La Maddalena e la Gallura

La Maddalena e la Gallura

La Maddalena ed il suo arcipelago appartengono alla parte nord orientale della Sardegna che viene identificata con il nome di Gallura.
La vicinanza geografica (ma anche i legami della storia con la Corsica e, soprattutto, con Bonifacio) rendono suggestivo e sovranazionale il quadro di area vasta che, qui, sarebbe assai lungo descrivere.
Riteniamo più che significativo riportare alcune righe della voce “Gallura” a cura di Giulio Cossu dal volume 2 del “Dizionario storico-geografico dei Comuni della Sardegna”, C. Delfino editore (2007).
Vengono omessi i riferimenti alla geografia degli stazzi che non può essere richiamata per l’isola di La Maddalena.
“La parte nord-est della Sardegna è costituita da una terra di piccole catene granitiche emergenti su un notevole altipiano irregolare, che un tempo si chiamava Gèmini. L’entità geografica, piuttosto tormentata e complessa, si può circoscrivere approssimativamente, anche e soprattutto in senso etnico, in un triangolo che si appunta verso la Corsica. La sua base è però notevolmente obliqua verso sud-est e fa da confine meridionale, segnato press’a poco dal corso inferiore del fiume Coghinas, dalla lunga catena del Limbara e da una incerta linea sinuosa che unisce l’estremità orientale della catena con lo stagno di San Teodoro, a metà strada tra Olbia e Posada. Il Coghinas, a monte di due sbarramenti artificiali, forma due grandi laghi, uno al confine col territorio di Oschiri e l’altro al confine con l’Anglona, nelle vicinanze di un vecchio ponte romano, nei pressi di Tisiennari. Il nome attuale di questo fiume, latino-logudorese, traduce rozzamente la più antica denominazione di Termo da mettere in relazione col fenomeno vulcanico sotterraneo che ne fa bollire le acque nell’ansa strozzata di Casteldoria.
Al di qua del mare, che segna la rimanente linea di confine, e delle accidentate frastagliature della costa che apre ventagli di spiagge meravigliose, si affacciano colline preminenti ma anche isolanti con i loro rudi bastioni rocciosi, spesso tafonati, e le loro trincee fortemente addossate. Al di là della costa orientale il ridente arcipelago della Maddalena, che i Romani chiamarono delle Cuniculariae perché popolato di conigli selvatici, e, più a meridione, isole varie, tra le quali le più caratteristiche e le più pittoresche sono quelle di Figarolo, di Tavolara e di Molara, popolate dagli ultimi mufloni.
Un’ipotesi suggestiva, ma ancora tutta da verificare filologicamente e da dimostrare definitivamente è che, a questa terra, i Fenici, insediatisi con una base nell’attuale golfo di Olbia (XI-IX sec. a.C.), abbiano dato il nome generico di Galil, cioè di insieme di alture rocciose, con riferimento evidente alla zona interna come appare dalla riva del mare, lontana e vaga e inesplorata, che ad essi poco interessava perchè erano un popolo di navigatori. Il riscontro azzardato si avrebbe con i toponimi, di probabile origine fenicia, di Galilea, che in ebraico è appunto Galil, e di Galaad, territorio montuoso come la Galilea, nell’attuale Transgiordania, che, scisso nelle radici Gil (Galil) ‘Ad, significherebbe “cumulo della testimonianza”. Reminiscenze bibliche che ci possono interessare per giustificare glotologicamente una radice che, se pur modificata, come è verosimile, per la sorte che altera tanti toponimi importati con apofonia anomala, dovrebbe conservare il suo significante di “cumulo” roccioso e di “altura”.
La denominazione di Gallura potrebbe dunque non aver niente a che fare con il gallo che fu insegna araldica dei Visconti di dantesca memoria e può essere o una coincidenza o una infondata derivazione successiva. Essa sarebbe invece derivata da una abbreviazione della prima cartografia romana “Gal.rura”, cioè zone del Galil…
Bisogna poi considerare che la Gallura, nominata da Dante, è legata al giudicato pisanovisconteo.
Ma è chiaro che il nome della regione è anteriore alla ingerenza pisana e indipendente quindi, perché lo precede nelle origini, dall’insegna nobiliare del casato toscano.
Il primo accenno alla Gallura, infatti, allo stato attuale della ricerca storica, appare in una lettera che il 15 ottobre del 1073 il papa Gregorio VII indirizzò ai giudici sardi per invitarli alla sottomissione alla Chiesa di Roma. Nell’epistola si parla di un Costantinu Gallurensis, che è poi Costantino De Zori, uno dei governatori della regine, come si afferma nel De Rebus Sardois del Fara.
Dunque il termine appare per la prima volta nel sopra citato documento dell’XI secolo, cosa che naturalmente presuppone un uso già consacrato dalla tradizione, ad indicare una delle quattro parti in cui era allora divisa la Sardegna…
Da tutto questo discorso possiamo comunque dedurre il dato storico sicuro che nella seconda metà del secolo XI già vi era in Sardegna un’entità territoriale a cui era stato assegnato il nome di Gallura o uno somigliante. Non c’è dato però di conoscere né l’anno in cui fu istituito lo Judicatus Gallurae né la sua estensione ed i confini stabiliti al momento dell’istituzione.
E’ certo però che, nei vari secoli, zone diverse da quelle attuali furono comprese sotto la denominazione di Gallura.
Sicuramente genti di stirpe diversa si stabilirono fin dalla preistoria in questa estensione territoriale destinata a diventare “individuo geografico”. Una documentazione, che sembra abbastanza fondata, è offerta come prima testimonianza della presenza dell’uomo preistorico, quella dei ripari sottoroccia dell’isola di Santo Stefano dell’arcipelago della Maddalena. Si risalirebbe al Neolitico o Età della pietra levigata (5000-2450 a.C.). Siamo dunque in parallelo con la preistoria del resto dell’isola e con la civiltà prenuragica che forse trova in qualche dolmen (a Luras) e in tombe a circolo (ad Arzachena) la sua testimonianza più significativa.
Il neolitico recente favorisce forse anche l’immigrazione in zone fino ad allora disabitate di genti provenienti dall’Africa, dalla Liguria, dalla Penisola iberica.
Con l’arrivo di popolazione di probabile origine egeo-orientale comincia così, in un periodo imprecisabile ma forse coincidente con l’Età del Bronzo, a caratterizzarsi un processo di individuazione riscontrabile anche nella successiva età nuragica, che si presenta anch’essa differenziata in confronto alle altre parti della Sardegna. Basta accennare alla pianta a corridoio.
Abbiamo anche, comunque, la presenza di tombe di giganti e di pozzi sacri come in altre zone.
Nell’età post-nuragica arrivò anche qui la colonizzazione greca, anche se in maniera indiretta. I Greci Focesi di Marsiglia (VIII sec. a.C.) avrebbero fondato una prima colonia nel golfo che da questo insediamento avrebbe preso il nome di Olbia (“La Felice”). Di questo insediamento si sarebbero poi impossessati i Fenici e i Cartaginesi, attraverso vicende non facilmente ricostruibili, finchè, a partire dal 238 a.C., arriviamo alla colonizzazione romana che è stata indubbiamente la prima veramente incisiva per lo sviluppo di tutta l’area gallurese, che si arricchisce allora di numerosi nuovi insediamenti. L’Olbia romana, con il suo porto di attività intensa, si sviluppa in maniera tale che promuove la costruzione di una rete stradale che lo metta in comunicazione più diretta con l’interno che si anima di nuova vita.
Su preesistenti tracciati nuragici nascono così strade sulle diverse direzioni: a nord fino a Tibula (Capo Testa?), a ovest fino a Gemellae (Tempio), a sud fino a Feronia (Posada).
Tramite il porto di Olbia la Gallura fu certamente tra le prime regioni sarde ad essere largamente influenzate dal Cristianesimo, a partire dal II secolo d.C. e fino al V secolo in cui si ebbe la dominazione bizantina dopo l’invasione dei Vandali che avrebbero distrutto Olbia, ricostruita poi più a nord, a breve distanza dalla costa, col nome di Fausania…
Vari castelli costruiti in Gallura in quest’epoca giudicale fanno pensare a questa nuova politica militare e difensiva: di Longone a Santa Teresa, di Pedres a Olbia, di Monteacuto a Berchidda, di Padulacciu a Telti, di Balaiana a Luogosanto.
Ma dopo il Mille i Giudicati sardi caddero alternativamente sotto il dominio diretto o indiretto di Pisa e di Genova.
Le fonti storiche del basso Medioevo sono però molto scarse. Come appartenenti al Giudicato di Gallura si trova qualche accenno di centri abitati: Santo Stefano di Posada, Civita, Tempio; di vari villaggi e “corti” ora scomparsi. Spesso il villaggio è sorto in funzione di chiesette dedicate a vari santi. I documenti sono per lo più atti di donazioni e vendite ecclesiastiche. Nel Duecento sono documentati monasteri benedettini nelle isole di Maddalena e di Santa Maria. Un registro pisano del Trecento elenca centri abitati, piccoli villaggi, che poi nel secolo successivo risultano decaduti.
Il sopraggiunto periodo aragonese è per la Gallura una fase critica di spopolamento. Guerre, pestilenze e malaria rendono disabitate le coste dove sopravvive solo Olbia, ridotta a un villaggio di pescatori. Nelle regioni interne, divenute sempre più deserte, vegetano miseramente piccoli centri abitati come Bortigiadas, Tempio, Aggius, Calangianus, Luras, Nuchis. Ma questi centri hanno il vantaggio di essere immuni dalle depredazioni dei Saraceni che in Gallura ebbero nell’isola di Torar, oggi Caprera, una base di partenza per le loro incursioni, che risalgono all’848 d.C.
L’affermarsi del dominio aragonese non fu facile. A qualche rivolta dei Galluresi si aggiunsero diversi assedi dei Giudici di Arborea. Alla fine del ‘400 una legge aragonese allontanò anche dalla Gallura un certo numero di Corsi e di Ebrei. Tempio vide diminuire sensibilmente la sua popolazione per la partenza di una loro folta colonia. Nel ‘500 la Gallura fu invasa da un esercito francese e Olbia fu in seguito saccheggiata dal turco Dragutte, dopo una grave pestilenza.
Fu questo periodo di disordine e di abbandono che alimentò l’imperversare di un fenomeno di banditismo che durerà fino all’800.
In questo quadro storico confuso, alla fine del Seicento, Tempio, l’antica Gemellae della colonizzazione romana, progredisce per fattori diversi, non ultimo l’istituzione di una scuola di Scolopi nel convento del Carmine. Diventa centro di attrazione amministrativa, religiosa e burocratica, economica.
Forti di questo sviluppo i notabili tempiesi (i don e i cavaglieri che avevano saldi rapporti con la corte viceregia di Cagliari) chiesero al re d’Aragona la classifica giuridica di municipio e la sede vescovile che apparteneva a Olbia, divenuta nel frattempo Terranova. La richiesta per questa sede sembrava giustificata anche dal fatto che allora gli abitanti di Tempio erano 3000 circa contro i 300 di Terranova.
Così la Gallura arriva al breve governo austriaco e a quello dei Savoia, iniziato nel 1720.
Un passo del progresso della costa e del mare si ha con l’istituzione nell’isola della Maddalena di una base della Marina militare. Ma già la valorizzazione dell’arcipelago maddalenino si era avuta a partire dal 1767, quando subito dopo la rapida occupazione da parte dei sardopiemontesi, la popolazione fu incrementata anche per volere del re. Nell’isola principale le capanne dei pastori si trasformarono in case e venne costruita la chiesa. Nasce così il punto strategico legato a imprese ricordate con i nomi di Millelire, di Napoleone, di Nelson.
Si può dire, a questo punto, che la nascita dello stato unitario italiano, in linea generale, nel corso di tutto l’Ottocento, favorì l’evoluzione delle zone marittime galluresi. Risorse così a nuova vita attiva Olbia. La creazione del porto di Golfo Aranci ebbe come conseguenza la nascita di un nuovo centro abitato. Lo sviluppo notevole della Maddalena fece si che in riva al mare, di fronte e come testa di ponte, sorgesse anche il centro abitato di Palau, nascita caldeggiata anche in una memoria del 1808 del comandante della Marina Sarda Des Geneys. Per le prime costruzioni, una fortificazione, una piccola caserma e una cappella, consigliava, per risparmiare, l’utilizzazione della mano d’opera dei forzati. Questo punto di controllo avrebbe anche potuto essere di capitale importanza per la repressione del contrabbando.
Ma spontaneamente si popolarono di pastori le altre isole dell’arcipelago maddalenino, dopo quella più vasta.
A Caprera costruì più tardi la sua celebre dimora Giuseppe Garibaldi, dopo aver acquistato l’isola per consiglio dell’amico maddalenino Pietro Susini. Il nucleo, per così dire, garibaldino, destinato a divenire museo, era costituito da una ventina di persone che animavano una vera e propria fattoria progredita.
Anche l’isola di Tavolara fu colonizzata da un pastore maddalenino, di nome Giuseppe Berteleoni, a cui Carlo Alberto avrebbe dato il titolo di re.