Il prigioniero di villa Webber

Il prigioniero di villa Webber

Il mattino del 7 agosto 1943 il capo operaio dei servizi telefonici della Marina Giovanni Conti, a tutti noto come “Giovannino Rachela”, che fu poi per anni inamovibile ed insostituibile presidente della locale sezione dell’Associazione Marinai d’Italia, ricevette l’ordine di recarsi immediatamente a villa Webber per attivare una linea diretta con l’ufficio dell’ammiraglio Brivonesi al Comando Marina e di installare due apparecchi telefonici. I lavori per il collegamento con villa Webber fervevano già da qualche giorno e l’insolito movimento aveva attirato l’attenzione degli isolani incuriositi da quella frenetica attività.
Quando giunsi sul posto – raccontava Giovannino – villa Webber brulicava di carabinieri e di marinai; si stavano portando dei letti e approntando delle stanze a piano terreno per l’alloggiamento di un consistente corpo di guardia. Mi misi subito al lavoro attivando la linea ed installando un telefono a piano terra. Dopo una sosta per la colazione, che mi fu portata sul posto, fui mandato al primo piano per installare un secondo apparecchio”.
Al piano superiore erano state preparate due stanze: in una c’era un lettino di ferro, una poltrona, due sedie e un tavolinetto; nell’altra quattro sedie e un tavolino. Le pareti erano spoglie, sul letto non c’era neppure il crocifisso, ma su uno dei due tavolini era stata posta una radio. Entrambe le stanze davano su uno stretto terrazzino di un metro per sette dal quale si vedeva l’opposta sponda di Palau.
Capii subito – disse Rachela in una testimonianza raccolta pochi anni prima della sua scomparsa – che era in arrivo un personaggio importante, tanto più che la linea che dovevo installare era diretta e quindi saltava il centralino, ma non riuscivo a comprendere come mai fosse stato predisposto quello scomodo e lontano alloggio anziché le solite stanze della foresteria del Comando Marina o del circolo ufficiali. Non capivo poi quell’insolito spiegamento di forze e la presenza di alcuni borghesi che avevano tutta l’aria di comandare più dei militari; le mie sia pur discrete domande ad alcuni carabinieri rimasero senza risposta e mi resi subito conto che non era il caso di insistere. Erano i tempi in cui uno degli imperativi più ricorrenti era: “Taci! …il nemico ti ascolta”.
Poco prima delle quattro del pomeriggio avevo finito il mio lavoro; il secondo telefono era collegato, feci una prova e tutto funzionava alla perfezione. Proprio allora sentii un certo movimento per le scale, molte persone stavano salendo e, accompagnato da due ufficiali dei carabinieri, uno dei quali era il capitano Emilio Marras che ben conoscevo, ed altri sconosciuti in borghese, entrò il Duce. Rimasi di sasso: quasi balbettando indicai il telefono e chiesi se andava bene dov’era. Mussolini mi disse di si, mi ringraziò e fece cenno di porgermi la mano, ma in quel momento fui quasi spinto fuori e allontanato da villa Webber. Prima di uscire mi fu raccomandato di non dire a nessuno che avevo visto il Duce, ma quando fui fuori ebbi modo di constatare che il segreto non era più un segreto: tutti sapevano che Mussolini era giunto a La Maddalena.
Lo scomodo prigioniero, proveniente la Ponza a bordo del caccia Pantera (una modesta unità catturata tre anni prima ai francesi), era sbarcato alle 15.30 sul moletto di Padule, proprio davanti a villa Webber. Il “bastimento”, come lui stesso lo definì (dopo averlo chiamato “incrociatore” al momento della partenza) aveva impiegato 12 ore per arrivare da Ponza, primo luogo di prigionia dopo l’arresto avvenuto al termine della storica seduta del Gran Consiglio del 25 luglio. “Un anno fa – annotò sul suo diario – visitai La Maddalena fra l’entusiasmo della folla. Ora arrivo clandestinamente”. Nel viaggio verso la seconda prigione lo avevano accompagnato l’ammiraglio Carlo Maugeri e il tenente colonnello dei carabinieri Meoli con il capitano Di Lorenzo e il maresciallo Osvaldo Antichi.
In precedenza il Duce aveva visitato La Maddalena tre volte: il 10 giugno 1923, in abito scuro e bombetta, con l’ammiraglio duca Tahon de Revel, e e il 10 giugno 1935, accompagnato da Ciano e Starace, in divisa della Milizia. L’ultima visita alla piazzaforte isolana, il 10 maggio 1942, l’aveva fatta nella sua veste di Comandante in capo delle Forze Armate.
“Mussolini – scrive Aldo Chirico – rimase il resto del pomeriggio nelle due camerette; solo nella tarda serata uscì per alcuni istanti sul terrazzo e furono pochissimi a vederlo”. Per il Duce ricorreva quel giorno un triste anniversario; il 7 agosto di due anni prima era caduto col suo aereo il figlio Bruno e il suo pensiero si rivolse a lui: “Chissà se oggi vi è qualcuno che ricorda mio figlio e quel che ha compiuto nella sua breve e meravigliosa vita. 20 anni di lavoro sono stati distrutti in poche ore. Una profonda malinconia mi prende alla fine di questo mio primo giorno di esilio a La Maddalena. Sento che mio figlio Bruno è ora veramente morto”.
Il giorno dopo la solitudine doveva diventare completa; da Roma era giunto l’ordine di levare la radio e di disattivare il telefono. “Il mio isolamento è assoluto – scriveva – la vigilanza intorno a me è sempre molto forte, le notizie che ricevo dall’esterno sono saltuarie e rare”.
Il Duce stava male, si erano acuiti i dolori provocati dall’ulcera, che ormai lo tormentava da alcuni anni, e durante il suo soggiorno mangiò solo dei pomodori, qualche frutto, un pò d’uva, delle uova e bevve un pò di latte. Il tutto gli veniva portato dalla custode di villa Webber Mariannina dal vicino orto di Leopoldo Spano. La notte non riuscì a dormire, faceva molto caldo e alle finestre non c’erano le zanzariere. Proprio lui che aveva imposto l’obbligo delle zanzariere nelle zone rurali dovette constatare a sue spese che quella regola non veniva osservata. Il mattino dopo chiese che venissero installate, ma quando l’operaio del Genio Marina Silvio Ornano le portò e seppe che erano solo per lui e non anche per gli uomini della scorta, allora le rifiutò.
Il giorno 10 le sue condizioni di salute peggiorarono; si recò a visitarlo il maggiore medico Cristiano Castagna che gli prescrisse alcune cure. Nei giorni successivi, per praticare le inizioni, si recò a villa Webber il maresciallo infermiere Francesco Savarese. Quale fosse lo stato di prostrazione del Duce, il quale, stando a quanto scrive Chirico, aveva perso più di dieci chili in due settimane, è significativamente testimoniato dalla dedica che il 12 agosto stese sulla seconda pagina di un libro per bambini che Maria Pedoli gli aveva fatto avere per apporvi la sua firma: “Su questo libro posseduto dalla ignota che ha ripulito i miei stracci, scrivo il mio grazie e il mio nome. Mussolini defunto”.
Quando il giorno 11 manifestò il desiderio di poter prendere un bagno nelle acque antistanti la villa, come aveva già fatto a Ponza, la cosa gli fu negata dal comandante della scorta capitano Camillo Meoli. La villa si trovava a poche centinaia di metri dall’abitato e non era certamente il caso di suscitare la curiosità delle tante persone che si aggiravano nei paraggi. In quei giorni, difatti, molti maddalenini cercarono di avvicinarsi alla villa per vedere Mussolini, ma un fitto cordone di oltre cento carabinieri impediva ogni accesso. L’atmosfera generale non era certo delle più tranquille; il giorno del suo arrivo – riferisce sempre Chirico – “…non pochi marinai – aspettando che il Duce sbarcasseingannarono l’attesa con imprecazioni dialettali tutt’altro che confortanti all’indirizzo di Mussolini e delle gerarchie fasciste”. Era inoltre trapelato il sospetto che due ufficiali della Milmart, Ferrari e Belloni, di stanza col loro reparto in località Sasso Rosso, al centro dell’isola, stavano tramando un colpo di mano per liberare il prigioniero.
Il 14, giunto appositamente da Roma, si recò a villa Webber l’ispettore di P.S. Saverio Polito, che era già stato a La Maddalena per organizzare lo sfollamento della popolazione civile. Gli portò una lettera della moglie e lo notiziò dettagliatamente sugli ultimi avvenimenti dopo il suo arresto, sui bombardamenti subiti da Roma, Milano e Torino, sulle pesanti incursioni aeree sulla Germania e sulle sorti della sua famiglia: “Ecco quanto mi ha detto Polito – scrisse il Duce – Ho accompagnato Donna Rachele a La Rocca. Il viaggio ha avuto luogo in auto senza incidenti. Romano e Anna si trovano già a La Rocca. Di Vittorio non so nulla. Si trovava a disposizione di Casero ed il 26 ha avuto una licenza”. Mussolini non poteva certamente supporre che Polito, accompagnando in auto Rachele, aveva tentato di prendersi delle confidenze.
