L’arrivo a La Maddalena

Ora, noi distinguiamo facilmente i numerosi forti costruiti da pochi anni per fare di questo gruppo di isole una piazzaforte di guerra di primo ordine; vicino al porto di La Maddalena, una batteria di piccoli cannoni a tiro rapido gira verso chi arriva le sue minacciose bocche.
Alle 8 e 35, gettiamo l’ancora nell’ancoraggio indicato sulla carta; in due ore, con il fiocco, abbiamo percorso 12 miglia. Discendiamo a terra a richiedere l’entrata: troviamo nel Signor Direttore della Sanità un uomo estremamente amabile che si mette a nostra disposizione per tutte le informazioni necessarie: ci consiglia prima di entrare nel porto e di venire ad ormeggiare al molo; poi ci da uno dei suoi impiegati per condurci al telegrafo e indicarci un albergo dove poter gustare la cucina isolana.
Fatti i nostri acquisti, rientriamo a bordo; nel frattempo la brezza rinfresca, filiamo tre anelli di catena. Ci pentiamo un poco di non aver seguito del tutto i consigli del direttore della Sanità, ma la strettezza e la poca profondità del porto ci ha ispirato una certa sfiducia.
In giornata, ritorniamo a terra, non senza dispiacere, perché beccheggiamo enormemente e la lancia imbarca molta acqua. Decidiamo di andare a Caprera a vedere la tomba e la casa di Garibaldi; prendiamo a questo fine un ragazzo come cicerone. Dopo aver attraversato tutta la città, arriviamo alla porta dell’Arsenale; là, un guardiano ci ferma, molto educatamente a dire il vero, e ci fa sapere che con suo grande rincrescimento gli è impossibile di lasciarci passare senza il permesso del Comandante locale. Gli facciamo osservare che non vogliamo per nulla visitare l’Arsenale, ma che desideriamo semplicemente passeggiare fino a Caprera. Il guardiano ci risponde che, quale che sia il fine della nostra escursione, ci vuole assolutamente, per poter passare, un’autorizzazione firmata dall’Ammiraglio.
Facciamo marcia indietro, molto seccati, per recarci dal comandante in capo; poiché è l’ora della siesta, questo ufficiale generale non è per nulla visibile. Delusi, ritorniamo in città, e, nell’attesa che il Signor ammiraglio Acton voglia finalmente riceverci, entriamo al caffè nazionale italiano tenuto da un marsigliese. Troviamo in questo caffè un po’ di giovani molto amabili ai quali esponiamo il nostro caso; questi signori si meravigliano che ci voglia l’intervento dell’ammiraglio per questa semplice visita, e si offrono di parlare in nostro favore col sindaco della città, signor (Gerolamo) Zicavo, che detiene le chiavi della casa di Garibaldi. Noi accettiamo questa proposta con sollecitudine e prendiamo appuntamento per la sera.
Continuiamo in seguito a percorrere la città; incidentalmente vediamo la chiesa che non presenta niente di rimarchevole; segnaliamo tuttavia una cappella dove si vede una statua della Madonna Nera con un bambino dello stesso colore; si sa che il culto della Madonna di Monte Nero, probabilmente di origine genovese, si ritrova in Corsica, ad Ajaccio e a Bastia così come nel sud della Francia.
Sul molo del porto, ci mostrano una palla di cannone lanciata dai Francesi allorquando vennero ad assediare vanamente La Maddalena nel 1793; nelle file francesi serviva in qualità di luogotenente colonnello della milizia corsa Napoleone Bonaparte.
Verso le 5, rientriamo a bordo, l’uno dopo l’altro e con molte difficoltà. Aspettando il mio turno, io discorro con il direttore della Sanità; ben presto la conversazione verte sulla politica internazionale. Il Direttore mi dice che «il malinteso con la Francia ha origine dalla conquista della Tunisia; che l’Italia considerava la Reggenza come una successione dovendo essergli restituita un giorno; che la presa di possesso da parte della Francia aveva causato all’Italia una ferita che niente potrebbe guarire. – Egli aggiunge che – il conflitto è accentuato dalle polemiche dei giornali, – e termina affermando, ben inteso, che – tutti i torti sono della parte francese». Dopo una discussione eccessivamente cortese, ritorno a bordo rinnovando al signor Direttore della Sanità tutti i miei ringraziamenti per la sua amabilità.
Dobbiamo riconoscere che, nel nostro viaggio, i funzionari italiani sono stati nei nostri confronti di una squisita cortesia.
La brezza rinfresca sempre; il barometro scende a 766 m/m; di tanto in tanto delle violente raffiche; beccheggiamo enormemente; impossibile scendere a terra.
Giudichiamo prudente, prima di andare a dormire, mettere un uomo di guardia per avvertirci nel caso in cui le ancore potessero arare.
Durante una parte della notte, a bordo del Rapido, incrociatore della Marina Italiana, ci si dedica a degli esercizi di luce elettrica; osserviamo che ci prendono molto spesso come punto di mira; perché?
Il giorno dopo al mattino (1° luglio), andiamo al caffè nazionale italiano a prendere la risposta del sindaco della città. Il signor sindaco ci fa sapere che con suo grande rincrescimento, a seguito dello stato del mare, non può accompagnarci a Caprera. è un rifiuto educato, ma significativo. Durante la mia prima visita a La Maddalena, nel 1886, io avevo potuto senza permesso e senza che nessuno prestasse la minima attenzione ai mie fatti e azioni circolare dappertutto, percorrere La Maddalena, visitare Caprera; nel 1892, i miei amici ed io, non possiamo muovere un passo senza essere immediatamente seguiti ed osservati; molto educatamente del resto, rifiutano qualsiasi autorizzazione ad uscire dalle cinta della città. In mare, gli equipaggi delle torpediniere e delle barche a vapore che solcano continuamente la rada non mancano mai di passare vicino a noi e di gettare un colpo d’occhio a bordo. Certamente, noi siamo lontani dal biasimare questo lusso di precauzioni; noi vorremmo che queste procedure si facessero in Francia e che si mostrasse un po’ più di sospetto di fronte a degli stranieri che visitano i nostri nuovi forti e i nostri arsenali.
