La fine della primavera isolana

La giunta di sinistra, guidata dal geometra socialista Salvatore Vincentelli, fu costretta alle dimissioni da una rivolta di palazzo. “Dopo nove mesi riuscimmo a catalizzare alcuni della lista civica, presentammo contemporaneamente le dimissioni alle 3 del mattino. Il povero Battista Vico partì con una barchetta da La Maddalena, andò a Palau e presentò al Prefetto le dimissioni di 15 consiglieri e il Prefetto sciolse il consiglio comunale. Si rifecero le elezioni”, raccontò Donato Pedroni [1].

Alcuni frondisti ottennero un premio per il loro voltafaccia: la candidatura nella lista DC, con elezione sicura, alle consultazioni amministrative del marzo 1953. Si disse che Pietro Ornano, si fosse fatto promettere dai democristiani la poltrona di sindaco. Che, in effetti conquistò, anche se non immediatamente, dopo la fronda.

Giuseppe Deligia

Prima dell’atto finale, consumatosi durante l’infuocata riunione della Giunta comunale del 27 dicembre [2], alcuni fatti di importanza secondaria, furono assunti a pretesto, dalle minoranze e da alcuni assessori e consiglieri di maggioranza ormai in aperto dissidio con il sindaco, per spingere l’acceleratore verso la crisi, che avrebbe spianato la strada alla rivincita democristiana.

Si trattò di episodi marginali, che, in altri tempi e senza il paese spaccato in due com’era allora o almeno senza due fazioni in campo “l’un l’altra inimica”, non avrebbero inciso minimamente sulla attività della pubblica amministrazione.

Il primo fatto accadde il 9 novembre e riguardò la stampa e la diffusione clandestina di un manifesto che riproduceva in forma caricaturale il ‘Leone di Caprera’, lo stemma della città de La Maddalena. Ed anche il simbolo sotto il quale si era presentata la ‘Lista Cittadina’. L’intero gruppo consiliare democristiano strumentalizzò quella che nelle intenzioni del ‘Pasquino isolano ’ voleva essere una, forse non troppo innocente, parodia dell’arena locale e presentò un’interpellanza con carattere d’urgenza al sindaco Vincentelli, per conoscere quali provvedimenti avesse adottato e intendesse adottare “onde accertare la responsabilità d’indole morale, politica e penale” [3] da addossare a colui, o a coloro, che avevano prodotto quella, secondo loro, inopportuna opera di ingegno, che sottoponeva il segno distintivo della comunità a “vergognoso vilipendio” [4].

Il secondo fu la conseguenza di un provvedimento ispirato dall’amministrazione a guida DC, in ‘sella’ fino al maggio 1952: il giudice conciliatore aveva ripetutamente intimato ai militanti del PCI di lasciare i locali della sezione storica di via Vittorio Emanuele, in seguito all’esecuzione dello sfratto chiesto dal proprietario dell’immobile – lo stesso Comune – e reso operativo con una sentenza del Pretore de La Maddalena. I comunisti avevano presentato ricorso, percorrendo tutti i gradi del giudizio e arrivando fino alla Cassazione. Il Comune si era trovato a soccombere. I locali richiesti, che sarebbero dovuti servire per installarvi il telefono pubblico, non furono mai allestiti. E dovettero essere riconsegnati al PCI. L’avvocato di fiducia del partito aveva fatto sapere che, se il Comune avesse resistito ancora in giudizio, egli avrebbe richiesto gli onorari che superavano il mezzo milione di lire [6]. Questi due fatti, assieme e strumentalizzati, avevano contribuito non poco ad accalorare gli animi dei consiglieri di ambo gli schieramenti e a far nascere propositi di resa dei conti.

Intanto, i consiglieri comunali, alla spicciolata, iniziarono a presentare le loro dimissioni.

Il disegno concepito dalle fervide menti degli strateghi democristiani, produceva a poco a poco i risultati sperati.

Ancora una volta, fu Renzo Larco, adoperando la penna con la consueta maestria, a tratteggiare il fondale scenico di un’opera da teatro di periferia. Lui che era stato abituato a calcare ben altri palcoscenici.

Il giornalista indirizzò una lettera raccomandata alla giunta municipale e, per conoscenza al prefetto di Sassari con queste parole “Avendo deciso di porre termine al mio mandato di occhialuto capolista della ‘Conigliera’ cittadina – scrisse Larco, ironizzando sulla formazione politica con la quale si era presentato alle elezioni – nel ringraziare commosso l’intera maggioranza consigliare per l’unanime spontanea dimostrazione di un generoso spirito di colleganza e di stima offertomi in occasione della presentazione e lettura in Consiglio di un’interpellanza della minoranza (…) per protestare contro la pubblicazione contrabbandiera e anonima di un foglio illustrato, in cui era dileggiato, anzi sfregiato lo stemma cittadino (che é nobile simbolo della collettività) con una rappresentazione caricaturale che voleva essere offensiva anche (e in specie, nelle intenzioni) per tutti i membri della Lista Cittadina. Dopo aver rilevato la singolare coincidenza che nella detta pubblicazione, effettuata in violazione delle norme della legge di P.S., venne riprodotto, nelle identiche dimensioni, lo stesso identico disegno (eseguito dalla penna, qui alla Maddalena, da un esperto, noto disegnatore) disegno che era stato elaborato e adottato dal Comitato elettorale della ‘conigliera cittadina ’, con la sola modifica, adesso – e bene insultante – allo stemma centrale (ciò che lascia supporre che certe anime putrescenti, le quali si squalificano per il solo fatto di operare nelle tenebre dell’anonimato e dell’azione banditesca alla macchia) sono oltretutto scervellate e stupide, perché provocano effetti che risultano nocivi ai loro divisati intendimenti” [8].

Le parole dell’ex sindaco non hanno bisogno d’alcun commento. Pur tenendo in debita considerazione l’utilizzo asservito a uno scopo ben preciso, che di questo fatto tutto sommato accessorio, fecero gli avversari delle sinistre al potere, occorre dire che la vigliaccheria e l’arte del lanciare il sasso, nascondendo la mano, fu e ancora è, cosa peculiare della società politica isolana. Si ricordi, a titolo d’esempio, quello che era accaduto qualche mese prima, al presidente dell’ECA, Augusto Morelli [9].

E di azioni sleali, all’insegna dell’anonimato e della pusillanimità, ahimé, se ne poterono contare in gran copia, negli anni a venire.

Io sottoscritto Renzo Larco, se devo pur riconoscere che, sì, purtroppo dovrò – e quanto! – andare in giro per le strade cittadine facendomi scherno con una mano alle pupille gravemente colpite (e tuttavia é certo che la mia mano non dovrà colpire pensieri falsi e propositi di ignominiosa azione, perché la mia firma, nome e cognome, l’ho sempre apposta in calce a ogni mio scritto, considerando documento di viltà e di abiettezza l’uso dell’arma dell’anonimato e il ricorso contrabbandiero alle pubblicazioni clandestine e, quindi potrò sempre girare per le strade della Maddalena con la fronte alta, confortato dalla sicurezza di albergare un’anima diritta, fiera, onesta) – soggiungeva il letterato di fama, mal celando la delusione e l’indignazione – Io sottoscritto Renzo Larco, che, a ogni buon conto, con lettera spedita per posta raccomandata in data 21 aprile 1952 scrivevo a chi dovere quanto segue: ‘non é la mia una supina accettazione del mandato; é un’ accettazione molto condizionata e molto vigile. Desidero che su questo punto fondamentale abbiate idee chiare sui miei propositi. Io non accetterò idee e soluzioni che tendano e portino a sostanziali deformazioni del mio pensiero’. Io che avevo preso impegno di fronte agli elettori ‘isulani’ di portare il mio contributo nella pubblica amministrazione operando come ‘un buon padre di famiglia’, e che nella ricetta del buon senso e dell’onestà amministrativa ho creduto, come contributo a credere che non debba entrare il calcolo politico, perché se da un’errata delibera può venire danno alla Pubblica Cosa, questo danno resta danno anche se coperto dal manto capzioso della disciplina di partito. Io sottoscritto Renzo Larco, compiacendomi di avere tenuto fede ai miei ideali e agli impegni presi con la cittadinanza maddalenina, invito codesta giunta comunale a prendere atto, puramente e semplicemente, delle mie dimissioni da consigliere comunale. Firmato Renzo Larco” [10]. La lettera di dimissioni rappresentava una sorta di testamento spirituale: l’uomo aveva capito tutto delle categorie antropologiche, prima ancora che politiche, che intervenivano nella società ristretta e sacrificata in cui aveva scelto di vivere la sua vecchiaia, dopo tanti anni trascorsi nelle metropoli europee. Aveva capito la dinamica politica. Aveva capito che il sistema vigente non era fatto per lui, la cui dote basilare non era il coraggio. Aveva capito, infine, che la stoffa dell’uomo di lettere è d’eccessivo pregio per essere proposta alla vendita in una bottega di rango ordinario. Però, riconosceva, con umiltà francescana, i propri limiti. E anche quelli dei suoi compagni di viaggio.

L’ambiente, come è facile immaginare, non era sereno. La motivazione recata da Giovanni Farese alle sue dimissioni da consigliere comunale ne è attendibile testimonianza. “La situazione che é venuta a crearsi (…) ha avuto una ripercussione in seno alla mia famiglia – scrisse l’assessore a cui il sindaco avrebbe ritirato la delega all’Azienda idroelettrica, in seguito alle conseguenze dell’affissione del derisorio e anonimo manifesto – Poiché prima di ogni altra cosa tengo alla pace famigliare, ho deciso di rassegnare le dimissioni da consigliere comunale” [11].

Il 22 dicembre il sindaco revocò, con decorrenza immediata, la delega di assessore alle finanze al consigliere civico Pietro Ornano [12].

Il 27 dicembre, come detto, la giunta comunale, prese atto delle dimissioni dei 15 consiglieri: Renzo Larco, Pietro Ornano, Marcantonio Bargone, Giovanni Farese, Natale Berretta (gli uomini di ‘spessore’ della ‘Lista Cittadina’), Giuseppe Sforazzini (monarchico), Carlo Bertorino (missino), Gian Battista Fabio, Donato Pedroni, Sebastiano Asara, Lorenzo Muzzu, Guido Mura, Antonio Canolintas, Giovannino Campus, Cesiro Impagliazzo (tutti democristiani) [13].

Era d’altronde noto come, secondo voce popolare, le crepe che si formavano, giorno dopo giorno in seno alla maggioranza, avrebbero portato ben presto al crollo dell’edifico costruito su fondamenta deboli.

Il 29 seguente, il sindaco Salvatore Vincentelli informò per iscritto il prefetto di Sassari, di quanto era accaduto: in seguito alle dimissioni della metà esatta dei componenti del consiglio comunale, non esistevano più, né di fatto, né di diritto, le condizioni minime per potere amministrare e quindi, l’assemblea civica era praticamente disciolta [14].

Gradirei che Vostra Eccellenza volesse darmi istruzioni circa il da farsi. – scrisse il sindaco – Io continuo, sempre che nulla osti, a reggere l’amministrazione sino al momento di dare la stessa nelle mani di colui che dovrà sostituirmi quale capo di essa. Reputo mio dovere comportarmi in tale modo e a questo dovere resto fedele(…). Poiché i pareri sono controversi circa l’agibilità della Giunta, sarei grato se mi vorrà far conoscere se essa può ancora deliberare in attesa di trapasso dei poteri a colui che V.E. designerà quale capo di questa amministrazione” [15].

L’ultimo giorno dell’anno il quotidiano sassarese ‘La Nuova Sardegna titolò: ‘Crolla il Campidoglio maddalenino’ [16]. Ed in effetti era avvenuta proprio una cosa del genere!

Il corrispondente Salvatore Zoccheddu, futuro sindaco DC, nella sua cronaca cercò di separare la notizia dalle opinioni. “Non é molto lontano il giorno i cui, con baldanzose speranze, i nuovi eletti salirono i gradini del Campidoglio isolano – annotò il cronista – Ma quanti fatti d’ordine psicologico, quanti mutamenti intestini, dissensi! Il neo eletto sindaco dottor Larco, costretto per motivi di salute a rassegnare le proprie dimissioni pochi giorni dopo l’insediamento, veniva sostituito dal geometra Vincentelli, giovane, del quale è doveroso sottolineare l’operosità e il desiderio di ben operare, che ha dovuto, però, reggere il timone di una barca ballonzolante su marosi da tempesta” [17].

Vox Dei?- si chiedeva il caustico Zoccheddu – No comment risponderemo nella lingua di quei diplomatici adusi a vedere il mondo girare sulla punta del loro indice. A noi preme mettere in mostra i fatti e dare soltanto una sbirciatina alla voce corale del popolo che, come nella tragedia antica, sottolineava col suo mormorio gli avvenimenti. Oggi il consesso che reggeva le sorti del nostro paese é crollato per le dimissioni dei consiglieri DC, monarchico-missini, indipendenti e ‘honni soit qui mal y pense’ della lista cittadina. Che bolle in pentola? Ce lo dirà il futuro. Per ora attendiamo l’arrivo di un commissario prefettizio. Poi, chi vivrà vedrà (…)” [18].

L’ultimo atto della giunta laica e di sinistra si compì l’8 gennaio 1953.

Arrivò in quel giorno a La Maddalena il commissario prefettizio Salvatore Castellana, ragioniere capo della prefettura di Sassari.

Il sindaco uscente gli consegnò “l’amministrazione comunale, l’Azienda idroelettrica, con tutti gli uffici e con tutti gli atti a essi inerenti” [19].

Salvatore Vincentelli era un uomo onesto, un puro. Il prefetto gli fece capire che per il bene di La Maddalena era meglio che vi fosse un’amministrazione comunale allineata con il governo nazionale. Lui obbedì e si dimise” – spiega oggi Augusto Morelli [20].

L’8 marzo 1953, con una città profondamente divisa e con un tessuto sociale lacerato e caratterizzato dagli odi politici e dai rancori personali, si andò alle urne per eleggere il nuovo consiglio comunale.

La DC ottenne 20 seggi sui 30 disponibili e la maggioranza assoluta. I consiglieri del PCI passarono da otto a tre (furono riconfermati Augusto Morelli e Pietro Balzano) e i socialisti, da quattro a tre.

Il 26 marzo successivo fu eletto sindaco un democristiano, ex-segretario politico fascista, l’avvocato Antonio Carbini.

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] D. PEDRONI, Cit.

[2] ACLM, Registro. Cit. A. 52. Deliberazione n. 364 del 27 dicembre 1952.

[3] Ibidem.

[4] ACLM, Verbale del consiglio comunale n. 315 del 13 novembre 1952. Interpellanza del gruppo DC e del consigliere Sforazzini.

[5] ACLM, Registro delibere della Giunta Comunale, A. 1952. Delibera n. 365 del 27 dicembre 1952.

[6] Ibidem.

[7] ACLM, Lettera autografa di dimissioni del consigliere Renzo Larco, del 18 dicembre 1952.

[8] Ibidem.

[9] A. MORELLI, Testimonianza cit..

[10] R. LARCO, Lettera cit.

[11] ACLM, Lettera di dimissioni di Giovanni Farese, del 21 dicembre 1952. Fogli sparsi.

[12] ACLM, Circolare del sindaco Salvatore Vincentelli. Protocollo n. 31468 del 22 dicembre 1952.

[13] ACLM, Registro delibere Giunta comunale. Deliberazione n. 364 del 27 dicembre 1952.

[14] ACLM, Gabinetto del Sindaco, atto n. 76 del 29 dicembre 1952. Lettera al Prefetto.

[15] Ibidem.

[16] ‘La Nuova Sardegna’ n. 307 del 31 dicembre 1952.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] ACLM, Verbale di passaggio d’amministrazione, 8 gennaio 1953.

[20] A.MORELLI, Testimonianza cit.