Primo Longobardo

Fra le figure di eroi che La Maddalena vanta fra i suoi figli, quella di Primo Longobardo è certamente una delle più fulgide. La sua storia, come ha scritto Carlo Raiola, è ”…una storia che sarebbe piaciuta a Melville”; la vicenda di un uomo nato sul mare e strettamente legato ad esso fino alla fatale conclusione avvenuta sotto le stelle dei tropici in quella notte del 4 luglio 1942 in cui fu scritta una delle più belle pagine della storia della nostra Marina.

Molti vecchi maddalenini, ormai quasi tutti scomparsi, lo ricordavano negli anni della Cina, quando era imbarcato sul Caboto, o a Pola durante il suo incarico a terra alla scuola sommergibili; un uomo alto, imponente, dalla voce tonante che riusciva a trascinare gli equipaggi nel suo entusiasmo verso il mare; un gigante buono la cui figura ispirava nei marinai ammirazione, simpatia e rispetto. Longobardo era nato a La Maddalena il 19 ottobre 1901 da Vincenzo, di origine napoletana, e da Ersilio Culiolo. Il mare lo aveva certamente nei cromosomi: il padre e il nonno paterno erano stati marinai e la madre proveniva da una delle più antiche famiglie maddalenine che tanto aveva dato alla Marina Sarda (nella prima matricola della restaurata Marina sarda troviamo ben 40 Culiolo) ed alla quale era appartenuto l’eroico Leggero, compagno fedele di Garibaldi. Entrato in marina giovanissimo, dopo i primi imbarchi sul Vespucci e poi sul Da Recco, nel 1929 fu destinato a Tientsin sul Caboto quale vicecomandante del battaglione italiano in Cina. Fu quì, fra gli uomini del contingente internazionale che mantevavano il delicato equilibrio politico in Estremo Oriente, che strinse rapporti di fraterna amicizia con l’ufficiale inglese J.S.Dalison, colui che fatalmente sarebbe stato poi l’avversario della sua ultima battaglia,

Ma la grande passione di Longobardo erano i mezzi subacquei; imbarcato sul Fratelli Bandiera nel 1936, passò poi sul Sirena e sul Galilei, di seguito sul Calvi, sull’Otaria, il Dessiè, l’Alagi e l’Adua, poi sul Bragadin, l’Amestista, il Capponi, il Mameli, il Toti ed infine sullo Jalea. La sua esperienza sui diversi tipi di sommergibile era completa e l’esperienza acquisita nei lunghi anni di navigazione sui mezzi subacquei aveva fatto di lui un vero comandante; non c’era sommergibilista che non lo conoscesse e non sentisse il suo carisma.

Nel 1941, ormai quarantenne, fu destinato al comando della Scuola Sommergibili di Pola, un incarico di prestigio, ma pur sempre un incarico a terra. Era iniziata la guerra e i nostri mezzi subacquei erano in piena attività in Atlantico; in Italia, sia pur gonfiate dalla propaganda, arrivavano quotidianamente notizie di imprese eroiche che acuivano la sua insofferenza. Il comando a terra, oltre a farlo sentire tagliato fuori dalla vita sul mare, gli dava il rimpianto di non poter dare alla Patria tutto se stesso e non si dette pace sintanto che non riuscì, malgrado, l’età ad avere un imbarco. ”In Atlantico c’è gloria per tutti”, diceva, ed ottenuto il comando del Torelli diede subito prova delle sua capacità sperimentando una nuova tattica di attacco in superficie con la quale coglieva il nemico di sorpresa infliggendo gravi danni ai mezzi di scorta e affondando nel giro di poco tempo ben quattro navi.

Ma ben presto le esigenze di impiegare nei comandi delle unità subacquee giovani ufficiali e la necessità di avere ai vertici uomini di grande esperienza, determinò il suo richiamo a Roma alle dirette dipendenze del comandante in capo della squadra sommergibili. Cominciò per lui un altro periodo di insofferenze; la sua vita era sul mare ed era lì che voleva tornare a tutti i costi. Pochi pensavano che potesse riuscirci poichè i giovani ufficiali erano certamente più idonei a sostenere il notevole impegno fisico necessario per il comando di un sommergibile in attività di guerra. Infine l’ebbe vinta: in un momento in cui si era a corto di ufficiali la sua domanda fu accettata.

Raggiunta la base di Betasom a Bordeaux, gli fu affidato il comando del Calvi col quale si diresse in Atlantico per intercettare un convoglio inglese scortato da cinque corvette. Sognava di tornare da quella missione con molte bandierine azzurre e rosse issate sulla cima del periscopio. Le rosse indicavano l’affondamento di navi da carico, le azzurre, più rare e più prestigiose, la distruzione di navi da guerra. La palma, come scrive Luigi Rinaldi, era ”…fino a quel momento tenuta dal capitano Fecia di Cossato, soprannominato ‘l’affondatore’, insonne ed implacabile comandante del gloriosissimo Tazzoli”.

Avvistato il convoglio nemico fra Madera e le Azzorre, Longobardo fu subito intercettato dalla silurante britannica ”Lulworth” che costrinse il Calvi, ormai scoperto, ad una rapida immersione. Ma la nave britannica, dotata di moderni mezzi tecnologici per l’individuazione delle unità in immersione, diresse contro il nostro sommergibile due salve di bombe di profondità che causarono danni irreperabili. Longobardo, deciso a non morire sul fondo senza aver dato battaglia, ordinò immediatamente l’emersione; il suo mezzo, malgrado le avarie subite, era uno dei più bei sommergibili italiani armato con due cannoni da 120, quattro mitragliatrici e otto tubi di lancio. Con un pò di fortuna avrebbe poi potuto disimpegnarsi approfittando dell’oscurita; ma appena emerso l’unità nemica lo fece subito segno al tiro della sua artiglieria mentre i bengala illuminavano il mare rendendo vano ogni tentativo di sfuggire all’attacco. Più volte il Lulworth tentò lo speronamento, ma Longobardo, perfettamente padrone del suo mezzo, riuscì ogni volta a manovrare e ad evitare il contatto e mentre il tiro della nave nemica falciava gli uomini che si alternavano ai pezzi fece un ultimo tentativo con il lancio di due siluri che il Lulworth riuscì ad evitare. Vistosi ormai perduto ordinò che il sommerglibile fosse predisposto per l’autoaffondamento e subito dopo cadde anch’egli colpito da una raffica di mitraglia. Il suo ufficiale di rotta, il capitano Aristide Russo, che aveva assunto il comando, accortosi dell’avvicinarsi di un battello nemico messo in mare con l’evidente intenzione di catturare l’unità ormai quasi priva di equipaggio, aiutato nell’operazione dal secondo capo silurista Pietro Bini, ne accelerò l’autoaffondamento ordinando agli uomini l’abbandono della nave. La scialuppa inglese riuscì tuttavia ad abbordare la nostra unità, ma il tenente di vascello North, salito a bordo nell’estremo tentativo di salvarla, scomparve con essa.

Mentre il Calvi scendeva negli abissi e il battello inglese si apprestava a raccogliere i superstiti apparve sulla scena dello scontro il sommergibile tedesco U-130. Il Lulworth, dopo aver evitato un siluro, si lanciò all’inseguimento dell’unità nemica abbandonando così i naufraghi e la scialuppa sulla quale stavano per essere raccolti. Fallito l’inseguimento fece ritorno dopo quattro ore per riprendere i suoi uomini e imbarcare i superstiti del Calvi. La notizia era frattanto rimbalzata sull’unità capoflottiglia Londonderry sulla quale vennero poi trasbordati i nostri uomini. I marinai del Calvi, subito interrogati sul Lulworth, dichiararono il nome della loro unità e quello del loro comandante; furono trattati con estrema cortesia dal comandante inglese che apparve loro profondamente turbato. Egli volle conoscere quegli uomini e parlando con essi offrì da fumare aprendo un portasigarette d’argento all’interno del quale era inciso “Con fraterna amicizia – Primo Longobardo”. Si trattava dell’ufficiale inglese J.S.Dalison che tanti anni prima, nella lontana Cina, aveva ricevuto da Longobardo quel prezioso dono. Questi, avuta conferma dall’espressione quasi indredula dei marinai italiani di aver combattuto quella battaglia contro il suo amico di un tempo, ripose il portasigarette e voltò le spalle ai nostri marinai per nascondere loro i suoi occhi lucidi di pianto.

La storia di questi due nobili uomini di mare, amici in pace e nemici in guerra, avrà il suo epilogo in Canada nel 1949, nei pressi di Remfrew. Il comandante Dalison portava ancora con sé, quasi come un talismano, il dono di Longobardo: un oggetto dal quale non si era mai voluto separare ed al quale erano legati i suoi più cari ricordi. Durante una partita di pesca il prezioso portasigarette gli sfuggì di mano e scomparve nelle acque limacciose del lago. Dalison rimase profondamente scosso da quella perdita, con il volto teso lasciò i compagni di pesca e ripartì alla guida della sua automobile. Fu ritrovato qualche ora dopo con l’auto schiantata contro un albero.

Scrive l’ammiraglio Baslini sull’episodio: “Dalison era morto sul colpo al momento dell’impatto. L’amico che l’aveva visto per l’ultima volta da vivo, lì accanto al lago, notò che ora, dopo la morte, il suo volto appariva rasserenato e disteso. Quasi avesse finalmente ritrovato qualcuno o qualcosa che aveva cercato per molto tempo”.

LA MOTIVAZIONE DELLA MEDAGLIA D’ORO a PRIMO LONGOBARDO

(Capitano di Fregata, nato a La Maddalena il 19 ottobre 1901)

Ufficiale superiore animato di puirissima fede e passione patriottica sollecitava più volte ed infine otteneva il comando di un sommergibile che aveva dovuto lasciare per altro incarico a terra.
Raggiunta la nuova base di guerra, assumeva volontariamente il comando di unità pronta per importante missione offensiva, nel corso della quale, mentre manovrava per attaccare un convoglio fortemente scortato, scoperto da corvetta, con somma perizia cercava di sottrarsi alla violentissima caccia. Colpita l’unità in modo irreparabile, ordinava l’emersione affrontando con impavida serenità le unità avversarie accettando l’impari combattimento in superficie. Lanciata una salva di siluri, reagiva al violento tiro di artiglieria con tutte le armi di bordo. Col sommergibile crivellato di colpi e già menomato nella sua efficienza, visti uccisi e feriti i propri dipendenti destinati alle armi, ordinava l’abbandono della nave e ne preparava l’autoaffondamento quando, mortalmente colpito al posto di comando immolava la propria esistenza alla Patria, dopo aver compiuto il proprio dovere oltre ogni umana possibilità. (Oceano Atlantico, 14 luglio 1942)

Antonio Ciotta