Ora, tutti sanno che in Corsica, come nella regione di Nizza, la maggior parte dei lavoratori impiegati nei lavori di fortificazione è di nazionalità italiana.
La Maddalena forma, con le isole che la circondano e la Sardegna, una piazzaforte di prim’ordine. Più di dieci forti, senza contare le batterie, difendono le magnifiche rade di La Maddalena, d’Agincourt e di Arzachena. La rada di La Maddalena, da sola, potrebbe contenere tutta la flotta italiana; il genio italiano ha avuto relativamente pochi lavori da eseguire per completare il lavoro della natura.
In pochi anni, hanno costruito un arsenale dove sono rinchiusi parecchie centinaia di condannati, una gettata per restringere ancora il passo, un ponte girevole sul canale per unire La Maddalena a Caprera . Tutte le altezze di La Maddalena, di Caprera e della costa della Sardegna sono munite di cannoni a lunga portata; di tanto in tanto, sulle coste basse si intravvedono delle batterie di piccoli cannoni a tiro rapido. Io non so se si potrà forzare i passi, ma temo che una volta entrati non si possa più uscire.
Il governo italiano destina ogni anno, ci dicono, una somma di 10 milioni per tutti i lavori e, in più, notiamo che questi lavori sono eseguiti in eccellenti condizioni di economia visto che impiegano come lavoratori i condannati; inoltre, si sa che il potere del denaro è più considerevole in Italia che in Francia.
Le fortificazioni di La Maddalena non sono solamente una difesa per l’Italia; esse costituiscono una minaccia pericolosa per la Corsica e per i nostri possessi africani. Non dimentichiamo che quei maestri della navigazione, gli Inglesi, avevano già presentito l’importanza dell’arcipelago Sardo, e che è dalla rada di Agincourt che Nelson, di cui si ignorava la ritirata, si lanciò all’improvviso sulle navi francesi.
Al momento della nostra visita, troviamo all’ormeggio un incrociatore, il Rapido, una vecchia conoscenza della Cocincina per il nostro amico P.; la scuola dei mozzi, la Città di Genova, e una corvetta che serve probabilmente annessa alla scuola; in lontananza, un altro bastimento. Il porto e la rada sono solcati in tutti i sensi da canotti a vapore e da torpediniere con il sistema Schichau. I forti si impegnano in esercizi di tiro; noi vediamo passare un barca a vapore che rimorchia un bersaglio mobile.
La città è considerevolmente cresciuta dal 1886 grazie alla sua nuova situazione di porto di guerra. Tutta la parte Est si trova ora occupata da costruzioni destinate ai differenti servizi militari. Sulla piazza Umberto I si è costruito per l’ammiraglio, per il comandante del genio marittimo, ecc., delle graziose ville in stile toscano; la piazza è molto bella ma manca di ombra, non avendo il vento permesso senza dubbio agli alberi di crescere; per un istante, abbiamo visto l’ammiraglio Acton, vestito tutto di bianco, che passeggiava davanti alla sua villa.
La città vecchia è sempre pulita; è vero che il carreggio che c’è per così dire è nullo; i negozi sono ugualmente ben tenuti; molte drogherie e parrucchieri, qualche caffè e chioschi per bibite; segnaliamo infine il mercato dei pesci e il mercato dei legumi. Sul molo, sbarcando, si vede a sinistra, l’ufficio della Sanità, a destra il dazio e l’ufficio del pretore (giudice di pace).
Il porto commerciale m’è sembrato più frequentato di 6 anni fà, vi ho contato sei grandi tartane, sarde, napoletane e toscane, più una decina di piccole imbarcazioni.
Molti di questi bastimenti prendono o apportano come carico del vino; questa annata, il vino è buono, abbondante e non troppo cari (fr. 0,30 al litro).
Per contro, l’acqua manca sempre a La Maddalena, la si va a cercare nei dintorni e la si vende fr. 0,10 il piccolo barile. Sarebbe, sembra, abbastanza facile captare le sorgenti e condurre l’acqua in città, ma il bilancio comunale è troppo povero per permettere questa spesa. Quanto alla Marina, si serve di un distillatore.
Sulle coste il pesce abbonda. Un’altra risorsa degli abitanti è la caccia; l’isola deve essere ricca di selvaggina se la si giudica dal numero dei cani da caccia che si vedono per le strade.
Quanto alla popolazione, non è certo in due giorni che ci si può rendere conto dei suoi costumi, delle sue abitudini, del suo stato d’animo; noi ci limiteremo a dire che abbiamo trovato gli abitanti educati e servizievoli, e che non abbiamo incontrato per le strade né vagabondi né mendicanti.
Come a Longo Sardo molti abitanti sono di origine corsa; l’isola era una volta il ritrovo dei banditi che riuscivano a ingannare la sorveglianza dei bordeggiatori (ricognitori) corsi: ora, a causa dei trattati di estradizione e vista la buona organizzazione della polizia italiana, i banditi non hanno più interesse a rifugiarsi qui, essi preferiscono onorare la Corsica della loro presenza.
Prima di lasciare la città, andiamo a pranzare al ristorante Belvedere per gustare un po’ i vini del paese e mangiare dei maccheroni con delle cotolette alla milanese.