L’isola ai tempi di Garibaldi

Nel 1855 l’isola, che ospita Giuseppe Garibaldi, al termine di uno dei suoi viaggi di piccolo cabotaggio , accompagnato dai soliti amici” inglesi ” residenti in città, ha già una popolazione di 2.500 abitanti, di cui una trentina di pescatori, una quarantina di commercianti, 35 tra agricoltori e pastori, 26 artigiani (falegnami, muratori, scarpari, mastri ferrari), 3 becchini, un bigliardiere, una locandiera, 300 marinai della Regia Marina. I rimanenti sono pensionati statali.

Il 7 marzo 1856 l’intendente provinciale di Tempio restituisce il calcolo approvato, per i lavori di ristrutturazione ed ampliamento della fonte pubblica di Cala di Chiesa, rilevando tuttavia che nel bilancio comunale relativo al 1855 vi sono stanziate soltanto £. 100 e che tuttavia, al fine di non ritardare ulteriormente l’attuazione di un progetto tanto importante, si accetta eccezionalmente di prevedere l’uso di altre 86,50 lire, da prelevare, una volta approntato il bilancio del 1856, dalla “categoria casuali”.

Per il Corpo Reale del Genio Civile – Ufficio permanente in quest’isola, l’ing. Giuseppe Soro, a dimostrazione di come il problema dell’approvvigionamento idrico stia assumendo nuovamente i caratteri della gravità e dell’urgenza, scrive al sindaco il 7 giugno 1856, per comunicargli che concede in via del tutto provvisoria “la chiave della fontana di proprietà governativa (di cui la Comunità Civile – come abbiamo visto -non può neppure verificare la portata) perché la popolazione da Lei amministrata in questi tempi di siccità se ne serva e non manchi l’acqua; però, in pari tempo, mi giova metterla in avvertenza che tal concessione non è che provvisoria, per cui Ella sarà compiacente restituire detta chiave al primo richiamo che se ne faccia da rappresentante di esso governo”.

Canevazzi a Caprera 

L’ingegnere Eugenio Canevazzi, dopo aver visitato Caprera, negli anni immediatamente precedenti, pubblica nel 1866 il volumetto “Garibaldi a Caprera”, in cui, soffermandosi sui sistemi adottati per innaffiare, scrive che “in questo corpo di terra detto Fontanaccia sono sei pozzi (…) – scrive – dai quali per mezzo di secchie e di mazzacavalli si estrae l’acqua per gli innaffiamenti. Questi pozzi hanno una profondità di due o tre metri, ed il loro fondo è sulla roccia granitica: l’acqua è di eccellente qualità, e filtra lentamente nei medesimi: ed ognuno di essi può somministrarne circa 2 a 3 metri cubi ogni 12 ore. Quantunque siano a poca distanza l’uno dall’altro (…) nulladimeno le loro acque non comunicano, o almeno hanno una comunicazione così lenta che non rendesi sensibile in un giorno: per la qual cosa danno acqua sufficiente per l’irrigazione delle piante ortive e degli agrumi innaffiati a mano“. Canevazzi, che evidentemente di idrografia se ne intende, esclude anche lui la benchè minima possibilità che trivellando il suolo di Caprera si possa intercettare una qualunque sorgente d’acqua proveniente dalla Sardegna e tanto meno dalla Corsica.

Egli infatti spiega: “Perché un pozzo trivellato possa dare speranza di esito felice a Caprera (ma lo stesso discorso vale per l’isola madre N. d. A.), converrebbe perforare fino all’incontro di uno strato permeabile derivante dai più alti monti della Sardegna o della Corsica. Ora questo strato, o è intercettato, (come è assai probabile) dal mare che separa le due isole suddette da Caprera, e in questo caso inutile riuscirebbe il trivellamento; oppure passa al di sotto del fondo del mare, e in questo caso essendo a oltre 60 metri la profondità del mare fra sardegna e Caprera, poco meno di 100 quella tra la Corsica e Caprera, ed inoltre poca la distanza fra le due isole e grande relativamente l’altezza dello strato acquifero, ne viene, che forando a Caprera si sarebbe certi di andare a grande profondità prima di raggiungere questo strato“.

Non per nulla, Garibaldi, che aveva in mente una simile ardita impresa, messo di fronte alla semplicità estrema del ragionamento, documentato scientificamente, sentiti gli ingegneri Canevazzi e Cadolini, non sicuro affatto dell’esistenza di una qualunque vena, decide opportunamente di soprassedere.

Tusceri

Giuseppe Garibaldi a sessantanove anni, foto su cartoncino, 1876, fotografia Tuminello, Via Condotti 21, Roma.