Itinerario: Casa Zonza

Distanza: 2 km
Tempo di percorrenza: A/R 1 h circa
Difficoltà: Turistico
Periodo consigliato: tutto l’anno
Segnavia: assenti

Imboccata la deviazione per Cala Brigantina, proseguiamo per altri 200 mt fino all’entrata del sentiero alla nostra sinistra. Lasciamo i mezzi ed iniziamo l’itinerario nell’agevole e ampio tratto fino a giungere ad una breve salita. Qui, per alcuni metri, il fondo è reso accidentato a causa di enormi radici che fuoriescono dal terreno, creando una curiosa, pittoresca trama. Sulla sinistra si può intravedere in lontananza La Maddalena, mentre a destra abbiamo una pineta mista a macchia e rocce alte, che a tratti lasciano intravedere il mare.
Con un breve fuoripista, possiamo raggiungere un punto elevato sulle rocce che ci consente di avere una veduta d’insieme del Monte Tejalone e di ammirare il versante est di Caprera, un territorio aspro e silenzioso. Quindi ci addentriamo nella prima lecceta, che cela belle rocce e numerosi resti di muretti e recinti, testimonianze delle attività agro-pastorali del passato.
Il sentiero, che ora si fa più stretto, passa attraverso la macchia bassa composta in prevalenza da cisto (Cistus Monspeliensis), e lambisce a destra (est) un canalone che arriva al mare. Un’altra ripida salita ci conduce fino alla seconda lecceta, che si distende su un pianoro tra alte pareti rocciose, meta del nostro itinerario. Consigliamo di fare questo piacevole e breve trekking al primo chiarore del giorno, quando la luce radente penetra tra i lecci (Quercus ilex) creando un’atmosfera incantata. Ed eccoci arrivati a quel che resta della casa del pastore corso Ignazio della Zonza. Solitaria ai piedi del Monte Tejalone, Casa Zonza è posta a guardia della piccola lecceta, a ridosso di una roccia non molto distante da una buona sorgente d’acqua.
Come era tradizione di quei primi abitanti, la piccola dimora costruita con grossi blocchi di granito grezzo a secco, ha un solo vano ed un’unica finestra sul lato opposto ai venti dominanti.
Verso la metà del 1700 abitavano a Caprera 15 famiglie corse che vivevano in povertà, allevando pecore e capre, coltivando, non senza difficoltà, in quel duro terreno granitico, alberi da frutta, vigneti e cereali. Costruivano le loro modeste abitazioni nelle zone centrali delle isole maggiori tra la fitta macchia, al sicuro dalle incursioni dei pirati che imperversavano nell’Arcipelago. Molti di essi erano anche dei banditi ricercati per vari reati e quasi tutti erano dediti al contrabbando.
Nei mesi estivi, periodo in cui le incursioni dei pirati si facevano più insistenti, le famiglie abbandonavano le isole per tornare a Bonifacio, dove potevano vendere i loro prodotti e battezzare i propri figli. In quelle occasioni, prima di lasciare Caprera, nascondevano i loro miseri averi all’interno di tafoni e tra gli anfratti delle rocce.

Fabio Presutti – Massimiliano Doneddu

Curiosità

Al 24 marzo 1766 i capi famiglia Corsi erano 19 alla Maddalena e 15 a Caprera. Tra i capi famiglia di Caprera era annoverato Ignazio della Zonza, cioè proveniente dalla Comune di Zonza, paese del sud della Corsica. Al 24 aprile 1767 gli abitatori Corsi erano 114 alla Maddalena e 71 a Caprera. La loro attività era di allevatori al servizio dei padroni Genovesi di Bonifacio. Erroneamente ancora oggi, li definiscono contrabbandieri, ma questo è falso poiché i Genovesi di Bonifacio erano cittadini della Repubblica di Genova ed avevano diritto di commercio esente da dazi, di porto d’armi e di domicilio entro Bonifacio. Al 14 ottobre 1767 la spedizione militare del Re di Sardegna occupa La Maddalena e Caprera.

Questa era una delle poche casette di cui si conoscevano proprietari e un minimo di storia. Da questa casetta il vecchio Zonza, che viveva con la figlia, temendo una aggressione notturna, dopo aver sentito i cani latrare, era uscito nottetempo e uditi brusii di voci e movimenti sospetti tra le piante, dopo aver chiesto inutilmente “chi va là”, si era messo al sicuro sparando nel buio. Mentre ricaricava, c’era stato un rumore più forte tra le frasche, e dei passi che si allontanavano di fretta. Il mattino successivo si trovarono delle chiazze di sangue, ma dei fuggitivi non si seppe più nulla. Si seppe poi che si trattava di due individui che probabilmente si erano recati alla “casa bianca” per attentare alla vita del generale. Garibaldi minimizzò, ma la notizia si sparse in fretta e raggiunse i giornali in Italia.

Oggi a Caprera, sotto Teialone, c’è Poggio Zonza, luogo appartato, non visibile ai Saraceni predatori, vicino a fonti di acqua: lì si trovano i resti di una dimora degli abitatori Corsi. È costituita da due monolocali con ingresso e un’unica finestrella a levante (a riparo dei venti dominanti) e un piccolo forno all’esterno della parete di ponente; Prima del 1767 e per qualche anno dopo le “baracche” o “capanne” erano coperte in verde secondo la seguente tecnica: “travi di sivine e ramaglie da intrecciarsi a due o tre corsi uno contrario all’altro, in modo che l’acque pluviali non possono trapelare”.

Le due famiglie Zonza, di Caprera e Maddalena, erano allora indicate come Poliza o Pelissa (a seconda degli scritturali).
Il tutto resiste a stento da 250 anni: in altri luoghi sarebbe un monumento da conservare. Vedi anche: La famiglia Zonza abitante a Caprera