Le testimonianze

Le testimonianzeStando ai dati anagrafici sarebbero solo 6 i bambini nati nel 1943 nei comuni che ospitavano gli sfollati maddalenini; verificando, però, tutti gli atti di nascita del periodo, ci si accorge che, nella maggioranza dei casi, questi non sono stati trasmessi al comune di residenza dei genitori: in realtà nel solo periodo marzo-ottobre 1943 sono circa 60 i figli degli sfollati. Questi hanno sentito raccontare, come una favola, della loro nascita in case sconosciute, di battesimi senza feste, di babbi assenti: sono sempre storie di donne che hanno vissuto momenti essenziali della loro vita quali la gravidanza e il parto lontane dalla familiarità delle loro case, affidate alla solidarietà di altre donne. I bambini di un tempo hanno mantenuto solo flebili ricordi dei racconti delle loro mamme; qualcuno e tornato a vedere la casa e le persone che hanno assistito alla nascita, cercando di far combaciare impressioni, luoghi e volti nati dai racconti con la realtà che sempre si presenta diversa; pochi hanno mantenuto con quella realtà legami duraturi.

A Giovannella (nata ad Aggius) è rimasto impresso un ricordo trasmessole in famiglia; la madre incinta con un grande desiderio di avere le ciliegie che le donne del paese portavano su dalla campagna in grandi corbule sulla testa. Le sarebbe piaciuto mettere le mani in quella rossa abbondanza e invece doveva accontentarsi delle manciate di ciliegie che gentilmente le venivano offerte, e che a lei parevano sempre insufficienti: e, quindi, per paura che non bastassero ad eliminare le voglie che sentiva di trasferire alla nascitura, si toccava la natica in modo che se voglia doveva essere, almeno sarebbe spuntata in una parte nascosta del corpo.

Quasi tutti i testimoni che hanno vissuto da bambini il tempo della guerra hanno conservato, degli avvenimenti di quel periodo, ricordi diversi da quelli dei loro genitori: su questi gravava la pesante responsabilità di far sopravvivere al meglio la famiglia in condizioni di vita difficili che non hanno potuto più dimenticare; i bambini, invece, erano fuori da questa logica, i loro interessi erano rivolti altrove perciò essi filtravano, senza eccessivi coinvolgimenti, i problemi degli adulti. Alcuni di loro, soprattutto le bambine più vicine alle mamme delle quali meglio coglievano le preoccupazioni e le pene, hanno conservato brandelli significativi di quell’esperienza; altri, invece, li hanno allontanati del tutto dalla loro vita di quel tempo della quale hanno mantenuto intatti i momenti dei giochi, della scuola, della prima comunione, come tutti i loro coetanei che potevano vivere in condizioni normali.

Mario

Dopo il 10 aprile, ad ogni allarme, la gente si precipitava nei rifugi dove assiepata, in piedi, attendeva con ansia la fine del lugubre suono. Qualcuno recitava meccanicamente il rosario, altri riuscivano solo ad articolare invocazioni frenetiche, ripetendo, quasi a sovrapporre il ronzio delle parole al fischio penetrante delle sirene “Dio mio, Signore mio, aiutaci”. Per Mario il rifugio dove la mamma lo portava quando suonava l’allarme, era il luogo legato ad una preghiera diversa da quelle che si recitavano in chiesa: la ripeteva meccanicamente e gli adulti forse speravano che l’innocenza del bambino e la sua fede ingenua fossero la migliore e più rapida via per raggiungere il cielo e chi poteva intervenire a salvarli

Angelo

Sulla strada che da Arzachena porta a Sant’Antonio, fra le caratteristiche forme granitiche tondeggianti, c’era lo stazzo di ziu Biriu, buon conoscente del padre di Angelo, forse compagno di caccia, che ne aveva ospitato la famiglia sfollata; la vita in campagna, le esperienze nuove di zecca attiravano il bambino che non aveva il tempo di pensare alla guerra e alle sue conseguenze: c’era da imparare a fare i lacci per catturare le faine e i merli che entravano nell’orto e i figli di ziu Biriu erano abili nell’usare i crini e i peli della coda del cavallo intrecciandoli e ponendoli, abilmente nascosti, all’inizio dei solchi delle verdure; e poi i giochi spensierati, il bestiame da accudire, le visite frequenti del padre che, venendo dalla Maddalena, portava viveri da aggiungere ai prodotti freschi della campagna, l’indimenticabile risultato (forse la prima sbronza) dei frequenti assaggi di vino dolce che il figlio del padrone stava travasando. Non ci sono nella memoria di Angelo ricordi di sofferenze e anche la notizia della caduta di un aereo abbattuto e, successivamente, il passaggio dei tedeschi in ritirata, non lasciarono tracce emotive particolari.

Tina

Aveva 8 anni e il suo ricordo più nitido. È quello del viaggio di sfollamento per Luogosanto. Era magra, non pesava molto, ma non poteva stare in braccio agli occupanti della stracolma macchina di Centogalli: e allora la misero seduta sul finestrino abbassato della portiera posteriore, appoggiata su un cuscino, con le gambe, la testa e le braccia all’esterno, trattenuta saldamente per la vita dal signor Scotto, suo compagno di viaggio. L’auto doveva fermarsi spesso per raffreddarsi, per far riprendere la bambina dalla sua scomoda posizione, per consentire ai passeggeri di liberarsi per qualche minuto dei bagagli che tenevano in grembo; solo la salita di Crisciuleddu vide finalmente Tina viaggiare comodamente seduta sul sedile posteriore mentre tutti gli altri seguivano a piedi: la macchina si sarebbe rifiutata di fare quell’ultimo sforzo. Nella casa dell’ospitale famiglia Frasconi Curruleddu le prime novità della vita a Luogosanto: i materassi di foglie di granturco e la mancanza di servizi igienici sostituiti da una tettoia all’aperto nel cortile; poi la scuola continuata da aprile del 43 con una maestra del posto; gli scambi di filo, tessuti, pesci, con formaggio, ricotta, latte e pane; la curiosità nel vedere un aereo colpito volteggiare e poi schiantarsi su un costone mentre i piloti scendevano sostenuti dai paracadute bianchi, l’emozione nell’ascoltare la notizia della cattura di uno dei due e dell’uccisione dell’altro da pane di un pastore; la paura, trasmessa dai grandi ai piccoli, quando si è sparsa la voce che i tedeschi stavano risalendo da Tempio verso Palau, l’ordine di rimanere chiusi a casa con le porte sprangate; la visione, dall’alto della finestra dell’ultimo piano, della lunghissima colonna di auto, camion, carri armati, cannoni e soldati che scorrevano, giù in basso, allontanandosi. Forse il momento peggiore di tensione e paura fu per la bambina quello che coinvolse la madre che, avendo sentito a Radio Londra la notizia dell’armistizio, l‘aveva comunicata, concitata, ad un vicino, un fedele fascista: non avendo gradito la notizia questo aveva reagito scompostamente, le aveva imposto di tacere e aveva minacciato di denunciarla ai carabinieri; solo l’intervento pacato del padrone di casa aveva fatto rientrare le minacce e riportato la calma nella preoccupata famiglia e nell’animo della bambina.

Anna

Aveva quasi la stessa età e condivideva con le bambine di Luogosanto i giochi, la scuola, la preparazione ad una prima comunione che la madre rendeva elegante, malgrado le ristrettezze imposte dalla guerra, con un abitino di seta celeste, le scarpe fatte da un calzolaio del paese con la tomaia di capretto e la suola di sughero, una piccola borsa confezionata con nastri bianchi. Nella spensierata vita di giochi con le nuove amiche si intrometteva qualche elemento che riportava alla situazione straordinaria: il fratello che con la bianca cavalla Adua percorreva la campagna in cerca di roba da mangiare, i soldati italiani che chiedevano cibo, sfamati dalla carità della gente del paese e degli sfollati, il rapido passaggio dei tedeschi a settembre.

Maria Teresa

Aveva solo 5 anni nel 1943, quindi i suoi ricordi sono frammenti isolati: sono immagini dominate dalla paura o riflessi delle preoccupazioni degli adulti. Al momento del bombardamento del 10 aprile Maria Teresa si trovava nella chiesa di Moneta con la nonna: la rapidità dell’attacco impediva qualunque possibilità di fuga, quindi la nonna, stringendo a sé la bambina, cercò un angolo teoricamente protetto da un architrave, nella speranza che quei colpi che si sentivano così vicini, le risparmiassero. Lo sfollamento, fu caratterizzato dalla difficoltà nel reperire cibo: non serviva denaro contante per avene latte, farina, olio, sigarette o scarpe militari. Nella casa angusta che ospitava la famiglia c’erano i topi contro i quali era difficile difendere le poche provviste: Maria Teresa ha ancora viva nella memoria l’immagine di una federa da cuscino trasformata in sacchetto e appesa al tetto, ondeggiante nel vuoto sulla sua testa: dentro c’era il pane che la madre cercava così di salvare.

Lucio

Conobbe due sfollamenti: il primo a Luogosanto (nel 1939 o nel 1940) in una casa della quale ricorda il pavimento di assi di legno con una botola che dava accesso al locale delle provviste.
Il 10 aprile 1943 era a Cala Gavetta impegnato nei soliti giochi all’aperto: Guardia Vecchia issò il segnale bianco-rosso di preallarme e, immediatamente dopo, quello giallo-rosso di allarme mentre le sirene ancora tacevano; poi arrivarono gli aerei: i bambini si rifugiarono (seguendo l’insegnamento degli adulti) sotto un architrave della casa Vico e di la vedevamo gli aerei sganciare le bombe sull’arsenale. Dalla loro posizione notarono un bambino che, in via Vittorio Emanuele, inconsapevole del pericolo, usciva dal riparo delle case per raccogliere una scheggia o qualcosa che nella strada lo aveva molto interessato.
La seconda partenza verso Ittiri fu più avventurosa, con una prima tratta in treno fino a Sassari e una notte passata in un centro di accoglienza, una grande stanza con tanta gente che si sistemava per dormire pronta a riprendere il viaggio il giorno seguente. Grazie all’amicizia con l’orefice Giovanni Carboni, la famiglia fu accolta presso il vice podestà del paese, in una casa signorile ricca di ogni ben di Dio conservato nei magazzini e a disposizione degli ospiti. Ittiri sembrava un’oasi lontana dalla guerra, dove non mancava il cibo, dove il bambino godeva delle novità del soggiorno in una casa per lui curiosa con i cavalli che, per andare nella stalla, situata nel cortile interno, passavano sono il portone principale seguiti dalla padrona con una vecchia corbula pronta a raccoglierne gli escrementi per evitare che sporcassero il pavimento.
Era sereno, perché forse i grandi lo erano, ma anche perché viveva un momento interessante della sua infanzia, perché poteva tifare per l’Italia in guerra senza vederne le conseguenze, poteva andane a cavallo con i figli dei padroni di casa nelle campagne vicine, in tutta sicurezza, poteva partecipare, con tutti gli altri bambini, ad un bel matrimonio tra uno sfollato maddalenino, Leopoldo Spanu e una ragazza del paese, Maria. Le sere di quella bella estate gli sfollati si riunivano a casa della loro concittadina Margherita Tusceri, raccontavano le novità arrivate dalla Maddalena, si scambiavano impressioni sugli avvenimenti, poi facevano scivolare i discorsi su argomenti più leggeri adatti alla tranquillità del luogo mentre i figli giocavano insieme come se la guerra non li riguardasse.

