Moneta … Bàinàit (By night)

Tante strade ho percorso per chissà dove.
tante spiagge ho calcato, più non ricordo il nome,
le rotte ho inseguito dei gabbiani
a rintracciare porti in cui approdare,
ho cavalcato sogni, ho conversato
con le ombre della notte,
ho frugato foreste sterminate
e oltrepassato valichi nevosi,
fiumi ho guadato di tentennamenti,
cercando Shangri Là.
Esiste, ora lo so, è l’incantesimo
di quel lembo di terra in cui son nato.

Tutto ciò che racconto è un rispolvero di piccole cose, una rievocazione di aneddoti banali che, in ogni caso, il marasma del presente non potrà mai mettere in disparte. Così come un albero non può fare a meno delle proprie radici, non riesco a immaginarmi spogliato del mio passato, anzi, a mano a mano che il tempo scivola via, sempre più di frequente trasformo la mia mente in un caleidoscopio dove le umili pietruzze colorate compongono riletture di piccoli avvenimenti che regalano smisurati entusiasmi: frammenti di poesia, sprazzi di albe acquietanti che solo l’anima può percepire.

Le ombre della sera sono calate, il caldo è opprimente. Sono ospite di Paolino e Franca Lai condannati dalla benevolenza che li distingue, a sopportarmi ogni qualvolta ritorno a Moneta. Decido di uscire all’aria aperta e fare quattro passi per Moneta, consapevole di percorrere vicoli deserti, di osservare usci sprangati dal telecomando. Costeggio il lato occidentale della chiesa, attento a dove metto i piedi. Il terreno è sconnesso e c’è il rischio di inciampare o di prendere una storta. Mi chiedo come mai don Giuseppe Riva, che di impegni ne ha portati a termine, non è riuscito a sistemare quel breve tratto di strada, conciata forse peggio di com’era oltre mezzo secolo fa. Ricordo don Giuseppe come se fosse oggi: giovane ed attivo parroco, spendeva ogni energia per dare entità alla parrocchia, non riuscendo, forse, nella completa opera di bonifica di noi ragazzi. Apparentemente i bricconi si mostravano interessati all’apprendimento dei sacri dogmi, ma se il religioso era chiamato ad altre faccende – ne aveva da sbrigare tante – i mea culpa e i giuramenti erano subito ignorati. Per quanto mi riguarda, da ragazzo, il mio pensiero ossessivo era, più che lo spirito, la carne, nel senso chimeriche pastasciutte e abbondanti porzioni di carne, senza preferenze sul modo di cottura.
A Moneta non esistevano macellerie, ma a volte una delle botteghe locali quali Serio, Cutroneo, Coppadoro e Cooperativa Garibaldi si riforniva di carne L’acquirente chiedeva la quantità desiderata e i bravissimi commercianti – pessimi beccai – mostravano prima come sarebbe stato il taglio. Prendere o lasciare. Da ragazzo ne ho masticato così poca che oggi sono quasi vegetariano. Di pesce, invece, facevo grandi scorpacciate. Un panetto di tritolo o un candelotto di dinamite portava a bordo il ben di Dio. I miei ristoranti preferiti durante la guerra erano la caserma Faravelli e il Distaccamento Marina all’ingresso della diga per Caprera. Dopo l’occupazione avevo eletto fissa dimora nell’accampamento americano in zona Barra dàinu (bivio per la Casa Bianca). Partiti gli alleati, ricomparve la fame.
Immobile e pensieroso innanzi alla chiesa sento di dover rendere a don Giuseppe i giusti meriti, anche se penso esagerasse un po’nel tentativo di limitare la mia inclinazione alle malefatte. Una volta riuscì a convincere mia madre a mandarmi in colonia a Nido d’Aquila, dove mi portò egli stesso sulla canna della sua bicicletta. Durante il tragitto accadeva che molti lo fermassero per i più svariati motivi.
Giunti alla colonia, mi affidò a Deligia. Feeling istantaneo da ambo le parti! Dopo l’omelia, mi fece pennellare ben bene le tonsille con tintura di iodio, poi mi assegnò al gruppo dei Cervi, costituito dai ragazzi più grandi.
La vita in colonia era più che soddisfacente: ricca colazione, pranzo abbondante, per merenda uno sfilatino di 250 grammi con marmellata o burro, in chiusura di giornata una lauta cena. Potevo perciò sostenere il peso delle tante adunate a scopo di preghiera. Ma, dopo appena una settimana avvenne qualcosa: alcuni ragazzi tra i più giovani d’età, nel pomeriggio si erano rifiutati di offrirmi – come gli accordi imponevano – metà della loro merenda in cambio di un giro di piazzale sulle mie spalle. Non potevo ammetterlo! Avevo esaurito la scorta di Alfa e nell’orario delle orazioni vespertine mi ero assentato per recarmi presso il tabacchino di Davide Casula (di lì a un paio di anni mio istruttore scalpellino). Per uscire e rientrare al forte mi ero arrampicato alle piante grasse (fiori di Garibaldi) che coprivano la cinta muraria.
Rientrato in colonia, riempii di pietre le brande di coloro che avevano trascurato le mie esigenze nutrizionali.: era come offrire la mia testa su di un vassoio d’argento. Sottoposto a processo sommario, fui condannato e la mattina seguente fui sbattuto in cella. A differenza di quelle allestite a Moneta quando si giocava alla batteria, la prigione del Forte – situata presso l’ingresso – era una cella vera, usata per i militari nel periodo in cui la roccaforte era presidiata. Movimentata evasione e immediato ritorno a Moneta nelle prime ore del pomeriggio. Francesco Comiti, non appena seppe della mia fuga, raccolse le sue cose e mi raggiunse prima che arrivassi ai Padule. Dopo quella vicenda e fino il giorno del mio distacco da Moneta, il feeling tra me e don Giuseppe era continuato come se niente fosse accaduto. Nell’intimo di ambedue prevaleva però una sorta di garbato riserbo. Continuò a chiamarmi pezzo di malacarne anche quando, dopo essermi arruolato nell’esercito, in occasione di saltuarie licenze andavo in chiesa per salutarlo. Detta da lui, quella qualifica aveva il sapore di un complimento.
Prima di arrivare in chiesa, riconosco una stradina che costituiva il passaggio verso il vicino orto di Mazzella presso cui lavoravo come garzone, di mattina presso il suo negozio in paese, vicino al mercato, di pomeriggio a moneta. Talvolta tentava di darmi dei frutti guasti da portare a casa, ignorando che la mia fonte di provviste era principalmente il suo orto.
Quella stradina, nella quale eravamo soliti passare per accorciare il tragitto rientrando a casa a Barabò, attraversa la proprietà dei Casali. Di quella famiglia ricordo tutti: la signora Annetta, Toscanaccia di gran personalità, a cui piaceva molto anche mia sorella Tomasina, i suoi figli Margherita che aveva sposato Leonardo Fanti, il vetturino di moneta e Gianni, il quale sorretto dalla passione ereditata da suo padre Menotti , fondatore e animatore di un piccolo teatro di attori, ne proseguiva l’opera, dando vita con gli amici monetini ad una vera e propria filodrammatica che si esibì per parecchi anni ospitando anche compagnie dek continente. Ricordo che negli anni dopo la guerra arrivò a monetala compagnia teatrale di Franco luminelli, zio di Sandro luminelli capocomico e valido esperto di doppiaggio. Sentendomi affascinato per la vita di teatro, volevo e potevo seguire quella filodrammatica. Sebbene con rammarico, non volli creare un dispiacere a mia madre.
La rappresentazione rimastami più impressa fu “La Passione di Cristo”, di cui ricordo soprattutto la partecipazione di Domenico Bertorino, Pino Fadda, Gianni Casali e qualche altro. Ricordo anche un musical dal titolo “Signorina Terremoto” che vide la bravissima Lina Tinteri, insuperabile protagonista, attorniata dagli altri attori monetini e dal cantante Francesco Angioi. Un consenso senza precedenti.
Sempre in tema di spettacoli non si può tralasciare un ipnotizzatore indiano, di chiaro accento campidanese, che mangiava lamette e frammenti di vetro, ingoiava spade, sputava fuoco e altro, tra cui frasi sgrammaticate. Era il periodo dei campionati del mondo del 1950 che si svolgevano in Brasile e quel giorno aveva giocato k’Italia contro il Paraguay (3 a 1 per gli azzurri). Fui invitato sul palco insieme ad altri del gruppo monetino e mi fu affidatoli ruolo di paratutto, cioè Sentimenti IV, portiere della nazionale, ovviamente sotto finta ipnosi, con la promessa di mille lire se avessi obbedito ai comandi del mago. Tuffandomi sul tavolato, mi scorticai il corpo parando tutti i tiri dei fantomatici avversari. Una prestazione da dieci e lode, al punto che Tonino Aisoni, dopo oltre trenta anni dall’avvenimento aveva ancora la convinzione che veramente il tutto fosse avvenuto grazie alle doti soprannaturali del mago. Lo stregone sicuramente un pregio lo aveva dimostrato, facendo sparire le mille lire ancora prima di darmele.

