Isola di Razzoli

“E’ il tempo migliore per pescare. Di settembre i pesci abbandonano i grandi fondali e si avvicinano alla costa. Laggiù, poi, dove l’ultima isola dell’arcipelago si allunga con una striscia di scogli verso ponente, c’è sempre stato un passo d’eccezione. Le spigole arrivano a centinaia e giocano e saltano sotto gli scogli perché l’acqua è ancora tiepida e l’erba è tenera e dolce”.
Così lo sceneggiatore Franco Solinasde scriveva l’isola di Razzoli in “Squarciò”, un romanzo del neorealismo, pubblicato nel 1956. Ne fu tratto il film «La lunga strada azzurra». E’ la storia di un pescatore di frodo maddalenino vissuto realmente negli anni cinquanta. Una sorta d’eroe-bandito, coraggioso e tenace, in un mondo dove la povertà spingeva all’individualismo e all’illegalità.
L’isola è l’ultimo lembo di terra sarda e italiana che si protende verso le Bocche, prima di arrivare al confine francese.
Il suo fascino è nell’apparente asprezza, nella tormentata costa dove il granito, dai forti colori rosati, è ovunque fratturato, percorso dai filoni di quarzo e spessartite e le rocce assumono le forme più svariate; nell’imponenza di quel faro che si erge solitario ad illuminare una navigazione pericolosa in questo braccio di mare.
La vegetazione subisce l’azione costante del vento e la macchia mediterranea non assume forme elevate, ma la vita brulica a dispetto degli elementi naturali.
Razzoli ospita un’importante colonia nidificante di gabbiani corsi.
Ovunque nidifica il gabbiano reale, in consistenti colonie sia nella parte sud-ovest di Razzoli, sia nel versante nord, nelle scogliere sotto il vecchio faro.
Nella vallata che si trova al centro e al di sotto di quest’ultimo, una formazione imponente di rocce impervie ospita, nella sua sommità, il grande nido di una coppia di corvi imperiali.
Sul finire dell’inverno si possono osservare i loro voli nuziali, ricchi d’acrobazie.
E’ facile, in primavera, seguendo il richiamo delle loro alte e metalliche grida, individuare il nido in grosse nicchie nel granito, su pareti rocciose inaccessibili, gelosamente sorvegliato e difeso, dove i piccoli crescono nell’attesa di spiccare autonomamente il volo.