Miro

Era già un ragazzo di 13 anni quando nel 43 andò a Luras con la mamma, il nonno e il fratello: fra i ricordi condivisi con altri giovani della sua età spiccano due particolari: l’incomprensibile abitudine di fare il pane una volta alla settimana, difficile da accettare per lui che non avrebbe mai smesso di mangiare pane fresco, e i furti di uva nelle vigne; scoperto insieme ad altri amici fu punito a sculaccioni dal padrone del vigneto che doveva avene un bel da fare per difenderlo visto che qualcuno rubava l’uva per venderla e che anche i militari di servizio nell’ospedale approfittavano dell’abbondanza per i malati ricoverati. A luglio nasceva il fratellino era la vigilia di Santa Maria Maddalena, ma forse, così lontani dall’isola, nessuno si ricordò di festeggiare la santa patrona.

Loriana

A Luogosanto era sfollata anche la famiglia di Loriana, in un piccolo appartamento su una ripida salita: un giorno d’autunno del 1939 i bambini erano a casa e guardavano attraverso i vetri la pioggia e la grandine che un temporale sbatteva con violenza sui tetti e sui muri. Ad un tratto il vento apri il portone di fronte che dava accesso ad un magazzino dove si conservavano le provviste, e noci e mandorle, forse cadute da un sacco, incominciarono a rotolare per la strada La pioggia cessò all’improvviso e i bambini corsero a recuperare allegramente manciate di frutta secca inseguendole lungo la discesa. Ad un tratto una signora si affaccio esclamando “Uhai, li fiddholi di li maddalenini so furendi li menduli”, la madre di Loriana attirata da quella voce, uscì sulla porta di casa, si rese appena conto di quanto stava succedendo ma guardò con occhio severo la figlia che teneva nelle mani il suo piccolo tesoro: senza parole, le dita si aprirono e noci e mandorle ricaddero nella strada bagnata. Anche l’ultimo sfollamento del 43 vide la famiglia di Loriana ancora a Luogosanto, ma in campagna, dove una capretta garantiva il latte al fratellino più piccolo; il padre li raggiungeva il sabato venendo da Palau su una bicicletta con le gomme piene, portando con sé provviste e fagotti di roba da lavare. Fu nell’ultimo periodo dello sfollamento, a ottobre del ‘43, quando le speranze di un ritorno alla Maddalena si facevano più intense, che il padre morì; lei non lo vide sofferente di quella malaria perniciosa che difficilmente lasciava scampo: l’ultima immagine fu quella dell’uomo forte, protettivo e sicuro che la accompagnava a cavallo al paese da dove poi sarebbe dovuta partire per Tempio per l’esame di ammissione alla prima media.

R.

La bambina aveva 12 armi: viveva con la famiglia nella casa in piazza del mercato, ma la guerra aveva convinto molti ad allontanarsi dal centro della città seguendo i consigli delle autorità che spingevano a “sfollare” dai luoghi che maggiormente potevano rappresentare bersagli per le bombe nemiche. Con questa illusione la famiglia si era spostata in una casa di periferia che, comunque, scarse garanzie avrebbe dato in caso di bombardamento visto che la distanza che la separava dal centro era di qualche centinaio di metri. Ma la presunta nuova sicurezza dava una certa tranquillità. Il padre, a causa della sua attività commerciale, si allontanava spesso dall’isola: i rifornimenti della base militare erano ormai fra i pochi affari possibili e bisognava mantenerli per continuare a vivere.
All’improvviso, nella strana pace che avvolgeva l’isola fino a quel momento mai toccata direttamente dalla guerra, il 10 aprile il drammatico bombardamento sconvolgeva abitudini e certezze. Nel contagio dello sfollamento delle ore immediatamente successive, mentre gli abitanti increduli ascoltavano i particolari e piangevano i morti, in Sardegna si diffondevano le notizie e si raccontavano le vicende del Trieste e del Gorizia, della distruzione di gran parte dell’arsenale militare, dei danni subiti dalla frazione Moneta. Nei giorni seguenti un giovane ufficiale, il fidanzato della sorella della bambina, veniva alla Maddalena preoccupato per la sorte della famiglia, per aiutarla ad allontanarsi dai pericoli che ormai erano diventati tremenda realtà. La madre era contenta di mettere al sicuro le due ragazze: tranquillizzata dalla presenza del giovane che le avrebbe accompagnate presso una parente, in un paese che nulla sembrava avere da spartire con la guerra, lei poteva rimanere più serenamente alla Maddalena ad aspettare il ritorno del marito, ben decisa a non allontanarsi da lui. Le due ragazze e il giovane ufficiale presero il treno che si fermò a Tempio, in attesa di quello proveniente da Sassari sul quale viaggiava il padre che ritornava verso casa; i due treni rimasero affiancati per qualche tempo e, di fronte alle ragazze, fra le persone che si affacciavano per chiedere c dare notizie, comparve il padre, vicinissimo, che chiamava per salutare convinto che lì, a pochi metri da lui, ci fosse anche la moglie. La bambina avrebbe mantenuto nella memoria e nel cuore quell’ultima immagine dell’uomo inquadrato nel vano del finestrino, nel lungo momento prima che i due treni si allontanassero in direzioni opposte. I genitori, alla Maddalena, conducevano la loro vita di sempre, alla quale si aggiungeva, come novità, la fuga precipitosa provocata dagli allarmi aerei che, dopo il 10 aprile, nessuno prendeva più alla leggera. Ma la madre non sopportava di rinchiudersi nei rifugi angusti e bui scavati nella roccia, nei quali avrebbe dovuto ripararsi, e preferiva correre nella vicina campagna, dove tafoni più accoglienti perché aperti sulla luce esterna, rendevano meno penosa la sua claustrofobia. E qui, il 24 maggio, una delle tante bombe sganciate quel giorno non più con chirurgica precisione, ma disseminate nell’isola, colpi la roccia facendola crollare e seppellendo i due coniugi.
Toccò al commissario Rocca il compito di comunicare l’accaduto ufficialmente attraverso le autorità di Sennori e poi personalmente, alla sorella maggiore, con parole che non erano le solite di circostanza. L’amministrazione provvedeva a depositare su un libretto postale la somma di lire 36.335 trovata in possesso dei due coniugi e, più tardi, a rimettere i pochi effetti personali rinvenuti nella casa che, urgendo la necessita, fu requisita dai militari. Nell’impossibilità, per le orfane, di venire alla Maddalena a verificare e controllare quanto rimaneva nella casa, la sorella maggiore pregava ancora il commissario di provvedere a fare un inventario dei mobili, visto che alcuni di essi appartenevano ad altri.

N. e A.

Ricordano il solo sfollamento del 1943, verso giugno. Il giorno del bombardamento del Trieste erano a scuola dalle suore; finito l’allarme, tornando a casa incontrarono molti marinai che, ancora col salvagente addosso, andavano in chiesa per ringraziare dello scampato pericolo. Subito dopo il bombardamento di aprile la famiglia, tranne il padre che rimaneva nella casa di città, si trasferì in campagna, a Punta della Gatta dove li raggiunsero altri maddalenini: i Corrias, i Pellerano, i Rubbiani che occuparono le casette vicine. Nella memoria delle bambine le due camere (dell’attuale Locanda del Mino) nelle quali si erano installate erano enormi. Attorno tutta la campagna era occupata dall’accampamento dei soldati di fanteria molto generosi con loro: ogni mattina bussavano alla loro porta per dare il caffè, giocavano con i bambini ingannando il tempo di attesa di una qualche azione. Vicino c’era la mensa degli ufficiali; le bambine facevano sempre in modo da capitare nei pressi durante il pranzo e i militari le chiamavano per dare loro qualcosa; quando arrivavano i viveri un pezzo di formaggio era sempre per loro così come delle fette di mortadella piuttosto spessa, ottima impanata e fritta. La nonna ricambiava queste gentilezze offrendo ai soldati, abituati a vivande conservate, qualche piatto di minestrone particolarmente gradito forse perché sapeva di casa, di cucina familiare, di affetti lontani. Tutta la vita in campagna costituiva per le due bambine una novità: il maiale allevato nei pressi, una capretta (Bianchina), poco socievole, che spesso reagiva a cornate alle attenzioni che non capiva, le galline che razzolavano intorno alla casa, l’orticello per le verdure che anche le altre famiglie mettevano su prontamente, i bambini incaricati di recuperare lo sterco delle vacche come concime. La sera il padre le raggiungeva, venendo dalla Maddalena in bicicletta, portando le scarse novità e, una volta alla settimana, erano le donne a scendere alla Maddalena attraverso una scorciatoia abbastanza agevole rimasta chiara nei ricordi, ma introvabile nella realtà attuale; tutte le mattine la bambina più piccola accompagnava Maria o la sorella più grande alla casa delle fate a prendere il latte da un signore anziano del quale ricorda il pizzetto, lo strano abbigliamento caratterizzato da un’eterna sciarpetta, la bonomia con la quale canticchiava curiose strofette. Quando suonava l’allarme tutti si riparavano in un grande tafone o in un rifugio costruito dai soldati scavando una grossa buca a terra a forma di elle, ricoperta con grossi massi di granito, aperta alle due estremità. Maria e A. si divertivano ad osservare i razzi che illuminavano la notte, seguendone il percorso, mentre N., più paurosa, non osava guardare.
Presso l’accampamento dei soldati c’era un piccolo allevamento di piccioni viaggiatori che servivano per tenere i contatti con altre postazioni militari in caso di necessità: quanto fosse importante salvaguardarli lo provavano le ricompense delle quali godeva chi dimostrava di avere ammazzato falchetti e poiane che potevano aggredire i piccioni, ma in quei mesi del `43 essi dovevano guardarsi da ben altri nemici affamati che non esitavano a razziarli di notte per mangiarli nascostamente l’indomani. N. sapeva il nome di un colpevole e tranquillamente lo spifferò agli ufficiali, ricevendo da questi un sorriso e dalla nonna, irritata per la spiata, qualche scapaccione. Fra i soldati c’era un sarto, piccoletto, tutto pepe, con occhi azzurri molto vivaci, che volentieri si prestava ad aggiustare tante cose per loro: coperte militari diventavano cappotti, la dura realtà dei camisacci o delle lenzuola si trasformava in sottanine e anche in mutande. L’abbigliamento era completare dalle scarpe di corda, sughero e tela fatte artigianalmente da qualche abile marinaio che metteva a frutto l’arte imparata in veleria. Le scarpe di sughero, rigide e bisognose di un’andatura regolare e leggera per mantenersi in buono stato, non erano molto adatte alle bambine che, giocando e correndo, le rendevano presto inservibili. Dopo il bombardamento del 24 maggio e l’obbligo di sfollare, la famiglia partì per Sassari dove N. continuò a studiare per preparare l’esame di ammissione per la scuola media. Quando finalmente poterono rientrare nella casa di Punta della Gatta, tante cose erano cambiate: soprattutto notarono la scomparsa di alcuni oggetti, fra i quali un servizio di piatti, rubati da un ladro ingenuo che aveva lasciato le sue scarpe di corda e di tela azzurra che le bambine conoscevano molto bene.

Giuseppina

Il 10 aprile, dopo pranzo, i bambini, usciti da scuola, erano fuori a godersi il sole primaverile intorno alla madre, seduta sulla soglia di casa, quando arrivarono i bombardieri: tutti scapparono a casa alla ricerca di un riparo sotto l’architrave più solido e attesero, frastornati dagli inusuali e terrificanti rumori delle bombe, che il silenzio tornasse. Poi, usciti all’aperto, sentirono le notizie sui danni; come tanti del quartiere Due Strade, andammo verso la zona militane e videro, dall’alto, un affannato via vai lungo la strada delle torpediniere: i feriti del Trieste venivano portati all’ospedale mentre la loro nave, velocemente, affondava. Subito i genitori presero la decisione di allontanare la famiglia, ma la madre non voleva saperne di tornare a Ponza, dove avevano trascorso il periodo del precedente sfollamento nel 1939, e tanto meno in Campania al paese d’origine del marito. Con l’aiuto di uno zio la famiglia si trasferì a Cannigione in un capannone scomodo perché troppo affollato; fortunatamente un conoscente del padre, il signor Giovanni Pileri, trovò loro una casa aiutandoli anche nelle altre necessità; le ragazze si davano da fare a cercare in campagna le erbe commestibili e raccoglievano anche le pere selvatiche. I due maschi, Raffaele e Peppino, avevano 12 e 13 anni, non potevano più dedicarsi solo a giocare e anche loro contribuivano come potevano al sostentamento della famiglia: il padre falegname aveva costruito due cassette di legno con gli attrezzi necessari per piccoli lavori di riparazione e i due giravano nelle campagne vicine, con la loro cassettina a tracolla, entravano negli stazzi, offrivano la loro opera, riparavano porte o cancelli ricevendo, in cambio, formaggio, grasso di maiale, uova o latte. Tutti li conoscevano e li vedevano con simpatia.
Giuseppina era la più grande e quindi in grado di capire le preoccupazioni della madre: ricorda ancora con angoscia il momento tristissimo in cui il padre, gravemente ammalato di broncopolmonite, arrivò dalla Maddalena portato a cavallo da Battistoni a Laconia e di qui, in barca, dal solito generoso Pileri; in mancanza di medicine adatte, un medico militare, fortunosamente reperito, non poté fare altro che tentare un salasso e le sanguisughe, trovate nel vicino stagno, operarono il miracolo, o forse, si presero dei meriti non dovuti.

Giovanna

Partì con il calesse che il padre adoperava tutte le mattine per ritirare il latte dagli allevatori galluresi e portarlo alla Maddalena. La meta era lo stazzo chiamato Lu Boiu, nei pressi di Bassacutena; già alla prima indagine Giovanna e il fratello avevano identificato un loro rifugio: era un grande, masso facile da scalare sul quale passavano ore a raccontarsi le loro cose e a far passeggiare lo sguardo per le colline, le vallette, le case sparse, le tanche, gli orti, la strada provinciale. Li attirava soprattutto una casa grande, circondata da colture: era Cucuruzzu, lo stazzo della famiglia Pes che aveva conosciuto come ospite e amico Giuseppe Garibaldi. I bambini ripetevano gli episodi che la gente del posto raccontava e, fantasticando, sentivano un certo orgoglio, consapevoli di condividere le stesse cose che l’eroe aveva conosciuto: i percorsi di caccia, il cibo tradizionale rimasto uguale nel tempo, la cordialità di quella famiglia e della gente del luogo.
Dalla roccia delle fantasticherie, avevano notato che a Cucuruzzu a volte usciva fumo dal forno, segno che si stava cuocendo il pane; allora scendevano velocemente, andavano alla grande casa come se ci fossero capitati casualmente in quel momento: l’ospitalità della famiglia non li deludeva e al pane fragrante da mangiare subito si aggiungeva quello da portare a casa. La gente che abitava negli stazzi vicini era ospitale, ma non generosa: Giovanna sapeva che, nei momenti critici, quando non si trovava niente da mangiare, andando nelle loro case, si era invitati a restare a pranzo, ma nessuno vendeva loro la farina o gli altri prodotti che avrebbero consento una normale alimentazione. Il padre doveva perciò arrangiarsi, comprando al mercato nero cibo che riusciva a trovare: a volte un sacco di riso, o gallette dure che bisognava tenere nell’acqua per poterle consumare, o quarti di carne di capra che la madre salava. A Campavaglio c’erano dei soldati tedeschi che spesso si incontravano nella campagna; erano gentili, si intrattenevano volentieri con gli abitanti anche se la conversazione era fatta più di gesti che di parole. Il giorno dopo l’armistizio Giovanna li ricorda in una lunga fila presso la fonte a fare provvista d’acqua: i bambini, ai quali avevano dato cortesemente la precedenza, notarono l’aria preoccupata e tesa dei soldati che si preparavano a partire in condizioni di incertezza per il loro destino. Quando la famiglia poté rientrare alla Maddalena la normalità non era ancora tornata: é ancora vivo oggi il ricordo di un intero giorno di digiuno prima che il padre potesse trovare, pagandoli a caro prezzo, due meloni.

