Le minacce di attentati alla vita dell’Eroe

Lo scrittore Nino d’Ambra, autore dell’opera “Garibaldi-Cento vite in una”, dedica un capitolo della sua appassionata ricerca agli attentati che in diverse occasioni furono orditi ai danni dell’Eroe dei Due Mondi, figura oltremodo scomoda e pericolosa la cui eliminazione fu ripetutamente proposta sia al governo borbonico che da quello pontificio.

Già nel 1859, un tale De Vezzani (pseudonimo di Giacomo Griscelli, cosiddetto barone di Rimini) aveva presentato ai due governi un piano per portare a termine l’assassinio di Garibaldi che doveva essere attuato con la complicità di un generale “…che chiede di vendersi. se Sua Santità gli dona 200.000 libbre e il grado di Comandante in capo a Roma”, del cuoco di Garibaldi “…che per denaro avvelenerebbe Gesù Cristo”, o del suo aiutante di campo Cenni anche lui disposto a tradire l’Eroe per trenta denari. La proposta del De Vezzani, ritenuto un esaltato, non fu presa in considerazione, anche se lo stesso, alcuni anni dopo, sia pure senza far precisi nomi, ebbe a scrivere in un memoriale che numerosi furono gli alti prelati e i politici che lo avevano finanziato per portare a termine l’impresa. Di ben altra portata, invece, le intenzioni borboniche dopo lo sbarco dei Mille e la presa di Palermo.

Ferdinando II di Borbone, qualche anno prima, aveva relegato a Ischia il famoso bandito calabrese Giosafatte Tallarico che per anni aveva imperversato nella Sila e che si era alla fine arreso a seguito di una “componenda” in base alla quale era stato esiliato con una rendita annua a condizioni che non si allontanasse dall’isola e che non commettesse più atti contro la legge. Questi però, annoiato dalla tranquilla vita isolana, aveva più volte manifestato la sua disponibilità a mettersi al servizio del Re per combattere i banditi della Sila, terra della quale conosceva ogni anfratto. Ferdinando II, ritenendo poco dignitoso avvalersi dell’opera di un pentito, aveva sempre rifiutato le proposte del Tallarico, ma suo figlio Francesco II che, come dice il d’Ambra “…andava più per le spicce”, dopo aver rifiutato l’offerta del caporale Valentini, che voleva infiltrarsi fra le camicie rosse, decise di avvalersi dell’opera di un vero professionista qual’era stato il “Re della Sila”. Il Valentini, comunque, partì di sua iniziativa per la Sicilia.

Ma le trame ordite da Franceschiello contro Garibaldi non erano sfuggite allo spionaggio piemontese. Il 5 giugno 1860. il marchese di Villamarina, ambasciatore Piemontese a Napoli, scriveva al marchese d’Aste, comandante della pirofregata Goverolo a Palermo: “Certo Luigi Galvani, veneziano, dimorante da più anni a Napoli, si è recato presso di me onde farmi avvertito, essere partito alla volta di Palermo un tale Valentini, caporale di marina, giovane di alta statura, il quale si sarebbe volontariamente offerto per attentare alla vita del generale Garibaldi. Benchè io non faccia generalmente gran caso di tali asserzioni, credo nondimeno, nell’attuale situazione delle cose, doverla pregare di farne parola, se ciò è possibile, a chi di ragione, affinchè qualora un individuo di simil nome si presentasse, sia convenevolmente sorvegliato”.

Tre giorni dopo, l’8 giugno, il Villamarina comunicava ancora: “Col mezzo dell’avv. Galvani già menzionato nella mia precedente, mi pervennero nuovi ragguagli intorno al caporale Valentini; è uomo di circa 30 anni, alto e magro nella persona, pallido in viso, con occhi celesti. Da sorgenti diverse, e non indegne di fede, mi risulta inoltre essere stato inviato allo stesso fine tale Giosafatte Tallarico; già celeberrimo bandito calabrese. Egli imbarcavasi il 6 corrente su legno mercantile alla volta di Palermo. Dicesi accompagnato da 10 o 11 individui per secondarlo”.

Il 9 giugno, Carlo di Persano, contrammiraglio comandante la squadra passato poi alla storia per l’infausta sconfitta di Lissa, sollecitato da Cavour, avvertiva Garibaldi: “Caro Generale, Ora che sono le 11 di sera, un ufficiale della marina napoletana, condotto da altri suoi compagni, quali remiganti, è venuto per confermarmi quanto scrisse Villamarina. La cosa parrebbe dunque assai più vera che non ci sembrava. State quindi sulle vostre guardie e fate le ricerche necessarie: lo dovete all’Italia”.

Il giorno dopo il Persano annotava sul suo diario: “…corro io stesso ad informare il Generale. Ma se egli si dimostra riconoscente dell’avviso e a chi glielo manda, altrettanto è noncurante del pericolo che lo minaccia. Fu solo per compiacermi, giusta le mie reiterate istanze, che, sorridendo, ne fece parola a un suo aiutante di campo”.

Del Valentini, che probabilmente non riuscì ad infiltrarsi fra le camicie rosse, si perse ogni traccia; Tallarico giunse invece a Palermo con i suoi undici compagni, ma travolto dall’entusiamo popolare per l’Eroe non solo rifiutò di portare a termine la sua nefanda impresa, ma denunciò la congiura al tribunale di guerra offrendosi di servire nelle fila garibaldine. Garibaldi lo accolse fra le camice rosse e Tallarico, unitamente all’altro famoso bandito calabrese Gasparone, combattè in Sicilia e nella Calabria.

Ma i pericoli per il Generale non erano cessati; nel maggio del 1861, quand’egli, conclusa l’impresa dei Mille, si era ritirato a Caprera con il suo mai sopito progetto di vedere Roma capitale d’Italia, qualcuno tramava ancora per eliminarlo.

Il 30 maggio 1861, Federico Bellazzi, del Comitato garibaldino di Genova, con una sua lettera ”riservatissima”, avvertiva il segretario di Garibaldi a Caprera Giovanni Basso: “Egregio Signore Magg. Basso presso il Generale Garibaldi Caprera – Viene riferito a questo Ufficio che dai nemici d’Italia fu trasmesso un messaggio di sangue contro la preziosa vita del Generale Garibaldi. Viene pure riferito che la R. Questura di Genova ebbe pure una simile relazione e che veglia allo scopo di conoscere l’assassino che dovrebbe recarsi costì a consumare il delitto. Giova sperare che sia un mero sospetto, ma intanto bisogna stare all’erta. Il Comitato veglia: però vi accludo copia del ritratto di un individuo sospetto, già carcerato in Napoli, conosciuto sotto il nome di Maschera di Ferro. Badate cha attualmente si fece recidere i capegli. Vegliate, io farò lo stesso da parte mia. Nulla di ciò scrivo a Garibaldi, val meglio che ne siate istrutto voi solo che saprete provvedere secondo vi suggeriranno l’affetto che vi scalda il cuore pel Generale e la saviezza per cui tanto siete distinto. Potendo raccogliere altro scriverò ancora. Accusate ricevuta per questa mia. Saluti, devotissimo vostro. Federico Bellazzi”.

La minaccia di un attentato alla vita di Garibaldi era però giunta nell’isola anche per altre vie; sappiamo infatti che con una lettera del 6 maggio 1861 Nicolò Ghisotti Morosini lo aveva avvertito da Firenze e che il 14 giugno successivo, su invito del governo di Torino, il sindaco Pietro Susini aveva emesso un bando che vietava a qualsiasi imbarcazione di avvicinarsi a Caprera se non espressamente autorizzata. A protezione dell’illustre ospite fu immediatamente distaccato nell’isola un presidio di bersaglieri. La voce si era poi sparsa fra la gente e l’intera popolazione di La Maddalena vigilava su ogni forestiero che compariva nell’isola.

I provvedimenti del sindaco Susini e le cautele da lui adottate per proteggere Garibaldi, non solo come personaggio di riguardo, ma soprattutto come amico devoto, non sfuggirono al governatore di Sassari Daziani che il 9 settembre 1861 gli indirizzava la seguente lettera ”confidenziale”: “Il sottoscritto tenendo dietro già da qualche tempo agli avvenimenti seguiti in Caprera nei rapporti del Generale Garibaldi ed alle provvidenze e misure che si sono adottate e impartite per appurare escoprire fatti che appaiono tuttora inesplicabili, non può egli non accorgersi dell’opera dell’intelligente Sindaco della Maddalena il quale, mostrando evidentemente di apprezzare la fortuna della dimora dell’illustre uomo nel suo raggio giurisdizionale, nulla lasciò d’intentato per cooperare agli sforzi del Governo onde svolgere quei fatti dalle tenebre in cui sembrano tuttodì avvolti. Chi scrive pertanto fa assai di buon grado espressa mozione a V.S. per esprimerLe la sua viva soddisfazione ed i suoi ringraziamenti per la solerzia, intelligenza, zelo e perspicacia dimostrata in questa occasione – soddisfazione e ringraziamento che sono ben meritati anche da codesta brava popolazione e da tutte le altre autorità locali, che ebbero ad offrire saggi di indubbia devozione e di attaccamento alla persona del Generale ed al Governo del Re, che conosce suo grato dovere di adoprarsi in ogni modo onde l’illustre Generale venga in ogni circostanza protetto, riverito, difeso e premunito da ogni pericolo – e nel mentre il sottoscritto attesta la sua approvazione per il lodevole operato del Signor Sindaco, con preghiera di farla conoscere e renderla pubblica alla popolazione ed alle autorità locali, spera che anche per l’avvenire sarà sempre più meritarsi il plauso del Governo col rendere al medesimo continui e buoni servigi”.

Non sappiano se Maschera di Ferro giunse mai a La Maddalena; certamente sarebbe stato subito individuato, visto che, come apprendiamo dalla lettera del governatore, tutte le autorià locali e tutta la popolazione si erano mobilitati in difesa dell’illustre ospite. Ma Garibaldi, come sempre, non prese mai in seria considerazione le minacce e il 16 agosto, cessato l’allarme, scriveva al sindaco Susini: “Preg.mo Sig. Sindaco, Sensibile alle dimostrazioni d’affetto che ella unitamente alle autorità ed alla popolazione della Maddalena mi hanno dato in questi scorsi giorni pregherei intanto di voler ritirare quel discaccamento di Bersaglieri lasciato qua di stazione perchè io credo superflua la loro presenza. Nel pregarla Signor Sindaco di farsi interprete presso tutti della mia sentita gratitudine godo raffermarmi con sensi di distinta stima. Dev.mo Suo G. Garibaldi”.

L’episodio ci da modo di fare una riflessione: quel sindaco solerte, intelligente, zelante e perspicace, e quella popolazione vigile e attenta, avevano ben capito ed apprezzato, sin da allora, quale fosse ”la fortuna della dimora dell’illustre uomo” a La Maddalena.

Molti maddalenini, molti sindaci e molti amministratori di oggi, forse questa fortuna non l’hanno ancora capita.