La famiglia di Domenico Millelire

La moglie Maria Ventura Quidacciolu. Per quanto nei documenti sia indicata come di provenienza tempiese, sappiamo, dall’atto di matrimonio celebrato nella chiesa di San Pasquale, che la sua famiglia risiedeva nella piana del Liscia dove, evidentemente, aveva interessi. Rapporti stretti di commercio, legale e illegale, univano i maddalenini ai lisciesi: i vincoli di matrimonio ricorrenti sono una conseguenza di queste frequentazioni.
Maria Ventura ebbe la sfortuna di vedere i due figli maschi (di nome Pietro) morire presto: il primo a sei mesi, il secondo a 24 anni.
Cercò di mantenere la pace fra le due figlie femmine rimaste, Anna Maria e Maria Angela, nate a distanza di dieci anni l’una dall’altra, completamente diverse nel carattere e nel destino personale e familiare: ancora sul letto di morte, tentava di correggere uno sbilanciamento a favore di Anna Maria e a detrimento di Mariangela, compiuto dal marito.
Il testamento, redatto il 24 aprile 1848, quando ormai da tempo era inferma, è significativo di questo suo atteggiamento. Dichiarava davanti al notaio che Domenico, a sua “ insaputa, dispose sotto li 16 del mese di agosto 1816 a favore di Anna Maria di un supposto debito di scudi 320 sardi e questo poi si ebbe a scoprire’ʹ. Maria Ventura non attribuiva responsabilità a Domenico per quello che lei chiamava un errore, ma riteneva indispensabile porvi rimedio e per questo chiedeva a Anna Maria di pareggiare il conto con la sorella, di “ravedersi dell’errore passato e componersi con la sorella Mariangela in armonia e tranquillità senza mover liteu. Lasciava la vigna da dividere in uguali porzioni fra le due sorelle e alla orfana nipote Maria Azara Millelire figlia di Mariangela la piccola casa bassa che possiedo entro questo popolato e contrada nel finire di Mangiavolpe perché seguito il mio decesso ne diventi assoluta padrona ciò in compenso delVattendenza ed attenzioni da questa zitella usatemisi nel mio viventerʺ.
Zitella non è da intendersi come nubile, visto che la non più tanto giovane Maria nel frattempo aveva sposato il comandante della Regia Cannoniera, il capraiese Gregorio Ramaroni: ma lei era rimasta, per circa quattro anni, sola con la nonna, dopo il matrimonio della sorella Rosa che aveva sposato lo zio Francesco Sini. Comprensibile, dunque, la gratitudine mostratale con la piccola eredità. Alla solita domanda formale póstale dal notaio sulla eventuale volontà di donare qualcosa al Monte di riscatto o al Monte Nummario, Maria Ventura rispondeva negativamente affermando “di essere in istato di povertàʺ.
Questa dichiarazione sul suo stato patrimoniale meraviglia se si pensa, invece, al discreto patrimonio immobiliare di Agostino che, nel frattempo, aveva costruito la sua casa a cala Gavetta e acquistato tutta l’area a nord della stessa cala e il terreno che saliva a levante del corso della vadina, lungo le attuali vie Cairoli, Marco Polo, Colombo e Galilei, terreno che, allora, si chiamava l’Alivi. Anche le vigne, maniacali quanto limitate proprietà dei maddalenini di allora, confermano la differenza di ricchezza: contavano più di 8.000 piedi quelle di Agostino, 2.800 quella di Domenico.
Rimane un quesito da risolvere: dove abitava Maria Ventura all’atto del testamento? E, quindi, quale era la casa di Domenico? Non quella che è sempre stata indicata come sua e dove è stata apposta la targa a suo nome, fra la fine della via Vittorio Emanuele e la piazza XXIII Febbraio, che apparteneva al fratello Antonio. Neanche quella di fronte, verso tramontana, alla fine di via Mirabello, proprietà di Agostino.
Sappiamo che nel 1810 Domenico aveva comprato, con il genero Francesco Susini, marito di Anna Maria, una casa alla marina e, nel 1815, i due avevano stipulato un atto notarile con il quale si conveniva che Susini e la moglie avrebbero sfruttato l’abitazione finché Domenico fosse rimasto in vita. Si tratta quasi certamente dell’immobile che il catasto urbano (redatto intorno al 1860) indica con il numero 1585 e attribuisce ai proprietari Francesco Susini e Maria Angela Millelire, sorella di Anna Maria. Si trovava davanti al grande scalo oggi occupato dal palazzo comunale e diventò, poi, la casa di Pietro Susini alla cui porta bussò, nel 1849, Garibaldi esule. Invece la casetta lasciata in eredità alla nipote dovrebbe essere quella che, ancora nello stesso catasto urbano, figurava come ultima verso est nella breve fila che costeggiava Mangiavolpe, l’odierna via Amendola. Si può, forse, ipotizzare che Domenico abitasse nella casa acquistata da Antonio nel 1808, ma si può certamente affermare che quella non era proprietà sua.
La dote, approntata da Domenico e Maria Ventura per la figlia Anna Maria allʹatto del matrimonio con Francesco Susini, ci fornisce alcune informazioni curiose soprattutto sull’abbigliamento del tempo: valutata in 429 scudi sardi, essa comprendeva orecchini (pindini), puntaroli, anelli e altri gioielli (uno dei quali, una mostra dʹoro guarnita di scaglie di diamante, valeva da sola 50 scudi), coperte nuove e già usate, alcuni mobili, calze, fazzoletti, un ventaglio di seta e capi di abbigliamento. Fra questi ultimi si contano sei vestiti (di mussolina, di indiana e di almesina), dei quali si precisava se erano di buon uso, di mezz’uso o nuovi, un casachino di seta celeste nuovo, due mizari (i grandi fazzoletti da testa usati in Corsica), e una faldetta (la gonna usata in Gallura e in Corsica) portata anche sulla testa come copricapo.
Nella curiosa prosa del notaio Sini ecco l’elenco dei beni della dote: “Inventaro dimostrativo degli effetti, dei mobili e pegni d’oro e più cose a contento delle parti presenti e con il rispettivo valore tra essi fatto che dopo il tutto continuato si soscrivono: il sig Domenico Millelire di Pietro padre dotante di Anna Maria sua figlia e Francesco Susini accettante questi in qualità di sposi Paro di pindini a cerchi e un cuore in oro -13 scudi Un paro di pindini lunghi a filigrana un anello a placca?
– 6 scudi Due anelli, collana, una catena, un ritratto
– 26 scudi Un paro di pindini a coralli
– 4,5 scudi Un piccolo ritratto
– 2 scudi Un anello a diamante
– 6 scudi Un puntarolo a…
-2,5scudi Un altro puntarolo il sole(?) oro
-1.2.26 scudi Una mostra d’oro e.. .guarnita di scaglie di diamante -50 scudi Un valuppéin … -15 scudi
Una strapunta di lana barbaresca con il bordo a mezz’uso -8 scudi
Una coperta cottonata – 7 scudi
Una coperta nuova d’indiana fiorata – 6,5 scudi
Altra simile fiorata nuova – 5 scudi
Un tiraletto fiorato d’indiana – 2,5
Due ascioni di letto in mussolina bianche nuove – 2 scudi
Un vestito d’indiana color caffè di buon uso -5 scudi
Altro vestito d’indiana rosso di buon uso – 3 scudi
Un vestito bianco ricamato – 7 scudi
Altro di basino bianco rigato stretto di buon uso – 2,50 scudi
1 vestito di falmesino nero di mezzfuso  3,8 scudi
1 misuro di mussolina recamato di buon uso  2 scudi
1 vestito in mussolina bianco rigato nuovo  4 scudi
14 para calzette bianche di cottone di buon uso 14 scudi
1 casachino di seta celeste nuovo 1,6 scudi
1 misaro dfalmesino nero 1,8 scudi
1 sciallo dfalmesino nero 1,8 scudi
1 misaro ricamato di mussolina 1,4 scudi
7 fazzoletti di diversi colori 3,5 scudi 1 ventaglio di seta ] 2,5 scudi
1 faldetta di basino bianco regato a largo di buon uso ] 4 scudi
1 buro di buon uso 12 scudi
1 grande specchio  5,8 scudi
1 cannape di mezzofuso  2,5 scudi
1 pendola detto orologio 3,5 scudi
In denaro effettivo  20 scudi
In robba 41 scudi
Due traine(?)  8 scudi
Tra denaro e una mostra dforo 120 scudi
Totale: 429 scudih.

Anna Maria Millelire di Domenico

Giovanni Millelire Aitano

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma