La “emozione popolare” del 28 aprile. Dalle cinque domande allo scommiato.

Tirilì, tirilì, crepino i sardi, i piemontesi restiamo qui; tirili, tirilà, crepino i sardi, i piemontesi restiamo qua“. Non cantavano più la loro irritante canzonetta i piemontesi assaltati nei loro palazzi del Castello cagliaritano, nel pomeriggio della domenica in Albis del 28 aprile 1794, dagli abitanti dei sobborghi che – come fu relazionato al re – “corsero sbigottiti alle armi”.
Forzate le porte di separazione tra i vari quartieri, stranamente chiuse, la massa approssimativamente armata assaltò la porta d’ingresso al Castello, la bruciò, superò rocambolescamente le mura, quindi si giunse al momento culminante dell’invasione del borgo e dell’assedio al palazzo del viceré. A questo punto, una volta che la guardia depose le armi, la irruente forza d’urto si smorzò, sapientemente guidata da una regia discreta di autorevoli personaggi, e trovò soddisfazione nella destituzione del viceré e del suo arresto con tutta la corte.
Gli avvenimenti dell’inverno 1792/93, con l’esito positivo per i sardi, mentre nei territori continentali del regno le forze piemontesi subivano ignominiosamente cocenti sconfitte, determinò in essi sentimenti di legittimo orgoglio per il riconoscimento universale di aver salvato il regno e la corona, respingendo l’attacco franco-corso alla Sardegna con l’iniziativa degli Stamenti, l’azione delle milizie nazionali e la reattività delle comunità locali. Tutto ciò avvenne a fronte della palese incapacità di mobilitazione del viceré, della sua corte e di tutto l’apparato burocratico e militare piemontese. “Non vi volle di più – notò M.L. Simon un giacobino algherese testimone e protagonista di questi avvenimenti – per elettrizzare maggiormente la Nazione sarda che, in quella crisi vedendosi da ogni parte applaudita, ripigliato avea un po’ di contegno e di dignità”.
Sullo slancio si predisposero, con dibattito intenso, le famose cinque domande al re in reazione anche all’indebito accaparramento di ricompense ed onorificenze, secondo le indicazioni viceregie, da parte soprattutto degli inetti piemontesi. Si trattava di richieste moderate, che però cozzavano con la politica piemontese diretta da una corte particolarmente chiusa alle istanze sarde. Esse tendevano a determinare le condizioni di una valorizzazione della Nazione sarda, favorendo l’apertura di maggiori spazi di partecipazione per i sardi nel complesso sistema decisionale del governo viceregio e centrale, almeno per le questioni della Sardegna, e prevedendo una sorta di privativa a favore dei nazionali-sardi su tutti gli impieghi civili eccetto che per quello di viceré.
Il rifiuto in sé delle istanze, le modalità con cui fu deliberato, l’affronto alla delegazione, il blocco dell’attività degli Stamenti, l’irresponsabile atteggiamento di disprezzo dei piemontesi di tutte le condizioni fu il mix esplosivo che preparò e produsse la “emozione popolare” della giornata del 28 aprile.
Seguì la raccolta di tutti i piemontesi nei conventi, anche per garantire la loro incolumità, e deposto il viceré dalle sue funzioni, queste vennero assunte dalla Reale Udienza a sale unite e con la sola presenza dei magistrati sardi. Gli Stamenti ripresero a riunirsi in pianta stabile, le truppe governative tenute disarmate furono sostituite dalle milizie nazionali, quindi si deliberò, si preparò e si eseguì l’imbarco del viceré e dei piemontesi su dei bastimenti appositamente noleggiati per la loro cacciata dalla Sardegna. Stavolta furono gli stampacini a cantare beffardamente il ritornello “cirondì, cirondì, piemontesi fuori di qui”.
L’ignominioso “scommiato” del viceré, Fra’ Don Vincenzo Balbiano, Balio e Commendatore dell’ordine gerolosomitiano, avvenne il giorno sette con la partenza della polacca veneta in cui era stato imbarcato, dopo che il suo comandante, Patron Pietro Marinovich, ebbe giurato di dirigere senza scalo a Livorno. Nei giorni successivi partirono gli altri bastimenti portando via da Cagliari ben 514 fra piemontesi, savoiardi e nizzardi.
La sollevazione cagliaritana e l’espulsione dei “continentali” furono emulate con entusiasmo da Alghero e con qualche resistenza e ritardo da Sassari. Anche a Castelsardo si registrò un certo ritardo, ma solo per motivi tecnici, e comunque in tutta la Sardegna ci fu una sostanziale adesione a quel moto.
Riprendendo a questo punto M.L. Simon, troviamo l’annotazione di una gravissima situazione che nell’abbondante rievocazione storiografica non ha trovato adeguata esplorazione, e solo qualche volta rapida memoria.
Scrive il Simon che “fu a tempo scoperto l’attentato del viceré Balbiano inteso con i primari antichi agenti del governo, e con alcuni snaturati sardi della Gallura e di Sassari, di recarsi dopo la partenza da Cagliari nel capo settentrionale del regno, dove sarebbe sbarcato, avrebbe fissato la sede del governo, sistemato la guerra civile tra sardi e sardi, e vendicato la giornata del 28 aprile”. Si creò quindi una grave situazione che travagliò non poco la vita e l’azione della Reale Udienza per tutto il mese di maggio, che fu il più delicato e critico di tutti i cinque mesi di autogoverno, soprattutto per la necessità istituzionale di far riconoscere la propria autorità nell’isola.
L’attentato di cui parlava Simon si consumò appunto in Gallura ed ebbe come epicentro proprio l’isola maddalenina, e per stare nell’esempio della Rivoluzione francese, se a Cagliari ci fu la presa della Bastiglia con la liberazione dei condannati dal carcere della torre di S. Pancrazio alla Maddalena ci fu la Vandea sarda. Naturalmente una Vandea sui generis.

Articolo scritto da Salvatore Sanna e pubblicato dal Co.Ri.S.Ma nel primo Almanacco Maddalenino realizzato dalla casa editrice Paolo Sorba di La Maddalena

 

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