Il monumento di Ismailia

Questo articolo è il risultato di una ricerca appassionata tesa a dimostrare, ancora una volta, il frutto del lavoro degli scalpellini di Cala Francese e ribadire la qualità della pietra estratta, che si presta, per la sua resistenza alla compressione (2439 kg/cmq), anche alla realizzazione di opere architettoniche, monumentali e statuarie.

Sfatato ogni dubbio sulla provenienza del granito del basamento della Statua della Libertà a New York, estratto nelle cave della località Stony Creek, nello stato del Connecticut (USA), intendo descrivere una delle opere scultoree più significative realizzate nella cava maddalenina.

Ritengo giusto fare una cronologia storica sul Canale di Suez e sulle guerre che si sono combattute tra turchi e inglesi per questa importantissima via d’acqua, per arrivare, quindi, alla progettazione del monumento, alla scelta del materiale e alla collocazione dello stesso nella località di Ismailia. Il canale di Suez Il canale di Suez, che collega il Mediterraneo al Mar Rosso, ha permesso e permette ancora oggi alle navi di recarsi in Oriente, verso l’India, la Cina, il Giappone, senza circumnavigare l’Africa.

Milioni di tonnellate di derrate alimentari, minerali, petrolio, stoffe pregiate e schiavi hanno attraversato, da Porto Said fino a Suez e viceversa, questa arteria che collega il Mediterraneo con il Mar Rosso. Essa fu scavata sotto la direzione di Ferdinand de Lesseps, diplomatico francese che era stato console al Cairo ed aveva compreso l’importanza che avrebbe costituito per gli scambi commerciali la creazione di questa via di navigazione accessibile alle navi di grosso tonnellaggio; il canale misura centosessantuno chilometri di lunghezza, ha una larghezza che varia da ottanta a centocinquanta metri e una profondità di circa 12 metri; ai lavori per la sua realizzazione avevano partecipato più di quarantamila operai egiziani sotto la direzione di mille tecnici. Iniziato nel 1859, venne inaugurato il 17 novembre 1869 alla presenza dell’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, di parecchi sovrani europei e di numerose personalità francesi e straniere. Una flotta di ottanta navi, fra cui cinquanta da guerra, salpò da Porto-Said verso il Mar Rosso.

Il canale di Suez fu allora aperto al traffico internazionale. Gestito inizialmente da una società, di cui la Gran Bretagna era la principale azionista fin dal 1875, esso divenne proprietà dell’Egitto nel 1956. Nel 1854 Ferdinand de Lesseps aveva ottenuto da Mohammed Said la concessione per l’apertura dell’istmo. Era stata, quindi, costituita una «Compagnia Universale per il canale marittimo di Suez» con un capitale di 200 milioni di franchi suddivisi in 400.000 azioni di 500 franchi ciascuna: secondo il trattato, la stessa Compagnia avrebbe gestito l’opera per novantanove anni; l’Egitto si riservava il quindici per cento dei proventi. Tra i vari progetti per la realizzazione prevalse quello elaborato dall’italiano Luigi Negrelli.

I lavori iniziati nel 1859 durarono dieci anni. Il regime giuridico internazionale del canale, dopo che, nel 1875, il sovrano d’Egitto Ismail, per far fronte al grave deficit dello stato, era stato costretto a cedere alla Gran Bretagna la propria quota azionaria, fu definito dalla Convenzione di Costantinopoli del 1888. Essa restò in vigore fino al 23 luglio 1956, data in cui il presidente Nasser annunciò la nazionalizzazione del canale da parte dello stato egiziano.

Luigi Negrelli entrò nel faraonico progetto attraverso il gruppo italo-tedesco-austriaco costituitosi il 2 gennaio 1847 (al quale concorrevano anche le Camere di Commercio di Venezia e Trieste, il Comune di Trieste e i Lloyd della stessa città) in concorrenza con il gruppo inglese capitanato da Stephenson e quello francese guidato dall’ing. Paulin Talabot.

Il 2 gennaio del 1856 la Commissione Internazionale presentò le proprie conclusioni, favorevoli alla costruzione della grandiosa opera d’ingegneria idraulica. Il 23 giugno dello stesso anno la commissione si riunì di nuovo per esaminare le questioni relative ai tracciati, scegliendo tra i tre, quello proposto, già nel lontano 1847, da Luigi Negrelli: un canale privo di chiuse e il più possibile in linea con la natura del terreno.

Gli inglesi i turchi e la guerra per il canale

La presenza degli inglesi nel canale risale al 1876, allorché il Governo di Londra venne in possesso di 176.602 azioni della “Compagnia del Canale” diventando così proprietario di circa il 44% del totale. L’importanza del canale, per la sicurezza garantita alla via dell’India, faceva sì che i pedaggi per il transito fossero controllati e mantenuti entro limiti tali da assicurare le spese di esercizio e una rimunerazione equa agli azionisti.

Allo scoppio della guerra russo-turca nel 1877, la Russia chiese di poter sbarcare truppe nella zona del canale considerato come territorio nemico, ma gli inglesi avvertirono che qualsiasi tentativo da parte dei due contendenti di bloccarlo avrebbe obbligato la Gran Bretagna a recedere dal suo atteggiamento di neutralità passiva nel conflitto.

La situazione politica dell’Egitto nel 1914 era piuttosto complessa: se da un lato faceva parte dell’impero turco, dall’altra risultava essere sotto il protettorato britannico; nell’agosto dello stesso anno l’Egitto dichiarava di essere in guerra con i nemici della Gran Bretagna.

Le preoccupazioni principali per Inghilterra ed Egitto erano sostanzialmente due: l’esercito turco, dal quale ci si aspettava un attacco imminente in Palestina e la sicurezza interna del paese, considerato che la stragrande maggioranza dei capi arabi erano antibritannici. Così l’interesse del governo inglese era divenuto, oltre che economico, anche strategico e politico. Allo scoppiare della grande Guerra Mondiale, la Gran Bretagna occupò tutti i punti strategici lungo il canale per assicurare la libertà di transito. Molte precauzioni furono prese in tal senso perché si sapeva che i Turchi volevano impadronirsene per tagliare le comunicazioni dell’impero britannico e conquistare l’Egitto.

Per garantire la sicurezza del canale vennero dislocati sulle rive circa 70.000 uomini di sua maestà; molti facevano parte dell’esercito indiano e a guidare questo esercito fu chiamato il generale John Maxwell, un veterano in servizio da moltissimi anni in Egitto e Sudan; successivamente a dare man forte alle truppe arrivarono sul posto il 1° corpo d’armata dell’esercito della Nuova Zelanda e quello australiano.
Le prime schermaglie della guerra ebbero inizio, nel novembre del 1914, fra una pattuglia del corpo d’armata inglese e soldati beduini turchi, nella zona di El Kantara, a cui fecero seguito altre piccole incursioni; l’attacco turco, ormai imminente, iniziava a prendere forma quando, nel gennaio del 1915, due divisioni a cavallo e cammello cercarono di bloccare la città di Ismailia e impedire il rifornimento dell’acqua potabile alle truppe inglesi. Un ricognitore britannico riuscì ad identificare una grande colonna in marcia verso il canale; furono allertate le navi inglesi e francesi presenti nella zona che aprirono il fuoco, fermando temporaneamente l’avanzata dell’esercito turco.

Lo sforzo di attraversare il canale da parte dei turchi con pontoni e zattere si concluse con la perdita di circa 1500 uomini; questa grave sconfitta non mutò i propositi di conquista e, nonostante la cattiva organizzazione e lo scarso equipaggiamento, le incursioni continuarono. Moltissimi furono gli attacchi che, sebbene i turchi riuscissero a raggiungere quasi sempre le rive del canale, furono sempre respinti. Nel febbraio del 1915 il generale Jemal Pascià (comandante dell’8° corpo d’armata turco in Palestina) forte di 20.000 uomini sferrò un’offensiva contro gli inglesi nelle località di Ismailia ed El Kantara, con lo scopo di mettere a soqquadro le retrovie britanniche; questa operazione, con attacchi sanguinosi, non ebbe successo: la reazione dell’armata di lord Kitchener fu pronta e fece fallire i propositi turchi di conquistare il controllo del canale. La posizione britannica si trasformò prudentemente da difensiva in offensiva: nel mese di dicembre 1915 vennero formate tre nuove linee di difesa, costituite da 12 divisioni e posizionate nell’entroterra egiziano e nei punti strategici del canale, mentre le ferrovie per il Cairo venivano raddoppiate per consentire un maggior rifornimento di uomini, armi e viveri. L’armistizio con i turchi, firmato il 31 ottobre 1918, pose fine alla guerra.

Il monumento alla difesa del canale

Gli avvenimenti bellici appena descritti, spinsero la Compagnia Universale del Canale di Suez a erigere un monumento in commemorazione dei caduti per la difesa del canale. Progettato dall’architetto francese Michel Roux Spitz, esso fu concepito in modo da esser visto dalle navi che transitavano nel passaggio e fu, perciò, destinato alla località di Jebel Mariam, un’altura vicina al mare e situata nei pressi della cittadina di Ismailia.

Nel 1925, la Società Esportazione Graniti Sardi venne a conoscenza del progetto e decise di mettere a disposizione dell’architetto e della Compagnia del Canale il proprio materiale da costruzione; effettuate le prove di resistenza meccanica e scelto il campione definitivo, il 23 agosto 1926, venne firmato il contratto per la fornitura dei conci della base e dei due grandi piloni e successivamente (dicembre 1927) quello per i pezzi lavorati delle due statue.

La fornitura complessiva fu di circa 5000 conci di granito lavorato per un peso di circa 4730 tonnellate. Il materiale fu trasportato a Ismailia con i vapori “Luisa” e “Adone”. La base del monumento, dove poggiano i due piloni e le statue, è stata eseguita in conci lavorati a punta grossa per un’altezza di metri 2,80. Il muro di sostegno delle due rampe, lunghe circa 130 metri ciascuna, che immettono al grande monumento, è stato eseguito anch’esso in conci lavorati e riporta, a rilievo, la scritta “1914 Defense Du Canal De Suez 1918”. I piloni, alti 38 metri, sono rastremati nei tre lati esterni, mentre in quello interno risultano perfettamente verticali; la lavorazione è stata eseguita con punta media e quindi con finitura liscia. Purtroppo la guerra ha lasciato i segni evidenti del suo passaggio: sugli spigoli e sulle facciate sono stati sparati proiettili di grosso calibro che hanno, in parte, rovinato quest’opera monumentale.

Le statue, alte circa 9 metri e rappresentanti l’intelligenza portatrice della fiaccola e la forza posta a guardia dei destini del Paese, furono ideate dallo scultore parigino Raymond Delamarre e realizzate da provetti scalpellini della Società Graniti Sardi, sotto l’attenta sorveglianza del signor Attilio Grondona, proprietario delle cave di cala Francese, e dei signori Guerin, Santelli e Cardinale, anche essi scultori, che all’occorrenza intervenivano nel lavoro di finitura. I modellini in gesso delle due statue, ancora oggi conservati nei locali della cava, facevano bella mostra di sé nell’ufficio dell’impresa insieme ai disegni dei particolari: la fiaccola portata dalla figura rappresentante l’intelligenza che guida e governa la forza delle armi, le pieghe dei lunghi abiti appena interrotte dal leggero accenno di movimento, le enormi ali aperte. Il compito di realizzare i pezzi era stato affidato agli scalpellini più bravi, quelli che da tempo avevano superato la generica lavorazione dei tacchi per la pavimentazione stradale e che, quindi, potevano affrontare, senza pericoli di errori, una vera scultura.

Prima di inviare i pezzi sezionati e numerati in modo da poter essere ricostruiti senza difficoltà sul posto, le statue furono assemblate a secco nella cava perché si fosse certi che le varie parti combaciassero perfettamente: la meraviglia di quella opera attirava gruppi di visitatori che dalla Maddalena si recavano in cava e venivano immortalati, nelle foto ricordo, insieme agli scalpellini, giustamente orgogliosi del loro lavoro che dava lustro all’intera città. Tutti i pezzi furono definitivamente assemblati sul posto da operai dei Servizi Tecnici della Compagnia del Canale di Suez. Riporto integralmente, il testo in italiano tradotto dall’originale in francese, della certificazione di provenienza del materiale da costruzione, sulla qualità e conformità dei campioni forniti, a firma dell’Ingegnere capo della Compagnia Universale del Canale di Suez, Paul Solente.

Monumento Commemorativo della Difesa del Canale di Suez

Attestato

Io sottoscritto: Paul Solente, ingegnere capo della Compagnia Universale del Canale di Suez certifico che i blocchi di granito utilizzati per la costruzione dei pressi di Ismailia (Egitto) di un monumento della difesa del canale di Suez, provengono dalle cave di Cala Francese nell’isola di La Maddalena (Sardegna). Questo monumento edificato tra il 1927 e il 1930 su un’altura sulle rive del canale è composto da due grandi piloni poggianti su tre basi sovrapposte e da un muro di sostegno e contenimento dell’altura di faccia al canale.

L’insieme è completato da due figure ieratiche simboleggianti la “forza messa al servizio della civiltà”. L’altezza del monumento è di 45 – 50 mt. E il muro di recinzione è lungo 240 mt.; le statue sono alte 8 mt. La Società Esportazione Graniti Sardi ha fornito e tagliato i blocchi dei piloni, delle basi e del muro di recinzione secondo le indicazioni dell’Architetto del monumento Michel Roux Spitz, vincitore del Gran Premio di Rpma; essa ha eseguito la scultura delle figure ieratiche sotto la direzione dello scultore Raimond Dellamarre, ugualmente vincitore del Gran Premio di Roma. La cubatura totale della fornitura, trasportata sul posto a cura di questa società, è stata di 2028 mc. Malgrado l’importanza di questa fornitura l’insieme della costruzione è stata eseguita in meno di tre anni.

La qualità della pietra è stata ben conforme ai campioni forniti e la misura dei blocchi ha risposto nel suo insieme alle condizioni fissate dal mercato. Si può concludere dicendo che la fornitura venne eseguita con la massima precisione per quanto riguarda i contratti stipulati fra le parti, i tempi di consegna, la lavorazione e la bellezza del granito; si deve evidenziare, infine, il ruolo importante che hanno avuto gli scalpellini di Cava Francese per la realizzazione del monumento che si pone fra le più pregevoli e gigantesche opere d’arte dell’industria estrattiva italiana.

Bibliografia:

Società Esportazione Graniti Sardi 1932 Il granito delle cave di Cala Francese nell’Isola La Maddalena pp. 46-51
Villari L. 1937 Il canale di Suez pp. 6-9
Monti A. 1940 Il canale di Suez e le rivendicazioni italiane pp. 33-46 61-63
Italia Nostra 1986 Gli scalpellini e la vita di Cava Francese pp. 1-41

Tommaso Gamboni