“Deve riflettere – proseguì Polito – che il cambiamento è stato radicale. Non solo in Italia non si vedono più distintivi del partito, ma tutti i fascisti sono più che dispersi: sono “scomparsi”. Le manifestazionioni di odio contro di lei sono innumerevoli. Io stesso ho visto un suo busto inn un cesso pubblico di Ancona.
A Milano la folla ha preso d’assalto il ‘Popolo d’Italia’. Il personale si è barricato. Vito si è difeso. Non so altro.
Sono stati eseguiti molti arresti, ma i Capi del fascismo sono quasi tutti liberi, compreso il tanto odiato Starace. Il 26 luglio il conte Ciano è stato visto in uniforme di ufficiale. Credo che si sia recato a Livorno. Grandi, Bottai e gli altri sono scomparsi dalla faccia della terra.
Per quel che concerne la guerra, il popolo brama la sua fine, per quanto sappia – anche chiaramente – di trovarsi in un vicolo cieco. Esso è ormai indifferente alla possibilità di una disfatta e considera già come una vittoria quella di poter essere liberato dal fascismo e poter respirare liberamente. Tutto il suo edificio è crollato”.
Al termine della visita di Polito, Mussolini annotò sul suo diario: “Polito mi ha consigliato di starmene tranquillo, mi ha chiesto come stessi prima e adesso ed ha aggiunto che quando le passioni si fossero calmate sarebbe stato possibile un più giusto giudizio poichè “nessuno può negare che il suo obiettivo era quello di rendere il paese grande e ricco”.
Il colloquio è durato circa un’ora e mezzo. Anche volendo tener conto del colore che i funzionari di P.S. usano dare ai propri rapporti, sono giunto a due conclusioni: 1° il mio sistema è disfatto; 2° la mia caduta è definitiva.
Sarei veramente uno scemo se mi meravigliassi delle manifestazioni di massa. A prescindere dagli avversari che hanno asceso per venti anni nell’ombra, a prescindere dai colpiti, dai delusi, ecc. la massa è stata pronta come in tutte le epoche ad abbattere gli idoli di ieri, salvo a pentirsene domani.
Ma nel mio caso non sarà così. Il sangue, la infallibile voce del sangue, mi dice che la mia stella è tramontata per sempre”.
Il giorno successivo, fra le spoglie mura di villa Webber, il Duce scriveva Rachele: “Carissima Rachele, la sera del 25 luglio mi fu chiesto quale residenza desiderassi, che vi sarei stato accompagnato. Il Gen. Polito mi ha detto che il mio arrivo alla Rocca avrebbe scatenato l’ostilità dei Forlivesi e non fu quindi possibile. Ad evitare che una incursione o un semplice allarme, siano attribuiti alla mia presenza alla Rocca, ho deciso di rinunciarvi almeno per qualche tempo.
La decisione mi rammarica profondamente perchè desideravo tanto di rivederti e con te rivedere tutti, ma credo che la mia rinuncia giovi anche alla vostra tranquillità. Ho chiesto e non ancora ottenuto notizie di Vittorio, di Vito e di delegare le mie carte personali. Appena saprò qualche cosa te lo comunicherò. Dal mondo non ho ricevuto che due lettere tue e un telegramma di Goring. Mi passano anche i bollettini di guerra italiani e tedeschi. Dei due libri che mi mandasti uno lo regalai a un prete, l’altro, le poesie di Carducci, a un ufficiale. Delle mie condizioni di salute, non ti parlo. E nemmeno delle condizioni materiali. Tutto ciò ha avuto sempre scarsa importanza nella mia vita. Adesso non ne ha alcuna più. Moralmente sono tranquillo, perchè sono a posto. Non so quel che accadrà di me. Ti prego di preparare alla vita Romano e l’Anna, soprattutto l’Anna. Bacia tutti per me. A te un abbraccio affettuoso dal tuo Benito”.
La missiva, scritta a matita su due foglietti di un quaderno a quadretti di tipo “commerciale”, è l’unica lettera privata di Mussolini che si conosce scritta da La Maddalena. Non sappiamo se essa sia stata consegnata all’ammiraglio Brivonesi per essere recapitata a Rachele o se sia partita clandestinamente, ma propendiamo per la prima ipotesi. Al Duce, come lui stesso rivela nelle sue memorie, era stato concesso di scrivere; continuò infatti il suo diario e tenne un secondo diario con annotazioni di carattere filosofico, letterario e politico che non fu mai ritrovato. Non contenendo la lettera nessun accenno al luogo in cui si trovava in quel momento, né alcunchè di compromettente che potesse cadere sotto la forbice della censura, il tramite di Brivonesi avrebbe garantito il sicuro ed immediato recapito.
Egli pur manifestando il suo rammarico per la mancata destinazione a La Rocca, apprendendo ora che Rachele e i suoi figli si trovano al sicuro in quella residenza, è quasi contento di non esservi stato condotto. Gli preme soprattutto la sicurezza dei suoi cari e fa quasi capire a Rachele di essere stato lui a rinunciare a quella destinazione “…almeno per qualche tempo”.
“La decisione mi rammarica profondamente – scrive – perchè desideravo tanto di rivederti e con te rivedere tutti, ma credo che la mia rinuncia giovi anche alla vostra tranquillità”.
Il Duce non può non rivelare tuttavia il suo stato di isolamento: “Dal mondo non ho ricevuto che due lettere tue e un telegramma di Goring. Mi passano anche i bollettini di guerra italiani e tedeschi. Dei due libri che mi mandasti uno lo regalai a un prete, l’altro, le poesie di Carducci, a un ufficiale”.
Il telegramma di Goering, l’unico che gli sia giunto per il suo 60° compleanno, e la prima lettera di Rachele, gli erano stati recapitati a Ponza unitamente a due libri che la moglie gli aveva inviato: La vita di Gesù, del canonico Giuseppe Ricciotti e le Odi Barbare di Carducci. Leggendo il primo libro, che poi lasciò in dono al parroco dell’isola, don Luigi Maria Dies, unitamente a mille lire da destinare alla celebrazione di messe in suffragio del figlio Bruno.
Dalla lettera di Mussolini traspaiono evidenti la nostalgia per la famiglia e l’apprensione per la sorte dei suoi cari. Non ha notizie del suo primogenito Vittorio e del nipote Bruno, figlio del fratello Arnaldo: “Appena saprò qualcosa – scrive a Rachele – te lo comunicherò”. Non sapeva che i due cugini, rifugiatisi nella casa di un amico, avevano poi trovato asilo presso l’ambasciata tedesca a Roma ed erano stati portati in salvo a Monaco di Baviera. Egli, inoltre, celando le sue condizioni di salute, in quel momento molto precarie, cerca di infondere serenità a Rachele dicendogli di essere moralmente tranquillo; non nasconde però i timori per la sua sorte. “Non so quello che accadrà di me – scrive – Ti prego di preparare alla vita Romano e l’Anna, soprattutto l’Anna”. Il futuro di quest’ultima sfortunata figlia gli sta particolarmente a cuore: la piccola Anna, che aveva allora 14 anni, era stata colpita subito dopo la nascita da una grave infermità.
Forse aveva anche intuito qual’era il disegno che si stava intessendo intorno a lui, per la cui realizzazione era stato condotto a La Maddalena: quello di essere consegnato agli inglesi o agli americani. Lo dirà poi Churchill in un discorso tenuto il 22 settembre alla Camera dei Comuni nel quale lo statista inglese rivelerà che nelle trattative per la resa “Non era soltanto prevista in modo speciale la consegna in un secondo tempo, dei criminali di guerra, ma era stata stipulata una clausola speciale per la consegna del signor Mussolini”.
Quelle trattative, che prevedevano l’arrivo a La Maddalena del Re, del Governo e della flotta, per instaurare nell’isola un governo provvisorio, non andarono poi in porto; e in quel discorso del 22 settembre Churchill dovette raccontare un sacco di frottole per giustificare la mancata consegna di Mussolini, il quale, al Gran Sasso, venne poi liberato da Skorzeny senza colpo ferire.
In quei giorni di profondo scoramento due persone però si stavano attivando per mitigare la solitudine del prigioniero: il dottor Aldo Chirico, che per il tramite di Maria Pedoli, incaricata di lavare i pochi panni del Duce, e con la complicità di un agente di P.S. di cui non sapremo mai il nome, intrattenne con lui una corrispondenza clandestina informandolo giorno per giorno sugli ultimi avvenimenti con bigliettini nascosti fra le pieghe della biancheria, e don Salvatore Capula, parroco di La Maddalena dal 1933, che gli fece chiedere se aveva bisogno di assistenza spirituale manifestando la sua disponibilità ad andarlo a trovare. Per timore dei bombardamenti don Capula aveva lasciato la casa parrocchiale ed era andato ad stare a Nido d’Aquila nell’abitazione della famiglia Santini che era sfollata in Gallura. Quì, in una grotta, aveva nascosto per precauzione l’oro di Santa Maria Maddalena e i candelieri con il crocifisso donati da Nelson. Per recarsi in quella casa doveva però passare lungo il muro di cinta di villa Webber e transitare davanti al cancello d’ingresso. Il giorno dell’arrivo di Mussolini, il 7 agosto, all’imbrunire, mentre rientrava col fido Lino Ornano, quasi gli spararono addosso. “La tensione era alta – ricorda Lino Ornano in una testimonianza resa a Claudio Ronchi – Improvvisamente spararono una raffica di mitra. Ci buttammo a terra. Don Capula si mise a urlare: non sparate! non sparate! sono il parroco. Ci chiesero i documenti, poi ci lasciarono passare”. Da quel momento don Capula potè transitare indisturbato. “Alcuni giorni dopo – ririferisce ancora Ornano – di mattina, sempre lungo la strada che costeggia il muro di cinta della villa, vedemmo passare un ricognitore americano. Lo aveva sentito anche Mussolini che uscì sul poggiolo. Era in maniche di camicia e con un berretto bianco con visiera. Don Capula ed io lo salutammo col braccio. Lui, prontamente, ci rispose”.
Lo stesso trattamento aveva ricevuto il dottor Chirico, che in quei giorni era andato ad abitare nella sua casa di campagna nei pressi di villa Webber: “Dovendo svolgere mansioni ambulatoriali all’alba e al tardo pomeriggio – scrive il medico maddalenino – ero costretto a percorrere la strada che fiancheggia villa Webber almeno quattro volte al giorno: e fu proprio in una di quelle occasioni – all’alba – che alcuni agenti spararono addirittura diversi colpi per fermarmi e chiedermi i documenti non avendo io risposto al loro alt, da me non udito”.
Mentre il dottor Chirico, giornalista e salace polemista, che era stato gerarca fascista e podestà di La Maddalena, aveva avuto occasione di incontrare il Duce durante le sue visite del 1935 e del 1942, don Capula si era tenuto in quelle occasioni convenientemente in disparte anche se le sue simpatie per il regime erano state più volte palesi. Ma lo aveva fatto per non compromettere le sue attività e per poter portare avanti indisturbato l’Azione Cattolica, apertamente osteggiata dal fascismo. Ora però Mussolini giungeva a La Maddalena solo, sconfortato e affranto dal dolore e don Capula non potè non sentire il richiamo della sua missione. Il Duce chiese di vederlo dieci giorni dopo il suo arrivo. Mussolini, però, era pur sempre un capo di stato e a un modesto prete di provincia, per andare a trovarlo, occorreva l’autorizzazione del vescovo; “Lo accompagnai in Comune – racconta ancora Lino Ornano – dove allora c’era un telefono pubblico. Fu preso un appuntamento con Tempio. Un paio d’ore dopo il vescovo monsignor Morera era in linea e l’autorizzò”. Nel pomeriggio del 17 agosto il parroco isolano si recò dunque a villa Webber portando con sé un altare da campo che aveva chiesto in prestito al cappellano militare don Angelo Greco.
“Oggi 17 agosto alle ore 17 – scrisse Mussolini – è venuto da me a mia richiesta il parroco di La Maddalena don Capula. Mi ha detto di aver pensato a me e di avermi rivolto un cenno di saluto il giorno prima quando mi ha visto sulla terrazza. L’ho intrattenuto brevemente sulle mie faccende e gli ho detto che le sua visite mi avrebbero aiutato a vincere la grave crisi morale provocata all’isolamento più che da tutto il resto. Ha replicato di essere a mia disposizione con la massima discrezione”.
In quel primo incontro don Capula non fu certamente tenero con il prigioniero: “Mi permetto di parlarle francamente – gli disse – lei non è stato sempre grande nella fortuna, sia grande ora nella disgrazia. E’ da questo che il mondo la giudicherà a seconda di quello che lei sarà a partire da ora, e molto meno da quello che lei è stato fino a ieri. Dio che vede tutto la osserva e sono sicuro che non farete nulla che possa ferire i principi religiosi, cattolici, di cui lei si ricorda, anche se dovessero prodursi nuovi colpi del destino”.
Mussolini, nel riportare sul suo diario le dure parole di don Capula, aggiunse: “Gliel’ho promesso”.
Le visite del parroco furono cinque. Il 20 agosto il Duce annotava: “Mi ha portato un opuscolo religioso ed ha avuto per me buone parole. La sua visita mi è stata di grande conforto. Gli ho aperto il mio cuore depresso. Mi ha ascoltato in silenzio; poi mi ha fatto un lungo discorso, che è valso a risvegliare in me la fede sopita da tempo, quella in Dio, ed a sollevare il mio morale. Mi ha detto che ritornerà: lo spero! Perchè ho bisogno di intrattenermi, almeno di tanto in tanto, con qualcuno che non sia il mio carceriere”.
Domenica 22 agosto don Capula celebrò a villa Webber una messa in suffragio di Bruno, confessò il Duce e gli impartì la comunione. Tre settimane prima, a Ponza, leggendo la Vita di Gesù, aveva sottolineato una frase: “Gesù uscì solo, non gli era dappresso neppure un amico”. Ora a La Maddalena, il 25 agosto, dopo gli incontri con don Capula, scriveva sul suo diario: “Oggi è un mese che sono prigioniero, 18 giorni che mi trovo a La Maddalena. Il mio spirito è distaccato da tutto e sereno”.
Non sapeva che a Ponza un suo vecchio amico gli aveva rivolto un pensiero; forse proprio mentre lui leggeva quel libro e sottolineava quella frase da lontano lo scrutava col cannocchiale Pietro Nenni, anche lui relegato in quell’isola.
“Scherzi del destino – scriveva il capo socialista – Trent’anni fa eravamo in carcere assieme, legati da un’amicizia che pareva dover sfidare il tempo e le tempeste della vita, basata com’era sul comune disprezzo della società borghese e della monarchia. Oggi eccoci insieme entrambi confinati nella stessa isola: io per decisione sua, egli per decisione del re e delle camarille di Corte, militari e finanziarie che si sono servite di lui contro di noi e che oggi di lui si disfano nella speranza di sopravvivere al crollo del fascismo”.
In occasione del primo incontro, don Capula gli aveva anche detto: “Molti che hanno ricevuto i suoi favori l’hanno dimenticata. Altri provano per lei la stima che si deve a un caduto e forse un segreto rimpianto”.
Ma mentre il Duce veniva trasportato da un luogo all’altro, in tutta Italia si cercava di sapere dove fosse stato relegato. Hitler aveva dato ordine di individuare la sua prigione e di liberarlo avviando l’operazione Student affidata al capitano delle SS Otto Skorzeny. Sebbene la sua presenza fosse nota a tutti i maddalenini rimasti nell’isola dopo lo sfollamento e malgrado fosse stanziato nella Piazzaforte un contingente di truppe tedesche, solo quando i familiari di Mussolini seppero della sua nuova destinazione, Kappler, a Roma, ne venne a conoscenza intercettando una lettera di Edda.
Il 18 agosto Skorzeny a bordo di un dragamine tedesco compì una ricognizione scattando alcune fotografie di villa Webber. Un suo tenente, che parlava perfettamente l’italiano, scese a terra in dimessi abiti civili. Gironzolando per i bar e le osterie ebbe conferma che Mussolini era a La Maddalena e riuscì a vederlo mentre passeggiava sul terrazzo. Il giorno dopo Scorzeny sorvolò l’isola con un idrovolante per scattare delle fotografie aeree e predisporre il piano di liberazione per la cui attuazione era già pronto in Corsica un addestratissimo reparto di SS. Ma al ritorno verso Olbia, dopo l’attacco di due caccia inglesi, il velivolo, a causa di un’avaria, precipitò in mare; Scorzeny, con tre costole fratturate, fu raccolto da una nave italiana e l’incidente ritardò di qualche giorno il progettato blitz. Il 20 agosto, al suo ritorno a Roma, apprese che dal quartier generale del Fuhrer era giunto l’ordine di sferrare un attacco ad un isolotto vicino all’isola d’Elba ove i servizi segreti avevano segnalato la presenza di Mussolini. Immediati i contatti con il generale Student il quale si recò da Hitler per smentire la notizia e far ritirare l’ordine di attacco. Skorzeny fece ritorno a La Maddalena il 27 agosto per mettere in atto il suo disegno; travestito da marinaio e portando con sé una cesta di biancheria sporca, scese a terra con uno dei suoi uomini, per saggiare il terreno e dare il via all’operazione di commando, ma apprese da un carabiniere che nella prima mattinata Mussolini era stato portato via da un idrovolante con le insegne della Croce Rossa.
L’appuntamento con il Duce era rinviato al Gran Sasso.
“Vi fu allora – riferisce Renzo Larco – un caustico spirito isolano che, qualche giorno dopo la partenza di Mussolini dalla Maddalena, uscì in questa spietata battuta epigrammatica: Così abbiamo avuto la ventura di ospitare fra i nostri scogli a levante a Caprera, colui che contribuì a fare l’Italia; a ponente, a villa Webber, colui che l’ha sfasciata… “.
La partenza era stata annunciata a Mussolini la sera avanti dal nuovo capo della scorta tenente Alberto Faiola che aveva sostituito Meoli; prima di lasciare l’isola il prigioniero di villa Webber volle rivolgere il suo pensiero al dottor Chirico, col cui nome chiuse il suo diario, alla donna che era stata incaricata di lavargli i panni e alla custode di villa Webber: “Alla vigilia di lasciare La Maddalena per ignota destinazione – scrisse – il mio pensiero va con riconoscenza a tre modeste persone che hanno reso meno pesante la mia prigionia: il dottor Chirico, la brava Maria e la buona Marianna”. Non fece cenno a don Capula, al quale, però, avrebbe indirizzato un biglietto, usando stavolta l’inchiostro e non la solita matita con la quale scriveva i suoi messaggi ad Aldo Chirico.
“Reverendo, il mio cuore esprime profondo ringraziamento per le visite fattemi durante questa mia dura prigionia. Voi avete risvegliato in me la fede in Dio in un momento di disperazione e di solitudine. Non so se verrete ancora a farmi visita ma, vi chiedo come ultima cosa di pregare per me, per i miei peccati e per il popolo Italiano. Vi ripeto ancora il mio grazie di cuore”.
Ma il biglietto di Mussolini non giunse mai a don Capula. Il documento, pervenuto dopo oltre cinquantanni nelle mani di un collezionista locale e apparso per la prima volta nel gennaio del 1999 sulle pagine di un settimanale con un titolo da scoop, è stato recisamente ritenuto un falso incautamente pubblicato senza che prima ne fosse stata accertata l’autenticità.
All’atto della sua pubblicazione don Capula, che poco tempo prima, riferendosi al precipitoso trasferimento di Mussolini aveva detto “…lo hanno fatto partire senza dargli il tempo di salutarmi”, saltò su tutte le furie; incaricò alcune persone di comprargli tutte le copie arrivate a La Maddalena e il settimanale, che pochi ebbero l’occasione di vedere, scomparve dalle edicole. Quando molti maddalenini lo cercarono altrove esso era sparito anche da tutte le edicole della Gallura, ma per un altro motivo: sullo stesso numero c’era un servizio sulla morte di Fabrizio De Andrè
“E’ un falso! – disse don Capula a Giancarlo Tusceri che raccolse a caldo le sue reazioni – Il Duce non mi si è mai mostrato sotto questa luce. Non mi avrebbe mai chiamato “Reverendo”. Io e lui ci trattavamo confidenzialmente, ma senza titoli. “Reverendo” è un titolo onorifico, Mussolini non mi avrebbe mai chiamato così. E poi quella virgola che grida vendetta e quell’inchiostro. Il Duce i suoi biglietti li scriveva furtivamente a matita quando era solo e si cambiava la biancheria intima. Dove avrebbe mai trovato l’inchiostro in quei momenti?
Se i giornalisti facessero i giornalisti e gli storici sapessero scrivere la storia, i preti, forse, potrebbero fare più serenamente il loro lavoro. Questo è un falso e basta!”.
Durissima dunque la reazione dell’anziano parroco alla comparsa di quel documento e immediata la denuncia della sua falsità ripresa dal “Corriere delle Bocche” con un servizio dal titolo “Un falso clamoroso: vi spieghiamo perchè possediamo le prove…”. Ma scorrendo il testo del servizio di Giancarlo Tusceri e dell’intervento di Francesco Pusoli gli unici elementi che comproverebbero la falsità del documento sarebbero l’uso dell’inchiostro e una virgola posta dopo un “ma”, segno evidente di “…voluta poca abilità del falsario” (La virgola dopo un “ma” – scrive Pusoli – è un errore che Mussolini non avrebbe mai commesso, in qualità di maestro elementare e di abile giornalista, comunque di persona dotta).
Se questi fossero stati i soli elementi bastevoli per etichettare di apocrificità la lettera di Mussolini, ci paiono ben poca cosa; scorrendo gli scritti del Duce degli ultimi anni, in particolare lo sconclusionato discorso sull’odio verso il nemico tenuto pochi mesi prima in parlamento e gli stessi diari “pontini e sardi” da lui vergati durante la prigionia, è facile rilevare ben altri strafalcioni (altro che virgola dopo un “ma”). E se è vero che Mussolini scrisse a matita tutti i suoi segreti messaggi diretti al Aldo Chirico è pur vero che ben avrebbe potuto, al momento della partenza, chiedere carta e penna per scrivere quel biglietto che nulla aveva di clandestino. Sarebbe stato questo un atto doveroso che nessuno gli avrebbe negato, anche se quel biglietto, con la frase “Non so se verrete ancora a farmi visita”, apparirebbe scritto in un momento in cui la partenza del Duce non era stata ancora annunciata.
La falsità è stata comunque accertata da ben altri elementi quali la carta e l’inchiostro. Si è trattato di uno scherzo di pessimo gusto che ha provocato il comprensibile disappunto di don Capula il quale, essendo stato per oltre mezzo secolo unico depositario dei segreti sentimenti del Duce nell’isola, nel vedere quel “Reverendo”, che gli è apparso subito dissonante, ha immediatamente manifestato la sua indignazione. Indignazione, oltretutto, accentuata dal fatto che nel titolo di quel servizio egli, ignaro di quella lettera, viene fatto parlare in prima persona: Il sacerdote che a La Maddalena, nei giorni bui del ’43 confessò il Duce, dopo 55 anni rompe il silenzio e affida a “Oggi” un documento inedito – Mussolini mi scrisse: grazie per avermi ricondotto a Dio.
Cosa si dissero Mussolini e don Capula nei loro lunghi colloqui, quali riflessioni fece il Duce, quali confidenze e forse quali verità storiche affidò nel segreto della confessione al modesto parroco isolano non lo sapremo mai. Il vecchio patriarca, scomparso il 23 luglio del 2000, il giorno successivo alla festa di Santa Maria Maddalena, che egli aveva officiato per oltre sessantanni, ha portato nella tomba i suoi segreti, anche quelli che Mussolini non gli ha affidato nella confessione. Più volte aveva fatto sapere che prima di morire avrebbe distrutto il suo archivio personale. “Ciò che mi ha confidato Mussolini – aveva dichiarato a un giornalista – non appartiene alla storia. Appartiene solo a me e a lui, anche se è morto. Non posso tradire chi mi ha aperto il suo animo e il suo cuore”. E ancora, il 10 novembre 1998, quando nel salone comunale il sindaco Mario Birardi gli consegnò una medaglia ricordo per la sua lunga attività di parroco, con il tono ieratico e sibillino che lo ha sempre distinto, aveva detto: “Gli uomini sono grandi, ma quando si trovano in determinate situazioni riacquistano dimensioni che non sono quelle abituali. Ebbi diversi colloqui con Mussolini. Parlai, …mi parlò. Mi guardava coi grandi occhi. Eravamo vicini vicini. Ci siamo detti tante cose …Dio lo sa e voi pensatelo. Non lo ascolterete certo da me”.
Quel poco che si conosce di ciò che si dissero fra le spoglie mura di villa Webber è contenuto nel diario che il Duce portò con sé al Gran Sasso e poi, dopo la liberazione di Skorzeny, a Vienna. Quegli scritti, fortunatamente, verranno ritrovati in Austria nel dicembre del 1949 nell’abbazia di Kreismunster.
Mussolini non si dimenticherà di quel prete isolano e più tardi, in una delle sue ultime lettere dirette alla sorella Edvige, scriverà: “In un’isola avevo cominciato, dopo quarant’anni, il mio avvicinamento alla religione. Se ne occupava un parroco di ottima fama: poi sono partito e la sua fatica veniva interrotta”.

A. Ciotta