L’avvio della Società Esportazione Graniti Sardi – SEGIS

Le date sono sintomatiche: il 29 maggio 1901 il consiglio comunale di Genova approvava la proposta di sostituire, nelle nuove pavimentazioni della città, l’arenaria con il granito di Cala Francese; il 27 luglio la società acquistava i terreni da Bargone e Susini; il 31 dello stesso mese nasceva la nuova Società Esportazione Graniti Sardi (SEGIS) con capitale di lire centomila; il 13 giugno 1902 si formalizzava l’apertura dell’esercizio di cava a nome della nuova società dinanzi al sindaco. Ai vecchi soci della Fratelli Marcenaro (Osvaldo, Plinio e Edoardo) e Grondona (Attilio), che rimase attiva e operante nel campo delle costruzioni, si aggiunsero Agusti Elia, Malerba Emanuele (cognato di Grondona), Denegri Carlo, Rosi Emilio, tutti con lo stesso capitale iniziale, anche se solo sei avevano voto deliberativo per affari importanti. L’amministrazione pratica delle attività produttive era affidata ai tre soci gerenti Osvaldo Marcenaro, Grondona, Rosi (supplente Agusti), la direzione dei lavori a Carlo Denegri, la sorveglianza sul terreno a Abbondio Gattoni, Amedeo Ammannati e Carlo Zanat.

Il primo periodo dell’avvio di questa impresa di proporzioni notevoli è il più significativo per capire i problemi di organizzazione e di gestione sia tecnica che del personale, in una località come Cala Francese, abbastanza inospitale, lontana da centri di approvvigionamento del materiale necessario per far funzionare l’impianto come da quelli di consegna dei pezzi finiti, priva di manodopera, ricca solo dell’ottima materia prima, il granito.

Bisogna subito dire che non tutti i soci avevano le stesse vedute e, mentre i Marcenaro e Grondona, forti della già rodata esperienza comune, mostravano accordo nelle decisioni e grande fiducia reciproca, qualcuno dei nuovi, soprattutto Agusti, probabilmente spinto dal timore di investimenti non remunerativi, si mostrava titubante e spesso incline a frenare l’entusiasmo degli altri, timoroso nelle innovazioni e pronto a “levarsi via”: questo contrastava con lo spirito più intraprendente di Marcenaro che invece vedeva nell’investimento per il miglioramento di macchinari e attrezzature un futuro riscontro economico e di prestigio.

La nuova società dovette affrontare diversi problemi, il primo dei quali era di tipo logistico: “l’edificio operai è un rudere in rovina con i muri cementati in argilla e soltanto intonacato di calce senza alcun serramento, col tetto diroccato, senza pavimenti e solai traballanti al punto di cedere sotto il peso di un uomo….La palazzina ad uso abitazione civile all’atto della compra era in pessimo stato di manutenzione, senza pavimenti e senza soffitti”.

A fronte di una somma di lire 28.000 pagata ai Bargone per mq 60.494,40 e di lire 6.000 ai Susini per mq 51.00022, la SEGIS dovette affrontare la spesa di lire 12.000 per rendere abitabili e fruibili gli immobili; quindi spianare i piazzali per la lavorazione, edificare una stalla al posto dell’”orto antico”, pulire i pozzi, costruire una nuova banchina e armarvi, in testata, una gru fissa.

Fra le iniziative per ottimizzare i trasporti interni, ci fu quella di creare una razionale rete di binari per i carrelli a mano sui quali venivano caricati i pezzi da avviare al piazzale vicino al mare. Qui la banchina esistente, insufficiente per qualunque tipo di imbarco, ma soprattutto per il vapore Commercio, noleggiato per le forniture del bacino di Malta, dovette essere allungata e, per dare maggiore sicurezza, corredata di anelli sugli scogli esterni. La gru presentava difficoltà di manovra e, soprattutto, era insufficiente come sbraccio, in proporzione ai pesi da sollevare: sottoposta a carichi eccessivi, dopo qualche mese si rovesciò creando non pochi problemi per l’imbarco, fino a che non fu riparata provvisoriamente e quindi sostituita con una più forte, mobile, in modo da seguire più facilmente il piano di imbarco. Spesso avveniva, infatti, che, avendo la nave caricato a prua, dovesse, per questioni di stabilità, caricare a poppa e quindi al centro costringendo a manovre di allontanamento e approdo successive e a conseguente perdita di tempo. Con la gru mobile questi problemi furono risolti.

L’avvio dei servizi interni era da creare di sana pianta: i lunghi cameroni dovevano essere risistemati e bonificati, attrezzati con brande all’uso delle caserme militari (formate da rettangoli di pesante tela legati con robusti lacci) in modo da poter essere affittati ai lavoranti che risiedevano in cava.

Il materiale necessario veniva acquistato presso le fornaci della ditta Fratelli Marcenaro e, comunque, fuori dalla Maddalena: gli stessi velieri che arrivavano a Cala Francese per caricare granito, portavano tutto ciò che serviva per la vita della cava, dai materiali da costruzione, agli attrezzi per i lavoranti, dal legname di scarto per lo stivaggio dei pezzi, a quello più pregiato (di rovere) per le traversine ferroviarie e per i vagonetti, dal ferro per le rotaie, al carbone per la forgia, ai mobili e alle attrezzature occorrenti per l’ufficio, alle tele per le brande, ai medicinali, alle “reti antimalariche”, al vino.

Altro impegno organizzativo era quello concernente le assicurazioni per gli incidenti e le cure mediche e, quindi, un accordo con un medico locale per gli interventi di urgenza e l’assistenza malattie: la ditta aveva firmato una convenzione con il dottor Angelo Falconi, controverso personaggio, studioso appassionato e puntuale di Garibaldi, scrittore di un certo rilievo, ma poco gradito come medico ai lavoranti di cava che gli preferivano il dottor Giovanni Regnoli. La spinosa questione fu risolta quando Falconi richiese un aumento a causa dell’incremento del numero degli operai (mediamente 300). Alla risposta corretta ma piena di sottile ironia della direzione, Falconi, risentito, diede le dimissioni. Si trovò allora una sorta di compromesso assegnando a entrambi i medici la possibilità di intervenire, a richiesta dei pazienti.

Nell’ambito della sicurezza e della incolumità delle persone nella cava, si manifestava anche la necessità di garantire i militari di Nido d’Aquila: gli ispettori del Corpo delle Regie Miniere facevano notare che allo scoppio di mine, soprattutto delle “carboniere”, schegge e materiale scagliato con violenza potevano danneggiare le persone o il materiale del forte per cui bisognava attenersi a scrupolose direttive relative alla direzione e alla profondità dei fori per le mine e alla loro “copertura con fascine, assi e travi di legno”; si faceva quindi obbligo di concordare gli orari per l’esplosione con il comandante di Nido d’Aquila.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma