Il primo ampliamento della Chiesa

La data della di consacrazione e dedicazione della nuova chiesa della marina (l’attuale parrocchia di Santa Maria Maddalena), si è sempre presunto fosse l’autunno del 1782 sulla base di una serie di indizi, tra cui la nomina da parte del Consiglio Comunitativo del primo sacrestano (agosto 1782) e le espressioni di compiacimento del viceré sullo stato dell’opera, disegnata dall’ingegnere militare Marciot e costruita dal cannoniere-muratore maddalenino-milanese Domenico Por. Documenti d’archivio successivamente rinvenuti ci permettono di essere più precisi rispetto alla data di avvio, sebbene ancora una volta con un indizio indiretto anche se stavolta molto preciso.
Il capitano De Nobili, corso di Nonza, comandante prima del felucone San Gavino e successivamente della mezza galera Santa Barbara, aveva costruito tra i primissimi una casa in muratura a Cala Gavetta quando, a suo dire, fu incaricato da viceré Della Marmora (1773-1777) di favorire il trasferimento della popolazione da Collo Piano alla marina. Nella sua lettera al viceré, datata 26 agosto 1780, il vescovo di Civita, in cui pur dicendo “necessarissima” la nuova chiesa a mare si sottraeva alla compartecipazione della spesa, ricordò che: “la Messa si dice adesso in giorni festivi sulla marina in casa di Monsiù E Nobili contro ogni regola della chiesa, perché non è luogo destinato né benedetto da Vescovo per tale uso sacro”. La data che ci interessa la ricaviamo da una memoria dello stesso De Nobili al viceré, datata 19 settembre 1782, proprio contro l’uso scorretto che il bailo Foassa avrebbe inteso fare della sua casa in Cala Gavetta. “Questa casa – affermava – ha servito sino ai 25 del trascorso mese di chiesa per maggior comodo di questo popolo, ed il ricorrente la concedé di ben volentieri quantunque in ogni giorno festivo si dovessero tirar fuori i pochi stracci che vi tiene”. Secondo questo documento la data che cerchiamo deve riconoscersi nella domenica 1° settembre 1782, se si ritiene, come sembrerebbe, il 25 agosto l’ultima messa domenicale officiata in casa di De Nobili. Lo stesso racconto, peraltro, dava notizia che in corso d’opera si ritenne necessario ingrandire l’edificio che risultava insufficiente per la rilevante crescita demografica che stava investendo l’isola, e che in quel periodo raggiungeva ormai i 500 abitanti. Si stipulò quindi un contratto integrativo e, mantenendo il disegno originale, si determinò per economia di allargare il corpo di fabbrica. L’operazione mostrò dopo pochi anni i nuovi limiti di capienza, essendo ulteriormente cresciuta la popolazione che nei 10 anni successivi incrementò di altri 300 abitanti, per cui il cavalier De Chevillard, comandante le mezze galere, registrò nel 1791 ben 180 famiglie per 800 anime.
Fu Felice Costantin, successore del cavalier De Chevillard al comando dell’armamento navale, che per la prima volta, nei documenti finora reperiti, ci fa conoscere dei lavori di ulteriore ampliamento e anche di trasformazione architettonica della nuova parrocchiale di Santa Maria Maddalena. In una relazione del 17 novembre 1791 al viceré, tra l’altro si legge che al suo arrivo alla Maddalena trovò un ottimo clima umano: “Ciò mi assicura la riuscita del progetto sulla chiesa che è stato unanimemente adottato tale e quale lo avete proposto, con l’ampliamento di due cappelle sui lati. Per corregger il difetto che ne è risultato allungando da 24 a 28 pezzi una chiesa che era già molto stretta in sé”. Nella stessa nota il comandante della Beata Margherita dava notizia di aver disposto per il taglio delle pietre e per procurare l’occorrente per impiantare il forno per la calce da fare in loco e, inoltre, di aver inviato una gondola a prelevare pietre di calcare alla Marmorata. “Spero di lavorare alle mura di ampliamento – terminava – e di concludere in meno di due mesi la chiesa, che gli isolani già riguardano come monumento che ricorderà la protezione che V.E. ha accordato loro”.
Purtroppo non ci sono pervenuti, o non sono stati ancora rintracciati, i testi precedenti delle note che trattavano dell’argomento, ma ciò che abbiamo trovato ci dice abbastanza sull’operazione di ampliamento che andava a correggere l’errore – secondo Costantin – dell’accrescimento longitudinale della navata del 1782. Di fatto si sa che il semplice progetto di Marciot era stato predisposto per favorire successivi ampliamenti e complementi del manufatto elementare. Adesso l’intervento aggiungeva due cappelle ai lati, con la costruzione di un vero e proprio transetto, determinando la classica architettura a croce latina, che in seguito è scomparsa, incorporata da successive ristrutturazioni che hanno voluto un’unica navata con cappelle in entrambi i lati, sino a giungere all’attuale conformazione. Solo una settimana dopo, perfino anticipando il giro di posta, De Costantin esaltava ancor più il suo entusiasmo sull’opera che lo coinvolgeva particolarmente, sino a procurargli qualche problema. “E’ con piacere – scriveva De Costantin al viceré in data 17 novembre 1791 – che ho l’onore di dire a V.E. che vedo avanzare con rapidità il lavoro della chiesa. E’ don Mossa che lunedì ha posato la prima pietra con la soddisfazione di tutta la popolazione, e che per segnalare a V.E. la ricorrenza mi hanno proposto una iscrizione che si vuole mettere al di sopra della porta e che io invio per vedere se voi gradite”.

A chi non convince la data del 1777, che pur essendo la data cruciale della decisione di far scendere alla marina la popolazione di Collo Piano, della istituzione del bailo e del consiglio comunitativo, a proposito della chiesa ha visto nel dicembre di quell’anno soltanto la redazione di un memoriale al re con cui i maddalenini chiedevano “la costruzione di una chiesa nel luogo assegnatole per fabbricare le case ed incominciare il villaggio”. Anche la data del 1791 sembra oggi un po’ troppo anticipata per come sono andate le cose a proposito di quella ristrutturazione, che solo le rosee speranze di De Costantin prevedevano di concludere in pochissimo tempo, e comunque sarebbe adeguata in riferimento alla sola posa della prima pietra. “La chiesa sarà molto graziosa – proseguiva quel comandante – ed io sono molto orgoglioso di me stesso vedendo che ero architetto senza saperlo. Noi abbiamo davanti alla chiesa una piazza di 150 piedi en quarrè e malgrado gli ostacoli che ho incontrato in rapporto agli scogli su cui è irta, credo che avrò il piacere di vederla finita contemporaneamente alla chiesa, il cui lavoro sarà un po’ rallentato per la calce i cui ho difficoltà a procuramene. Io ho tuttavia due gondole alle pietre, i cui patroni sono muniti di istruzioni giacché essi contemporaneamente servono la chiesa ed il re, che è il loro primo dovere, e che il primo non pregiudica l’altro”.
L’entusiasmo era tanto che il militare si sostituì al progettista e all’impresario, facendo tutto in economia disponendo del personale militare e dei mezzi dell’armamento. Lo zelo di De Costantin creò più problemi di quanto non ne risolveva, per cui si produsse un malessere diffuso tra i maddalenini non militari impegnati a lavorare gratuitamente insieme ai marinai delle gondole e delle mezze galere, che invece lavoravano in orario di servizio. Una tale situazione stava portando al disimpegno di entrambe le parti, a cui De Costantin tentò di mettere riparo motivando i suoi subalterni e facendo convocare dal bailo il consiglio comunitativo. In un primo tempo il consiglio all’unanimità deliberò il rifiuto di lavorare, ma due giorni dopo i consiglieri si sarebbero recati da De Costantin per chiedergli di non inviare la deliberazione al viceré, e misero a disposizione ben 100 scudi i donazioni per la ripresa dei lavori. Abbiamo un documento singolare che ci dice delle stato del lavori proprio a fine anno 1791, in un testo di tutt’altro argomento. Si tratta di una lunga memoria in cui l’ex sindaco Paolo Martinetti, raccontò al viceré le sue vicissitudini per evitare l’arresto ordinato ai suoi danni in una situazione banale, di rifiuto di prestazioni musicali, che nascondeva una vera e propria guerra fra fazioni. Nella sua fuga finì di rifugiarsi a bordo della tartana di bandiera francese del patron Francesco Franceschi che si trovava ancorata a Cala Gavetta, “non potendosi neppure rifugiare – scriveva Martinetti – in quella chiesa per essere aperta dalle sue mura, ciò che presterebbe motivo di essere assalito dal suo nemico e partito ed indi profanarsi anche quel tempio, non restandoli quindi altro rifugio che quella ricoverazione, non peraltro che per evitare ogni funesto accidente”. Molte altre notizie sul cantiere ancora aperto ci vengono dalla corrispondenza tra il bailo Carzia e il comandante di terra Riccio a metà aprile del 1792 poté informare il viceré: “che sempre si continua a travagliare a questa chiea, e tutti questi popolatori nei giorni di festa non mancano di portare pietre e arrena”.

Notizie sui lavori si susseguirono per tutto il 1792, e in particolare una dell’agosto appare importante per le informazioni che fornisce di un’area quella di Mangiavolpe e Cala Gavetta, da un decennio trasformata in un cantiere edile per la costruzione di case per la popolazione discesa alla marina. I mastri muratori Origone e Por avevano utilizzato un terreno comune per ricavarne materiale da costruzione, per cui a seguito di consistenti estrazioni si formò un’enorme buca che si riempì di acqua. Il consiglio comunitativo aveva richiesto ai due di riempire la fossa i terra e pietre per prevenire incidenti, come quello occorso al piccolo Pietro Millelire, figlio di Agostino, che nell’aprile del 1789, a solo 3 anni, annegò proprio in una buca di un cantiere piena d’acqua. La notevole spesa per tale operazione convinse il consiglio ad accettare la mediazione per una recinzione di sicurezza, e da questa buca il sindaco Antonio Ornano Pinto fece prelevare forzosamente l’acqua per continuare i lavori di completamento della volta e del coperto della chiesa. Anche da questa informazione abbiamo la conferma della qualità e quantità dei lavori del consistente ampliamento dell’originario edificio di culto. Altra nota dell’epistolario tra il comandante De Costantin e il viceré ci fornisce l’importante informazione sulla direzione dei lavori di ampliamento, affidata a certo mastro Antonio Benza, che si trovava alla Maddalena nella non invidiabile situazione di forzato. De Costantin riteneva che senza di lui non era possibile completare i lavori cha aveva avviato, e chiedeva per lui la commutazione della pena della galera in esilio nell’isola, con l’obbligo di lavorare percependo la paga dovutagli da forzato. Garantiva, inoltre, del fatto che non sarebbe evaso dall’isola, ma non poteva prevedere che da ‘forzato graziato’ venisse colto in flagrante con un grande mandillo pieno di carne di pecora tagliata a pezzi, “bene accomodata a foglie di multa” e divisa con certo Frantone, suo complice. Si trattava di una bastia del gregge che Tomaso Ornano, col socio Antonio Pinto, teneva al pascolo in una cussorgia che stava ad “un tiro di fucile, lontano dal forte Balbiano che in quel tempo si fabbricava”. I lavori a cui si riferiva De Costantin, e che a suo giudizio rendevano necessaria la disponibilità del Benza, erano, oltre l’ampliamento della chiesa, un mulino a vento e appunto, la batteria che prese il nome del viceré del momento, Balbiano. Le tre opere erano in lavorazione contemporaneamente, e ciò fece incerto il progresso dell’ampliamento della chiesa, che, a totale carico degli isolani, dovette soffrire anche di insufficienza di soldi. Provvidenzialmente, in soccorso della carenza di fondi finanziari venne una circostanza straordinaria, ed anche valorosa.
Il 9 giugno 1792 le mezze galere del re di Sardegna ebbero uno scontro armato con due galeotte tunisine nelle acque nei pressi di Aleria (Corsica). Una di esse, con 22 uomini di equipaggio, cadde preda dei sardi mentre l’altra, inseguita a cannonate dalla Santa Barbara, fu distrutta e l’equipaggio riuscì a prendere terra presso la torre di Aleria, guadagnando la montagna inseguiti stavolta dalle schioppettate dei corsi. De Costantin decise subito di cedere la propria quota della preda a favore del completamento dei lavori di ampliamento della chiesa maddalenina, e chiese altrettanto agli ufficiali, bassi ufficiali e marinai del cosiddetto armamento leggero, in gran parte maddalenini e comunque residenti all’isola, che aderirono prontamente. Non altrettanto chiese ai soldati imbarcati e ai forzati. Il viceré Balbiano informò la corte torinese della generosa determinazione presa dagli equipaggi, ricevendo, con data 25 luglio 1792, una nota di encomio sia per l’azione militare che per la generosità dell’offerta. Nella stessa il ministro Di Cravanzana diede altresì notizia che: ”S.M. ha commendato la pia intenzione dello stesso sig. vassallo e dell’equipaggio da lui comandato di cedere la porzione che loro spetterebbe sulla preda fattasi della suddivisata galeotta a vantaggio della chiesa che si sta attualmente ampliando nella stessa isola Maddalena, e secondando ben volentieri un sì religioso pensiero si è degnata di permettere che si convertono nello stesso uso i due quinti d’essa preda appartenenti al regio patrimonio. Prelevate perciò le spese del Tribunale e corrisposto sul prodotto quanto può toccare alla truppa ed ai forzati concorsi nell’azione, non avrà l’E.V. che a disporre del rimanente a favore della suddetta chiesa”. Nell’autunno-inverno a cavallo tra il 1792 e 1793 l’attenzione fu tutta assorbita dalla preparazione della difesa da paventati colpi di mano barbareschi e dai minacciati attacchi francesi dalla Corsica, e l’ultimo richiamo alla chiesa lo troviamo in una lettera del settembre di De Costantin al viceré, in cui si diceva che quei lavori avrebbero potuto essere conclusi in pochi mesi dal suo successore al comando dell’armamento marittimo. Col precipitare degli eventi il cambio fu posticipato, per cui De Chevillard lo sostituì solo nel novembre del 1793, e della ristrutturazione della parrocchiale di S.M. Maddalena non si trova più traccia nei documenti consultati. Per ora, quindi, possiamo solo ipotizzare che il tentativo franco-corso di impadronirsi manu militari dell’arcipelago maddalenino avvenne con i lavori ancora in corso, e che quindi la leggenda della palla lanciata dal cannone di Napoleone, che cadde inesplosa ai piedi della statua della santa, sia forse inesatta almeno nella parte che afferma che avrebbe sfondato il tetto, che non era stato ancora costruito, o forse appena costruito.

Racconto scritto dal ricercatore e scrittore maddalenino Salvatore Sanna, pubblicato sul settimanale isolano Il Vento nel febbraio del 2011

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