La battaglia del grano

Nel 1995 fu lanciata in Italia una singolare campagna alla quale aderirono numerosi panettieri nelle cui rivendite era possibile, nel fare gli acquisti, pagare del pane in più da mettere poi a disposizione di coloro che trovandosi in ristrettezze economiche non avevano la possibilità di comprarlo. L’iniziativa, tendente a rivalutare quello che unitamente alla pasta è il principale alimento degli italiani e di quasi tutti i popoli del mondo (non a caso il motto della FAO è “fiat panis”), ebbe scarso successo; e non tanto per la mancata adesione dei panettieri o della scarsa generosità dei compratori quanto per la ritrosia e la riluttanza dei destinatari. Certamente servì però ad attirare l’attenzione dei consumatori ad un maggior rispetto per il prezioso cibo quotidiano di cui si fa tanto spreco in un momento in cui il nostro paese attraversa una grave crisi economica e buona parte della popolazione mondiale vive di stenti.

Nei secoli passati, quando le guerre bloccavano le frontiere impedendo gli scambi e quando i mezzi di comunicazione non erano certo quelli di oggi, la sopravvivenza di un popolo era strettamente legata alla quantità di grano che riusciva a produrre. E il peggio si verificava durante le annate calamitose o quando una nazione veniva serrata dagli embarghi o si chiudeva in uno stretto regime autarchico. Chi ha vissuto gli anni del “regime” o quelli dell’immediato dopoguerra ricorderà bene che malgrado la “battaglia del grano” il pane era razionato e il suo prelievo strettamente legato alla tessera annonaria con i suoi preziosi talloncini quotidiani. A quei tempi il pane, simbolo dell’alimentazione, veniva considerato sacro ed il suo consumo assumeva funzioni quasi rituali. Lo spreco di un solo frammento veniva considerato peccato: un’offesa al Signore che lo aveva portato sulla tavola. Bisognava tenere diritte le pagnotte e precipitarsi a rivoltarle se si capovolgevano o raccoglierle immediatamente se cadevano per terra baciandole in segno di perdono. A fine pasto, poi, persino le briciole dovevano essere consumate spesso pronunciando una preghiera o una formula rituale.

I giovani d’oggi, specialmente quelli sardi, vedono arrivare quotidianamente sulle loro mense il “pane bianco” (un tempo privilegio dei ricchi), ma pochi si chiedono da dove arriva la farina per la panificazione visto che nell’isola le sia pur modeste coltivazioni di questo cereale sono praticamente scomparse e con esse sono scomparsi i mulini che prima esistevano in ogni paesino. Che la Sardegna sia stata il granaio di Roma è certamente un mito da sfatare; durante la dominazione romana l’isola produsse grano solo perché fu imposta ai sardi una monocultura il cui prodotto veniva quasi totalmente esportato con conseguente danno derivante dal contenimento della transumanza o del nomadismo dei pastori nuragici e l’accentuazione della conflittualità fra le popolazioni indigene resistenti e quelle romanizzate che oltre alle pianure dovano sfruttare le micro-regioni alla base delle montagne abitate dai pastori. La produzione isolana, tuttavia, per le particolari condizioni geomorfologiche del territorio e per la preminenza della pastorizia, sebbene qualitativamente apprezzabile, non poté certamente raggiungere mai risultati di convenienza economica. Persino la “battaglia del grano”, portata avanti da Mussolini dal 1926, anche se i prezzi di conferimento all’ammasso ebbero un prezzo politico ben remunerativo, fu per la Sardegna, come nota Giuseppina Fiori, un momento negativo che ebbe “…come unica conseguenza quella di restringere la zona a pascolo” e che “…per le basse rese (nonostante l’introduzione dei concimi chimici, di sementi selezionate e dei primi mezzi meccanici) non costituì un reale progresso del comparto agrario, mentre l’allevamento doveva registrare una perdita secca di circa 600 mila capi (di cui 250 mila ovini) rispetto al 1918?.

Appare chiaro, dunque, che anche nel passato le popolazioni della Sardegna, ed in particolare la comunità maddalenina, specie nelle annate siccitose, dovevano approvvigionarsi altrove del grano necessario per sopperire alle esigenze quotidiane. I primi abitatori di La Maddalena, difatti, riuscivano a stento a sopravvivere coltivando con una rotazione di 7-8 anni una scarsa quantità di grano e di orzo e fra le prime cose che i pastori corsi chiesero ai sardo-piemontesi che li avevano occupati nel 1767, inibendo loro i contatti con la Corsica, furono le sementi d’orzo che essi solevano comprare a credito dai mercanti bonifacini. In una memoria del maggiore La Rocchetta, comandante del corpo di spedizione che aveva preso possesso delle isole, diretta al viceré Vittorio Ludovico Des-Hayes il 21 gennaio 1768, si legge, tra l’altro: “…sia quì che a Caprera vi è un numero di famiglie indigenti che hanno bisogno di soccorso per sopravvivere. Questa povera gente aveva in passato la risorsa dei mercanti di Bonifacio, i quali facevano loro credito con restituzione al tempo del raccolto. Questa porta è chiusa per loro, perché i Bonifacini non osano consegnare alcunché; essi non possono dunque passare l’inverno se la benevolenza di Vostra Eccellenza non arriva loro in soccorso. Chiedono dell’orzo a credito per non indebitarsi troppo, impegnandosi a pagarlo al tempo del raccolto”.

E’ ovvio che quando la popolazione di La Maddalena crebbe, per la presenza della Marina e per il movimento del suo porto, impegnando nelle attività marinaresche uomini che venivano sottratti ai lavori agricoli, divenne indispensabile importare il grano occorrente non solo dall’Isola madre, ma anche dal continente con grande aggravio economico data l’incidenza del trasporto. L’isola tuttavia, rispetto ai comuni interni, poteva reputarsi fortunata poichè nelle annate siccitose, quando anche la Sardegna doveva importare grano, la sua posizione marittima consentiva l’arrivo diretto del prodotto. Ed è ben nota, come riporta il Prasca, la polemica sorta tra il barone Desgeneys e la regina Maria Teresa, rimasta a Cagliari con funzioni viceregie, dopo che Vittorio Emanuele I, nel 1814, aveva raggiunto Torino per la restaurazione del regno. Desgeneys, quale comandante in capo della Marina Sarda, aveva preteso che le navi dirette a Cagliari facessero prima scalo a La Maddalena e per tale atteggiamento fu accusato di prelevare da esse più grano di quanto occorresse alla popolazione sottraendolo da quello destinato a Cagliari.

A quell’epoca il grano veniva in massima parte macinato dalle donne sulla porta di casa con pesanti macine di trachite o di basalto e quasi tutte le abitazioni avevano il forno con il quale si preparava il pane per le necessità familiari e per qualche vicino. Sebbene nelle varie corrispondenze dell’inizio del secolo si rilevano pressanti solleciti per la costruzione di un mulino, per la cui realizzazione vennero approntati diversi progetti uno dei quali prevedeva l’impiego dei forzati per far girare la macina, non vi è prova che lo stesso sia mai stato realizzato. Numerose poi sono le lettere dalle quali apprendiamo dell’arrivo nell’isola di grossi quantitativi di “pane biscotto”; le famose “gallette” comunemente in uso in tutte le marinerie.

Ma quando ad un anno di buona produzione succedevano uno o due anni di carestia l’approvvigionamento diveniva problematico ed i prezzi salivano alle stelle. Il 1834 era stato un anno particolarmente siccitoso, la produzione era stata scarsissima ed il sopravvenire del colera, che era infuriato in tutti i paesi del bacino mediterraneo, aveva ostacolato i rifornimenti e limitato i traffici marittimi a causa delle lunghe quarantene alle quali si dovevano sottoporre i bastimenti.

Nella primavera del 1835 l’isola rischiava di rimanere senza grano ed il commerciante Nicolò Susini, cedendo alle sollecitazioni del Consiglio Comunitativo e del comandante della Piazza, stante la carenza di prodotto in Sardegna, era riuscito a far giungere dal continente, sia pure a caro prezzo, una certa quantità di grano bastevole a sopperire alle necessità della popolazione fino all’introduzione del nuovo raccolto che quell’anno si preannunciava copioso.

Il Susini era stato particolarmente previdente e condiscendente, ma ai primi di luglio, quando era prossima l’introduzione del nuovo raccolto, non aveva ancora esaurito la sua scorta. Si profilava per lui, che pur aveva voluto aiutare la popolazione, un grave danno economico; la gente avrebbe preferito il prodotto fresco, che oltretutto, stante l’abbondanza della favorevole annata, sarebbe stato offerto a miglior prezzo, ed egli avrebbe dovuto svendere le sue giacenze forse ad un prezzo inferiore di quello al quale aveva comprato.

Non restava che far ricorso alle autorità locali su sollecitazione delle quali aveva accondisceso a fare la copiosa provvista, non prima però di aver fatto rilevare come anche in passato si era disinteressatamente prodigato per sopperire alle esigenze della popolazione.

Al ricorso del Susini troviamo infatti allegato in copia il seguente attestato rilasciato dal consiglio comunale: “Il sottoscritto Sindaco del Consiglio Comunitativo dell’Isola della Maddalena di buon grado attesta che il signor Nicolò Susini, di questo luogo, mentre nello scorso mese di aprile si trovava sprovvista affatto di grano tutta quella popolazione, lo stesso Susini l’ha graziosamente provvista di una quantità corrispondente al valore di scudi trecento senza aggravarla d’interesse alcuno, contentandosi di rimborsare detto capitale eseguitane la vendita; e che oltre ciò ha alla stessa Comune prestato la stessa somma per impiegarla in altrettanto grano cui si comprò, dal capitano Teodoro Murzi toscano, per distribuirlo alla popolazione; ed ha graziosamente rilasciato in beneficio della medesima gli interessi di detto capitale. Quindi è che in compenso ad una si’ lodevole beneficenza fatta dal signor Susini a prò di quella popolazione, il Sindaco e il Consiglio sottoscritti gliene fa il più ampio certificato cui possa giovare di soddisfazione”.

L’attestato reca in calce i segni di croce del sindaco Andrea Bargone e del consigliere Michele Costantini, “illitterati”, e le firme dei consiglieri “litterati” Domenico Baffigo, Pietro Semidei, Giovan Marco Zonza, del cav. Luigi Alibertini e del segretario Battista Pittaluga.

Ed il Consiglio Comunitativo, in riconoscimento dei pregressi meriti del Susini, di concerto con il comandante della piazza, e ben sapendo di poter contare sul suo spirito filantropico anche per il futuro, accolse l’istanza ed emise un bando, affisso poi in forma di manifesto, in base al quale, pur consentendo l’introduzione nell’isola del nuovo prodotto, ne vietava la vendita sino a quando “patron Susini” non avesse esaurito le sue scorte.

Il documento, pervenuto in copia autentica col sigillo sabaudo del “Comando di Piazza delle Isole Intermedie”, così recita: “Avviso a questo pubblico – Sia noto col presente manifesto che resta provvisoriamente vietato a chi che sia di vendere del grano a questo Comune sino a quando non sia venduto quello del patron Nicolò Susini essendole stato tenuto da questo Consiglio Comunitativo per uso di questa popolazione ad uso e vantaggio della medesima, attesa la mancanza di tal genere a quell’epoca. La suddetta proibizione per la vendita del grano, si estenderà a giorni trentacinque a datare dal presente, libera rimanendo l’introduzione del medesimo”.

