colonnello Stevens l’ antifascismo parla ai sardi (come agli altri italiani) dagli stessi microfoni dell’EIAR, e per di più nell’ora espressamente dedicata ai «commenti ai fatti del giorno», una trasmissione della sera molto seguita: a un certo momento, per alcune sere del 1943, le conversazioni dei giornalisti del regime vengono interrotte da una voce, presto definita ‘‘lo spettro’’, che arriva da un misterioso centro-radio sovietico capace di inserirsi sulla lunghezza d’onda della radio italiana. L’organizzatore di quelle trasmissioni pirata e` Luigi Polano (n. Sassari 1897); e` lui che presta la voce alle interruzioni, le battute, le risposte immediate alle affermazioni dei giornalisti fascisti. Da dove avvenissero le trasmissioni della «voce della verità» non si sa, ne´ Polano, che rievocava con allegria orgogliosa quell’esperienza, ha mai voluto rivelarlo; E. D’Onofrio ha scritto: «Tra le tante ipotesi sulla loro dislocazione, non mancarono quelle che Radio Milano Libertà (e Polano) trasmettessero dalle Alpi o da impianti mobili spostantisi da una regione all’altra del Paese. E` uno dei segreti del PCI, destinato forse a restare per sempre tale, dopo la scomparsa di Togliatti che certo ne era il maggiore conoscitore».

S’allarga anche l’opposizione sardista, alla quale filtrano attraverso canali misteriosi – cui non sarebbero estranei elementi antifascisti che fanno parte dello stesso SIM (Servizio Informazioni Militari, l’organismo di intelligence dell’esercito) – le notizie sul progetto che in realtà Lussu ha perseguito sin dall’inizio del conflitto: quello d’uno sbarco in Sardegna di commandos, capace di innescare nell’isola, attraverso la guerriglia di montagna, un focolaio di ribellione dell’intero Paese al regime. Questo progetto, che Lussu nel 1941 va a discutere a Londra e negli USA (Lussu ha raccontato quelle vicende nel suo Diplomazia clandestina), sarà accantonato per la diffidenza degli Alleati, ma soprattutto per la stessa decisione di Lussu di non dargli corpo sinché gli Alleati non avranno preso impegni precisi sul destino dell’Italia dopo la fine del conflitto. Ma uno scambio di lettere fra Lussu (da Lisbona) e Giacobbe (che sta a Boston) viene intercettato dal servizio segreto inglese, che se ne serve per organizzare lo sbarco di due agenti sulla costa orientale dell’isola. La vicenda si svolge nel gennaio 1943 e ancora oggi non e` del tutto chiara: e` sicuro che i due, appena a terra, si consegnano ai Carabinieri (o vengono presto scoperti), e nel loro materiale viene trovata una piantina che porta al podere che l’avvocato Salvatore Mannironi, noto antifascista, ha presso Nuoro. La polizia arresta lo stesso Mannironi, suo fratello Cosimo, il sardista Ennio Delogu, loro amico, e il mezzadro dei Mannironi sotto l’accusa gravissima di spionaggio, senza che nessuno di loro abbia in realtà potuto avere modo di entrare in contatto non solo con elementi stranieri ma con lo stesso Giacobbe o con Lussu (la totale estraneità di Mannironi al fatto verrà chiarita nel dopoguerra nel corso di un processo intentato dall’uomo politico nuorese a dei giornali di destra che lo avevano accusato di essere stato «al servizio degli inglesi»; ma intanto Mannironi, condotto nella penisola, rischierà la morte nel bombardamento del campo di concentramento di Isernia dove e` tenuto prigioniero sino all’autunno del 1943). Intanto Lussu, abbandonato il suo progetto, e` tornato in Francia, unico dei leader dell’antifascismo italiano (lo ha ricordato anche Giorgio Amendola in un’intervista) che, pur avendo raggiunto il territorio libero, decide spontaneamente di riprendere il proprio posto nell’Europa occupata. Dopo aver partecipato alla Resistenza francese (così come, dopo l’occupazione di Parigi, aveva diretto da Marsiglia la complessa operazione attraverso la quale antifascisti ed ebrei di ogni parte d’Europa venivano salvati dalle mani delle SS: un nitido resoconto ce ne ha lasciato sua moglie Joyce in Fronti e frontiere), tornerà in Italia nell’agosto del 1943, per prendere poi parte alla difesa di Roma e alla Resistenza romana durante l’occupazione tedesca. Nello stesso periodo Velio Spano e` in Tunisia, dove lavora alla riorganizzazione del PC tunisino: per questa sua attività, per due volte, nel marzo e nel giugno del 1942, tribunali militari della Francia di Vichy lo condanneranno a morte in contumacia. Dopo aver diretto la propaganda antifascista fra i resti dell’esercito italiano di Libia, dalla sconfitta di El Alamein alla liberazione di Tunisi (aprile 1943), tornerà in Italia il 16 ottobre di quell’anno, per guidare la ricostruzione del partito nel Sud liberato.