Il ricordo di mia sorella Tomasina mi riporta alla mente ciò che accadeva dopo lo scoppio della guerra, quando cercavo di barattare con lei la mia razione di pane per pochi centesimi, bastevoli all’acquisto di un giornaletto. La sua risposta era sempre negativa, ma alla fine, pur con poca disponibilità, cedeva senza pretendere contropartita. Dotata di grande intelligenza e in possesso di un buon patrimonio di conoscenze, mi ha sempre incoraggiato ad approfondire la mia cultura, ed è anche suo merito se se ho acquisito un discreto bagaglio di umanità e conoscenze.
Allorquando, durante il conflitto, andammo ad abitare da Raffo, si trascorreva gran parte della giornata in cerca di qualche grotta che, in caso di bombardamenti, potesse fungere da rifugio. Essendo meno ingombrante, trovavo facilmente una cavità nella quale all’evenienza potermi riparare. Lei, di dieci anni più grande di me, era penalizzata, tuttavia, appena suonava l’allarme, riusciva a introdursi in quelle limitate fessure senza procurarsi un graffio.
A livello emotivo il bombardamento più drammatico per Moneta si verificò subito dopo che i nemici cattivi diventarono buoni amici e viceversa. Poco tempo dopo che i tedeschi avevano abbandonato l’arcipelago, io e Tomasina eravamo rientrati da Monti Canaglia, dove eravamo sfollati per evitare le bombe americane. Dovemmo percorrere a piedi (febbricitanti per la malaria) il tratto San Pantaleo–Cannigione. Una barca della Marina (del reparto dislocato sull’isola del Porco) ci traghettò poi fino a Punta Rossa, con mare grosso. Di lì, la scarpinata fino a Moneta. Ricordo che, appena imboccato lo stradone nelle vicinanze di casa Garibaldi, rimasi stupefatto nel constatare che gli americani che transitavano a bordo delle Jeeps, lanciando bon bon e chewig gum, erano tali e quali a noi e non mostruosi come in precedenza si voleva far credere ai ragazzi. Un militare americano, un certo Grobs – californiano – innamorato della nostra vigna, in quel periodo ci rifornì di chinino e generi alimentari.
Di lì a qualche… notte, i bombardieri tedeschi lanciarono a più riprese (almeno una decina di ondate) grappoli di bombe sull’arsenale e anche nei paraggi del ponte, nelle vicinanze del quale abitavamo e che forse intendevano distruggere. Mia sorella ed io trascorremmo parte della nottata abbracciati, in una baracca che aveva funzioni di cucina, terrorizzati per le bombe che cadevano anche a poca distanza. Allorquando si udiva il sibilo di una bomba che scendeva, io mi stringevo ancor più a lei che mi rincuorava assicurando che per il fatto che si sentiva il fischio non sarebbe caduta sopra di noi. La cosa più confortante era, però che, ammesso che ci avessero colpiti, la copertura era in lamiera e quindi non c’era il pericolo di bernoccoli causati dalla caduta di tegole.
Supero il portale della Parrocchia e mi fermo di fronte alla casa che, quando ancora portavo il pagliaccetto, era adibita ad asilo infantile. Ogni mattina partivo da Barabò per la scuola materna percorrendo solo-soletto lo sconnesso sentiero e cantavo: mia cara mamma,/ vado all’asilo,/ vado all’asilo,/ per tutto ildì,/ ticche ticche ticche tì.
Prima che finisse la guerra in quella casa andarono ad abitare i Deiana, famiglia di pescatori meglio noti come gli Algheresi. Avevano cinque figli: Giuseppe, Teresa, Michelino, Benito e Vittorio, questi ultimi gemelli. Michelino, disabile, mi aveva appioppato il soprannome che da allora mi ha sempre accompagnato: “Caracò”.
