Pietro Azara Buccheri, sposa Maria Maddalena Millelire di Agostino

Pietro Azara Buccheri, sposa Maria Maddalena Millelire di Agostino

Colpisce il sentimento di ostilità spesso manifestato contro di lui dai madda‐ lenini che invece mostrarono sempre attenzione e simpatia nei confronti della famiglia Millelire: cerchiamo di capirne le cause.
Pietro Azara veniva da Tempio e gli isolani avevano per i Tempiesi aperta avversione poiché li identificavano con i burocrati che pretendevano i tributi e ostacolavano il commercio e gli interessi locali. Ma questo giudizio non avrebbe dovuto applicarsi a un impiegato di basso grado come Azara che era arrivato qui come scrivano della curia, incaricato di trascrivere gli atti giudiziari. La sua fortuna iniziò grazie alla famiglia Millelire e al suo matrimonio con Maria Maddalena, figlia di Agostino: da quel momento non gli mancò la protezione del governatore suo suocero, ma anche quella deirammiraglio Desgeneys e di quanti avevano un qualche potere. Ne abbiamo la prima prova nel 1804, anno delle sue nozze: aveva combinato qualche illecito (che però ci è ignoto), per cui fu condannato; riuscì ad evitare la condanna, ottenendo la grazia sovrana, ma tentò di evitare anche le spese del processo facendo intervenire sia Agostino Millelire sia il comandante della torre di Santa Teresa, Pietro Magnon. Godeva particolarmente della protezione di Desgeneys che gli fece assegnare lʹincarico di ricevitore provvisionale dei diritti straordinari applicati alle merci in transito a La Maddalena e, nel 1812, lo difese in occasione di una polemica scoppiata a causa di una mancata indagine nella quale Azara avrebbe dovuto sostituire il bailo Carzia. Grazie a queste protezioni potè approfittare di quel particolare periodo noto come il governo dei Tempiesi a Cagliari (dal 1816 al 1818, quando don Giacomo Pes era incaricato della funzioni viceregie e contemporaneamente Reggente la Segreteria di Stato), per ottenere altri incarichi. In una lettera a Don Diego Pes, che gli aveva fatto avere la patente di viceconsole di Marina, esprimeva la sua gratitudine (“si ricordi che avrà un fedelissimo servitore perfino alle ceneri”) e chiedeva certezze nei pagamenti per le sue altre incombenze.
Ma nel 1819 scoppiò una lite con i maddalenini, quando, avendo la chiesa di Santa Maria Maddalena, ormai terminata, bisogno degli altari laterali, Pietro Azara ne fece costruire uno, secondo gli isolani adoperando materiale di risulta deH’edificio. Anche altri benefattori avevano fatto realizzare a loro spese piccoli altari, ma solo Azara pretese di apporre sotto il quadro rappresentante la Santa Trinità una iscrizione giudicata dal Consiglio offensiva (Propris expensis prò se suisquefecit Petrus Azara Bucheri). Alla richiesta di toglierla o almeno di coprirla fino a che non si fosse trovata una soluzione, Azara rispondeva negativamente appoggiato dal prete Ferrandico, ma soprattutto, in assenza del vescovo, dal canonico Azara di Tempio che risultò essere suo parente. Furono coinvolti in questa furibonda contestazione il vescovo, il tribunale, gli avvocati, il Viceré e anche Degeneys e quest’ultimo faticò non poco a convincere gli isolani (decisi ad andare fino in fondo) ad accettare una transazione con la trasformazione deiriscrizione (Ad Gloriam Dei fecit benefactor Petrus Azara Bucheri). In tutta questa faccenda colpisce il giudizio dei maddalenini che, accomunando Azara con i tempiesi, affermavano che la popolazione non doveva rimanere ʺ vinta dalle altrui pazzie e monopoli dei nemici tempiesi che opprimer sempre vogliono lʹonesti” e quello del Viceré che, scrivendo al comandante, stigmatizzava la loro caparbietà: “La pretesa di cotesto Consiglio nell’esigere che Pietro Azara debba togliere l’iscrizione (pare alla corte] ingiusta capricciosa e mal fondata… Al consiglio faccia sentire l’alta mia disapprovazione al loro impegnoso contegno, cominando loro che qualunque opera di fatto o scandalo accadendo sarà ad essi solo attribuitoʺ.
Intanto Azara diventava ricco: aveva costruito la grande casa a Cala Gavetta, continuava ad acquisire terreni e immobili.
Forse in questo suo arricchimento bisogna cercare l’altra causa dellʹantipatia di cui godeva: egli prestava denaro attraverso i censi, con un interesse del 6% dichiarato nei relativi atti notarili. Non sappiamo se questo interesse fosse giusto, anche se ricordiamo il ben diverso atteggiamento di Giovanni Millelire (di Antonio) nel prestare denaro ai suoi concittadini. Quel che è certo è che se il prestito non veniva onorato, le clausole dell’atto prevedevano il passaggio del bene ipotecato al creditore: e ciò avveniva puntualmente.
Citiamo un esempio. Filippo Favaie, padrone marittimo, proprietario della casa di tre piani sita nellʹangolo a ponente in piazza di Chiesa, trovandosi in difficoltà economiche, chiese diverse volte dei prestiti ad Azara, ma non riuscì ad onorarli nei tempi previsti: e, scaduto il tempo, dovette cedergli tutto il palazzetto.
Per questi motivi si può capire perché, quando nel 1834 l’intendente Provinciale Simon propose di inserire Azara nel Consiglio Comunale,
definendolo degnissima persona, i maddalenini storcessero il naso e cercassero di evitare in tutti i modi che fosse dichiarato sindaco.
Di parere completamente diverso erano i funzionari dello stato che valutavano il suo lavoro. Forse nei loro giudizi vi era un atteggiamento piuttosto benevolo, perchè appare un po’ forzata la motivazione con la quale il Re, nel 1828, gli aveva conferito il titolo e grado di Commissario di terza Classe della Marina Militare: il decreto ricordava il modo lodevole con il quale disimpegnava i suoi doveri di ricevitore dei diritti di ancoraggio, di pagatore degli Invalidi, di vice console di Marina particolarmente perché procurava dei buoni marinai per gli equipaggi delle nostre navi; a ben pensare sembra di capire che Azara Buccheri facesse solo il suo dovere e, per quanto riguardava l’arruolamento, non doveva trattarsi di un compito molto faticoso visto l’entusiasmo con il quale, da sempre, i maddalenini si arruolavano in Marina senza bisogno di sollecitazioni!
Nel 1849, al momento della sua morte, Azara era forse il più ricco proprietario terriero di La Maddalena: i suoi terreni, adatti essenzialmente al pascolo, andavano da Marginetto a levante, comprendendo gran parte di Guardia del Turco, e, a ponente e a sud, con Castelli, Monte d’a Rena, Guardia Maiori, la Villa e parte di Guardia Vecchia. Ma possedeva anche due vigne e terreni al margine dell’abitato, fra i quali quello sul quale sarebbe sorte il mattatoio comunale, fonte di lite fra i suoi eredi e l’amministrazione civica.

La famiglia di Pietro Azara e Maddalena Millelire 

Le figlie fecero, come si suol dire, dei buoni matrimoni che le portarono lontano da La Maddalena: alcune mantennero come base Bonifacio e di qua ritornarono saltuariamente, altre si trasferirono in modo definitivo. In particolare la primogenita Vittoria sposò il comandante delle isole Gaspare de Andreis, successore nella carica del suocero Agostino Millelire: Andreis governò con oculatezza e gestì, con un rigore che a noi pare eccessivo, i prigionieri di Stato presenti a La Maddalena, gli esiliati a vita, quali Vincenzo Sulis, e i condannati per le rivolte liberali di Genova e Alessandria del 1821.
Anna Maria Caterina sposata con Giulio Martinetti.
Giorgia Santa, il cui nome ricordava quello del padrino, Giorgio Desgeneys, sposata con il funzionario governativo Domenico Lauro, discendente da uno dei marinai che avevano abbandonato Villafranca all’atto della conquista francese dell’Italia settentrionale. Ma, come tanti abitanti di La Maddalena in quell’epoca, aveva sangue misto nelle vene: infatti la madre era figlia del medico còrso Giovanni Domenico Alfonsi e della greca Domenica Stefanopoli.
Giovanna, sposata con il medico Diego Secchi, rimasto a lungo per la sua professione a La Maddalena, lasciando un buon ricordo di sé come medico e come uomo; divenne il procuratore degli affari di famiglia. I due si trasferirono a Genova andando ad ingrossare la colonia Millelire abitante in via Balbi: qui Giovanna morì nel 1867.
Sposato con Anna Maria Zonza, Giovanni fu forse l’unico dei figli di Pietro Azara a rimanere a La Maddalena, anche se i suoi figli si trasferirono a Livorno. Divenne quindi il punto di riferimento dei vari parenti lontani che avevano interessi da tutelare all’isola. In particolare mantenne una fitta corrispondenza con lo zio Giovanni Battista Millelire del quale curava le proprietà: relazionava, quindi, su manutenzioni alla casa, su raccomandazioni chieste da amici, su notizie relative alla famiglia. In una lettera del 15 (?) agosto 1860, descriveva, invece, un avvenimento che aveva portato meraviglia all’isola: l’arrivo di Garibaldi, impegnato nella spedizione di Sicilia, e la partenza, con lui, di alcuni giovani volontari maddalenini.
ʺIeri alle 9 di mattina entrò in porto il vapore Vasenton (Washington) con a bordo 400 garibaldini ed il loro capo il generale Garibaldi sbarcò fra gli applausi ed andò subito in Caprera, ritornò alle 3 pomeridiane e ripartiva alle orazioni (?) per raggiungere altri sei vapori agli Aranci e proseguire il viaggio. Abbiamo saputo che il generale Garibaldi partiva con vari del suo Stato Maggiore il 12 dal Faro di Messina diretto agli Aranci ove trovò i vapori carichi di volontari e per alleggerirli ne prese 400 con se. Sbarcarono tutti a terra, e fu una vera festa e fatto il necessario carbone se ne partiva fra gli evviva. Chi diceva che avrebbe effettuato lo sbarco nelle Calabrie, che sarebbero sbarcati in Sicilia…Partirono come volontari col Vasenton Antonio Varriani figlio di Lina, un figlio del Cuniglio, un figlio di mastro Giuseppe Alibertini ed il pensionato Giov. Domenico Susini, ma questo, a troppo sordo (?) e per carpentiere in legno Giuseppe Ferracciolo con 180 franchi al mese e vitto franco.
Della grande proprietà terriera del padre Pietro, a Giovanni era toccata, fra l’altro, l’area a ovest di cala Camiciotto che, espropriata allʹatto della creazione della Piazzaforte Marittima, ospitò parte dell’Arsenale Militare.
Un suo figlio Pietro Azara, dopo le elezioni del 26 settembre 1920, fu eletto sindaco, ma rimase in carica poco più di un mese: dopo un anno diede anche le dimissioni da consigliere.
A un altro figlio, Giulio Azara, nella sua veste di podestà, toccò l’onore di inaugurare lʹacquedotto civico nel 1936. Il 19 ottobre egli scriveva al ministro dei Lavori Pubblici: “Inaugurazione Civico Acquedotto che scioglie promessa amatissimo Duce esaudisce ardente voto popolazione maddalenina che mio mezzo ringrazia Eccellenza Vostra per valido appoggio accordato scopo alacre compimentoʺ.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma