La diaspora del 1953

I licenziamenti del 24 giugno 1952 colpirono al cuore la componente di sinistra della Commissione Interna dell’Arsenale Militare. In breve, per ammissione unanime di coloro che vissero quelle vicende, la commissione divenne terreno di conquista di quelle sigle sindacali più moderate, come poteva essere la CISL, che annoverava iscritti meno politicizzati e più aperti ad un accordo con la direzione dello stabilimento. Per eguale ammissione, si è affermato che per parecchi anni si stentò a trovare dei lavoratori che avessero il coraggio – perché da allora di quello si trattò – di prendere una tessera della CGIL o presentarsi in candidatura per la Commissione Interna. Essere di sinistra, palesarlo iscrivendosi al sindacato ‘rosso’, poteva essere pericoloso, come altrettanto pericoloso poteva essere per un moderato, avere amicizie di sinistra, socialiste o peggio ancora, comuniste, frequentare famiglie coinvolte nei partiti di sinistra. Vecchie e consolidate amicizie si infransero, si sbriciolarono, sotto l’urto della paura di essere segnalati, o considerati di una certa opinione politica anziché di un’altra, tanti rinnegarono persino il loro passato. In un piccolo centro è difficile che non si sappia tutto di tutti, e a maggior ragione a La Maddalena dove il cameratismo nei luoghi di lavoro – in un luogo di lavoro in particolare – e la limitatezza del territorio, favorivano enormemente i contatti anche non cercati. Si sapeva chi erano i ‘rossi’ e si evitavano. I licenziati erano costretti a stare fra loro, erano da una parte, il resto del paese era dall’altra. Questo fatto, che denotava un percorso politico totalmente diverso e contrastante, era reso palese dal fatto – fra i tanti – che proprio dalla fine della guerra il parroco don Salvatore Capula aveva voluto creare una ‘sua’ festa dei lavoratori da commemorare il 1° maggio, in processione e preghiera, in contrapposizione con quanto avveniva invece per le sinistre che amavano festeggiare con le bandiere rosse al vento la Festa del Lavoro. La spaccatura si è trascinata sino ad oggi: il Primo Maggio a La Maddalena, diremo così, è stato bipartisan per decenni e chi andava alla Madonnetta manifestava apertamente di essere per la parrocchia, di seguirne implicitamente o esplicitamente le direttive, chi non andava era per i ‘rossi’, o era ‘rosso’ egli stesso, era un disubbidiente.

Nella paura, nel timore di cadere nella rete, restavano però solo coloro, e non erano poi tanti visto come andarono le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale dell’8 marzo 1953 [1], che non erano pubblicamente riconosciuti ‘di sinistra’, ma che simpatizzavano, che aiutavano. La spiata poteva sempre avvenire, e la lista dei proscritti poteva arricchirsi di qualche altro nome.

Coloro che erano stati buttati fuori dal posto di lavoro il 24 giugno non avevano più paura, ma rabbia. Dopo i primi giorni di smarrimento assoluto s’iniziarono a mettere in campo le idee – per chi le aveva – ed una delle prime idee logiche fu quella di tentare una domanda di riassunzione.

Lo fece Pietrino Del Giudice che, puntualmente, per anni, inviò al Ministero della Difesa una lettera in cui chiedeva di essere riassunto elencando i particolari titoli di precedenza all’impiego. Alla lettera, altrettanto puntualmente, il Ministero rispose per anni che era impossibile prendere in considerazione la richiesta. Nel frattempo, per non morire di fame, cercò di avviare un’altra attività di quelle possibili sulla piazza. Organizzò un banco al mercato. Egli stesso racconta: “Per potere sbarcare il lunario ricorsi all’aiuto di un’amica, la moglie di un collega del Genio Marina, che era titolare di una licenza per vendere frutta e verdura e che aveva avuto in concessione un chiosco al mercato civico. Questa signora doveva trasferirsi, insieme al marito, lontano da La Maddalena. ‘Qui c’è una licenza di vendita, mi disse, e tu hai perduto il posto di lavoro. Approfitta dell’occasione che ti è stata offerta ’.

Vendevo roba buona, merce di prima scelta. ‘Sono comunista’, comunicavo a tutti la mia fede politica, ne andavo fiero e camminavo a testa alta. Non tardarono a prendermi di mira. ‘Devi coprire la merce che vendi con un telo, altrimenti si deposita la polvere’.

Io obbedivo. I clienti sollevavano il telo per scegliere la frutta o la verdura e il vigile urbano di turno trovava da ridire. Mille lire di multa: quasi il guadagno della giornata. Mille lire oggi, mille domani, valeva più la spesa che l’impresa. Dopo sei mesi lasciai il banco del mercato.