Anche nelle forze armate presenti nell’isola serpeggiava già la sfiducia, e fra molti ufficiali sardi veniva prendendo consistenza un gruppo di ‘‘sardisti’’ (così li chiamava lo stesso generale Basso) che da una parte tendevano l’orecchio alle notizie su Lussu, dall’altra pare non fossero estranei a un abbozzo di complotto che avrebbe dovuto – secondo i partecipanti – costituire un governo separatista, sotto la protezione degli Alleati. Il progetto, che avrebbe dovuto portare al ‘‘pronunciamento’’ di interi reggimenti di stanza nell’isola, non andò più avanti della sua prima ideazione, ma la polizia eseguì perquisizioni nelle case di molti ufficiali, fra cui quella del medico Ferruccio Oggiano, che non nascondeva le sue simpatie lussiane. Il 25 luglio non arrivò inaspettato.Testi della propaganda antifascista (il messaggio da Montevideo di Carlo Sforza, copie del giornale del Pd’A‘‘Italia libera’’, esemplari dattiloscritti del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli) circolavano fra militari e civili, mentre l’opposizione interna produceva altra propaganda d’origine locale, come il giornale dattiloscritto ‘‘Avanti Sardegna!’’, redatto fra il giugno e l’agosto del 1943 dai sassaresi Mario Berlinguer, Michele Saba, Salvatore Cottoni, o come i volantini che, ‘‘stampigliati’’ dallo stesso Cottoni, da Antonio Borio e da Giuseppe Dessi`(già scrittore di rinomanza nazionale, allora provveditore agli studi di Sassari), erano stati diffusi a Sassari nella primavera del 1942, o come il ‘‘Manifesto del Partito socialdemocratico sardo’’, redatto da Dessi`, Borio, Cottoni e Francesco Spanu Satta, che riprendeva sostanzialmente il programma del primo sardismo: «Repubblica federale Italiana, decentramento amministrativo dello Stato, autonomia amministrativa della Sardegna, autonomia doganale, istituzione di un Consiglio Generale Sardo e di un Consiglio provinciale con poteri normativi su alcune materie e su determinate zone della vita economica». Ma per gli alti comandi «la guerra continuava»: gli antifascisti sardi che all’indomani del 25 luglio si riunirono nella piazza centrale di Sassari (fra cui M. Berlinguer e il socialista Gavino Perantoni) furono arrestati per ordine dell’autorità militare.

Durante l’estate la Sardegna ospita Mussolini: reduce da Ponza, arriva il 7 agosto a La Maddalena e viene rinchiuso a Villa Webber, un bianco villino, proprietà dell’Ottocento d’un inglese, nel verde della campagna isolana. Vi resterà, guardato a vista dai Carabinieri, sino al 22 agosto, quando la notizia che Otto Skorzeny (l’ufficiale che poi lo libererà sul Gran Sasso) sta progettando un colpo di mano e aerei tedeschi hanno sorvolato l’isola a bassa quota, lo faranno trasferire in tutta fretta. In quei quindici giorni Mussolini parla solo col parroco di La Maddalena, don Salvatore Capula (che in seguito terra` il segreto piu` assoluto su quello che Mussolini gli ha detto – o anche, sostengono alcuni, non gli ha detto). Alla donna incaricata di lavargli la biancheria il Duce lascerà un libro in cui la dedica e` firmata «Mussolini defunto». Su questo tema si scambia dei biglietti anche col medico della Maddalena, Aldo Chirico, che in seguito scriverà un interessante opuscolo, Mussolini prigioniero a La Maddalena, al quale peraltro scoperte recenti mostrerebbero che manca la notizia più interessante, l’accenno a un piano di fuga di cui Chirico stesso – secondo un biglietto autografo di Mussolini appena scoperto (2005) – sarebbe stato l’intermediario. Il 22 agosto un idrovolante con le insegne della Croce rossa preleva Mussolini dalla baia antistante Villa Webber e lo trasferisce nella penisola.

