Palazzo Comunale

Il primo progetto del Palazzo Municipale lo aveva ordinato al perito agrimensore Eugenio Frau, il Sindaco gen. Pietro Sery ed era stato presentato il 10 Aprile 1896, proprio alla vigilia del passaggio di consegne tra Sery e Alibertini, allora al suo primo mandato da Sindaco.

Tale progetto si basava sulla sopraelevazione del Civico Mercato, appena costruito. Come sempre succede, tuttavia, l’opinione pubblica si spaccò presto in due ed ebbe la meglio la fazione che puntava a costruire un edificio del tutto nuovo allineato al Mercato, lato di levante, sulla residua Cala di Sant’Erasmo, davanti alla piazza degli Olmi.

La motivazione forte di questa fazione consisteva nel fatto che le fondazioni del Civico Mercato poggiavano direttamente nella sabbia del mare, perché non prevedevano un sovraccarico murario tanto imponente. Ce lo rammenta un contenzioso tra Comune e Capitaneria del Porto e quindi col Genio Civile per il pagamento del suolo demaniale.

Per il nuovo studio alternativo ci si affidò all’ing. Francesetti nel 1900 e all’impresa Augusto Muntoni. Dopo appena un anno, tanto per cambiare, ci fu un nuovo fermo lavori e il progetto passò nelle mani dell’Ing. Ugazzi, che, dopo una serie di demolizioni e modifiche, potè consegnare l’opera, sostanzialmente compiuta, nel 1903. Il costo del palazzo, previsto inizialmente in £. 60.000, era lievitato, di appalto in appalto, passando a £.71.000 e quindi a 91.181,55. Avevano prestato la loro opera, sotto l’impresario Muntoni, i manovali Salvatore Mura, Gavino Simula, Tommaso Zara, Antonio Sini, Giuseppe Pilo, Pietro Sechi, Martino Auda, Proto Madeddu, Raimondo Usai, Gavino Vacca, Tommaso Fara, Antonio Ghisu, Andrea Sau, Giuseppe Ara, Antonio Sechi, Gavino Marogna, Salvatore Dettori, Pietro Manunta, Antonio Lettera, Augusto Tedde, Antonio Gavino Pinna, Giovanni Pinna, Orlando Porqueddu, Giacomo Tirotto, Salvatore Dettori, Antonio Scanu, Giovanni Bua, Giovanni Migheli, Filippo Alivesi, Raimondo Usai, Bartolomeo Cabras, Proto Madeddu, Michele Pitzalis, Augusto Tedde, Gianmario Maranu, Raffaele Zicchina, Antonio Dettori, Tommaso Fara, lo scalpellino Vittorio Perfumo, i muratori Francesco Licheri, Francesco Congiatu, Antonio Pilo, Domenico Demurtas, il garzone Gerolamo Spanu, Giovanni Garrone, Giuseppe Garrone, Michele Secci, Giuseppe Pilo, Luigi Fini, Efisio Squintu, Pasquale Masala… Era l’alba della nostra nuova storia municipale.

Mentre si occupavano i primi locali, tuttavia, si procedeva ancora ad ulteriori modifiche e a completare cornicioni, copertura centrale dell’ampio pozzo di luce sull’atrio con un sistema di ferri e vetri. Si costruiva il terrazzo all’interno del salone consiliare, con balaustra. Il tutto per un terzo appalto, che tra un’ulteriore polemica e l’altra giunge finalmente a collaudo completo e definitivo nel 1908.

Il palazzo municipale fu costruito tra il 1903 ed 1906 nello spazio allora chiamato “Piazza degli Olmi” a fianco al mercato civico. Nell’atrio comunale una lapide murale ricorda la lettera di Giuseppe Garibaldi scritta il 23 novembre 1849 al sindaco di La Maddalena Nicolao Susini.

Nel gennaio del 1905, dopo dieci anni di gestazione caratterizzati da comprensibili difficoltà, da decisioni che parevano definitive, da revoche, ripensamenti e varianti, i grandi portoni si aprivano per accogliere Consiglieri e Sindaco giustamente fieri della nuova casa comunale, della sua funzionalità, della sua eleganza. 

Fin dal 1894 il Sindaco Zicavo, mettendo l’accento sull’inadeguatezza del Municipio, che egli stesso definiva “ristretto, incomodo e si dirà anche indecente” proponeva una soluzione a portata di mano: usare l’area di un edificio acquistato in via Vittorio Emanuele integrandolo con un terreno attiguo acquisibile attraverso un esproprio concordato. Forse si sarebbe giunti a questa conclusione se non fosse intervenuto il solito cambiamento di amministrazione, con l’avvento di un personaggio, Giuseppe Volpe, aspramente critico nei confronti della precedente giunta; per principio a ragion veduta le si opponeva annullando di fatto le iniziative assunte e quindi, pur riconoscendo la necessità di un edificio Comunale consono alle necessità del paese, ne procrastinava la realizzazione.

Nella primavera del 1896 una nuova proposta veniva discussa animatamente in consiglio e nei capannelli che si formavano nelle piazze e lungo il Molo: il consigliere angelo Perugia aveva presentato un progetto per utilizzare come palazzo Comunale, previa aggiunta di un piano, l’edificio destinato al mercato: questo, logicamente, sarebbe stato spostato. Dove? si chiedevano gli oppositori; come si poteva distruggere ciò che era stato costruito appena due anni prima? come si poteva prendere in considerazione l’insana idea di porre il mercato nella casa donata da l’Ammiraglio Battista Millelire in via Vittorio Emanuele? Vero era che il donatore aveva espresso la precisa volontà che essa fosse adibita ad uso pubblico, pena la restituzione ai suoi eredi; ma poteva funzionare un mercato stretto, senza spazi esterni, con la vendita del pesce che da sola spaventava gli abitanti della via? Certamente no; e infatti il progetto fu bocciato dagli organismi di controllo e si dovette ripartire da zero.

Qualcuno avanzò una proposta che gia alcuni privati andavano concretizzando, cioè reperire nuove aree con riempimenti a mare, facendo avanzare la linea di costa. Giuseppe Volpe aveva chiesto la zona alla fine di viale Italia a nome della Società di Mutuo Soccorso XX Settembre; Andrea Raffo quella alle spalle del Mercato. L’amministrazione Comunale presieduta dal Sindaco Culiolo, manifestando parere favorevole alla prima richiesta, si oppose a quella di Raffo perché vide, nello spazio reale e in quello ottenibile con i riempimenti, prospettive impensabili: non solo la condotta fognaria per eliminare lo scandaloso problema della vadina centrale, non solo una piazza retrostante il mercato per alleggerire le operazioni di carico e scarico, ma anche soprattutto, la possibilità di realizzare la Casa Comunale e, pensando in grande chiese alle autorità marittima l’acquisizione di tutti gli arenili non utilizzati dal demanio statale.

Fu, però un commissario governativo a sciogliere gli indugi affidando ad un ingegnere di Sassari, Giuseppe Franchetti, il compito di progettare l’edificio: con la rapidità che normalmente contraddistingue le azioni dei commissari, in un mese e mezzo il progetto fu pronto per l’appalto. a la cosa no fu indolore: per: per ottenere il benestare del Ministero della Guerra, che poteva opporsi, il Commissario Valle decise una transazione avversata ferocemente, fino al quel momento, dalle precedenti amministrazioni: si trattava della disputa, che andava avanti ormai da tempo, sulla proprietà della grande spianata di fronte al Quartiere (il complesso noto anche come Artiglieria), dove vi era un pozzo pubblico chiamato anche la fontana del Re, e dove l’amministrazione aveva progettato di costruire il nuovo edificio scolastico. Valle rinunciò ad ogni pretesa di possesso da parte del Comune limitandosi a “fare voti” perché fosse consentito alla popolazione l’accesso alla fontane e perché fosse riconosciuta come pubblica la via che costeggiava la spianata a sud.

Nel mese di ottobre 1898 il progetto per la Casa Comunale era pronto per andare in gara, l’ubicazione scelta quella della costa e est del mercato. A questo punto fu presentata una nuova proposta, originale e sensata, ma forse fuori tempo da parte del consigliere Carlo Ajassa: egli criticò la scelta fatta evidenziando problemi reali (l’eccessiva vicinanza del mercato con le esalazioni provenienti dalla zona di vendita del pesce, la presenza di insetti, il restringimento della piazza) e altri forse esagerati quali le enormi spese, che a suo parere sarebbero state necessarie con la fondazione dell’edificio con uno scavo di quindici metri per raggiungere la roccia sottostate al fango della cala. Mostrava, poi, tutti benefici della ubicazione da lui proposta in piazza XXIII Febbraio sul lato ovest del palazzo Zicavo (oggi Banco di Sardegna).

Enormi i vantaggi: ai servizi gia concentrati nell’area (dogana, dazio, esattoria, società di navigazione) si sarebbero aggiunti gli uffici comunali, quelli della pretura e della conciliazione, e quelli delle Poste e Telegrafi richiamati dalla sede di piazza Ranedda. Cala Gavetta, che ospitava, lungo le sue banchine, anche la caserma dei Carabinieri, la Finanza e la Capitaneria, avrebbe costituito un vero polo completo della città. Ajass credeva molto nella sua proposta e la perorò, come sua abitudine, anche con un piccolo pamphlet distribuito a sue sue spese;ma la nuova amministrazione, nella quale aveva preso posto Zicavo, trovando già pronto il progetto Franchetti e condividendolo, optò per mandarlo in appalto, provocando le ire di Ajassa che presentò le dimissioni dalla carica di condigliere. Il costruttore Muntoni, al quale era stata affidata la realizzazione del palazzo, non ebbe vita facile: continui ripensamenti e moltissime varianti introdotte dal rispetto al progetto originario, lo misero in difficoltà e lo costrinsero a rinunciare all’appalto e ad accontentarsi di un’indennità pari all’uno per cento del valore inizialmente stabilito. In effetti il progetto era stato stravolto e occorreva ripresentarlo con le trasformazione nel frattempo maturate e con quelle nel frattempo ipotizzate: stavolta fu l’ingegnere comunale Ugazzi a farsene carico, dapprima con una semplice variante (che avrebbe consentito di riprendere la costruzione anche se con una nuova asta), poi con un progetto nuovo: tutto ciò rappresento la sospensione delle attività dal1900 al 1903.

Finalmente, nell’agosto di quell’anno, i lavori, affidati ad Andrea Raffo, potevano riprendere, eseguiti con celerità tanto che, nel mese di aprile del 1904 si poteva festeggiare l’avvenuta copertura del tetto: seguendo l’uso locale, committenti e operai partecipavano ad un pranzo pagato, logicamente, dall’amministrazione. Nel mese di dicembre di quell’anno la consegna dell’intero edificio anche se mancavano i balconi e le balaustrate di marmo che non erano ancora arrivate dal continente e sarebbero state posizionate successivamente: febbrilmente, nello stesso mese di dicembre si disdiceva il contratto con Tomaso Volpe, nei cui locali di via Principe di Napoli erano stati ospitati gli uffici comunali negli ultimi anni, si firmava il vantaggiosi accordo con il Ministero delle Poste e Telegrafi per la cessione in affitto per 1.500 lire annue, dell’intero piano terreno del nuovo palazzo, previe trasformazioni da effettuare nel più breve tempo possibile. Il 1905 vedeva, finalmente la bella opera compiuta e inaugurata e gli amministratori fieri di poter mostrare, sul fronte a mare della città, un’opera che stava al passo coi tempi e reggeva ampiamente il confronto con quelle realizzate poco più in là, dal Genio Militare.