Ovviamente il divieto non poteva non essere adeguatamente sanzionato ed il bando, difatti, così prosegue: “Dichiarandosi inoltre che i contravventori del presente incorreranno nella multa di reali cinque a beneficio della Cassa Comunale ed i venditori nella doppia multa. Queste sono le risoluzioni prese in giunta di Comunità con assenso e parere dell’Ill.mo Comandante di Piazza per un simile oggetto. E poichè da chiunque introduttore non se ne alleghi ignoranza, si affigga il medesimo nei luoghi soliti di questa popolazione. La Maddalena, li 8 luglio 1835?.

Seguono le firme del nuovo sindaco Giò Marco Zonza, dei Consiglieri Giuseppe Alibertini, Andrea Polverini e Giuseppe Tosto, del segretario Sini ed infine il visto col sigillo del comandante di Piazza Bruneri.

Le aspettative del Susini furono tuttavia deluse. I commercianti locali, infatti, in aperta violazione del bando emesso dal sindaco, che oltretutto non pare abbia attuato la dovuta vigilanza, iniziarono subito a vendere il grano introdotto tanto che, appena due settimane dopo, il 28 luglio, il Susini si vide costretto a inviare al consiglio comunale la seguente vibrata protesta; “Il sottoscritto Nicolò Susini della presente Isola Maddalena con dovuto rispetto alle S.L.Ill.me espone che per aderire alla proposta da loro fattale di ritenere la partita del grano che aveva introdotto dal Continente dalli ultimi di maggio scorso per uso della popolazione stante la mancanza di esso genere per render cosa grata ad essi abitanti, così come in altre occasioni alle SS.LL. ben note, ha sospeso la vendita del menzionato grano che aveva già contrattato nella Gallura, distintamente nel villaggio di Calangianus, a quest’oggetto hanno le SS.LL. manifestato al pubblico la loro Consolare risoluzione che fu affissa nei luoghi e modi soliti con l’acquiescenza dell’Ill.mo Sig. Comandante dell’Isola, ingiungendo che si proibiva a qualunque indistintamente di vendere detto genere senza prima risultasse lo smercio di quello espressamente trattenuto dal sottoscritto ed essere in vigore tale disposizione fino a giorni trentacinque decorrenti dalla data ivi apposta delli 8 di questo cadente mese. Null’ostante vi sono molti degli abitanti che si sono resi contravventori alle precitate Loro disposizioni, i quali introducono grano dalla vicina Gallura e lo vendono al pubblico senza riguardo del pregiudizio che ridonda agli interessi del sottoscritto ragion per cui non ha più lo smercio del grano nei suoi magazzini, di cui tutt’ora ne rimangono quaranta starelli cagliaritani. Il sottoscritto crede di doversi giustamente dolere della inattendenza degli ordini delle SS.LL. concernenti in proposito alla vendita del suindicato grano ed intende perciò essere indennizzato per la perdita che va ad incontrare per non poter più smerciare il preaccennato grano ed insta perciò per mezzo della presente protesta contro chi di ragione protestando tutti i danni, spese ed interessi in lite per causa di non vendere quel residuo di grano come sovra esposto”.

I documenti esaminati ci hanno dato modo di rievocare un quadro di vita cittadina in un’epoca in cui la sopravvivenza quotidiana era fatta di mille difficoltà, un’epoca che ci auguriamo non abbia più a tornare, anche se i sintomi ai quali abbiano accennato in premessa non fanno certo sperare in tempi migliori.

Dall’episodio, però, dobbiamo trarre un insegnamento ed anche un monito che ci induca, nell’era del consumismo a tutti i costi, ad un maggior rispetto per quel dono divinizzato dai nostri progenitori nel mito di Cerere ed esaltato nella più bella delle nostre preghiere “…dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Antonio Ciotta