L’8 settembre ha in Sardegna uno svolgimento unico fra tutti i tragici scenari cui l’armistizio da` vita in Italia e fuori d’Italia. Il generale Basso, interpretando molto estensivamente la ‘‘Memoria O.P. 44’’ del Comando Supremo che dava l’ordine di opporsi alle prevedibili reazioni tedesche alla notizia dell’armistizio, accordo` immediatamente ai tedeschi la garanzia che avrebbero potuto lasciare l’isola indisturbati. C’erano in Sardegna, a quel momento, due corpi d’armata, il XXX, a nord, che comprendeva la divisione di fanteria Calabria, una divisione e una brigata costiere, e il XXI, a sud, che comprendeva la divisione Sabaudia e due divisioni costiere, piu`, nella riserva, la divisione Bari, un’altra divisione costiera (seppure in via di formazione), e un raggruppamento motocorazzato forte di circa 5000 uomini, e infine la divisione paracadutisti Nembo, che si era battuta valorosamente in Africa settentrionale: in tutto – secondo i calcoli di Bruno Anatra – 5108 ufficiali e 126 946 soldati. I Tedeschi avevano, concentrata nella zona centrale dell’isola, la 90.ma divisione corazzata comandata dal generale Lungerhausen, composta dai resti di alcuni reggimenti dell’Afrika Korps di Rommel: in tutto circa 30 000 uomini, con un numero di grandi carri (che Basso calcolava, con larga approssimazione, in due o trecento unita`). Lungo la dorsale Oristano-Macomer- Ozieri -Tempio i tedeschi – usando anche automezzi messi a disposizione dallo stesso Basso, e seguiti a distanza dai reparti italiani in uno strano inseguimento ‘‘al rallentatore’’ – si avviarono ai porti d’imbarco verso la Corsica, Palau e Santa Teresa Gallura. Fu una marcia quasi senza incidenti: il 9 settembre, in un confuso episodio presso Baressa, veniva ucciso un giovane contadino di 17 anni, e al posto di blocco stabilito dal 132º reggimento fanteria sul Ponte Mannu del Tirso, al comando del ten. col. Sardus Fontana, iglesiente, già combattente della Brigata ‘‘Sassari’’ nella prima guerra mondiale, ci fu un breve scontro a fuoco; gli italiani ebbero un morto e 6 feriti, i tedeschi lasciarono sul terreno 2 morti ed 8 feriti. Il punto-chiave dell’intero piano era l’isola della Maddalena. Collocata sulla rotta fra la Sardegna e la Corsica, ma soprattutto armata con numerose batterie di marina, La Maddalena era ancora una delle più munite piazzeforti d’Italia; non per niente vi era stato tenuto prigioniero Mussolini e nell’imminenza del 8 settembre si era pensato di far riparare lì, insieme con parte della flotta, la famiglia reale: lungo la rotta protetta da La Maddalena si muove la flotta italiana, il 9 settembre, quando, al largo dell’isola dell’Asinara, viene affondata la corazzata Roma, in navigazione verso i porti alleati. (Tra i 1953 morti, 25 erano sardi, fra cui il guardiamarina Angelo Brozzu, 21 anni, e il sottotenente di vascello Stanislao Palomba, 22 anni, cagliaritani).

Carlo Avegno

La battaglia di La Maddalena 

Dunque, assicurarsi La Maddalena e` per i tedeschi un passo assolutamente necessario sulla strada per la Corsica. Alle 12,30 del 9 settembre un ufficiale germanico, il comandante Unes, si presenta al circolo ufficiali dove i suoi ‘‘colleghi’’ italiani si sono appena seduti a tavola dopo un rapporto tranquillizzante tenuto dal comandante della piazza, l’ammiraglio Bruno Brivonesi, e con la pistola in pugno, affiancato da due soldati armati di Machinepistolen, li dichiara tutti prigionieri. Inizia una vicenda in cui incomprensione, tendenza al compromesso e viltà dei capi si mescolano con l’eroismo di uomini che non vogliono arrendersi. A capo dei ‘‘ribelli’’ si mette il capitano di vascello Carlo Avegno, già comandante dell’Accademia Militare di Livorno. E` Avegno che tesse la trama dei contatti, tenuti da portaordini e messaggeri anche occasionali, fra i diversi reparti di stanza nell’isola, molti dei quali non sono concentrati nell’abitato di La Maddalena, ma dislocati lungo gran parte del perimetro costiero. Avegno e il suo braccio destro, l’ufficiale Rinaldo Veronesi, raccolgono attorno a se´ un manipolo di coraggiosi, in cui, insieme con alcuni civili, ci sono marinai (tre plotoni, un centinaio di uomini), soldati e il reparto speciale dei Carabinieri della Stazione Marina, una trentina di uomini per due terzi sardi, comandati dal maresciallo Antonio Ledda. L’attacco alle postazioni tedesche, fissato per la notte del 12, e` spostato alla mattina del giorno dopo. Mentre Avegno e i suoi uomini presidiano la porta di ponente dell’Arsenale, un commando di Carabinieri, guidato dal vicebrigadiere Enzo Mazzanti, aggira le posizioni tedesche e raggiunge un reparto di fanteria dislocato al lato opposto dell’isola; un commando di marinai, guidato da un sottufficiale esperto in telecomunicazioni, porta via dall’isola Chiesa una ricetrasmittente con cui si lanciano messaggi in Corsica e a Malta alla ricerca di Supermarina: da Malta si limitano ad accusare ricevuta, dalla Corsica si ordina di attaccare i tedeschi a ogni costo. Questa e`, a quel punto, anche la decisione del generale Basso, che soltanto la sera del 12 ha finalmente capito il senso della Memoria O.P. 44, anche perché ha ricevuto l’ordine ‘‘5V’’ che dice: «Urge attuare con massima decisione la memoria 44, facendo fuori rapidamente comando e reparti tedeschi che si trovino ovunque in Sardegna et Corsica alt a tale scopo si rende indispensabile impedire passaggio 9 0 .ma divisione dall’una all’altra isola». Ma Basso, in quel momento, è ancora a Sassari, dove inutilmente un gruppo di antifascisti, capeggiati da Giuseppe Dessi`, gli ha chiesto che si diano armi ai civili per partecipare alla lotta contro i tedeschi. E intanto ha fatto rispondere al Comando Supremo che nessun attacco sarebbe stato possibile prima del 17, data nella quale – comunque – sarebbero scaduti gli otto giorni di tempo assegnati a Lungerhausen per portare i suoi uomini fuori dalla Sardegna. Alle 9,30 scoppia la battaglia. Per reagire a un gruppo di tedeschi che si e` impadronito di una motozattera italiana, la batteria di punta Tegge apre il fuoco su di loro. Avegno porta i suoi fuori dalle caserme e punta sul comando, dove sono prigionieri Brivonesi e l’ammiraglio Bona. Lo scontro dura cinque ore. Alle 17 i tedeschi chiedono la tregua, con l’impegno di liberare Bivonesi e gli altri ufficiali. Ma 24 italiani sono già caduti in battaglia: fra questi, a Villa Bianca, cade il carabiniere Giovanni Cotza, di Muravera; accanto a lui cade Avegno, colpito a morte da una raffica di mitraglia (sara` decorato di medaglia d’oro al V.M.); al suo fianco muore Veronesi, e, tra gli altri, cadono i sardi Giovanni Serra, caporale, di Aggius, e Vittorio Murgia, caporalmaggiore, di Cagliari. I Tedeschi hanno avuto nello scontro 8 morti, 46 i feriti fra gli italiani, 24 i feriti fra i tedeschi: «Questa giornata – ha scritto in un suo memoriale inedito un ufficiale medico sardo che partecipo` alla battaglia, Giommaria Dettori assunse la fisionomia non di uno scontro contro soldati, ma quella di una battaglia tra dei soldati e dei gruppi di insorti, tanto la condotta finì per polarizzarsi sulla buona volontà e sull’entusiasmo dei singoli in contrasto con la perfetta inquadratura delle truppe tedesche». Nelle cupe giornate dell’8 settembre, anche in Sardegna, come ha scritto Dettori, «l’unico sprazzo di luce sono loro: i morti, i poveri ragazzi che ho visto soffrire e morire e di cui un ufficiale scrisse su un rapporto: il merito di quello che e` stato fatto, almeno di quello che ho visto, e` tutto unicamente della gente che ha trovato da se´ la strada della dignità e dell’onore». La ‘‘battaglia di La Maddalena’’ e` uno dei primissimi episodi della Resistenza italiana. Il 15 l’ultimo tedesco lasciava La Maddalena. Il giorno prima, a Tempio, Basso e Lungerhausen avevano pranzato insieme, ribadendo i termini del ‘‘contratto’’ precedente: per quel ‘‘contratto’’ Basso sarebbe stato accusato di «omessa esecuzione di incarico», arrestato nell’ottobre del 1944 e dopo una lunga detenzione, assolto il 28 giugno 1946 da un tribunale militare. Con i tedeschi avevano lasciato la Sardegna anche due compagnie della Nembo. Il vice-capo di Stato Maggiore, il colonnello Alberto Bechi Luserna, che aveva tentato di opporsi alla loro decisione di continuare la guerra a fianco degli antichi ‘‘alleati’’, era stato ucciso presso Macomer da un capitano delle compagnie ‘‘ribelli’’. Il suo corpo, portato via in un sacco, fu gettato in mare nello stretto di Bonifacio. «Per qualche tempo dei paracadutisti si vantarono di aver sparato sul colonnello ‘‘traditore’’ – ha scritto Francesco Spanu Satta –; altri cercarono poi di costruire una versione dei fatti che scagionava i responsabili, a carico dei quali si intendeva aprire un processo; altri, infine, si liberarono dallo sgomento di quelle giornate sarde andando a combattere tra i partigiani».