Motoveliero Trebbo

Naufragio a Caprera del Motoveliero Trebbo, un fatto che rimarrà indelebilmente nella memoria maddalenina, infatti la cala dove andò a spiaggiare è conosciuta nel mondo come la “spiaggia del relitto”. “Rapporto riassuntivo sul sinistro occorso al Motoveliero “Trebbo” inscritto al n° 95 delle matricole di Ravenna. Il giorno 22 giugno 1955 (incendio sviluppatosi nel locale macchina, in corso di navigazione nel punto lat. 41°23′ Nord – long 9° 47′ Est) Verso le ore 7 del mattino del 22 giugno 1955 il Mv “Trebbo”, proveniente da Savona e diretto a Cagliari, con un carico di tonnellate 500 circa di carbon fossile, passava al largo di Caprera. Improvvisamente, giunto nel punto lat. 41°23′ N – long 9° 47′ E, si sprigionava nel locale macchina ed investiva la timoneria una fiammata tanto violenta che consentiva a stento il motorista, che da qualche istante era salito in coperta per prendere una boccata d’aria e controllare la regolarità della fuoriuscita dell’acqua, di ridiscendere, dare l’allarme ai franchi della guardia che riposavano e risalire con gli stessi in coperta. La veemenza delle fiamme era tale che neanche i documenti di bordo ed i valori personali e della nave potevano essere salvati, che tutti erano costretti a scappare sommariamente vestiti e che la lancia di salvataggio ed il battello rizzati ai lati della timoneria, non potevano essere isolati e ben presto rimanevano distrutti. Tutti i membri dell’equipaggio, per trovare scampo, si rifugiavano verso prora ove l’unico estintore disponibile, subito usato, non davo più alcun utile risultato. Fatti segnali di richiamo al M/v “sacro Cuore di Gesù”, incrociato poco prima, questi, allarmato anche dalle fiamme, invertiva la rotta e si avvicinava al “Trebbo”. Constatata l’impossibilità di spegnere l’incendio il M/v Sacro Cuore di Gesù tentava il rimorchio al quale ben presto doveva rinunciare data l’inadeguatezza della sua potenza di trazione e l’avversità delle condizioni atmosferiche. Il progredire delle fiamme verso prora costringeva i membri dell’equipaggio del “Trebbo”, fra i quali il capitano, deve essere tratto a viva forza da uno dei suoi marinai, a passare sul M/v S. Cuore di Gesù ed a raggiungere, abbandonando temporaneamente l’unità incendiata, il punto più vicino della costa sarda (Capo Ferro) per poter avvertire l’Autorità Marittima dell’accaduta e richiedere l’intervento di adeguati mezzi di soccorso. Io, saputo dell’approdo dei naufraghi a Capo Ferro e delle ferite da ustioni riportate da uno di essi, il II motorista, avvertito subito il Comando Marina per ottenere l’invio di un medico sul posto e, imbarcatomi alle ore 11:35 col Nocch. P. 3^ Cl. Poggi Simone sul moto pesca “SS Trinità” unico mezzo a motore prontamente reperibile sul posto, raggiungevo a tutta forza i naufraghi (ore 12:20) e, dopo essermi assicurato delle non gravi condizioni del ferito che, intanto veniva curato da un medico della Marina Militare sopraggiunto in motoscafo, ordinavo al motoveliero Sacro Cuore di Gesù di condurre i rimanenti dell’equipaggio del “Trebbo” a La Maddalena e ripartivo verso il punto del sinistro portandomi il capitano del moto vela Trebbo ed altri due membri dell’equipaggio che mi avevano pregato di permettere loro di rientrare a bordo e cooperare nell’opera di estinzione dell’incendio e di salvataggio dell’unità. Verso le ore 13:30, dopo un’ora di navigazione in condizioni avverse di mare, raggiungevo il motoveliero Trebbo che era stato, intanto, avvicinato da due unità della Marina Militare, il rimorchiatore “Panaria” e la motobarca pompa “MNE 6”. Il mio Sottufficiale, Nocchiero di Porto Poggi Simone insieme al capitano ed ai due uomini del Trebbo, sbarcavano dal motopeschereccio e passavano sul motoveliero incendiato mentre io, imbarcato sul rimorchiatore “Panaria” per dirigere le operazioni di estinzione e di eventuale rimorchio dell’unità in pericolo, ordinavo al moto pesca “SS Trinità” di incrociare a distanza dall’unità incendiata in attesa di ordini. Constatavo subito che non erano state ammainate il fiocco e la trichetina, che avevo viste issate mentre navigavo alla volta dell’unità incendiata e che il capitano mi aveva detto di non aver ritenuto opportuno ammainare prima di lasciare l’unità in fiamme avendo constatato che, dato l’assetto assunto dal timone, esse siutavano a tenere l’unità sinistrata in rotta verso l’isola di Caprera. Nonostante il prodigarsi incessante della barca pompa e degli uomini operanti a bordo del M/v “Trebbo”, le fiamme non accennavano a diminuire. Presi gli opportuni accordi col comandante del rimorchiatore “Panaria”, stabilivo di rinforzare il rimorchio, fino ad allora operato a mezzo di due gomene, con un cavo di acciaio al fine di evitare il pauroso zigzagare del moto vela sinistrato rimasto senza la guida del timone. In tali occasioni si progrediva meglio verso terra. Alle ore 15:15 circa giungeva sul posto il secondo rimorchiatore l’Albenga, della Marina Militare, il quale affiancatosi al moto vela, dirigeva il getto della sua manichetta sui focolai d’incendi, aiutato validamente dalla barca pompa che operava sull’altro fianco. Nonostante il continuo getto, le fiamme, di tanto in tanto leggermente sopite, riprendevano poi a divampare con rinnovato vigore. Constatato che la prora del motoveliero “Trebbo” tendeva ad immergersi sempre più, considerato che il tentativo di raggiungere La Maddalena in quelle condizioni non sarebbe più certamente riuscito e che cosi sarebbe perduto in alti fondali sia la nave che il carico, consigliatomi col comandante del rimorchiatore, che condivideva pienamente la mia opinione, decidevo di portare il motoveliero ancora in fiamme ad arenare in bassi fondali sulla spiaggia di Punta Rossa (Isola di Caprera, oramai vicina) sita a ponente dell’isolotto Pecora, punto che gode, anche d’inverno, di calma perché ridossato dai venti del 3°, 4° e 1° quadrante. L’arenamento, operato con l’ausilio del rimorchiatore Albenga, avveniva alle ore 17:50, disponendo il motoveliero con prua a terra e subito dopo si provvedeva al totale allagamento cosi da permettere l’assestamento sul fondo ghiaioso ed il totale spegnimento dell’incendio.

CONCLUSIONI

E’ da escludere che il sinistro sia stato provocato da azione dolosa di alcuno dei membri dell’equipaggio in quanto tutti hanno perduto vestiario, denaro e documenti. E’ da escludere ancora che causa dell’incendio sia stata la negligenza del motorista, il quale, prima di salire in coperta, qualche minuto prima che si verificasse il sinistro, aveva controllato e riscontrato la perfetta normalità nel funzionamento di tutti gli apparati. E’ convinzione del 1° motorista che attraverso la paratia poppiera che separa l’unica stiva dal locale macchina, paratia in legno rivestita da lamierino assai tenue, sia stato provocato il surriscaldamento del carbone e la combustione dei gas sprigionati dallo stesso. Tale ipotesi è avvalorata dal fatto che, ridiscendendo nel locale motore, il 1° motorista vide la fiammata sprigionarsi proprio da qual punto. Altra ipotesi potrebbe essere quella dell’accensione dei gas provocato da corto circuito. In definitiva tutte le deposizioni portano ad escludere il dolo e la colpa di chicchessia ed inducono a ritenere che l’incendio sia da attribuirsi ad evento puramente fortuito.