La casamatta è conclusa, l’impresario è in rovina. La questione delle bonifiche.

La casamatta è conclusa, l’impresario è in rovina. La questione delle bonifiche.

La questione dell’aggravio dei costi rispetto alla previsione dell’appalto sorse da subito, appena completata la costruzione, quando mastro Dessanti presentò una richiesta di “bonificazione” del disavanzo di cui, secondo il suoi conti, aveva sofferto. Il problema, già presente all’attenzione di tutti gli attori della vicenda, si consolidò meglio in occasione delle operazioni di collaudo, e fu formalmente posto all’inizio del 1774 al nuovo interlocutore cagliaritano sopraggiunto all’incarico vicereale nel novembre 1773, conte Ferrero della Marmora, ed al sostituto di Bogino, il cavalier Chiavarina, chiamato a quell’incarico dal nuovo re Vittorio Amedeo III. Per la prima volta il nuovo ministro torinese fu impegnato sul problema delle bonificazioni da Della Marmora nell’aprile del 1774, con una nota che suggeriva l’accoglimento delle richieste. Il vicerè propose una considerazione di opportunità politica, secondo cui, in una realtà territoriale povera di impresari, il rifiuto avrebbe potuto determinare grandi difficoltà per eventuali future esigenze dell’Amministrazione.

I termini della questione si ritrovano complessivamente presenti in un gruppo di documenti che Chiavarina restituì al viceré a fine luglio 1774, dopo aver espletato l’istruttoria con gli uffici torinesi. Da essi si ricava una massa d’informazioni di interesse tecnico che appare utile riferire, superando il disagio di materiali probabilmente incompleti e non sempre facili da leggere. Il contenzioso venne aperto dal capo mastro Dessanti con la sua lettera-supplica in cui avanzò le sue richieste e le sue ragioni. Lamentò subito una “gravissima perdita a cagione non meno del luogo che della qualità delle pietre che si sono dovute scavare e polire”; e proprio dai materiali iniziò la perorazione della propria causa. A questo proposito si riferì ai problemi posti sia dagli scavi che dalla produzione dei cantoni per la muraglia. Lo scavo previsto per 17 trabucchi [1 trabucco piemontese = 3 metri], da intendersi in quanto scavo non a metro lineare ma cubo e perciò per 51 mc., era stato calcolato 55 lire a trabucco per un totale di lire 935. La roccia però, sotto lo strato superficiale, “si trovò tanto densa ed impenetrabile che ributava gli acciai e ferri per sua durezza, come altresì la polvere per essere tutta scagliosa e cristallina”. Lo stesso vassallo Marcandi convenne – secondo il supplicante – che per ogni trabucco si dovesse invece riconoscere il costo di 160 lire, per un totale di lire 2.720. La differenza di 1785 lire doveva essere considerata a carico del committente, giacché risultava da una situazione oggettiva, che non poteva essere prevista né da chi aveva eseguito il calcolo né da chi aveva preso l’appalto. Si trattava, quindi, di un imprevisto da riconoscere all’impresario come bonificazione.

Lo stesso imprevisto, e per lo steso motivo, si ripropose per la pietra usata per i 68 trabucchi della muraglia, per cui il contratto prevedeva cantoni di “16 oncie di lunghezza in 18 di grossezza, oncie 6 in quadro, [1 oncia piemontese = cm 4,2] profilati e lavorati a grana fina”.Anche in questo caso le pietre da usare si rilevarono “fortissimi zariglj di qualità granosi [che] richiedevano non solo l’impiego di moltissime giornate di più di quelle si ebbero presenti al tempo del calcolo, ma inoltre si consumò gran quantità di ferri per scalpinarli a dovere”. Mastro Dessanti per supportare le proprie richieste inviò, unito alla supplica, un saggio delle pietre in questione: ”due pietre involte in tela spago, legate e sigillate con cera di Spagna nera, coll’impronta d’armi del medesimo signor vassallo Marcandi e certificato dell’identità di esse quali sono una della rocca scavata come sovra, altra della medesima si formarono i cantoni di facciata sovr’accennati”. Altre spese sostenute oltre il contratto furono fatte per il noleggio di bastimenti per il trasporto delle pietre di calce da Bonifacio e da Tavolara, non essendosi rivelata adatta quella presente a S. Stefano. Anche la sabbia si dovette prelevarla da alcune spiagge di Mezzo Schifo, poiché quella disponibile nell’isola non risultò sufficiente. Il tutto per una spesa extra contratto di 400 lire sarde.

Nella sua supplica l’impresario sassarese rapportò anche il fortissimo aggravio di spese che gli sarebbe accaduto a causa della particolare ubicazione geografica della località di lavoro, e dei conseguenti disagi e spese non previste al tempo del contratto. Si riferì, in particolare, al trattamento delle maestranze che pretesero di essere remunerate sino a mezzo scudo alla giornata, che per altro non sempre era lavorata per intero. Ed infine si riferì all’aggravio dei costi dei viveri e del loro trasporto. Le maggiori spese su queste voci furono computate forfettariamente di almeno 4.000 lire. A conclusione delle sue richieste, quindi, Dessanti richiamò direttamente nel conto solo le 1.785 lire per i diciassette trabucchi cubi di scavo, e le 400 lire sofferte in eccedenza per il trasporto di sabbia e pietre di calce. Per la maggior spesa relativa ai cantoni della muraglia di facciata si rimise, invece, al giudizio tecnico del capitano ingegnere, mentre finì per richiedere “una congrua gratificazione per le spese de’ giornali de’ mastri e trasporti de’ viveri”, senza indicare alcuna cifra.

In sede di revisione tecnica Cochis espose la propria diligente “Rellazione” al vicerè datata 10 marzo 1774, offrendoci una integrazione di informazioni. Lo scavo, infatti, risultò che fu predisposto “per la formazione del disegnato fosso, recipiente della latrina, cisterna ed acquedotto, come ….per far luogo alle fondamenta delle ultimate muraglie tanto che quelle della controscarpa che quelle della casamatta”. La roccia su cui bisognava intervenire, scrisse Cochis, sotto lo strato superficiale risultò “costrutta di una certa forte materia di pietra formata a datti concatenati sì fortemente gli uni colli altri che non davano luogo in verun modo alli acciaj e polvere a potter operare secondo si esigeva, che dallo scopio de’ botteroni la forza della polvere svaporava per la congionzione d’essi datti che nel levar qualche pezzo rinserrava gli altri, in maniera tale che rifiutava gli acciaj ed a qualunque maggior forza”. Per questa voce però ritenne che il costo a trabucco cubo più congruo fosse di 90 lire, e non di 160 lire come si pretendeva, ma la misurazione fissò la quantità dello scavo in oltre 18 trabucchi cubi, invece che 17.

Per i cantoni della muraglia la relazione rilevò che non erano lavorati a grana fina, al contrario di ciò che aveva affermato Dessanti, d’altronde la qualità della pietra risultò tale che non poteva pretendersi una lavorazione di quel tipo, e tantomeno essere profilata alla piemontese o anche come usano “praticare gli mastri tagliapietre tempiesi, unichi per detto lavoro”Confermata la quantità di 68 trabucchi di muraglia, ne fissò il costo unitario di 60 lire, per “le maggiori fature che è stato obbligato il suddetto impresaro fare d’ordine del signor assistente preposto”. A proposito della calce e della sabbia il giudizio del luogotenente ingegnere fu diversificato. Non aderì al riconoscimento dei viaggi per la calcina, perché ritenne che fosse esplicitamente un obbligo contrattuale, mentre riconobbe ben 50 gondole di sabbia per 2,10 lire a viaggio. Aderì anche alla lamentela sull’eccesso del costo della manodopera e del loro mantenimento, riconoscendo che la lontananza, i disagi ed i prezzi superiori delle merci e dei viveri in quella località non erano stati considerati nel calcolo. Per gli operai, in particolare, relazionò che Dessanti dovette pagarli per ben 5 reali dal giorno della loro partenza da Sassari sino al giorno del loro rientro, benché avessero lavorato solo per un terzo delle giornate, per “incostanza dei tempi”. A questo proposito propose però una bonificazione una tantum di sole 1.000 lire, rispetto alle 4.000 pretese da Dessanti.

La relazione di Cochis, quindi, affrontò più in dettaglio la questione della muraglia, evidenziando la necessità di una maggiore quantità di essa rispetto al calcolato. Secondo il calcolo fatto in contraddittorio con l’impresario fu rilevato che “gli trabucchi 20 muraglia di cantoni in calcina ed imbocata per comisura con pozzolana fattasi in scarpa in rivestimento della rocca di rientranza, non meno d’once 12 in 15” non sarebbe stata sufficiente a sostenere il peso della costruzione, per cui “è stato di precisa necessità farsi, dietro di essa calcolata muraglia di cantoni in rivestimento della rocca, altra muraglia ordinaria di pietre in calcina di riempimento, per avere tutta quella quantità di muraglia in massiccio per far una ben soda base in sostegno sicuro d’essa casamatta, sopra di detta base ellevatasi”. Questa maggiorazione di lavoro fu valutato di oltre 16 trabucchi a 18 lire a trabucco. Altrettanto fu riconosciuto  per altri 12 trabucchi di muraglia ordinaria richiesta, a sostegno della controscarpa, dal vassallo Marcandi.

La relazione proseguì con la rilevazione delle situazioni negative e carenti a carico dell’impresa costruttrice, che risultarono di due tipi. Nel primo caso si trattava di situazione che pretendeva il risarcimento in denaro, da sottrarsi quindi al calcolo dell’avere a favore di Dessanti. Furono, cioè, trovati mancanti due elementi necessari ai recipienti sia della latrina che della cisterna, per un valore di 30 lire, e i 6 portelletti ferrati per le cannoniere risultarono non foderati esteriormente della richiesta lastra di ferro, per un recupero a favore dell’Amministrazione di lire 64,10. Nell’altro caso si trattava di situazione che richiedeva il rifacimento del lavoro, o l’adempimento di esso. A questo proposito, a concluse la lunga relazione, Cochis fece un meticoloso e ragionato elenco di situazioni mancanti o non ben eseguite che il viceré avrebbe dovuto obbligare mastro Ambrogio ad eseguire a sue spese prima di concedergli i rimborsi richiesti. In rapida sintesi si riportano questi dati, per curiosità rispetto anche ai termini all’ora in uso e per riconoscere alcuni elementi della tecnica costruttiva e gli ambienti propri di questa particolare architettura militare. 1) Bisognava innanzitutto rifare tre “polici” della porta principale, da rafforzare “a graffone ed incastrati nella muraglia con scaglie di pietra forte e gezzo, ma non con legno”. 2) Sostituire le serrature esistenti alla porta d’entrata della scala principale, alla porta della prima camera ed alla porta della camera di sopra, con “tre serrature rinforzate, fatte alla francese, con chiave, entrata, nasone di ferro”. Da porre in opera ben inchiodate e al di dentro delle camere. 3) Accomodare “le serraglie di dette due camere acciocché possano ben chiudersi”. 4) Risistemare l’accesso alla caponiera attigua alla scala. 5) Rifare il camino e la canna fumaria di una delle due camere superiori, infossandolo nella muraglia. 6) Fare “una seraglia di porta ferrata che serva di controporta alla prima entrata della scala che da l’accesso alla caponiera attigua alla scala principale”. Questa caponiera, infatti, essendo la più spaziosa deve servire come armeria. 7) Rifacimento delle feritoie del magazzino delle polveri, perché i portelli chiudano bene. 8) Fare nella “rasante del parapetto a barbetta ….uno strato di bitume in calcina, smalto e pozzolana, come si è praticato nel suolo della terrazza”. Quest’intervento era previsto per evitare che le acque pluviali filtrassero dentro le muraglie. 9) Porre in opera i 6 portelletti previsti all’esterno delle archiere della caponiera che serve da magazzino delle polveri. Sono necessari foderati in lastra di ferro per entrambi i lati, per impedire l’entrata del fuoco portato dai gagliardi venti che soffiano.

Il luogotenente ingegnere Cochis rilevò, infine, un ulteriore pesante punto negativo nel sistema di difesa esterna, e più precisamente nei fossi scavati nella roccia per ricavare i cosiddetti diamanti. Erano poco profondi e non allineati alle caponiere per evitare che il nemico potesse avvicinarsi ad esse. Ma a questo proposito ritenne di non dover comunque addebitare l’insufficienza all’impresario. Questi, infatti, aveva fatto in abbondanza lo scavo di 17 trabucchi previsto dal contratto e quindi non gli si poteva chiedere di più.

Salvatore Sanna – Co.Ri.S.Ma

La torre di Villamarina a Santo Stefano pubblicato in ALMANACCO MADDALENINO n° 5 – 2007 – Paolo Sorba Editore