Olivastro

Olivastro (Olea europea var sylvestris, nome locale oddastru)

Fa parte della macchia mediterranea spontanea ed è piuttosto comune nelle isole, come testimonia il ricorrente toponimo Oddastrolu. Ha aspetto spinescente e, rispetto all’olivo, ha foglie più piccole e coriacee.

Può raggiungere dimensioni veramente maestose, come testimoniano gli esemplari millenari presenti in territorio di Luras, presso il bacino artificiale del Liscia: nel nostro arcipelago assume aspetto più modesto, anche se talvolta rilevante per altezza nei valloni riparati dal vento. Il legno di olivastro trovava molte applicazioni nella vita agro pastorale delle isole: a parte l’uso combustibile, testimoniato fino ai giorni nostri, se ne ricavavano pali di sostegno per tettoie, soppalchi all’interno delle cucine per affumicare salumi e formaggi, diverse parti dei carri per il trasporto e anche i gioghi per i buoi: per questo tipo di attrezzi doveva essere tagliato a luna nuova, mentre l’innesto con l’ulivo coltivato doveva essere fatto a luna vecchia.

Per i pastori l’olivastro era prezioso anche come alimento: ne ricavavano un olio più grezzo rispetto a quello dell’olivo, ma altrettanto utile e, in tempi di carestia, rametti e foglie sopperivano all’erba nel nutrimento del bestiame. I pezzetti di corteccia, tagliati a croce e bolliti, davano un decotto, che filtrato e bevuto al mattino dopo essere rimasto al sereno tutta la notte, curava la febbre e, soprattutto, la malaria.

Nelle pratiche relative alla morte, quando il malato aveva un’agonia lunga e difficile, si pensava che ciò accadesse perché aveva bruciato un giogo, anche inavvertitamente: i parenti che volevano facilitare il passaggio alla morte dovevano costruirne allora uno piccolo, possibilmente di olivastro e porlo sotto il cuscino del morente.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma