Quando la «Victory» di Nelson ormeggiava alla Maddalena

Le cose andarono così: nell’ottobre del 1803, mentre faceva la posta alla flotta francese, Nelson fu per diversi periodi alla fonda a La Maddalena: in un quieto golfo dalle parti di Porto Rafael che i nativi chiamano la baia di Mezzoschifo (con riferimento a una barca che probabilmente ci era affondata) e lo stesso Nelson aveva battezzato la baia di Agincourt in memoria di una famosa vittoria sulla flotta di Napoleone. In realtà l’ammiraglia “Victory” e il resto della flotta si ancorarono a più riprese a Mezzoschifo, fra l’ottobre 1803 e il gennaio 1805. A quel punto arrivò il segnale che la flotta francese era uscita da Tolone e Nelson si lanciò all’inseguimento per tutto il Mediterraneo, sino a quando la individuò vicino a Gibilterra e a Trafalgar le diede battaglia. Fu una vittoria straordinaria, che cancellò la potenza francese sul mare: Nelson la pagò con la vita.
La storia dell’amicizia fra Nelson e Magnon è abbastanza curiosa. Il Regno di Sardegna si era dichiarato neutrale, e quando poteva faceva rispettare la neutralità, sebbene pendesse fortemente dalla parte degli inglesi. Così, quando Magnon chiese di poterlo visitare a bordo, l’ammiraglio lo ricevette e lo invitò spesso a cena, facendogli preziosi regali (lo decorò della prestigiosa medaglia del Nilo) e ricevendone qualche mucchietto di quelle monete romane che dalle parti di Capo Testa si trovavano appena si grattava un tantino la sabbia. Magnon era un personaggio fuori del normale. Avvocato del Senato della Savoia, aveva combattuto contro i francesi e e quando questi aveva conquistato il suo paese se n’era venuto in Sardegna dove gli era stato affidato il comando della torre di Longonsardo. Lì, nel 1808, avrebbe fondato il nuovo borgo, e lì ci avrebbe rimesso la pelle nel 1813.
Uomo colto che si dilettava di scienze e di filosofia (studiava la malaria sarda, discuteva su Cicerone), intratteneva corrispondenza con i più distinti intellettuali sardi. Fu lui che fece avere a Nelson un poemetto in versi latini di Francesco Carboni, il più famoso poeta latino della Sardegna, anzi uno dei più famosi di tutta Italia. Il suo punto di riferimento, a bordo della “Victory”, era il reverendo Alexander Scott, cappellano della flotta e segretario personale di Nelson. In effetti la figura di Scott è circondata da un qualche alone di mistero: nel 1842 sua figlia e il genero pubblicarono una sua biografia sotto l’intrigante titolo di “Nelson’s Spy?” (il libro è stato ripubblicato nel 2003 dalla londinese Meriden). Il punto interrogativo non toglie attrattiva all’immagine di questo 007 marino, che ogni tanto sbarcava clandestinamente sulle coste del Mediterraneo per raccogliere informazioni sugli spostamenti delle navi nemiche.
Era un buon conoscitore delle lingue, come si conviene a una buona spia, e aveva apprezzato il testo della popolare poesia di “don Baignu” Pes che comincia: “Palchì no torri, dì, tempu paldutu / palchì no torri, dì, tempu passatu”. Gliela aveva fatta avere il Magnon, che da recenti ricerche condensate nel libro a sei mani di Giovanna Sotgiu, Alberto Sega, John R. Gwyter (”La sentinella delle Bocche”, sottotitolo “Pietro Magnon e Santa Teresa”, edito dal maddalenino Paolo Sorba nella collana del benemerito Comitato per le Ricerche Storiche Maddalenine, 200 pagine, 18 Euro) risulta anche autore di una incredibile canzone di lode amorosa in un galluro-italiano che è un divertente (e temerario) pastiche linguistico.

Manlio Brigaglia