Giuseppe

Fu interessato a due sfollamenti: il secondo, nel 1943, a Sedini prima e poi a Luras dove la sua famiglia doveva occupare parte di una casa requisita per gli sfollati: situazione imbarazzante e umiliante perché i proprietari si rifiutavano di consegnare le chiavi, cosa che fecero solo dopo l’intervento delle forze dell’ordine. L’avvio non entusiasmante del nuovo soggiorno ebbe, però, un seguito diverso all’insegna dell’aiuto e della cooperazione. Appena aveva potuto, con la farina scura della tessera, la madre aveva preparato il pane che Giuseppe e la sorella portarono al forno per farlo cuocere. Nella situazione difficile sopportata dagli sfollati, un aiuto morale veniva dai parroci: don Giacomini a Sedini, don Nicolino Addis a Luras cercarono di alleviare le situazioni penose avvicinando e sorreggendo chi aveva bisogno. Anche il parroco della Maddalena, don Capula, non aveva abbandonato i suoi parrocchiani che visitava con frequenza: quando sapevano che sarebbe arrivato, essi si riunivano in chiesa per incontrarlo ricevendo da lui conforto e buoni suggerimenti.
Al momento della ritirata dei tedeschi Giuseppe si trovava a Santa Teresa dove il fratello maggiore non voleva rinunciare alla vendemmia come nei normali tempi di pace. I tedeschi avevano occupato il paese dalla piazza d’Armi al porto e le strade di accesso per garantire il passaggio e l’evacuazione delle truppe che arrivavano da tutta la Sardegna; si sparse la voce che avevano minato i punti sensibili, pronti a far saltane tutto se qualcosa si fosse frapposto fra loro e l’imbarco per la Corsica. Non successe nulla di tutto ciò, ma la paura fu tanta e difficile da dimenticare; dopo che tutti furono partiti, rimasero molti automezzi carichi di ciò che non avevano potuto imbarcare.

Tonina

Nel 1943 aveva circa 13 anni, un’età in cui i problemi della famiglia non scivolano più via assorbiti dai giochi dell’infanzia: a differenza dei 5 fratelli più piccoli, la ragazza provava la stessa angoscia dei genitori, i sacrifici dei lunghi mesi dello sfollamento, vissuti in un’unica stanza di una casa di Arzachena divisa obbligatoriamente con alcuni militari. Non le sfuggivano certi segnali di fastidio degli abitanti del paese nei momenti in cui i maddalenini venivano visti come ospiti scomodi; ciò si verificava ogni volta che si doveva dividere qualcosa e le bocche in più da sfamare entravano in competizione: Tonina sentiva e capiva i commenti delle paesane quando ci si metteva in fila per prendere l`acqua o per comprare i pochi generi alimentari disponibili quali la trippa (non la carne, solo la trippa), ma anche quando si doveva correre a rifugiarsi nelle grotte a cercare riparo contro possibili attacchi aerei nemici. Il 10 aprile vide, come tanti, lo spettacolo dei bombardieri americani che, in formazioni a tre, si stagliavano netti nella luce del sole, diretti alla Maddalena; poi le notizie dei danni, la improvvisa chiusura anticipata delle scuole con la promozione di tutti gli alunni, 1’edificio scolastico di Arzachena trasformato in ospedale con le suore di San Vincenzo a curare i feriti. Dopo l’armistizio, sentì parlare della rapida partenza dei reparti tedeschi accampati a Cuconi, presso Surrau, e del successivo affaccendarsi di chi poteva procurare un carro per recuperare ciò che i tedeschi avevano dovuto abbandonare: fra il ben di Dio di provviste, delle quali si favoleggiava, pareva che ci fossero anche dei sacchetti di seta pura contenenti polvere da sparo. Il ritorno alla Maddalena, dopo quasi un anno significò, fra l’altro, la ripresa degli studi, malgrado si fosse in piena estate, per prepararsi all’esame di ammissione alla scuola superiore, mentre il padre inventava valigie di legno e compensato da vendere ai soldati americani.

Francesco

Era già un ragazzo di 14 anni, appartenente ad una famiglia numerosa, quindi era normale che si desse da fare come poteva per aiutarla: faceva commissioni sperando di ricevere qualche pezzo di pane, invece, a volte, veniva pagato con una “immaginetta” di santi, a dire il vero meno gradita. Ricorda il rifugio scavato nella roccia presso la falegnameria di Ornano, la volta bassa non abbastanza rifinita e con delle punte sporgenti, dolorose per i ragazzi che, cresciuti malgrado la fame, distrattamente ci sbattevano contro. Ricorda il dottor Virdis che, abitando nei pressi, si ricoverava anche lui là durante i bombardamenti del ‘43, ma cercava di salvare anche i suoi tre cani, fischiando per richiamarli e ritardando il più possibile il suo ingresso nel rifugio fino a che non era sicuro del loro stato. La famiglia di Francesco sfollò alla Ficaccia, presso Marazzino, e anche lì il ragazzo si dava da fare aiutando i contadini nella mietitura per guadagnare qualche tondo “cocciolo” che portava fieramente a casa come una conquista. Alla partenza i tedeschi lasciarono parte delle provviste che non potevano trasferire con loro e la famiglia di Francesco ebbe il gradito regalo di due sacchi di farina.

Candida

Il primo sfollamento del 1939 per Candida aveva significato il ritorno alla casa dei nonni a Ponza, con un lungo periodo di vita senza sacrifici: un orto e un frutteto garantivano il cibo, i parenti procuravano la farina bianca che invece mancava ad altri abitanti dell’isola: rimase ben impressa nella sua memoria l’esclamazione sofferta di un bambino che doveva accontentarsi di pane fatto con poca farina e molta polenta, mal lievitato e presto indurito. Forse in questa povertà doveva cercare il responsabile di un curioso furto: in chiesa aveva appoggiato il cappotto sullo schienale della panca vicina; finita la messa, ripresolo per indossarlo, si era accorta che tutti i bottoni erano stati staccati. Anche il secondo sfollamento ad Aggius non fu particolarmente penoso se non per il pane nero e poco appetibile acquisibile con la tessera: non si poteva farne a meno di mangiarlo, anche se, messo la mattina nel caffellatte, liberava il suo poco allegro corredo di “babauzzi”. Nel terzo sfollamento Candida era a Monte Moro e vide i preparativi dei tedeschi per la ritirata: comprese, forse perché aveva sentito il discorso dei grandi, che anche quei soldati che parevano onnipotenti e ben più forti dei nostri, avevano paura di non poter tornare più nelle loro case.

Maria T.

Il padre di Maria era capo squadra della milizia nazionale: non mancava alla famiglia il necessario per vivere, anche nei momenti difficili degli sfollamenti in tre paesi diversi. Il ricordo più: arioso la riporta sulla strada che collega Sedini a Bulzi con gli innumerevoli alberi di melograno e di ciliegie che sporgevano, accattivanti, dai muri: e i muri aiutavano i bambini a raggiungere quelle meraviglie.

Anna e Fiorina

Trovarono buona accoglienza nei tre sfollamenti, a Luogosanto, a Luras e a Erula, dove abitavano in uno stazzo isolato su una collina, raggiungibile con una lunga marcia a piedi dal paese: erano ospitati da gente semplice e buona con la quale si instaurò un solido rapporto di amicizia tanto che uno dei giovani, al quale il fratello delle ragazze aveva insegnato a leggere e scrivere, fu testimone alle nozze di Fiorina, Questa metteva a frutto la sua abilità di sarta da uomo e veniva chiamata negli stazzi vicini per fare riparazioni o semplici capi di abbigliamento che le valevano preziose provviste alimentari. Si abituarono presto alla camminata necessaria per raggiungere il paese, dove si andava per pregare in chiesa o per comprare la carne: era curioso vedere nella macelleria solo i maddalenini, non i paesani che, evidentemente, si provvedevano in altro modo. Più problematico era raggiungere Perfugas quando si doveva ritirare l’assegno corrisposto alla famiglia per il padre prigioniero degli Inglesi a Nairobi.

Mario B.

Nel 1940 la famiglia di Mario sfollò ad Osilo, con un camion militare e fu accolta e ospitata in un edificio scolastico con tutti i problemi di disagio e di promiscuità che questo comportava: le poche suppellettili trasferite da casa erano insufficienti, i materassi disposti a terra non erano proprio il massimo della comodità, il cibo scarseggiava tanto che spesso i ragazzi andavano in campagna a raccogliere lumache e erbe commestibili per integrare la magra dieta. Nel ’43 i bombardamenti furono traumatici per: in particolare Mario fu emotivamente coinvolto dal danneggiamento del palazzo comunale dove era ospitato l’ufficio delle poste presso il quale egli lavorava come fattorino portando agli utenti gli avvisi dei telegrammi. Lo sfollamento lo vide ancora ospitato in una scuola per una notte, questa volta senza materassi, dormire con tanti altri su tavoli e banchi. La casa nella quale passarono subito dopo era nuova, con il pavimento di legno, ma senza mobili. Malgrado la gentilezza dei paesani, la scarsità di cibo si faceva sentire: i ragazzi si arrangiavano con rimedi non sempre legali facendo incursioni in orti e frutteti, mentre il padre metteva a frutto la sua abilità intrecciando suole di corda per scarpe e la madre faceva dei lavoretti di cucito; lei aveva imparato ad adattarsi alle ristrettezze e, con un po` di fantasia, friggeva piccole pagnotte fatte di cruscone che i ragazzi, forse per la fame accumulata, trovavano squisite. L’8 settembre, all’annuncio dell’armistizio, incontenibile fu l’esplosione di gioia causata dalla speranza di tornare presto a casa e confermata, nei giorni seguenti, dallo spettacolo della ritirata dei tedeschi. Mario si trovava presso un abbeveratoio fuori paese, dove le donne lavavano i panni, quando sfilò sotto i suoi occhi, per ore, una colonna corazzata, i soldati salutavano amichevolmente gli osservatori impressionati dalla quantità e dalla dimensione dei veicoli e delle armi. Non molto tempo dopo sulla strada passarono le truppe italiane “all’inseguimento”: non era difficile notare la sproporzione di mezzi e armamenti e la lentezza con la quale i nostri seguivano la potente colonna tedesca.

Aurora

Parti la mattina dell’l1 aprile con il vaporetto delle cinque diretta ad Arzachena dove la famiglia godeva della presenza di parenti stretti che provvedevano alle necessità. Non mancò mai loro l’indispensabile: anche quando il fratellino più piccolo, ammalato di pleurite, ebbe bisogno di alimentazione più ricca, qualcuno forniva il latte necessario in più, con la sola precauzione di consegnarlo di nascosto. Essendo la figlia più grande, anche se solo quindicenne, Aurora partecipava delle preoccupazioni della famiglia, del timore per il padre rimasto alla Maddalena nella casa sequestrata dai tedeschi della quale poteva utilizzare una sola camera; perciò con trepidazione lo attendeva nel fine settimana, all’arrivo del trenino o in qualunque ora della giornata quando, avendo perso la corsa, egli doveva percorrere a piedi la strada da Palau ad Arzachena.

Tonino

Era militarizzato e quindi saltuariamente poteva raggiungere la famiglia sfollata a Perfugas. Due ricordi netti mostrano le miserie umane del momento: alla banchina di Cala Gavetta la barca di Tredenti é pronta a salpare: una signora arriva con un bambino in braccio, esita insicura, forse ha paura di cadere nel salire a bordo. Un soldato tedesco, apparentemente disattento, passeggia avanti e indietro lungo il bordo della banchina. La barca non aspetta più a lungo e stacca lasciando a terra la donna con il piccolo: il tedesco si gira in quel momento, vede la scena, capisce la disperazione della poveretta e interviene minacciando con il fucile il barcaiolo che deve riattraccare e prendere a bordo la donna e il suo bambino. A Perfugas erano di stanza dei granatieri che niente avevano di marziale e vivevano nell’abbandono più totale con loro divise consunte e le scarpe sfondate: avvilente era vederli, privi di cibo, passare di casa in casa a chiedere una manciata di ceci o di fagioli.

Caterina

La famiglia di Caterina era a Mores, alloggiata, per il primo periodo, in una casa piccola e scomoda, formata da un’unica stanza che la notte dava ospitalità anche ad un maiale. Fortunatamente dal comune arrivava, puntuale, il sussidio dovuto agli sfollati e, su suggerimento di altri maddalenini, la famiglia di Caterina poté trovare un alloggio più comodo, all’ultimo piano di una casa sulla strada principale del paese: dall’alto delle finestre ben protette occhi impauriti ma curiosi seguirono i tedeschi in ritirata che sparavano contro i muri delle case lasciando visibili i segni del loro passaggio.

Mario C.

Era giovane operaio militarizzato e doveva rimanere alla Maddalena: a fine settimana raggiungeva la famiglia sfollata nelle campagne di Arzachena portando qualunque merce potesse servire per lo scambio: corde, un barattolo di pittura, sigarette, candele, materiale poco reperibile in campagna e perciò tanto più ricercato. Quel periodo è accompagnato dal triste ricordo della sorella, morta a 20 anni a causa di malaria perniciosa, e sepolta nel cimitero campestre di San Michele.

Pina

Come le altre esperienze, anche questa ha le sue particolarità che, pur nel contesto generale simile, la differenziano dalle altre. Il primo sfollamento del 1940 vide la famiglia trasferirsi a Tissi, ospitata presso conoscenti gentili e generosi, pronti a soccorrerla nelle necessità quotidiane; stranamente, pero, nessuno si rendeva conto della grande difficoltà dei maddalenini nel capire il dialetto e, quindi, della situazione di isolamento nella quale, a volte, venivano a trovarsi; Pina frequentava la chiesa, ma le preghiere erano in sardo, le piaceva partecipare alle adunanze delle giovani cattoliche, ma non capiva niente dei discorsi delle coetanee: solo il parroco si era reso conto della situazione e le aveva pregate di parlare in italiano sentendosi rispondere dalle ragazze meravigliate di una simile domanda e perché?. Meno complicato, da questo punto di vista, l’ultimo sfollamento del 1943 a Tempio dove era facile capire il gallurese e quindi anche, ahimè, le ironie sulla condizione degli sfollati: alcuni maddalenini reagivano, almeno a parole, rintuzzando il solito epiteto “maddalenini fugghiti” con l’a1trettanto “timpiesi paddosi” ma questo non bastava certo a eliminare il senso di frustrazione che tutti si portavano addosso, a maggior ragione quelli che, non avendo altre possibilità di alloggio, erano ricoverati nell’edificio scolastico. La frase offensiva veniva sussurrata o detta apertamente dovunque si facevano le solite file, al mercato come nelle latterie o al forno. Per la famiglia di Pina non ci furono grandi difficoltà per reperire provviste anche se per comprare la carne bisognava alzarsi alle tre di notte e andare in silenzio, come i ladri, presso gli allevatori che macellavano di nascosto. Il padre, impiegato alla zona Fari, girava per tutta la Sardegna per la manutenzione dei segnalamenti e aveva così l’occasione di procurare almeno formaggio e vino. Qualche difficoltà persisteva per avere la farina, la cui mancanza si faceva sentire quando bisognava mangiare il pane della tessera, sempre insufficiente anche se le mamme se ne privavano per offrire la merenda ai più piccoli; spesso si riusciva ad avere il grano da macinare e l’inventiva del padre che aveva fabbricato un piccolo macinino, consentiva di evitare il passaggio al mulino dove una parte consistente della farina ottenuta avrebbe dovuto essere consegnata all’ammasso. Ma in cambio di questi generi alimentari di prima necessità si dovevano dare biancheria, lenzuola, asciugamani, tovaglie e la cassa del corredo già preparata si andava svuotando irrimediabilmente. Un conforto da tutti atteso era la visita, due volte alla settimana, di don Capula che passava di casa in casa portando, da parte degli uomini rimasti alla Maddalena, notizie, lettere, piccole commissioni e i soldi delle paghe; si tratteneva più a lungo nell’edificio scolastico dove la sua presenza consolatrice era più necessaria e gradita. Il giorno successivo alla dichiarazione di armistizio, nella tranquilla giornata di settembre, molti erano andati in campagna a prendere la frutta: al rientro, la sera, videro con stupore truppe tedesche ferme alla periferia della città là dove inizia la strada per Palau. I soldati si intrattennero un po’ a parlare, dissero che gli angloamericani avevano bombardato La Maddalena, chiesero della frutta fresca; poi le donne continuarono la loro strada commentando le notizie appena apprese, quando si accorsero che il fratellino di Pina non era con loro: spaventate tornarono indietro e lo trovarono su un carro armato tedesco dove era salito incuriosito e, distratto dalla novità, era rimasto “prigioniero”.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma