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Museo Navale Nino Lamboglia

Il museo archeologico navale Lamboglia ha particolari caratteristiche; fu realizzato nei primi anni Ottanta dall’architetto Vico Mossa e dedicato ad un celebre relitto romano e al suo carico, recuperato nelle acque dell’Arcipelago.

La nave, partita da un porto peninsulare, naufragò presso l’isola di Spargi verso il 120 a.C. in un difficile punto delle Bocche di Bonifacio; trasportava un carico di molte centinaia di anfore vinarie e vasi da mensa di produzione campana. I reperti forniscono interessanti dati sull’organizzazione del commercio navale romano, mentre il relitto costituisce un caposaldo per la collocazione cronologica della produzione ed esportazione di molti oggetti.

Elemento centrale dell’allestimento è la ricostruzione in scala naturale dello spaccato dello scafo della nave, con 202 anfore, che esemplifica il sistema di stivaggio dei contenitori in terracotta, quasi a prefigurare i moderni containers.

La visita museale consente di verificare come, tra il IV secolo a.C. ed il III secolo d.C., le Bocche di Bonifacio fossero un punto di transito privilegiato delle rotte mercantili dell’intero Mediterraneo.

Fu l’archeologo Lamboglia che nel 1958 con il Centro Sperimentale di Archeologia sottomarina di Albenga condusse le prime indagini archeologiche sulla nave di Spargi individuata un anno prima su una secca di circa 18 metri di profondità.

Quel cantiere fu una pietra miliare per lo sviluppo della tecnica e delle metodologie dello scavo subacqueo: per la prima volta venne realizzata la copertura planimetrica di un relitto applicando le tecniche di rilievo a quadrettatura e a fotomosaico.

Dopo la morte di Lamboglia, la ricerca subì una lunga interruzione durante la quale il giacimento fu gravemente danneggiato dai clandestini; fu poi ripresa e proseguita fino all’inizio degli anni ‘80 da Francisca Pallarés che partecipò anche all’allestimento del Museo.

I rilievi di Lamboglia accertarono che lo scafo era lungo circa 35 metri e largo 8-10; furono messi in luce parti delle costolature e del fasciame con frammenti del rivestimento in lamina di piombo fissata da chiodini di rame.

Le anfore vinarie, di cui alcune bollate sulla spalla e sull’orlo, conservavano ancora tutti gli elementi che garantivano la chiusura delle stesse: il tappo in sughero, sigillato con pozzolana sulla quale era impresso il bollo e il piccolo coperchio in terracotta di forma conica.

Come merce di accompagnamento al carico principale si trovò, impilato fra le anfore, vasellame fine da mensa a vernice nera, numerosa ceramica comune, alcuni unguentari in vetro, lucerne, ceramiche fini di importazione orientale, coppe megaresi, e una macina. A bordo vi erano un piccolo altare, un bacile portatile di marmo e una piccola colonna scanalata; si ritiene che questi oggetti fossero destinati alle cerimonie religiose di bordo.

Fra gli altri ritrovamenti significativi, una corazza di bronzo e un elmo con resti di un cranio umano (conservato nel Museo Sanna di Sassari), hanno fatto ritenere che il proprietario fosse morto indossandolo. Sulla base di queste osservazioni si è cominciato ad ipotizzare la presenza a bordo delle onerarie di armati per difesa contro la pirateria.

Il Museo è articolato in due sale: una accoglie la ricostruzione di una sezione trasversale dello scafo allestita con oltre 200 anfore, gli oggetti della dotazione di bordo e le ceramiche destinate al commercio; nella seconda sono esposti, insieme ad altri elementi del relitto di Spargi, alcuni reperti recuperati nelle acque dell’arcipelago maddalenino. Il Museo, situato su un poggio dal quale si può godere una suggestiva vista del tratto di mare che separa l’isola dalla vicina Caprera, merita certamente una visita anche per lo splendido contesto naturale in cui è immerso.