Un giorno, a cala Petecchia, si raccoglieva caracolli (lumache di mare) da usare come esca. Per motivi futili ci fu uno scambio d’idee tra me e Michelino , di qualche anno più grande di me, deceduto ancora sedicenne,. Considerato che non riusciva a spuntarla sul piano della cocciutaggine mi imi definì più duro di un “caracò”. Agli altri non parve vero di potermi affibbiare un soprannome, che ancora non avevo. Da quel giorno fui conosciuto solo per il mio pseudonimo. Solo mia madre, dopo avermi chiamato da piccolo burriccheddu nanu, prese poi a chiamarmi Garibaldi.
Rasentato il muro dell’ampio giardino parrocchiale (a quel tempo prato che suppliva alla mancanza di altre aree per praticare sane discipline sportive, in genere scazzottate) costeggio la proprietà dei Cutroneo, titolari di una bottega. Giovanni, capofamiglia, quando nella tarda mattinata arrivava il carretto con i viveri, agitava il suo unico braccio ed esaltava la propria merce urlando a squarciagola per attirare i clienti. Beatrice e Caterina, con Dante, Armando e Nanni completavano la famiglia. I Cutroneo avevano il veicolo più veloce di Moneta, un carretto a motrice “equina” che soleva far ingoiare polvere a tutti gli altri, a trazione “asinina” e forse anche . a Mario Coppadoro, proprietario di una Balilla a tre marce, color verde pisello, che quando si arrampicava sbuffando su per la salita faceva esclamare Tamantu Scarmentu.
Il sostantivo Balilla mi ricorda l’epoca delle prime classi elementari. Diedero la divisa di Giovane Italiana a Maria Ferrosi e al sottoscritto, siccome non c’era altro, quella di Balilla. La ragazza era stata premiata per la bravura negli studi, io forse perché erano stanchi di ammirare il mio modesto abbigliamento (oggi che impazza la moda sbrindellata mi giudicherebbero un figlio di papà). Il termine Balilla solletica anche altri ricordi. Per esempio, Dante Cutroneo e Tonino Piredda, ambedue i migliori portieri che difesero la porta dell’Ilva, erano comproprietari del più bel sandolino che mai si fosse visto nell’Arcipelago. Di legno pregiato, lucidissimo, flessuoso. Il nome BALILLA, stampato sulle fiancate di prua e sulla piccola coperta di poppa era ottenuto con lettere metalliche, lustrate a meraviglia, certamente realizzate in arsenale. Per un certo periodo la gravità degli avvenimenti costrinse i due amici a trascurare l’imbarcazione. Dopo la caduta del Fascismo, il capolavoro di carpenteria era stato rimesso in mare come nuovo. Un giorno che stavamo bagnandoci a Pinetto, Dante e Tonino, pagaiando con ostentato compiacimento, si avvicinarono in spiaggia. La prima cosa che notammo fu il nuovo nome dell’imbarcazione: LILLA.
Alla mia sinistra osservo la strada, che sbucava presso il negozio di Coppadoro, dove abitavano i Nieddu e i coniugi Firinu, miei insegnanti di quarta e di quinta. Lui, ex capitano dell’esercito durante a guerra, aveva fama di essere dispotico e scostante. Nulla di più falso. Negli anni che seguirono andavo spesso a casa loro (ero particolarmente legato a Giorgino, uno dei figli) e ricordo di essere stato accolto sempre con molto garbo.
Percorro la stradina che costeggia la vecchia scuola, dove in cinque anni di frequenza è maturata la mia istruzione, al punto che non ho più sentito la necessità di lucidare banchi scolastici più impegnativi. Degli insegnanti di allora ricordo Mario Doriano, i coniugi Firinu, la Molinari, figlia di Ercole, ex Boss della cava dei Grondona, in Cala Francese, e, soprattutto, la Gabigliera, che tormentava i sonni di molti alunni. Giovane, bruna, capelli nerissimi sciolti sulle spalle, ma severa oltremisura; ricordo che mi affibbiò quindici giorni di sospensione.
Giunto al “Portone”, osservo l’ormai decrepito edificio dei Falconieri. A dispetto del casato, la casa dei Falconieri non era abitata da gli uccelli rapaci, ma da una famiglia composta da padre, madre e due figlie: Celeste ed Esterina, un po’ avanti negli anni. Secondo il parere di alcuni, le due “fanciulle” non riuscivano a trovare marito perché, essendo benestanti, pretendevano di accalappiare il “buon partito”. Secondo altri, solo un pazzo poteva invischiarsi nell’impresa di ritrovarsi Assunta Falconieri come suocera. Da viva era terribile, dall’aldilà nessuna notizia è mai pervenuta.
Le signore di Moneta che consideravano ingombrante la nostra “greffa” si potevano contare sulle dita di una mano. Assunta Falconieri, detta anche “Brodu di castagna”, era il dito medio. Ogni volta che, austera, si piazzava sul balcone, improvvisava filippiche unte di veleno contro noi, povere anime, che avevamo, come unica colpa, quella di tirare di tanto in tanto quattro calci a una palla: “Delinquenti, dovresto solo vergognarvi” soleva ripetere, cercando di esprimersi in italiano, visto che ai suoi comizi assisteva sempre un folto pubblico. «Fra non moldo sareto chiamato a fare i susrdate e giocate ancora a pallone.. state ogni giorno lì davanti a fare burdello…»
Per inciso, sia “Brodu di castagna” sia “Filo di Ramo”, suo consorte erano dotati dello stesso lessico. Per di più, l’acidità della “Megera era spesso alimentata da quelli che si divertivano ad aizzarcela contro, come Michele Marzorati, Tullio Marini, Culucù, Dante Cutroneo, Dumè Comiti, Giustino Pagano, Pietro Sanna e tanti altri che la caricavano fingendo di biasimare la nostra condotta. Il donnone si scatenava in colleriche sparate rendendo la piazzetta di moneta un teatrino. A noi non rimaneva che rifarci con pestilenziali ritorsioni.
Prima di distogliere lo sguardo dal Falconieri palace, osservo la porta dell’ex Fashion Shop di Culucù, poi, all’altra estremità, la porta dell’appartamento in cui alloggiavano i Marzorati: Michele e le sorelle Carmela, Eugenia e Maria Pia, deceduta ancor giovanissima. All’ultimo piano abitava Tomasina, mia sorella, trasferitasi a Cagliari dopo la mia partenza. A livello emotivo la lontananza da lei mi ha sempre procurato grandi nostalgie.
A sinistra osservo la palazzina e il cortile di signora Micuccia, mamma di Nello Cervella, più in là il palazzo di Muntoni a ridosso del quale, durante l’occupazione, operava quello che dai più era chiamato il “Centro di Raccolta Residui Metallici”, di Domenico Buonocore. La discarica americana presso le cisterne era una miniera, e non solo per noi ragazzi. I microbi? Ancora non erano stati “inventati”.
Sto percorrendo la sconnessa stradina al lato della quale, addossate al muraglione, sorgono le casupole che furono la barbieria di Lino Nieddu e la latteria di zi’ Martino Pirina (Chissà palchì lu latti nun mi faci piciu… ). Il buon uomo la sera, dopo aver bollito il latte, posava le scodelle sul davanzale per ritirarlo al primo albore. Senza tener conto delle nostre dita, ingorde di prelibatezze.
Per un attimo volgo lo sguardo all’allora dimora di Leoni, il buon Leonardo mi compilò la domanda d’arruolamento nell’Esercito, quindi attraverso lo spiazzo che mi ricorda vagamente il lavatoio pubblico. Eccomi all’ombra del secondo palazzone. Davanti ho la piccola piazza chiusa ai lati da due susseguirsi di case di un solo piano. Ogni qualvolta ritorno qui, immancabilmente ricordo episodi che credevo ormai dimenticati. Mi siedo sul ciglio del marciapiede, proprio nel punto in cui avevo trascorso quasi l’intera nottata del 6 gennaio 1952, pensando a cosa avrei incontrato dal giorno successivo, data di partenza verso l’incognito.
La piazzetta è graziosa, ma sono poche le particolarità che invogliano a immaginarla come l’avevo lasciata. Manca il terriccio, i sassi, le buche, la polvere, manca soprattutto l’ingrediente più gradevole: la vita che in quel tempo vibrava fino a tarda sera. Ora, in questa piazza come in tutta Moneta, non s’odono più gli schiamazzi, le urla festose che, specialmente nella buona stagione, fino a tarda ora rendevano il luogo pulsante di spirito vitale. Provo pena a vederla così deserta e il rimpianto me la fa apparire come una prefica che nasconde sotto il proprio manto ogni finzione, per riflettere sulle passate gioie, sui trascorsi dolori.
Lo sguardo scandaglia intorno: il silenzio, l’immobile stagliarsi di ombre, il malinconico appagamento del momento offrono alla mente immagini di passate realtà. Si sono rintanati tutti? Pazienza. La mia mente vede quello che le interessa: le due successioni di case che delimitano il largo e che degradano oltre il terrapieno dove tutti gli anni, la sera di San Giovanni, si accendevano i fuochi. Intanto che osservo alla mia sinistra, lo sguardo si sofferma sulla piccola struttura appena oltre l’angolo del palazzo. È l’ingresso del sotterraneo che, durante la guerra, fungeva da rifugio antiaereo. Quel tunnel abbandonato, racconta ora le mortificazioni della nostra infanzia, le interminabili ore che, in tempi meno duri, meno tristi, dovevano costituire lampi di spensieratezza, di giocondità. Qui sono invece imprigionate memorie di inquietudini, di batticuori incontrollati, quando le bombe, sganciate a grappoli dai bombardieri, prima americani poi tedeschi, Le esplosioni delle bombe all’impatto sul suolo facevano sussultare le pareti di quel pur precario rifugio. A fine conflitto, noi ragazzi, non ancora adolescenti, ci eravamo riaffacciati alla luce dell’incerto futuro con lo spirito segnato da profonde cicatrici, per combattere – questa volta in prima persona e pressoché disarmati – un’altra guerra, contro un nemico che si prospettava subdolo e imprevedibile: l’avvenire.
Il buio, il silenzio appena interrotto dal mio respiro, la smania di rievocare si sono coalizzati per tendermi un’imboscata, mi hanno preso: lo sguardo indaga, e la mente asseconda, fino a che le presenze interiori cominciano a prendere lentamente forma, fino a che la piazza si popola di persone assenti, ma che io vedo. Mi trovo tra loro, tra quelli che caratterizzarono un’epoca, e il racconto della Moneta di quel periodo diventa il mio racconto, ché ciò che è successo dopo per questa sera non mi appartiene.. Ecco susseguirsi – uno per uno – tutti i personaggi che caratterizzavano la mia epoca, nessuno escluso.

Guardo le case che delimitano la piazza, ricordo chi le abitava. A destra, alla prima porta, abitavano i Contini. Giovanna, la figlia maggiore, forse aveva fatto da modella al creatore di Braccio di ferro, ispirando il personaggio di Olivia. Alta, magra, dinoccolata, sbucava sempre di corsa dal vicolo che portava al dopolavoro, mai che si fermasse per evitare di essere travolta o di travolgere una bicicletta o un carro a buoi. Vederla mulinare le esili gambe era uno spasso. Belloccia, se si vuole, ma la magrezza, unita alla scompostezza dei movimenti, suscitava buonumore.
Alla porta successiva abitava Michele Piredda, alias Colpito, cacciatore infallibile e provetto pescatore. Possedeva un metro formato da cento millimetri, così che se pescava un totano di cinque centimetri lo faceva diventare un mostro di mezzo metro. “Paolino, cos’hai beccato lunedì?» chiedeva spesso a Culucù, altro cacciatore che non disdegnava di sparare alle galline se la situazione si presentava favorevole. “Du… du… due bei co… coo… conigli, zi’ Micchè’…”.
“Ah, complimenti! Io ne ho beccato due grossi e un altro leggermente più piccolo. Maaah… mì, come il solito tabba e a garage”. Pam e in carniere.
Era anche un simpatico dispensatore di strafalcioni, come, per esempio: “Prima che l’Italia si rimetta dalle rovine della guerra dovrà scorrere molta acqua sotto i fiumi”. Oppure: “Anche l’Italia ha avuto grandi bocchesieri. Erminio Spalla, Cleto Locatelli, Aldo Spoldi e Primo Carnera. Senza parlare di secondo Carnera che forse era più forte del primo”. Soprattutto, Colpito non tollerava “scherzi di cattivo genio”.
Mi sovviene Mario D’Andrea, persona rilevante e provetto violinista. Una mattina che mi recavo a Cala Francese (era ancora buio) lo notai presso la finestra di Gualtiero Isca, doveva svegliarlo per andare a caccia insieme: “Guatievo. Guatievo, sei sveglio? Dai che è tavdi!”. Lo chiamava sottovoce, forse per timore di destarlo.
Alla porta successiva stava la famiglia Scanu (sostituiti dai Comiti dopo che quelli erano emigrati in Argentina). Giovanni Scanu, alias Zucchina, il maggiore dei figli di Foricca (l’altro era Renato), era convinto di essere un furbo di quattro cotte, ma abboccava ingenuamente ai tranelli che gli erano tesi. Il giorno d’oggi lo chiamerebbero il signore degli anelli. Al naso, ovviamente. Fedele amico, era un po’ ficcanaso e pretendeva di esprimere il proprio giudizio sulle questioni che non gli riguardavano. Buscandosi qualche scappellotto.
Sfilano, nella passerella che la mente ha approntato, Gianni Casali – spirito arguto e grande attore di teatro – e l’adorabile signora Concetta che spesso mi inviava, tramite mia madre, SMS sotto forma di piatti di pastasciutta. Fosco Bruschi, burbero per modo di dire e prodigo di buoni consigli, così come la moglie Antonicca. Zizzu (uomo veramente contegnoso) e Margherita Secci, sua consorte, specialista in trenette al pesto (non ne ho mangiate più così succulente, forse perché manca un condimento che allora faceva sembrare tutto più buono: l’appetito.) E tanti, tanti altri.
Come dimenticare il signor Albano, gestore della Cooperativa, e Olga, la figlia, mia perenne creditrice (per via delle cinque Alfa giornaliere). Albano, che mi aveva avuto alle proprie dipendenze come garzone carrettiere – da un orecchio ci sentiva poco e dall’altro un po’ meno. Una volta in Cooperativa si presentò Rizzo, anch’egli scarso d’udito.
“Albano, dammi un pacchetto di Tre Stelle!”
“Non ce n’è bretelle, il magazzino è chiuso…”
“Macché forcelle e forcelle, voglio un pacchetto di Tre Stelle…”
Non dimentico zia Bastiana, mamma di Paolino Corso. Ero ancora in fasce e, per una bronchite, secondo l’usanza mia madre aveva recintato il mio corpo di mattoni caldi. Forse troppo caldi, tanto è vero che – forse ero già irrequieto anzi che no – stavo per arrostire. Di lì a qualche anno, quando ero in grado di comprendere, mi raccontarono che se non fosse stato per lei difficilmente sarei sopravvissuto. Fummo per tanti anni vicini di casa della brava donna che a volte, scherzosamente, si dichiarava pentita di avermi salvato la vita. Così come zia Caterina Tedde, dopo che ci eravamo trasferiti a Barabò, mi diceva spesso: S’erba mala non morit mai.
In quella piazza abitava Nicò con la madre, zia Peppina, trasferitisi poi nella casetta del dopolavoro (in seguito ceduta a mia madre che in quella dimora morì). Nicò non possedeva un QI elevato ed era difficile da controllare, soprattutto se qualcuno lo provocava. Una volta azzannò la spalla di Lino Serio, bellimbusto attaccabrighe, e comandante, sono nato all’isola della Maddalena…”
“Bene! Che mestiere facevi da borghese?”
“Portavo l’acqua a zi’ Peppina!”
Di fatto, Nicò forniva di acqua zia Peppina, una simpatica vecchia che sbarcava il lunario lavando biancheria per diversi militari dell’arsenale. Costei abitava in periferia, nella casa acquistata poi dall’Amalfitano, sul gozzo del quale ho trascorso un periodo d’imbarco, insieme a Scapocchiò, mio coetaneo. Si partiva il pomeriggio, a vela o a remi, in genere con la prua per Porto Palma. Nottate sotto le stelle, cullati dal placido ondeggiare delle onde o movimentate dal baccano per allontanare i delfini dalle reti. Rientro a moneta intorno alle sette del mattino successivo. Compenso fissato: cinquanta lire giornaliere più una frittura e una zuppa la settimana. Era ben poca cosa ciò che invece ebbi! Provai a fargliela scontare. Una volta che Scapocchiò aveva marcato visita, toccò al sottoscritto portare il pescato al Partito. Della somma incassata – se ben ricordo circa 1600 lire – avevo consegnato a Rafaè tre quarti dell’incasso, dichiarando con tanto di giuramento che quella mattina i prezzi erano precipitati. Non aveva abboccato e, dopo i doverosi accertamenti, mi aveva affrontato presso la falegnameria Carrano, definendomi gangistàrro e pronosticando una abbruttissima fine. Non azzardò altro perché – stranamente – mi era capitato per le mani un mazzuolo di legno per calafati.
Quel periodo tribolato dissuadeva dal covare fragilità interiori, perché se si porgeva l’altra guancia si doveva cominciare a calarsi anche le brache, atteggiamento non previsto nell’opuscolo informativo distribuito dalla nostra palestra educativa, vale a dire la strada. Era consigliabile e cristiano segnarsi con l’acqua santa, ma guai a dissetarsene. Tento un esame di coscienza e riconosco che il tempo mi ha cambiato, seppure non del tutto, e che qualche debituccio con me stesso è stato risarcito. A ogni buon conto ho voluto salvare una ragionevole percentuale di quel Caracò, che tengo stretto dentro di me e che mi rende fiero più per ciò che ero che per il poco che sono riuscito a realizzare. Non accetterò mai di staccarmi dal mio passato.

All’improvviso, come per un energico colpo di spugna su una lavagna, tutti i pensieri si dissolvono e la mente cattura un’ombra indistinta. So chi è e sono certo che a propormela è la rabbia che mi trascino da sempre, per non avere potuto fare di più per alleviarle le pene. Non avevo potuto, e quando le cose stavano per prendere una piega diversa lei se n’è andata lasciando dentro di me, a soli ventidue anni, una voragine della quale ancora non conosco la fine. È trascorso mezzo secolo dalla sua morte e la mia vita è andata avanti, come era logico fosse, ma il dolore è di quelli che non conoscono oblio. È morta ancor giovane, quando io ero ancora impossibilitato ad aprire uno spiraglio nell’intrico di un’esistenza spesa solo per darmi il necessario. Passeggera di un viaggio irto di difficoltà, trascinava la propria ombra e i propri affanni curvata come una creatura ferita che si cela dove i doni della vita non avevano senso, dove il tempo era un lento scorrere di silenzi.
Nell’oscurità, nella malinconica staticità di questa piazza chiedo al destino se non sia stato troppo pesante il risarcimento preteso per salvarmi dalla sconfitta. Forse la risposta è nell’eco lieve dei suoi passi e nel fruscio della veste sbiadita, che mi sembra d’ascoltare, e il mio essere è come trafitto dalle stesse lame che straziarono la sua anima. Le pochissime dita di una mano sarebbero già troppe per contare le gioie che le ho dato e non basta, a consolarmi, la convinzione che se ho cercato di guadagnarmi una crosta di futuro era proprio per non vederla più trascinare secchi d’acqua per miseri compensi. Quanti viaggi avrà fatto su è giù per queste strade? Quante lacrime avrà versato? Mi guardo intorno con agitata commozione e immagino di vedere, sotto lo strato d’asfalto che ora copre questa terra, le orme di dolore che i suoi piedi impressero, e chiedo alla mente, al silenzio, al buio che mi circonda di rammentarmi i suoi sorrisi accennati a stento, discreti, infrequenti. Sembrava ogni volta che quei risolini li avesse conservati, per chissà quanto tempo, nel cassetto in cui ogni sera deponeva le sue pene, per dispensarmeli nei rari momenti di contenuta gioia. Non essermeli goduti abbastanza è certamente il più grosso rimpianto della mia vita.
Mi commuovo, non poteva essere altrimenti, che a mano a mano che gli anni passano la rete della malinconia e della commozione stringe sempre più le proprie maglie e le lacrime trattenute in gioventù reclamano il diritto a manifestarsi. Succede quasi a tutti. È bello. Non voglio pensare a cosa saremmo se il cinismo che imperversa sul nostro quotidiano dovesse predominare anche sulla facoltà di provare un fremito di coinvolgimento per ogni persona cara che ci lascia, per ogni sogno che svanisce, per ogni gioia non appagata, per le frequenti trepidazioni nelle orride corsie di un ospedale. Voglia il cielo che ognuno conservi la facoltà di sentirsi toccato da un tenero sussurro o da un sorriso accattivante, da un lamento di dolore o da un attimo d’intenerimento. Saremmo tutti più veri, più partecipi, più degni di appartenere e di appartenerci.
Si sta facendo tardi, ma non ho sonno. La notte è lunga e i ricordi parecchi. Emotivamente mi sento come un viaggiatore stanco del proprio vagabondare, felice di essere ritornato a casa, una dimora che non mi appartiene più ma che considero sempre mia: il più sicuro riparo dei miei pensieri più sinceri.

Pietro Lisandrini

Trattto dal libro: Moneta e la sua Chiesa – PAOLO SORBA Editore