Le pretese risarcitorie dopo la battaglia del 1793

Al termine di ogni conflitto, quando cessa il tuono dei cannoni, i combattenti, sia quelli che hanno vinto che quelli che hanno perso, ritornando alle loro case trovano quasi sempre rovine e distruzioni; inevitabili ferite della guerra che occorre rimarginare rimboccandosi le maniche nell’opera di ricostruzione.

E’ compito dello Stato, in queste occasioni, intervenire con agevolazioni e materiali risarcimenti per indennizzare, sia pure parzialmente, coloro che hanno subito perdite o danni al loro patrimonio. Inizia quindi l’iter, quasi sempre lungo e impastoiato, per ottenere quelli che sono definiti “i danni di guerra”; e come sempre c’è chi approfitta dell’occasione per ostentare danni non subiti, chi artatamente gonfia le pretese risarcitorie e chi, invece, non potendo documentalmente dimostrare le perdite avute resta effettivamente e definitivamente danneggiato.

Anche in occasione dei fatti del 1793, dopo la breve battaglia che fece seguito al tentativo di occupazione dell’arcipelago da parte delle truppe gallo-corse, i maddalenini non mancarono di avanzare le loro richieste di risarcimento per i danni subiti. I francesi, sbarcati dapprima a Spargi e poi nell’isola di Santo Stefano, si erano abbandonati ad ogni razzia e avevano sottoposto l’abitato di La Maddalena ad un intenso bombardamento con le artiglierie piazzate e dirette dal giovane Napoleone che allora si firmava ancora “Buonaparte”, con una “u” in più che poi perderà strada facendo: e dall’esordio non certamente brillante nelle acque di La Maddana di strada ne farà poi tanta.

Nei giorni immediatamente successivi alla battaglia il viceré, sebbene le casse reali non avessero grandi disponibilità, aveva già pensato, per quanto possibile, di risarcire almeno gli isolani più bisognosi ed a tal fine, il 29 marzo 1793, a poco più di un mese dagli eventi scriveva al comandante De Costantin;
Essendosi tutti comportati bene nella difesa, sarebbe desiderabile che la regia cassa fosse in miglior circostanze, sicchè io potessi fare a ciascuno sentire gli effetti del particolar mio gradimento. Nella difficoltà di così eseguire, stimo di attendere le sovrane intenzioni che mi perverranno in vista della dettagliata relazione che ho rassegnato a S.M. sulla difesa fattasi contro la flottiglia, essendo io in tempo d’aver ulteriori riguardi a chi ne fosse da lei giudicato più parzialmente meritevole.
Bensì m’è parso di non doverli ritardare ai particolari più bisognosi i quali hanno sofferto notabili perdite di bestiame, o danni alle fabbriche. Perciò le faccio pagare duecento scudi ch’ella ripartirà fra i medesimi in proporzione del maggior bisogno e pregiudizio come meglio le sembrerà.
So che altri hanno riportati, chi più chi meno, di simili danni. Questi, uniti al merito che si sono fatti nella valorosa difesa, mi serviranno di eccitamento per incontrare le occasioni in cui potrò essere loro utile, giacchè non potrei farlo sin d’ora a tutti senza aggravare di più la regia cassa, come farà ella all’occorrenza loro sentire”.

La notizia di quello stanziamento era subito trapelata, ma poichè tre mesi dopo il De Costantin non si era ancora deciso a fare il riparto, i danneggiati si erano rivolti al comandante Riccio che fece pervernire alla corte viceregia di Cagliari le lamentele degli isolani e le loro istanze risarcitorie. Il viceré Balbiano, con lettera del 5 luglio 1793, così rispondeva:
Sui primi riscontri avuti delle perdite sofferte da alcuni isolani, in particolare di bestiame e di danni notabili alle fabbriche, io aveva fatto pervenire duecento scudi al cavaliere De Costantin affinchè avesse soccorsi quelli di cui gli sarebbe risultato il maggior bisogno e pregiudizio. Nel tempo istesso, però, gli soggiunsi che prevedevo l’ostacolo non facile a superarsi delle circostanze della regia cassa. Questo giusto riflesso lo fece sospendere di divenire al riparto della succennata somma. Ora però il cavaliere interpose i suoi uffici a fine di sapere le regie intenzioni e di ottenere i riguardi di cui io medesimo l’avea speranzato”.

Ma i ‘riguardi’ di cui era stato ‘speranzato’ il De Costantin dovevano fare i conti con le casse regie al momento esangui, per cui il viceré, deciso a non porre ulteriori indugi almeno per i duecento franchi già stanziati, dopo aver comunicato che “…gli impegni in cui trovasi al presente S.M. ed i suoi erari non lasciano luogo a far provare gli effetti del suo reale gradimento, e della sua particolare propensione verso codesti bravi difensori”, così proseguiva:
“Mentre dobbiamo sperare che in breve cambieranno le circostanze, non volendo intanto io che si ritardi un pronto soccorso a coloro che per i maggiori danni e per li più urgenti bisogni meritar possono dal governo speciali riguardi, desidero che ella, sentito il bailo e quegli altri soggetti dabbene che meglio stimerà, mi proponga un equitativo riparto della mentovata somma, il quale serva di vero sollievo ai bisognosi, e non dia luogo a gelosie e richiami agli altri cui il governo col tempo, memore de’ loro importanti servizi, abbraccerà le occasioni per implorare le regie grazie”.

Il comandante Riccio si mise subito all’opera e già l’11 luglio, a stretto giro di posta, preannunciava al viceré:
Prenderò cognizione delli isolani li quali in occasione dell’attacco hanno sofferto maggior pregiudizio e di quelli che sono più bisognosi e nel venturo ordinario invierò la nota col riparto delli scudi 200 che V.E. si è degnata di accordare in loro soccorso”.

Ma quando il Riccio, raccolte le domande presentate degli isolani, tirò le somme, i conti erano ben lungi dal tornare. Pochi in verità i danni alle case: erano state colpite in pieno le abitazioni di Giuseppe Ferracciolo, di Matteo Boccognano e di Agostino Millelire, il primo, indicato come bisognoso, per un danno di 60 scudi, e gli altri due, indicati come non bisognosi, rispettivamente per 65 e 48 scudi. Danni meno consistenti avevano patito Giacomo Polverino e Pietro Millelire, per 20 e 25 scudi; danni lievi, invece, alle altre case di Giò Gallone (il famoso Barabò), Pietro Cogliolo, Giò Antonio Variano, Michele Costantino, Antonio Zicavo e, infine, Tomaso, Francesco e Cesare Zonza, per la complessiva somma di circa 40 scudi. Il tutto per un ammontare di poco meno di 250 scudi.

Quelli che però non tornavano assolutamente erano i conti del bestiame razziato dai francesi sull’isola di Santo Stefano e durante il breve sbarco a Spargi. Stando ai dati esposti dagli isolani, erano stati sottratti 205 caproni, 261 pecore, 37 maiali, 31 vacche, 2 vitelli, 2 buoi da lavoro e altri tre animali non precisati. Antonio Giò Variano aveva poi chiesto di essere risarcito della perdita di 16 materassi che teneva nascosti nell’isola, per un valore di 48 scudi, e persino il bailo Carzia, che evidentemente aspirava a ben altri “riguardi”, aveva denunciato la perdita di un maiale e la distruzione di un non precisato numero di pali di vigna per un danno di sei scudi, ma aveva subito dichiarato di non pretendere alcun risarcimento.

Tirate definitivamente le somme, le pretese risarcitore dei maddalenini ammontavano dunque a 1068 scudi, 2 soldi e sei denari, somma molto lontana dai 200 scudi disponibili. Il Riccio, con lettera del 19 luglio 1793, ben convinto che nei pochi giorni di permanenza a Santo Stefano e durante il breve sbarco a Spargi non era possibile che i francesi avessero potuto far fuori tanto bestiame (ammesso che sia veramente esistito), nel comunicare al viceré le risultanze della sua ricognizione, sarà stato ben felice di non essere lui l’incaricato del riparto e, lavandosene le mani, così passava la patata bollente.
Quì chiuso – scriveva al Balbiano – ho l’onore di trasmettere a V.E. la nota di tutto il danno che vi è stato in queste isole nell’occasione dell’invasione dei francesi e corsi; trovandosi in quella capitale il cavaliere Costantino potrà egli far detto riparto di detti scudi 200.
Ma però se V.E. vorrà permettermi di dirle il mio sincero sentimento e come la penso – aggiungeva salomonicamente il Riccio – il meglio sarebbe di ritirare nuovamente detti scudi duecento senza fare veruna ripartizione, giacchè non vi è di contentar tutti, perchè porterebbe molti guai e dissenzioni nella popolazione, e se non li si dà niente a nessuno saranno più contenti”.

Ma la cosa non finì lì! Dopo la prima comunicazione del Riccio vennero alla carica altri isolani: Tomaso Ornano denunciò un danno alla muraglia della batteria Balbiano, che come imprenditore aveva in corso di costruzione; Simone Antonetti la perdita di 3.000 pali di vigna che i francesi avevano usato per far fuoco (e sembra davvero esagerato che a Santo Stefano vi fosse una vigna di 3.000 ceppi), mastro Domenico Porro, infine, per essere intervenuto ad arroventare le palle delle artiglierie maddalenine, con ricorso diretto al vicerè chiese di essere risarcito per la perdita della forgia.

E a proposito di quest’ultimo il Riccio, senza mezzi termini (evidentemente certe “defaillances” avvenivano anche allora), informava il vicerè: “Somministrò veramente il Domenico Porro il mantice per le forge volanti erettesi per roventar le palle in occasione dell’attacco di quest’isola, tutto come il ferraro Francesco Franchini imprestò il suo, e se qualche danno ha sofferto è stato quest’ultimo, cui nulla sin quì si è corrisposto. Non mi risulta che il primo sia stato demolito, come allega per pretendere l’indennizzazione, il quale è molto probabile che appartenesse al regio servizio come altri principali effetti di fucina di cui egli si serve eziandio per suo particolar uso, e nel passare da un contabile all’altro non consta ora”.

Posto di fronte alle esorbitanti pretese dei maddalenini, il 26 luglio 1793, il viceré scriveva al Riccio:
Era facile comprendere che con 200 scudi si poteano consolar pochi e rendere malcontenti moltissimi. Per evitar appunto lo scontento, giacchè la regia cassa non è in grado d’indennizzar ora la somma cui rileva detta nota, io stimo di soprassedere a quest’affare, riservandomi di prendere a suo tempo in considerazione coloro che conoscerò esser veramente nel caso di ottener un sollievo”.

E il comandante Riccio, che passò alla storia cone “il vecchio saggio”, anche se poi tanto vecchio non doveva essere, il 2 agosto successivo, con atteggiamento da sornione, ribadiva al Balbiano:
Si assicuri V.E. che se si faceva la ripartizione delli 200 scudi, avrebbe portato gelusie e sussurri, e se non li si da niente a nissuno rimangono più contenti e vivono sempre con la speranza che quando si potrà saranno tutti indennizzati”.

Per successiva decisione del viceré 25 di quei 200 scudi furono destinati alla madre dell’unico morto di quella battaglia: Michele Digosciu di Calangianus, che era accorso fra i cento miliziani sardi inviati di rinforzo dalla Gallura e che era stato colpito ad una gamba da una palla di cannone nei pressi della banchina. Altre somme, di cui non conosciamo l’ammontare perchè rimesso alla discrezione del Riccio, furono pagate a Giò Gallone e al falegname Fava, non a titolo risarcitorio, ma come compenso delle loro prestazioni in occasione della battaglia.

La vicenda si chiuse nel novembre del 1793; al De Costantin era successo nella carica di comandante del “regio armamento” il cavalier Marliè De Chevillard il quale, senza tema di creare il malcontento popolare, si prese alfine la briga di fare il riparto di ciò che era rimasto dei 200 scudi. E il 22 novembre il Riccio scriveva al viceré:
Il cavagliere de Chevigliar ha fatto la ripartizione delli scudi duecento, e quello che io prevedeva che sarebbero nate delle discordie è successo. Tutto detto giorno vi sono stati dei guai fra di loro isolani, ma si sono pacificati”.

Non sappiamo con quali criteri e in che misura il De Chevillard abbia ripartito quel poco che era avanzato, ma certamente i molti che rimasero a mani vuote dovettero far buon viso a cattivo gioco e capire con popolare saggezza che “…chi troppo chiede, nulla stringe”.

Antonio Ciotta