Le beghe fra gli eredi dopo la morte di Garibaldi

Con una lettera del 24 novembre 1920, diretta al generale Ricciotti Garibaldi, il presidente del consiglio dei ministri Giovanni Giolitti comunicava al figlio dell’Eroe: ”Illustre Generale, sono lieto di parteciparLe che, su mia proposta, in seguito alla deliberazione del Consiglio dei Ministri, S.M. il Re, si è compiaciuta di nominarLa Conservatore della Casa di Giuseppe Garibaldi nell’Isola di Caprera. Nel rimetterLe copia del decreto mi è gradito confermarmi, Aff.mo Giolitti”.

Con questo laconico messaggio veniva annunciato il tanto sospirato provvedimento che avrebbe finalmente consentito a Ricciotti di accedere liberamente a Caprera ponendo fine, almeno in parte, alla lunga diatriba sorta fra gli eredi che per anni aveva visto il figlio di Garibaldi escluso dall’isola di che fu di suo padre.

Le ostilità fra i familiari di Garibaldi, aperte subito dopo la sua morte, sono passate prima alla cronaca a poi alla storia come le “beghe di Caprera”. La preziosa bibliografia sulla vita di Garibaldi nell’isola, pubblicata nel 1982 da Antonio Frau e Gin Racheli, riporta sull’argomento oltre cento notazioni di fonti letterarie, articoli e documenti sulle varie vertenze sorte tra Francesca Armosino e Clelia Garibaldi da una parte e Ricciotti dall’altra. Le schermaglie legali, di cui furono investiti la pretura di La Maddalena, il tribunale di Tempio, la corte d’appello di Cagliari ed infine la cassazione, furono riprese da quasi tutti i quotidiani e periodici italiani, spesso con interviste ed accesi interventi in prima persona dei protagonisti delle controversie e di vari personaggi che parteggiavano per l’una o l’altra fazione.

Nella vicenda, anche i maddalenini, come emerge dalle corrispondenze dell’epoca, erano divisi in due fazioni: da una parte vi erano quelli favorevoli a Francesca, che arroccata a Caprera inibiva l’accesso nell’isola non solo a Ricciotti ed ai suoi familiari, ma anche a coloro che erano sospetti di essere amici della sua famiglia; dall’altra vi erano quelli che parteggivano per Ricciotti la cui consorte Costanza si era sempre attivata a favore della popolazione con iniziative umanitarie e sociali.

E le battaglie raggiunsero punte di tale intensità da provocare denunce, querele e persino sfide a duello, fino a far tuonare La Nuova Sardegna con un articolo del 18 e 19 settembre 1907 dal titolo “Caprera in carta bollata”. Dopo la morte di Garibaldi, Francesca Armosino aveva assunto il completo dominio di Caprera, estromettendone gli eredi del ramo Anita, con eccezione di Teresita, del marito Canzio e di Menotti, che in forza del codicillo vergato da Garibaldi il 1° giugno 1882, era stato nominato tutore dei minori Clelia e Manlio. A Ricciotti e agli eredi di Menotti era stato assolutamente vietato l’accesso nell’isola. Ricciotti, rimasto poi unico antagonista di Francesca, che, dopo la morte di Manlio, con atto del 4 giugno 1900, aveva acquistato la parte di eredità di Menotti e Teresita, oltre ad impugnare il testamento ed in particolare il codicillo che riteneva essere stato estorto in punto di morte, contestava la validità del matrimonio contratto da suo padre e quindi la legittimità della presenza a Caprera dell’Armosino.

Il matrimonio di Garibaldi era stato celebrato a Caprera dal sindaco Leonardo Bargone, con l’assistenza del segretario comunale Altea, il 26 gennaio 1880 a pochi giorni dalla pronuncia della sentenza della corte d’appello di Roma che dopo complesse vicende giudiziarie durate ben vent’anni aveva annullato l’infelice unione dell’Eroe con la contessina Giuseppina Raimondi. La cerimonia si era svolta a Caprera, con dispensa dalle pubblicazioni: Garibaldi vedeva così finalmente appagato il desiderio di dare il proprio nome ai figli nati dal rapporto con Francesca e per quest’ultima, come scrive la Racheli, “…fu il coronamento di una vita di sacrifici, di costanza e di rivalsa sociale: aveva vinto, era la signora Garibaldi, moglie dell’uomo più importante d’Europa”.

Sulla validità del matrimonio contratto da Garibaldi a Caprera, Achille Fazzari, in una lettera riportata in un intervento di Ricciotti su un giornale, cosi esprimeva il proprio parere in occasione dell’ultima disputa accesasi all’atto della legge 14 luglio 1907 che dichiarava monumento nazionale la casa di Caprera e quanto in essa contenuto.
Caro Ricciotti, nessuno sa meglio di te quale riserbo mi imposi durante le lunghe e dolorose questioni riguardanti Caprera. Ma ora, leggendo sul giornale il modo come continua a comportarsi Francesca Armosino, nata nel borgo dei Saracchi, la quale minaccia di fare rivelazioni, ove il governo mettesse in esecuzione la legge per l’esproprio, io esco da quel tale riserbo e ti scrivo la presente.
Secondo il mio modo di vedere l’Armosino non ha il diritto di portare il glorioso nome né di abitare sullo scoglio Sacro a tutto il mondo civile, perchè il matrimonio contratto da tuo padre è nullo per le nostre leggi.
L’art. 56 cod. civ. – proseguiva il Fazzari che pure a quelle nozze era stato testimone unitamente a Giovanni Froscianti, Andrea Sgarallino e Pietro Variani – dice che non può contrarre altre nozze chi è vincolato da matrimonio precedente e l’art.384 dice che la sentenza irrevocabile che pronunci la nullità del matrimonio per cura del cancelliere del tribunale o della corte che l’ha pronunciata, ed a spese dell’attore, deve essere trasmessa in copia all’ufficio dello stato civile del comune in cui esso fu celebrato. Di questa sentenza si dovrà far menzione a margine dell’atto di matrimonio.
Nella parola Irrevocabile sta il principio che dovevano scorrere i termini stabiliti dalla procedura, e ciò non fu eseguito, tanto che il matrimonio con l’Armosino avvenne solo dopo dodici giorni dalla pubblicazione della sentenza della corte d’appello di Roma che annullava il primo. Quindi, a rigor di diritto, Garibaldi era ancora marito della contessa Raimondi quando sposò l’Armosino. Né vale che la sentenza sia stata emanata col consenso reciproco delle parti perchè l’art.104 cod.civ. dice che ”il matrimonio può essere impugnato dagli sposi, dagli ascendenti prossimi, dal pubblico ministero e da tutti coloro che abbiano un interesse legitttimo ed attuale”.
Secondo quest’ultimo articolo – concludeva il Fazzari – non solo gli ascendenti prossimi hanno il diritto di chiedere l’annullamento del matrimonio, ma dopo votata la legge che dichiara la casa e la tomba del Generale monumento pubblico, anche il governo dovrà agire essendoci di mezzo interessi nazionali ed anche perchè non è giusto che i contribuenti pagassero una lauta pensione a chi non ha il diritto di averla”.

Fazzari, oltretutto era stato certamente depositario delle segrete intenzioni di Garibaldi nei confronti della moglie; a lui, come riferisce il Cornacchi, Garibaldi aveva confidato di volersi separare da Francesca avendola sposata con l’unico intento di poter legittimare i figli. Non si era pentito di averlo fatto, era stato il suo ultimo dovere da compiere, ma dopo il matrimonio, Francesca, prima arrendevole e sottomessa, era divenuta dispotica e possessiva. Aveva fatto venire nell’isola i genitori, i fratelli Antonio, Giacomo e Pietro, la sorella Lina con il marito Giacomo Bianchi e persino la giovane Felicetta, frutto illegittimo dei suoi primi amori. Tutti costoro si erano insediati nell’isola facendola da padroni, accendendo liti con i confinanti e minacciando di estromettere i pastori che erano rimasti a Caprera ai quali Garibaldi aveva concesso in uso parte dei suoi terreni. I fedeli amici del Generale, che per anni gli erano stati vicini e la cui presenza era ora maltollerata dalla nuova padrona, si erano ad uno ad uno defilati e non poche furono le persone che recandosi nell’isola trovarono la Casa Bianca, prima aperta a tutti, con porte e finestre sbarrate. Erano finiti i tempi di quella comunità di Caprera che Bakunin, in visita a Garibaldi nel gennaio del 1864, aveva definito ”una vera repubblica democratica e sociale”. A Caprera, come scrisse il Cornacchi (e si beccò una querela), “…dove prima risuonavano le allegre risate e gli scherzi in tutti i dialetti d’Italia, ora non si sente più che il vernacolo piemontese sussurrato fra i congiunti di Francesca Armosino”. Il Generale, ormai relegato nella sua carrozzina, era rimasto sempre più solo e sempre più “prigioniero” di Francesca: l’aria di Caprera si era fatta per lui irrespirabile.

Malgrado tutte le ragioni addotte da Ricciotti, che abbiamo visto condivise dal Fazzari, le vicende giudiziarie si conclusero per lui negativamente. Il pretore di La Maddalena, sul ricorso di Francesca e Clelia, il 27 giugno 1907 ordinò il sequestro dei beni di Caprera e il tribunale di Tempio, con sentenza del 7 settembre 1907 rigettò la domanda di Ricciotti convalidando il sequestro e condannandolo alle spese. La cosa non ebbe poi miglior fortuna nei successivi grado di giudizio: la corte d’appello di Cagliari confermò la sentenza il 1° febbraio 1908 e la stessa divenne definitiva con il rigetto del ricorso per cassazione pronunciato nel 1909. La sentenza stabiliva in via definitiva che i beni esclusi dall’esproprio, affidati dal pretore alla custodia dell’Armosino, rimanevano di proprietà di Francesca e di Clelia. Manlio era morto nel 1900 e le quote della sua eredità, spettanti a tutti i figli, erano pervenute alla madre che le aveva acquistate da Ricciotti, Menotti e Teresita.

Poco successo ebbero poi tutte le altre azioni intraprese, soprattutto quelle tendenti a far annullare il matrimonio. A Ricciotti e ai suoi familiari continuò ad essere interdetto l’accesso a Caprera ove attenti custodi, marinai e carabinieri vigilavano per impedire che fosse consentito l’accesso nei luoghi sacri a visitatori non graditi e in particolare a persone sospette di essere in rapporti con i familiari del ramo di Anita.

Lo stesso Ricciotti, in un sua lettera del 1907, dopo aver premesso che Francesca “…per provare la sua padronanza mantiene, a spese dello stato s’intende, non meno di due carabinieri -e qualche volta sino a sei- e da questi fa poco meno che perquisire chi viene a visitare la tomba e le stanze mortuarie, prima di dare il permesso di entrare”, così racconta uno dei tanti spiacevoli episodi:
…ad una distinta signora inglese e a un colonnello italiano e la sua distintissima signora tedesca e a tanti altri è successo di vedersi rifiutata l’entrata perchè sospetti di essere conoscenti della mia famiglia. E perchè questo egregio rappresentante dell’esercito osò protestare e siccome pioveva dirottamente, fece ricoverare la sua e le altre signore in una terrazza occupata dal Genio Militare, lo denunciò per violazione di domicilio e ne domandò l’immediato allontanamento o destituzione ai ministri della Marina e della Guerra”.
Ma di un episodio a dir poco farsesco fu protagonista il giovane Menotti, terzultimo dei nove figli di Ricciotti. I fatti vengono così narrati dal padre.
Mio figlio Menotti, giunto dall’interno dell’Africa e perciò divenuto quasi irriconoscibile, arrivato a La Maddalena andò defilato a Caprera, avendo cura di prendere un cocchiere che non lo conosceva personalmente. Arrivato alla casa il suo cocchiere subì il solito interrogatorio, ma non seppe dire altro che il signore che pareva dal suo accento -Menotti parla cinque lingue compreso l’arabo e il cinese- un forestiere che era appena arrivato col vapore. Rassicurato da questo il signor Pajano, fido aiutante della signora Francesca, lo introdusse nelle stanze e gli fece una minuta descrizione di tutti i ricordi ivi contenuti e che Menotti conosceva meglio di lui. Quando Menotti, finito il giro delle stanze, scrisse il suo nome -Menotti Garibaldi – sul registro, fu un cataclisma.
Il signor Pajano corse ad informare la signora Francesca del sacrilegio e quella, uscendo infuriata, fece passare un cattivo quarto d’ora al capo posto, ai carabinieri e ai poveri pastori che ivi dimorano da quando viveva il Generale, ai quali intimava l’immediato sgombero dalle loro casupole e li privava dei miseri terreni che essi coltivavano per procurarsi un pò di grano. Oltre a ciò ordinava che da quì in avanti fosse interdetta l’entrata a tutti non bene riconosciuti e che prima di entrare non avessero firmato il registro. Neppure le sentinelle sfuggirono alla sua ira, e avendone con improvvise visite notturne trovatane qualcuna lontana di qualche metro dal suo posto, con immediata denuncia li faceva castigare”.

Solo nel 1920, due anni e mezzo prima della scomparsa di Francesca, morta a Caprera il 15 luglio 1923, Ricciotti, come abbiamo visto, ottenne finalmente la nomina a conservatore della Casa di Garibaldi con il diritto di accedere liberamente nell’isola che fu di suo padre. Ma anche questo provvedimento non avrà immediata attuazione e a Ricciotti, comunque, non fu concesso un alloggio a Caprera o a La Maddalena e malgrado le varie richieste avanzate al Ministero della Marina non potè mai abitare nell’arcipelago. Il tenore delle risposte da lui ottenute era sempre generico e pretestuoso, si voleva evidentemente evitare che dalla contemporanea presenza a Caprera dei due antagonisti nascessero nuovi attriti e nuovi contrasti. Neppure l’intervento del Duce valse a pervenire ad un riavvicinamento delle parti.

Quando il 9 giugno 1923 Benito Mussolini, in visita per la prima volta a La Maddalena, si recò a Caprera, Francesca e Clelia si stettero ad adeguata distanza da Ricciotti guardandosi in cagnesco.

Ricciotti morirà nel 1924 e l’opportunità di abitare nell’isola fu concessa al figlio Ezio solo dopo la morte di Clelia avvenuta a Caprera il 2 febbraio 1959. Il 13 aprile 1966, con verbale del Genio Marina a firma del delegato Giovani Mesiano gli furono infatti consegnate le stanze che erano state abitate da Clelia. Tale concessione demaniale, passata poi ai suoi eredi, fu però revocata all’atto del passaggio del museo garibaldino dalla Marina al Ministero della Pubblica Istruzione e poi a quello dei Beni Culturali; solo dopo alterne vicende giudiziarie e burocratiche essa è oggi pervenuta a Giuseppe Garibaldi jr., figlio di Ezio e pronipote dell’Eroe, attento tutore del patrimonio garibaldino di Caprera, immancabilmente presente in tutte le ricorrenze e le manifestazioni.

Ed è una presenza doverosa e prestigiosa che perpetua la dimora a Caprera di un erede di Garibaldi anche se a tutt’oggi, le beghe di Caprera, fra i discendenti dell’Eroe non sono ancora cessate.

Antonio Ciotta

Alcuni degli utensili utilizzati da Giuseppe Garibaldi a Caprera. Chiave fissa a gancio in ferro battuto con manico tondo e testa piatta, utilizzata per rimuovere i chiodi dalle assi di legno Maniglie in ferro utilizzate per tenere o legare saldamente qualcosa al muro e per aprire porte e finestre. Cerniere in ferro modellate a giglio su un’estremità, con un gancio sull’altra … Compendio Garibaldino – Caprera