La tragedia del Tripoli

Il primo conflitto mondiale non coinvolse direttamente La Maddalena, in fondo lontana dai principali teatri di guerra. Avrebbe dovuto avere un ruolo importante, peraltro, nella vigilanza e nella lotta contro i sommergibili germanici, che insidiavano le nostre acque, scortando le navi mercantili e accorrendo in caso di siluramenti per prestare soccorso ai naufraghi.
Ma, sebbene per effetto della legge del 3 marzo 1887 e, poi, del 28 aprile 1910 fosse stata designata come una delle più potenti piazzeforti della Marina, aveva a disposizione, il vecchio cacciatorpediniere Fulmine, il piccolo esploratore Levante, la nave scorta Mafalda, ex mercantile, meno di 500 tonnellate di stazza, armata di cannoni e torpedini per la caccia ai sottomarini, oltre al naviglio minore. La notte del 17 marzo 1918, il piroscafo Tripoli, ex nave ospedaliera turca durante la guerra libica del 1912, rimodernato e adibito ai collegamenti tra la Sardegna e il Continente, partiva da Golfo Aranci alla volta di Civitavecchia con 457 persone a bordo, compreso l’equipaggio, di cui 376 erano militari: 90 marinai provenivano dalla Maddalena. Fatta eccezione per i disagi del mare in burrasca, si prevedeva una navigazione sicura perché le navi di linea, seppur lente, non erano state mai attaccate dai sommergibili nemici che, numerosi, infestavano i mari della Sardegna e sino allora avevano danneggiato o affondato molte altre navi in transito. Si diceva che il ministro della Marina germanica Alfred von Tirpitz, proprietario di vaste tenute sulla costa di Alghero e affezionato alla Sardegna, avesse raccomandato di non disturbare le navi delle linee sarde. Si mormorava anche che, negli anfratti del litorale o ammarati sui bassi fondali lungo i suoi possedimenti, fossero stati collocati contenitori di combustibile destinati ai sommergibili tedeschi che, dotati di limitata autonomia e assai distanti dallo loro basi, non si sapeva come potessero altrimenti rifornirsi.
La cosa non era inverosimile perché a questi stratagemmi i tedeschi ricorrevano anche in altri siti, come denunciò in un articolo il cav. Giuseppe Tanca della Maddalena: “Tra l’isola del Marettimo sulla costa siciliana e la costa africana trovasi il labirinto di un fondo insidioso a nome Kerkenah, posto sul passaggio Gibilterra Malta. Tutte le navi cercano di evitarlo. Ritengo che in qualche punto di questo labirinto vi siano depositate barche in ferro ripiene di benzina o altro materiale necessario ai sommergibili”.
Nei primi mesi del 1916 van Tirpitz aveva lasciato il suo incarico. Sarà una pura coincidenza, ma da allora le cose cambiarono.
Alla partenza del Tripoli un U-boot nemico era in agguato con la missione di affondarlo. La notte era burrascosa e, non potendo reggere la forza del mare tutto il tragitto, il piccolo Mafalda rientrava alla Maddalena, lasciando il Tripoli al largo di Capo Figari. Fu allora che il sommergibile, alle ore 22:20, lanciò il suo micidiale siluro contro la fiancata sinistra del piroscafo, che cominciò la sua lunga agonia. Enrico A. Valsecchi rileva l’analogia tra la fine del Tripoli e quella del Titanic (14-15 aprile 1912): “Faceva freddo, la nave affondava lentamente, ma non c’era posto per tutti sulle lance di salvataggio e i soccorsi arrivavano in ritardo”. Il Tripoli disponeva di sei lance e quattro zattere e aveva ottanta posti di salvataggio. Un centinaio di persone, guidate dal secondo ufficiale, aveva cercato di costruire dei galleggianti con materiale di fortuna.
Qualcuno vi si era aggrappato e con la forza della disperazione non aveva mollato la presa sino al mattino successivo. Molti altri dovevano soccombere nell’acqua gelata. Le due navi s’inabissarono, rispettivamente, l’una alle 02:20 e l’altra alle 02:30. L’S.O.S. lanciato dalla nave fu captato subito dalla stazione della Maddalena. Il Fulmine aveva le caldaie spente, perché la sera precedente era dovuto entrare nel locale cantiere per riparazioni e poté salpare soltanto alle cinque del mattino per raccogliere qualche superstite. Il Levante e il Mafalda, che intanto era tornato indietro, si trovavano sul posto e operavano i primi soccorsi. Ma, quando ancora molti naufraghi erano in acqua, alle prese coi marosi e il gelo, il comandante del Mafalda, Armando Galazzetti, improvvisamente con sconsiderata decisione si allontanava dal luogo del naufragio per dirigersi là dove nel frattempo il sottomarino aveva attaccato l’altro trasporto di linea, il Bengasi, che partito da Civitavecchia sulla rotta inversa, si avvicinava alla costa sarda. Il siluro lanciato dall’U-boot fu evitato con un’abile manovra del comandante che fece aprire il fuoco col suo cannone di prora, e il sommergibile s’immerse. L’intervento del Mafalda fu tardivo e inutile, ma all’assurda diversione si dovette il grande numero delle vittime, ben 300. Il Galazzetti fu deferito alla Corte Marziale, ma il tribunale militare della Spezia l’assolse. Alla fine della guerra furono concesse, per atti di valore, cinque medaglie d’argento alla memoria, delle quali una al marinaio maddalenino Antonio Farese.

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