Avevano vinto i miei avversari. A conferma di questa mia convinzione cito un episodio molto eloquente. La suocera di un noto esponente democristiano dell’epoca comprò da me un chilo di fagioli. Confezionai il pacco con la carta di giornale. Da buon comunista leggevo l’’Unità’. E la utilizzavo il giorno dopo per fare i pacchetti. Quella povera donna portò a casa i fagioli avvolti con l’’Unità’: un foglio sacrilego era entrato a casa sua. La colpa, ovviamente venne attribuita a me: avevo svolto propaganda politica, a favore del PCI, anche dal mio banco del mercato, profittando della buona fede delle ignare massaie. Il fatto curioso finì in cronaca, su ‘La Nuova Sardegna’” [2].

Naturalmente non furono presi di mira soltanto i dipendenti licenziati, cui fu quasi materialmente impedito di riprendere lavoro in città, ma anche, ad esempio, le consorti degli stessi. Lo stesso Pietrino del Giudice ha ricordato, infatti, che, dopo l’abbandono forzato del banco al mercato per ‘mancati guadagni’, “mia moglie aprì, con qualche difficoltà, un salone da parrucchiera. Devo dire che la mia fede politica non giovò al suo lavoro”. Per fortuna questi operai erano degli ottimi operai, cresciuti e forgiati nella fucina dell’Arsenale, dinamici e poliedrici, e Del Giudice, che sotto l’amministrazione aveva finito con il fare l’impiegato, non trovò difficoltà alcuna a reinserirsi nel mondo del lavoro. “Andai a lavorare ai cantieri di lavoro dell’Ente Regione – continua nei suoi ricordi – una sorta di Piano Fanfani finanziato, appunto, dalla Regione Sardegna. In quella sede mostrai tutta la mia versatilità: feci ancora il muratore, il carpentiere, il ferraiolo, il tornitore …, di tutto. Mi feci apprezzare e lavorai, con profitto, per diverse imprese private. Divenni capocantiere. Quando si seppe che ero comunista, subii il licenziamento. Iniziai a lavorare per conto mio, come carpentiere in ferro, costruivo armature per gli edifici. Il lavoro non mancava mai, non rimasi neppure un giorno disoccupato. Mentre contribuivo alla costruzione dell’Hotel Excelsior, si fece avanti Angelo Mordini, solido imprenditore, proprietario di un’officina avviata laddove, ora, c’è il Comando della Marina Americana. Egli era stato il mio datore di lavoro, quando ero giovane apprendista, e la sua era stata un’ottima scuola. Noi ragazzi avevamo imparato a svolgere qualsiasi lavoro. ‘Signor Angelo, gli dissi, se vuole che torni a lavorare alle sue dipendenze, le condizioni le impongo io…. Otto ore di servizio, rimunerazione congrua e adeguata alla mia professionalità. Altrimenti continuo a fare il battitore libero … . ‘Sei la solita ‘monachella’, non sei cambiato da quando eri ragazzino’. Brontolò un pochino, ma, alla fine accettò.

L’impresa di Mordini si aggiudicava gli appalti dei lavori per la Marina Militare. Io ero l’operaio più efficiente. Ma ero comunista. Un giorno, mentre stavano operando nel deposito di cavi sotterranei del Vaticano, discutevamo di politica e commentavano la situazione nazionale e locale, mi imbattei in un custode del sito che era di idee fasciste. Questo cercò di convincere il mio principale a licenziarmi perché ero un sovversivo. ‘Non capisco perché tieni a lavorare con te un comunista’, affermò il ‘nero’. Gaetano Vasino, cognato e socio di Mordini, lo zittì prontamente: ‘Se avessi 100 operai, tutti come Pietrino, non sarei qui a controllare i manovali’ [3].

Non era facile vivere in un clima da ‘nemico alla porta’. Molti ci riuscirono, altri no.

E’ il caso di Sergio Bruschi. Costretto a lasciare l’Arsenale finì con emigrare a Genova dove trovò difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro e fu costretto a rimanere a lungo senza uno salario e gravare così sulla famiglia, con una piccola entrata dovuta alla pensione per una figlia dichiarata invalida civile. Un giorno Bruschi trovò una pistola, forse residuo di guerra, e si sparò mettendo fine a un’esistenza che gli era diventata penosa e impercorribile.

Mario Filinesi aveva un libretto di navigazione e, dopo un’inutile attesa di qualche mese per vedere come si sarebbe evoluta la situazione, quando i denari iniziarono a scarseggiare in famiglia, lo mise a giro come si dice in gergo. “Perché dopo che mi hanno licenziato io ho fatto come si faceva, – afferma – ho preso la mia valigia di cartone legata con lo spago e sono andato emigrante a Genova in cerca di lavoro. Se l’immagina, avevo un libretto di navigazione, io ho fatto le scuole medie e lì ci davano il libretto di navigazione, l’ho fatto mettere a giro da quello dei pescherecci, come si chiama? Da Dino Sabatini, con l’incarico da mozzo, poi sono andato a Genova e mi sono incontrato con amici che mi hanno detto ‘noi abbiamo un amico a Genova che stava all’ufficio del collocamento’, era Sorba, Nicolao Sorba, bravo ragazzo” [4]. Quel libretto di navigazione che aveva ricevuto quando aveva frequentato le scuole medie lo aveva salvato, forse, da mestieri meno graditi e di più difficile esercizio. Ma aveva dovuto girare per il mondo, dimenticarsi dell’Isola, dove veniva solo qualche volta, con la famiglia.

Sono stato imbarcato su due navi americane con equipaggio italiano – ricorda – dopo di che sono stato imbarcato su una nave passeggeri della Sitmar e dopo di che mi sono fermato perché mia moglie m’ha detto basta, e allora mi sono fermato a terra. A terra ho lavorato in una ditta la quale ditta lavorava per la Marina Militare. Ecco, il cerchio, gira gira si è chiuso” [5].

Eppure quel lungo giro da chiudere costò a Filinesi tante difficoltà: una diaspora lunga e faticosa da La Maddalena all’America e ritorno. … E con i poliziotti alle calcagna!. Sì, perché Filinesi era un ‘segnalato’, era considerato un sovversivo, uno spettro comunista che si aggirava per l’Europa e per il mondo quasi a confermare nella pratica quotidiana – e dopo cent’anni! – il famoso incipit de ‘Il Manifesto del Partito Comunista’ di Carlo Marx e Federico Engels: “Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo […]”. La sua condizione di segnalato politico internazionale la sperimentò subito quando fece richiesta per ottenere il visto per poter entrare negli Usa. La lettera di risposta del consolato americano a Genova è di una stringatezza gelida e inaccessibile. Categorica. “Con riferimento alla pratica da Lei iniziata presso questo Ufficio per ottenere il visto temporaneo per gli Stati Uniti, in qualità di marittimo, mi spiace doverLe comunicare che Lei è risultato inammissibile in territorio statunitense in base alla Sezione 212 (a)(28) della Legge sulla Immigrazione e Nazionalità del 1952, data la Sua qualità di membro del Partito Comunista. Il visto da Lei richiesto non può pertanto esserLe rilasciato” [6].

Sì perché chi fosse stato comunista in Arsenale, e nel consiglio comunale cittadino, nelle commissioni interne, era prevedibile che lo sarebbe restato sempre – come tutti affermano a tutt’oggi di esserlo – quindi bisognava seguirlo, spiarlo, controllarlo da vicino e, se necessario arrestarlo, impedirgli in ogni modo di fare propaganda per le proprie idee, ridurlo al silenzio. Il pericolo pubblico Filinesi, contraltare di una viscerale paura, che le polizie europee e americane pedinarono a lungo, fu infine raggiunto a New York, reo di aver violato le frontiere dello stato nordamericano da marittimo.

L’unico aiuto, si fa per dire, che l’amministrazione Difesa concesse ai licenziati fu il rilascio di un attestato di servizio su richiesta espressa dei titolari, molto stringato, in cui si certificava la data del non rinnovo del contratto di lavoro e la paga oraria percepita. Niente altro [7].

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] I comunisti alle elezioni municipali dell’8 marzo 1953 persero quasi due terzi dei seggi consiliari, da 8 passarono a 3.

[2] Testimonianza resa agli autori da Pietro Del Giudice il 12 aprile 2006.

[3] Ibidem.

[4] Testimonianza resa agli autori da Mario Filinesi. Nicolao Sorba, di origini maddalenine, era di simpatie di destra ma tutto questo era messo da parte quando si trattava di dare una mano ad un isulanu, specie se gli si mostrava considerazione, magari, come ha affermato Filinesi, andando a casa sua a … “ bussà cu i pedi!”.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem. Lettera del Consolato Generale Americano di Genova del 1° luglio 1954. La firma è di Seymour H. Blazer, Vice Console degli Stati Uniti d’America.

[7] La certificazione a Mario Filinesi, fu Angelo e Sassu Giuseppa, quale operaio tornitore in metallo, fu rilasciata il 3 settembre 1952 e firmata dal T.C. Genio Navale Giuseppe Bianca. Una successiva, con identico tenore, fu rilasciata, sempre su domanda dell’interessato, il 13 marzo 1954 a firma del T.C. Genio Navale Raimondo Marras.