La famiglia Zonza abitante a Caprera

La presenza della famiglia Zonza a Caprera, prima dell’occupazione militare da parte del Regno di Sardegna, riceve oggi conferma, grazie alla ricerca effettuata da Francesco Sanna e Antonello Tedde nel Registro dei Battesimi della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Bonifacio: fra gli altri atti, emerge quello della nascita di Tomaso Zonza, avvenuta nel 1757, da Giulio abitante a Caprera.
Risulta, quindi, una strana incongruenza il fatto che nei due soli documenti che elencano, con una certa precisione, gli abitanti dell’arcipelago alla vigilia della occupazione del 1767, nessuna famiglia Zonza compaia né nell’isola Maddalena, né a Caprera.
Eppure non può esservi alcun dubbio sulla attendibilità di questi rudimentali “censimenti”: il primo è una “informativa”, opera del conte Rivarola e trasmessa alla Corte l’11 aprile 1766, frutto delle notizie acquisite da un suo “servo” che, evidentemente, conosceva bene la piccola comunità corsa delle isole; il secondo è uno “Stato degli abitatori delle isole Cabrera e Maddalena” compilato il 24 aprile 1767 da Allione di Brondel comandante di un regio pinco.
In questi due elenchi alcuni capifamiglia vengono indicati con il solo nome di battesimo, accompagnato dal patronimico, o da un soprannome, o dal toponimo della zona di provenienza. In entrambi compaionoun Marco Polizza (a Maddalena) e Giulio Polizza (a Caprera) che, a mio parere, si possono identificare con una certa sicurezza in Marco Maria Zonza e Giulio Zonza, entrambi figli di Anton Marco.
Perché Polizza e non Zonza?
È possibile che essi abbiano voluto nascondere la loro vera identità sotto altro nome? O forse, più verosimilmente, Polizza (o di Polizza) era un soprannome che risultava più conosciuto e usato? Certo è che, nei registri parrocchiali della parrocchia di Santa Maria Maddalena, immediatamente successivi all’occupazione dell’arcipelago del 1767, la famiglia viene identificata come Zonza : altrettanto certo che Polizza rimarrà ad indicare una fonte nei pressi di Stagnali, ben conosciuta ancora nell’Ottocento.

L’identificazione Polizza – Zonza che qui si propone viene dall’esame dei due nuclei familiari la cui consistenza è indicata dal censimento di Allione di Brondel. In quel mese di aprile del 1767, Marco (o Marco Maria), abitante nell’isola Maddalena, aveva un figlio abile alle armi (che noi sappiamo essere Giovanni Silvestro nato nel 1745, tre figli inabili alle armi (Giovanni Andrea nato nel 1752, Quirico nato nel 1755 e Cesare nato nel 1759) e due figlie (Maria Maddalena, nata intorno al 1757 e Laura nel 1761), per i primi due si ha preciso riscontro dai Registri Parrocchiali di Bonifacio, della loro nascita specificata “in insola magdalena”.
Giulio, che abitava a Caprera, aveva un figlio abile alle armi (Antonio Martino, nato nel 1751), un figlio inabile (Tomaso, nato nel 1757) e una figlia. In realtà Giulio aveva non una ma due figlie: Bernardina, (nata intorno al 1758) e Maria (nata intorno al 1760); dato che tutti gli altri dati risultano veri, possiamo pensare che per le figlie di Giulio il redattore del documento abbia commesso un errore: non sarebbe l’unico, visto che, per quanto preciso nella sua indagine, egli aveva quantificato in numeri leggermente diversi gli abitanti di Caprera a distanza di tre mesi: settantuno nel mese di aprile 1767, settantacinque nel mese di agosto dello stesso anno. Giulio aveva anche un altro figlio, Sebastiano, nato intorno al 1744, probabilmente ormai indipendente e assente dall’arcipelago negli anni 1766-67. Dei discendenti di Giulio, specificatamente nel battesimo di Tomaso, annotato nei registri parrocchiali bonifacini, abbiamo espresso riscontro della loro dimora a Caprera.
A Caprera, in quel periodo, vi erano quattordici o quindici capifamiglia raggruppabili nei nuclei familiari di Zonza, Serra o Sarreddu, Ferracciolo, Zicavo, Ornano, Cogliolo: a questi bisogna aggiungere un non meglio identificato mastro Ferraro e compagni e un Giovanni Battista Colomello.
Vivevano tutti al centro dell’isola, a distanza di circa mezz’ora dalla costa di ponente e di un’ora e mezza dall’approdo di Porto Palma. Secondo l’attento osservatore inviato dal Rivarola, le famiglie di Caprera vivevano «più d’accordo che quelle della Maddalena per essere più unite fra loro in parentela, abitano in case simili alle altre, ma tutte unite quasi nel centro dell’isola».
Le abitudini che si erano portati dietro dalla Corsica, insieme al bestiame affidato loro dai padroni bonifacini, non erano molto diverse da quelle dei galluresi: approfittando del fatto che nessuno reclamava il territorio dell’arcipelago, di proprietà demaniale, i corsi vi avevano instaurato una organizzazione sociale non scritta, evidentemente accettata da tutti, che prevedeva l’assegnazione ad ogni famiglia di una porzione di terra, il corsojo. Ogni anno se ne sceglieva uno in cui tutti potevano seminare i cereali, e allora il padrone del corsojo destinato alla semina portava il suo bestiame nell’isola di Santo Stefano: dopo di che, quel terreno rimaneva a riposo per sette-otto anni, ingrassato dal bestiame lasciato al pascolo. I terreni intorno alle case, occupati e recintati, erano compresi fra l’Arbiticcia, Capriona, Pascialedda e Guardioli, cioè la zona sottostante il Tejalone, a ponente, nella quale non mancava l’acqua ed era possibile coltivare: piccoli orti e anche vigne completavano la produzione del grano che, data la povertà del suolo, poteva essere solo quello tenero, chiamato tricu cossu (grano corso).
Le case erano costruite in pietra e terra, con una copertura di travi di “sivine”, probabilmente ginepro fenicio, “e ramaglie dette mertedo da intrecciarsi a due o tre corsi uno contrario all’altro […] in modo che l’acque pluviali non possano trapelare”.
Erano abitazioni molto piccole, nelle quali è difficile immaginare che potessero vivere tante persone: un solo vano, il cui arredo doveva essere minimo, con lo spazio per il fuoco al centro, direttamente sul pavimento, intorno al quale si dormiva, la notte, su una stuoia. I legami stretti della comunità si rivelano nei numerosi matrimoni fra consanguinei, per i quali era indispensabile chiedere la dispensa papale. Essendo le case poco distanti l’una dall’altra e tutte abitate da parenti più o meno intimi, possiamo immaginare i bambini in gruppi numerosi, occupati a giocare o ad aiutare gli adulti nei loro lavori. In questo ambiente Tomaso Zonza dovette vivere la sua infanzia. Aveva 12 anni quando, il 26 maggio 1769, morì il nonno Marco e forse assistette al trasporto funebre, in barca, fino alla chiesa di San Michele del Liscia, alla quale si arrivava risalendo il corso del fiume e i suoi stagni.
Probabilmente, come molti altri giovani, raggiunta l’età per imbarcarsisui regi legni, aveva abbandonato Caprera e la sua povera vita. Quando si sposò, nel 1787, si era, probabilmente già trasferito definitivamente a La Maddalena, dove, da circa dieci anni, il governo aveva cercato di concentrare la popolazione intorno al porto di Cala Gavetta concedendo il terreno per costruire la prima casa e un lotto da coltivare intorno al borgo.
Già molte famiglie di Caprera avevano abbandonato la loro isola: nel 1779 delle quindici ancora presenti, otto avevano chiesto di trasferirsi.
Alcuni, però, preferirono continuare l’attività agricola, forse solo stagionale, nell’appezzamento di terreno dei loro avi: quando, nel 1834, si fece il censimento delle aree occupate ab antiquo, e quindi ritenute ormai proprietà perfetta, nell’area vi erano ancora le case delle vecchie famiglie: tre capanne appartenevano agli Zicavo, nell’area più settentrionale nota anche come Binda dei Zicavesi, due ai Ferracciolo, più vicine alla fonte della Capriona, una ai Serra, in posizione intermedia, e un’altra più a sud, intestata a Silvestro Zonza, figlio di Sebastiano e nipote di Tomaso.
Questa casa ha avuto una sorte un po’ diversa dalle altre ed è stata più a lungo preservata dalla distruzione: infatti, dopo la cessione di Caprera allo Stato, alla fine dell’Ottocento, essa subì qualche trasformazione atta a renderla meglio abitabile: il tetto fu innalzato e rinforzato, due vani furono aggiunti, uno dei quali fungeva da cucina.
Probabilmente a questa epoca si deve il selciato che segna la strada di accesso e la ristrutturazione del forno posto dinanzi all’abitazione. Si tratta di un manufatto con caratteristiche particolari: è un basso parallelepipedo, formato da pietre scapole i cui interstizi sono riempiti di pietre e cocci, al centro del quale si apre il vano di cottura costruito in mattoni refrattari ricoperti di uno spesso strato di terra; oggi un leccio cresce nello strato di humus e cocci creato dal crollo della volta e ne mette in pericolo il fragile equilibrio. Questa tipologia costruttiva si differenzia da altre presenti nelle vecchie case corse e che varrebbe la pena di studiare.
A levante della casa vi è un pozzo, che raccoglie l’acqua filtrata dal terreno sovrastante, costruito anch’esso in pietre a secco, ma sfruttando l’appoggio di una parete di granito. Tutt’intorno rimangono numerose tracce della attività agricola e pastorale che vi si svolgeva: recinti per il bestiame, realizzati in pietra, di cui uno circolare di fronte alla casa – oggi distrutto – e uno rettangolare a nord; piccoli pozzi a scarpata per fare abbeverare il bestiame; tafoni adattati con chiusure a secco per custodire agnelli e capretti o conservare il grano per la semina e per la vita fino al nuovo raccolto, quando i corsi tornavano a Bonifacio nei mesi estivi per regolare i loro affari, celebrare i matrimoni o far battezzare i figli nati durante la loro permanenza nell’arcipelago.
Uno di questi tafoni, certamente adibito al bestiame, si trova a sinistra del sentiero di accesso alla casa che sembra seguire un confine fra due proprietà diverse, forse Serra e Zonza. Un altro, molto più grande, si trova nella parte alta, a mezza costa verso il poggio Zonza, chiamato la Sapera della paglia, oggi quasi irraggiungibile. Di fronte alla casa, verso ponente, vi è un terreno recintato ad uso agricolo e, più in basso, verso Guardioli, un grande appezzamento leggermente in declivio, attualmente coperto di alberi, ben recintato, nel quale si riconoscono semplici strutture murarie sui lati: era destinato ad uso agricolo (e infatti era stato completamente liberato dalle pietre) e munito di due grandi pozzi di forma diversa; la vadina che lo percorreva, probabilmente ristagnando nei punti depressi, è stata imbrigliata in un canale foderato da basse pareti in pietra e raccoglie anche il troppo pieno dei due pozzi.
Tale ricercatezza nella gestione dell’acqua potrebbe far pensare ad un intervento di un’epoca successiva quando il terreno fu venduto a Garibaldi che attenzioni simili dedicò a tutta l’area della Tola con accurati drenaggi e controlli dell’acqua.
Oggi la “Casa Zonza” corre serio pericolo di crollo: l’unico muro che ha mantenuto abbastanza saldamente la sua struttura perché legato a quello contiguo, più recente, ora è gonfio di pioggia e pericolosamente inclinato.
Un meritorio intervento conserverebbe il ricordo di quei luoghi.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma